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	<title>LSDI &#187; Dossier</title>
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	<description>Libertà di Stampa / Diritto all'Informazione</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 14:31:25 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Il giornalismo nell’ era wiki, informazione partecipata e laboratori di senso</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 09:10:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giornalisti digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Wiki.png"></a>Sviluppi e problemi dell’ informazione e della professione giornalistica analizzati anche attraverso l’ esperienza di Lsdi nella tesi con cui una studentessa croata si è  laureata in Scienze della Comunicazione sociale all’ Università Pontificia Salesiana di Roma e che qui pubblichiamo - ‘<strong>’IL GIORNALISMO NELL’ ERA WIKI. Dall’informazione partecipata a un &#8216;laboratorio di senso&#8217;: l’esperienza del sito LSDI’’</strong>, questo il titolo del lavoro, che qui pubblichiamo
</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Il futuro del giornalismo analizzato attraverso il lavoro di documentazione prodotto in questi anni da Lsdi. E’ la Tesi di una studentessa croata, Anita Posaric*, che nel novembre scorso si è laureata in Scienze della Comunicazione sociale all’ Università Pontificia Salesiana di Roma.</p>
<p>‘’IL GIORNALISMO NELL’ ERA WIKI. Dall’informazione partecipata a un “laboratorio di senso”: l’esperienza del sito LSDI’’ è il titolo della tesi, di cui è stato relatore il professor Vittorio Sammarco. Il lavoro di Anita Posaric dedica alla nostra attività un intero capitolo e si chiude con una ampia intervista a Pino Rea, coordinatore di Lsdi.</p>
<p>L’ attezione della tesi è rivolta in particolare alla sfera del giornalismo partecipativo. L’ obbiettivo – spiega Posaric – è ‘’ripensare senso, ruolo e caratteristiche della professione, che vive un periodo di crisi causata dalla partecipazione attiva dei non professionisti’’.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Lsdi-Tesi-foto1.gif"></a>Il titolo fa riferimento al fenomeno del Wiki, un concetto che si è ‘’sviluppato intorno alla tecnologia di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Wiki.png"><img class="alignleft size-full wp-image-10698" title="Wiki" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Wiki.png" alt="" width="302" height="320" /></a>Sviluppi e problemi dell’ informazione e della professione giornalistica analizzati anche attraverso l’ esperienza di Lsdi nella tesi con cui una studentessa croata si è  laureata in Scienze della Comunicazione sociale all’ Università Pontificia Salesiana di Roma e che qui pubblichiamo -</em> <em>‘<strong>’IL GIORNALISMO NELL’ ERA WIKI. Dall’informazione partecipata a un &#8216;laboratorio di senso&#8217;: l’esperienza del sito LSDI’’</strong>, questo il titolo del lavoro, che qui pubblichiamo<br />
</em></p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Il futuro del giornalismo analizzato attraverso il lavoro di documentazione prodotto in questi anni da Lsdi. E’ la Tesi di una studentessa croata, Anita Posaric*, che nel novembre scorso si è laureata in Scienze della Comunicazione sociale all’ Università Pontificia Salesiana di Roma.</p>
<p><em>‘’IL GIORNALISMO NELL’ ERA WIKI. </em><em>Dall’informazione partecipata a un “laboratorio di senso”: l’esperienza del sito LSDI’’</em> è il titolo della tesi, di cui è stato relatore il professor Vittorio Sammarco. Il lavoro di Anita Posaric dedica alla nostra attività un intero capitolo e si chiude con una ampia intervista a Pino Rea, coordinatore di Lsdi.</p>
<p>L’ attezione della tesi è rivolta in particolare alla sfera del giornalismo partecipativo. L’ obbiettivo – spiega Posaric – è ‘’ripensare senso, ruolo e caratteristiche della professione, che vive un periodo di crisi causata dalla partecipazione attiva dei non professionisti’’.</p>
<p><span id="more-10693"></span><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Lsdi-Tesi-foto1.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-10696" title="Lsdi-Tesi-foto" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Lsdi-Tesi-foto1-256x300.gif" alt="" width="256" height="300" /></a>Il titolo fa riferimento al fenomeno del Wiki, un concetto che si è ‘’sviluppato intorno alla tecnologia di Internet e dei software collaborativi che permettono di condividere, scambiare, immagazzinare e ottimizzare la conoscenza in modo collaborativo e, appunto, veloce’’.</p>
<p><strong>Il primo capitolo</strong> della Ricerca cerca di ‘’definire le caratteristiche di base del mestiere, la sua funzione e il ruolo nella società contemporanea. Nel secondo capitolo, dedicato al sito Lsdi, si cerca di analizzare i contributi pubblicati sul sito in un anno, da marzo 2010 a febbraio 2011, delineando i temi principali e individuando la situazione attuale nel mondo dell’ informazione giornalistica. Nel terzo capitolo, esaminando testi di attualità e i manuali di sociologia e analizzando gli articoli pubblicati sui giornali e sulle riviste, si cercherà d’ illustrare le opportunità e i rischi che presenta la Rete, i concetti di partecipazione e collaborazione che la Rete sta facilitando’’.</p>
<p>‘’Il dato certo – osserva Posaric nell’ introduzione &#8211; è che gli utenti hanno e avranno sempre più voce in capitolo, e che il ripensamento della professione, delle modalità e del ruolo dell’informazione giornalistica non può venire che attraverso un impegno comune di addetti ai lavori, giornalisti, comunicatori, sociologi, politici’’.</p>
<p>‘’La partecipazione promossa dai nuovi media, grazie ai quali i ricettori delle informazioni di un tempo diventano ora anche potenziali produttori – continua l’ introduzione -, sta valorizzando il concetto di cittadinanza, e in più sta facendo crescere il concetto di compartecipazione alla vita della società di cui l’informazione è senza dubbio un cardine. Il giornalismo sopravvivrà alla crisi attuale, solo se s’impegnerà ad adattarsi a tempi e modalità nuove, curando e migliorando il suo profilo professionale, l’attendibilità e la credibilità complessiva’’.</p>
<p><strong> Quanto all’ esperienza di Lsdi</strong>, la tesi sottolinea anche il radicale cambiamento di punto di vista che l’ esperienza diretta della Rete ha determinato nell’ esperienza del nostro gruppo.</p>
<p>Quando Lsdi nacque, a cavallo fra il 2003 e il 2004,</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>pensavamo che fosse possibile riportare in un unico spazio il dibattito in corso senza capire che ormai, con lo sviluppo digitale, nessuna struttura (neanche con grandissimi mezzi) sarebbe riuscita a realizzare uno spazio specifico “unico” e privilegiato su un tema specifico, come una sorta di Biblioteca globale borgesiana che attirasse tutto.</em></p>
<p> Ma, confessa Rea nell’ intervista allegata alla tesi, già dopo un paio di anni</p>
<p style="padding-left: 30px;"> <em>nessuno di noi – ritengo – pensava (…) di poter diventare un “laboratorio di senso”. Forse una piccola officina, sì. Uno dei nodi, uno dei vari centri di riflessione sull’informazione. In fondo il Laboratorio è la Rete che – lo dice la parola stessa – è l’intelaiatura delle connessioni fra i nodi.</em></p>
<p> <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Lsdi-3000articoli.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-10694" title="Lsdi-3000articoli" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Lsdi-3000articoli-300x105.gif" alt="" width="300" height="105" /></a>Ora che entriamo nell’ ottavo anno di attività, che il sito ha appena superato i 3.000 articoli in archivio, e che ci apprestiamo a dargli una nuova struttura e una nuova veste grafica, il panorama è effettivamente molto diverso, nel senso, soprattutto, che i cambiamenti hanno una loro marcata evidenza a livello di coscienza e di dibattito pubblico nel mondo del giornalismo organizzato e non sono più solo linee di tendenze da intuire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E ci sembra a questo punto di aver dato un piccolo ma utile contributo quando decidemmo, allora, di prestare – come segnala la Tesi -</p>
<p style="padding-left: 30px;"> <em>attenzione particolare (…) al mondo del giornalismo dal basso, alla fine del Giornalismo e alla nascita dei “giornalismi”, al plurale e in minuscolo. Con la consapevolezza che lo sviluppo delle nuove modalità del fare informazione, quelli che possiamo chiamare, appunto, i giornalismi possibili, va molto al di là del solo aspetto professionale o industriale. Si tratta di capire quale peso avranno tali modalità sulla cultura di base della società e quali trasformazioni indurranno nella struttura del mondo contemporaneo.</em></p>
<p> &#8212;&#8211;</p>
<p><strong><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Lsdi-tesi-posaric.doc">La Tesi è scaricabile qui</a></strong></p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p><em>*Anita Posaric, 31 anni, vive a Varazdin, Croazia, dove è nata. Dopo la laurea specialistica a Roma in Giornalismo ed Editoria, con la tesi che qui pubblichiamo, è tornata in Croazia e lavora preso la Diocesi di Varazdin nel campo della comunicazione pastorale.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Social media e rivolte in Nord-Africa, non ci sono solo Fb e Twitter</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/social-media-e-rivolte-in-nord-africa-non-ci-sono-solo-fb-e-twitter/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 15:05:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Ushahidi.jpg"></a></p>
<p>In una tesi di laurea uno studente padovano analizza in maniera molto approfondita il ruolo chiave che i network sociali hanno avuto nella ‘’primavera araba’’ mettendo in risalto il grosso contributo offerto anche da una terza piattaforma sociale, Ushahidi, che peraltro è nata proprio in Africa -<strong> </strong>Utilizzato soprattutto in Egitto per condividere informazioni, localizzate geograficamente su mappe, sul numero delle vittime, sugli aiuti necessari ai manifestanti e sul posizionamento dei vari checkpoint  il software creato nel 2007 da Ory Okolloh in Kenya è diventato un efficace strumento di lettura delle situazioni di crisi a livello internazionale</p>
<p><strong>&#8212;&#8211; </strong></p>
<p>Diffusione dei contenuti sia all’ interno del paese che verso l’ esterno e coordinamento delle azioni di protesta.</p>
<p>Il ruolo chiave dei social media, Twitter e Facebook in particolare, nelle rivolte del nord-Africa è stato costantemente sottolineato in questi mesi da tutti i media <strong> </strong>ma il lavoro che qui presentiamo (una tesi di laurea di uno studente padovano) offre un grosso contributo in più in termini di approfondimento, raccontando come concretamente i network sociali hanno svolto una funzione informativa e logistica essenziale per lo sviluppo degli avvenimenti.</p>
<p><strong>‘</strong><strong>’La generazione che sta cambiando il Nord Africa. Le rivolte di Tunisia ed Egitto e il ruolo dei social media’’ </strong>(questo il titolo della tesi con cui Andrea Bortolan si è laureato in Scienze della comunicazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Ushahidi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10566" title="Ushahidi" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Ushahidi-300x165.jpg" alt="Ushahidi" width="300" height="165" /></a></p>
<p><em>In una tesi di laurea uno studente padovano analizza in maniera molto approfondita il ruolo chiave che i network sociali hanno avuto nella ‘’primavera araba’’ mettendo in risalto il grosso contributo offerto anche da una terza piattaforma sociale, Ushahidi, che peraltro è nata proprio in Africa -<strong> </strong>Utilizzato soprattutto in Egitto per condividere informazioni, localizzate geograficamente su mappe, sul numero delle vittime, sugli aiuti necessari ai manifestanti e sul posizionamento dei vari checkpoint  il software creato nel 2007 da Ory Okolloh in Kenya è diventato un efficace strumento di lettura delle situazioni di crisi a livello internazionale</em></p>
<p><strong>&#8212;&#8211; </strong></p>
<p>Diffusione dei contenuti sia all’ interno del paese che verso l’ esterno e coordinamento delle azioni di protesta.</p>
<p>Il ruolo chiave dei social media, Twitter e Facebook in particolare, nelle rivolte del nord-Africa è stato costantemente sottolineato in questi mesi da tutti i media <strong> </strong>ma il lavoro che qui presentiamo (una tesi di laurea di uno studente padovano) offre un grosso contributo in più in termini di approfondimento, raccontando come concretamente i network sociali hanno svolto una funzione informativa e logistica essenziale per lo sviluppo degli avvenimenti.</p>
<p><strong>‘</strong><strong>’La generazione che sta cambiando il Nord Africa. Le rivolte di Tunisia ed Egitto e il ruolo dei social media’’ </strong>(questo il titolo della tesi con cui Andrea Bortolan si è laureato in Scienze della comunicazione a Padova col professor Raffaele Fiengo)<strong> </strong>consente tra l’ altro di allargare il ventaglio degli strumenti utilizzati dai cittadini in rivolta a una terza piattaforma sociale, che tra l’ altro è nata proprio in Africa (in Kenya), Ushahidi, rimasta sempre un po’ nell’ ombra nelle ricostruzioni della ‘’primavera’’ araba fornite dai media mainstream e non (è appena stato pubblicato sull’ <em>International Journal of Communication</em> <strong>‘<a href="http://ijoc.org/ojs/index.php/ijoc/article/view/1246/643">’The Revolutions Were Tweeted</a>: Information Flows During the 2011 Tunisian and Egyptian Revolutions’’</strong>, uno studio dedicato solo a Twitter)</p>
<p><span id="more-10565"></span><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Ory-Okolloh.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10567" title="Ory-Okolloh" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Ory-Okolloh.jpg" alt="Ory-Okolloh" width="276" height="183" /></a></p>
<p>Bortolan dedica alcuni paragrafi della sua tesi proprio a Ushahidi, raccontando come quel software &#8211; creato da Ory Okolloh (nella foto), avvocato di Nairobi con studi negli Usa e grande appassionata di web, per consentire agli utenti della rete di fornire aggiornamenti in tempo reale sugli scontri scoppiati nel paese dopo le elezioni politiche del 2007 – sia stato utilizzato soprattutto in Egitto per condividere informazioni, localizzate geograficamente su mappe, sul numero delle vittime, sugli aiuti necessari ai manifestanti e sul posizionamento dei vari <em>checkpoint. </em> E segnalando come esso sia diventato un efficacissimo strumento di lettura delle situazioni di crisi, oltre che di comunicazione fra i gruppi di insorti a fini di difesa.</p>
<p>Da quando è stato messo online – ricostruisce la tesi -, Ushahidi ha mappato gli scontri xenofobi in Sudafrica, i massacri di Gaza per <em>Al Jazeera</em>, la guerra civile in Congo, il terremoto del Cile, le elezioni in Afghanistan e in India, il terremoto di Haiti e lo tsunami che ha colpito il Giappone nel gennaio del 2011, ma anche tanti altri eventi che hanno lasciato tracce meno marcate nella memoria globale.</p>
<p>In poco tempo Ushaidi è diventata la piattaforma di riferimento a livello mondiale per la mappatura delle crisi, dei disastri naturali e delle insurrezioni popolari. Il <em>software</em> viene tutt’ora utilizzato in 128 paesi. Non è quindi un caso che alle mappe di Ushahidi sia ricorso anche lo stesso <em>Washington Post</em>, alle prese con “<em>Snowmageddon</em>”, la tempesta di neve che ha investito l’<em>East Coast</em> nell’inverno 2010: nel mondo libero della rete può accadere che uno dei principali quotidiani della capitale americana usi un software <em>open source</em> africano per segnalare che “<em>a tutt’oggi nessuno ha spazzato il marciapiede di Pennsylvania Avenue dalla Settima alla Nona North West</em>”.</p>
<p>Ecco come Bortolan presenta il suo lavoro</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p><strong><em><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-Tesi-Bortolan.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-10568" title="Lsdi-Tesi-Bortolan" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-Tesi-Bortolan-220x300.GIF" alt="Lsdi-Tesi-Bortolan" width="220" height="300" /></a>‘’La generazione che sta cambiando il Nord Africa. Le rivolte di Tunisia ed Egitto e il ruolo dei social media’’</em></strong><em> </em></p>
<p>di Andrea Bortolan<em><br />
(<a href="mailto:bortoand@gmail.com">bortoand@gmail.com</a>)</em></p>
<p>Con questa tesi di laurea ho voluto sottolineare l’importanza della comunicazione, in particolare quella delle piattaforme <em>social network</em> (ma non solo), in un contesto di crisi governativa. La mia attenzione si è focalizzata in particolare sul contesto della “Primavera Araba” che ha visto milioni di cittadini, giovani e meno giovani, protestare in piazza chiedendo concessioni in senso liberale alla propria classe politica. L’analisi ha riguardato in particolare le rivolte di Tunisia ed Egitto, che hanno portato alla fine delle ultra ventennali Presidenze di Mubarak e Ben Alì.</p>
<p>In Tunisia la copertura mediatica dei fatti, eccezion fatta per <em>Al Jazeera</em>, è ricaduta sulle spalle del <em>web</em>, che ha rivestito il duplice ruolo di diffusore dei contenuti all’interno del paese e verso l’esterno e di coordinatore delle azioni di protesta:</p>
<p style="padding-left: 30px;">“<em>Ho visto con i miei occhi un ragazzo di diciassette anni con un proiettile nel femore sinistro e una frattura scomposta, picchiato come un cane per un’ora. I poliziotti lo hanno gettato in bagno e ci hanno urinato sopra</em>” (Post di Mohammed inserito su Facebook dal pronto soccorso di Tunisi).</p>
<p>Per quanto riguarda l’Egitto, grazie ai risvolti conseguenti a quella che è stata definita la “Rivolta del Gelsomino”, l’attenzione dei media tradizionali è stata massima sin dal 25 Gennaio, primo giorno delle manifestazioni in piazza Tahrir, ma non meno brutale è stata la violenza esercitata dalle forze dell’ordine contro i manifestanti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>“ Dopo due giorni di proteste i gas lacrimogeni sono come aria fresca, i proiettili di gomma gocce di pioggia, le manganellate massaggi rilassanti” </em>(<em>Tweet</em> scritto il 27 Gennaio dall’utente @Ahmed).</p>
<p>Una volta compreso l’effettivo potere della comunicazione nel <em>web</em>, vero e proprio propellente per i manifestanti, entrambi i governi hanno cercato di correre ai ripari. In Tunisia gli <em>hacker</em> governativi hanno tentato, con una vera e propria operazione di “<em>phishing</em>”, di trafugare le identità <em>online</em> di diverse migliaia di utenti dai loro account Facebook, Gmail e Yahoo. L’Egitto ha fatto ancora di più, procedendo con il blocco totale delle connessioni, che ha tenuto isolati gli egiziani per circa dieci giorni.</p>
<p>Il bavaglio ad Internet tuttavia non ha impedito agli egiziani di trovare forme alternative di comunicazione spostando il baricentro su altri tipi di piattaforme. L’applicazione “Speak to Tweet” creata da Twitter in associazione con Google, permetteva ai manifestanti di chiamare dei numeri internazionali e lasciare delle testimonianze vocali, e parallelamente. con un’intensa attività di volantinaggio, si spiegava alla popolazione come equipaggiarsi per le manifestazioni e come evitare gli accerchiamenti da parte delle forze dell’ordine.</p>
<p>Le piattaforme <em>social network</em> in certi casi possono rappresentare vere e proprie “<em>agorà</em>” a partire dalle quali si organizza la società civile. La gente riesce comunque a pianificare le proprie attività, anche quando vi è la mancanza di un ente che organizza la loro vita. Così è successo anche per tunisini, nei giorni successivi alla caduta di Ben Alì, alle prese con il pericolo di rappresaglie da parte della polizia:</p>
<p style="padding-left: 30px;">“<em>Per aiutare le forze dell’ordine nella loro missione, si consiglia a tutti i tunisini di organizzarsi in “comitati di vigilanza di quartiere” composti da gruppi di cinque o sei persone armate (di bastoni, spranghe o altro) in grado di vigilare su un massimo di tre o quattro isolati. Abbiamo bisogno di capigruppo in contatto telefonico con i comitati vicini. Si consigliano turni di guardia di due o tre ore a rotazione per permettere a tutti di riposare. Una volta terminato il coprifuoco, sarà gradito dalle forze armate di stanza vicino a voi fornire bevande e cibo caldo. Per favore fate circolare</em>” (Appello divulgato su Facebook da Hisham Ben Khamsa).</p>
<p>Il popolo egiziano ha invece trovato in <em>Ushaidi</em>, portale creato in Kenya nel 2007 appositamente per gestire le situazioni d’emergenza, un prezioso alleato che ha permesso di condividere informazioni sul numero delle vittime, sugli aiuti necessari ai manifestanti e sul posizionamento dei vari <em>checkpoint,</em> sfruttando un sistema di mappatura del territorio e catalogazione delle segnalazioni lanciate via <em>sms</em>, <em>email</em>, o con altre piattaforme interattive:</p>
<p style="padding-left: 30px;">URGENTE: Donazione di sangue</p>
<p style="padding-left: 30px;">01:23, 14 febbraio 2011 Cairo Specialized Hospital</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Categoria: Aiuti necessari Report affidabile</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Ricerchiamo urgentemente quattro sacche di sangue B negativo</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Paziente in coma e in emorragia da tre giorni, cause sconosciute … Per favore  rispondere velocemente</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Per quelli che vogliono donare:</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Luogo: Cairo Specialized Hospital</em></p>
<p style="padding-left: 30px;">(Report estratto dal portale “<em>Open Egypt</em>” che ha sfruttato le mappe di <em>Ushaidi</em>).</p>
<p>A questo punto verrebbe da dire che queste siano state le “Rivoluzioni di Facebook o di Twitter” (per certi versi sarebbe come definire la Rivoluzione francese la “Rivoluzione della stampa”). La comunicazione è stata e sarà sempre uno strumento la cui forza dipende dall’uso che ne viene fatto dalle persone. In questo caso è stata la gente, scendendo in piazza, a cambiare il proprio destino: web e social network si sono senza dubbio rivelati degli alleati preziosi.</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-Tesi-Bortolan-testo-doc.doc">La Tesi completa è qui</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>L’ editoria per i nuovi italiani, fra testate etniche, multiculturali e business</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/l%e2%80%99-editoria-per-i-nuovi-italiani-fra-testate-etniche-multiculturali-e-business/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 11:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[etniche]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
		<category><![CDATA[multiculturali]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Mixa1.GIF"></a></p>
<p>In una tesina universitaria un viaggio nel mondo dei media destinati ai cittadini immigrati nel nostro paese (4 milioni, il 7% della popolazione) &#8211; Un mondo poco conosciuto, che riserva anche delle sorprese, come i numeri di ‘’Stranieri in Italia’’ (30 testate multietniche, una radio, un programma tv e un portale internet) gruppo editoriale che fa capo ai proprietari della Western Union Italia – La storia e l’ analisi delle principali esperienze e iniziative del settore, da Metropoli a Mixa </p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Trenta testate multietniche, che vendono mensilmente 160.000 copie, una radio, un programma televisivo e l&#8217;omonimo portale internet con 290.000 visite mensili.</p>
<p>E’ la radiografia del gruppo editoriale <a href="http://www.stranieriinitalia.it/">Stranieri in Italia</a>, che fa capo ai proprietari della Western Union Italia e che si è conquistato un ruolo maggioritario se non addirittura di monopolio nel nostro paese nel campo dell’ editoria commerciale rivolta agli stranieri.</p>
<p>Perché c’ è anche l&#8217; aspetto del business nel panorama delle attività di informazione per gli stranieri in Italia (ormai circa quattro milioni e mezzo di persone, il 7% dell&#8217; intera popolazione del paese), delineate da una tesina di uno studente padovano in Scienze della Comunicazione, Luca Peruzzato.</p>
<p><strong>‘’Carta stampata su valigie di cartone; l’ informazione per i nuovi italiani’’ </strong>(questo il titolo della Ricerca, realizzata con la guida del professor Raffaele Fiengo, che Lsdi pubblica) analizza quel]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Mixa1.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-10445" title="Mixa" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Mixa1-291x300.GIF" alt="Mixa" width="291" height="300" /></a></p>
<p><em>In una tesina universitaria un viaggio nel mondo dei media destinati ai cittadini immigrati nel nostro paese (4 milioni, il 7% della popolazione) &#8211; Un mondo poco conosciuto, che riserva anche delle sorprese, come i numeri di ‘’Stranieri in Italia’’ (30 testate multietniche, una radio, un programma tv e un portale internet) gruppo editoriale che fa capo ai proprietari della Western Union Italia – La storia e l’ analisi delle principali esperienze e iniziative del settore, da Metropoli a Mixa </em></p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Trenta testate multietniche, che vendono mensilmente 160.000 copie, una radio, un programma televisivo e l&#8217;omonimo portale internet con 290.000 visite mensili.</p>
<p>E’ la radiografia del gruppo editoriale <a href="http://www.stranieriinitalia.it/">Stranieri in Italia</a>, che fa capo ai proprietari della Western Union Italia e che si è conquistato un ruolo maggioritario se non addirittura di monopolio nel nostro paese nel campo dell’ editoria commerciale rivolta agli stranieri.</p>
<p>Perché c’ è anche l&#8217; aspetto del business nel panorama delle attività di informazione per gli stranieri in Italia (ormai circa quattro milioni e mezzo di persone, il 7% dell&#8217; intera popolazione del paese), delineate da una tesina di uno studente padovano in Scienze della Comunicazione, Luca Peruzzato.</p>
<p><strong>‘’Carta stampata su valigie di cartone; l’ informazione per i nuovi italiani’’ </strong>(questo il titolo della Ricerca, realizzata con la guida del professor Raffaele Fiengo, che Lsdi pubblica) analizza quel mondo che – a differenza dei principali media italiani,  che guardano il fenomeno immigrazione solo in termini allarmistici e negativi -, conta su una miriade di periodici cartacei e siti web che affrontano in modo costruttivo il fenomeno dei ‘’nuovi italiani’’.</p>
<p><span id="more-10443"></span>Le testate “etniche” &#8211; destinate a specifiche comunità e formate da un ristretto numero di collaboratori ormai perfettamente integrati – e testate “multiculturali”,  testate multiculturali, gestite in maggioranza da cittadini italiani ma destinate soprattutto a un pubblico straniero e accomunate soprattutto da una forte interattività.</p>
<p>Fra queste ultime, in particolare, “<a href="http://www.mixamag.it/">Mixa</a> – il magazine dell&#8217; Italia multietnica”, uscito nel gennaio 2010 nell’ area milanese e a cui si deve la definizione ‘’italiani nuovi’’ – e  <a href="http://temi.repubblica.it/metropoli-online/">Metropoli</a> &#8211; settimanale multiculturale nato nel 2006 e pubblicato fino poco tempo fa da Repubblica. Due esempi di iniziative editoriali che partono dalla coscienza dell&#8217;importanza dell&#8217; informazione e della sensibilizzazione dell&#8217; opinione pubblica italiana sui temi dell&#8217; immigrazione e dell&#8217; integrazione.</p>
<p>Un settore in cui, naturalmente, gravitano anche interessi economici e imprenditoriali di chi punta su progetti mediatici rivolti ai “nuovi italiani”. E non è detto che non si profili un ottimo business, come sta accadendo per le testate del gruppo “Stranieri in Italia” e dal omonimo sito web. Anche in questo settore – commenta l’ autore della ricerca –  è in corso un mutamento strutturale con uno spostamento progressivo dell&#8217; informazione sul web rispetto al formato cartaceo.</p>
<p>L&#8217;importante – aggiunge Peruzzato &#8211; è dar voce a chi voce non ha.  Come Ezio Mauro, direttore di “Repubblica”,  scriveva su “Metropoli” all&#8217;uscita del settimanale: <em>“Metropoli rappresenta un atto di fiducia nel dialogo, nella convivenza civile e nell&#8217; arricchimento delle reciproche esperienze, nella possibilità di una crescita comune, in un&#8217; Italia che sarà naturalmente diversa da quella che abbiamo conosciuto fin qui”.</em></p>
<p><em>&#8212;&#8211; </em></p>
<p><strong><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Carta-stampata-su-valigie-di-cartone-Luca-Peruzzato.pdf">CARTA STAMPATA SU VALIGIE DI CARTONE &#8211; di Luca Peruzzato</a></strong><em><br />
</em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La violenza sessuale e i media: quando la vittima diventa un fantasma</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 20:59:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Viol1.jpg"></a></p>
<p>Il trattamento mediatico del fenomeno incide fortemente sul modo con cui esso viene percepito: confinati nelle pagine di cronaca gli episodi di violenza sessuale vengono presentati come una somma di storie individuali, come degli episodi tristi che accadono agli altri -  Così lo stupratore seriale è  largamente più presente del nonno che aggredisce i suoi nipotini. L’ eccezionale ha maggior peso &#8211; Quando una giovane donna viene violentata in un bosco mentre stava facendo del footing, tutti ne parlano. Un incesto non interessa quasi nessuno. I drammi che si consumano a bassa voce, frequenti ma poco visibili, non interessano i media. Perché quello che viene nascosto, dalla sfera familiare per esempio, è un argomento di inchiesta molto difficile. I giornalisti non hanno tempo e si precipitano su ciò che corre veloce – L’ analisi di <strong>Audrey Guiller</strong> e <strong>Nolwenn Weiler</strong>, due giornalisti francesi autori di ‘’Violenza sessuale, un crimine quasi ordinario’’, uscito un mese fa e di cui pubblichiamo la traduzione di un’ ampia parte, quella relativa ai media</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p style="padding-left: 30px;">In occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne e come contributo <a href="../2011/11/19/donne-e-media-un-confronto-a-roma-per-una-informazione-al-femminile/">al convegno</a> in programma venerdì pomeriggio alla Sapienza, a Roma, su “<strong>Donne e Media’’ </strong>pubblichiamo la traduzione di una parte del capitolo 5° del saggio Le Viol, un crime presque ordinaire, pubblicato a ottobre dalle]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Viol1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-10224" title="Viol" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Viol1-150x150.jpg" alt="Viol" width="150" height="150" /></a></p>
<p><em>Il trattamento mediatico del fenomeno incide fortemente sul modo con cui esso viene percepito: confinati nelle pagine di cronaca gli episodi di violenza sessuale vengono presentati come una somma di storie individuali, come degli episodi tristi che accadono agli altri -  Così lo stupratore seriale è  largamente più presente del nonno che aggredisce i suoi nipotini. L’ eccezionale ha maggior peso &#8211; Quando una giovane donna viene violentata in un bosco mentre stava facendo del footing, tutti ne parlano. Un incesto non interessa quasi nessuno. I drammi che si consumano a bassa voce, frequenti ma poco visibili, non interessano i media. Perché quello che viene nascosto, dalla sfera familiare per esempio, è un argomento di inchiesta molto difficile. I giornalisti non hanno tempo e si precipitano su ciò che corre veloce – L’ analisi di <strong>Audrey Guiller</strong> e <strong>Nolwenn Weiler</strong>, due giornalisti francesi autori di ‘’Violenza sessuale, un crimine quasi ordinario’’, uscito un mese fa e di cui pubblichiamo la traduzione di un’ ampia parte, quella relativa ai media</em></p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p style="padding-left: 30px;">In occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne e come contributo <a href="../2011/11/19/donne-e-media-un-confronto-a-roma-per-una-informazione-al-femminile/">al convegno</a> in programma venerdì pomeriggio alla Sapienza, a Roma, su “<strong>Donne e Media’’ </strong>pubblichiamo la traduzione di una parte del capitolo 5° del saggio <em>Le Viol, un crime presque ordinaire</em>, pubblicato a ottobre dalle edizioni <strong>Le Cherche-midi</strong> [<a title="Audrey Guiller et Nolwenn Weiler, Le viol, un crime presque ordinaire, Le (...)" href="http://www.acrimed.org/article3717.html#nb1">1</a>], e dedicato appunto al trattamento mediatico della violenza sessuale.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Il saggio, scritto da due giornalisti francesi &#8211; <strong>Audrey Guiller</strong> e <strong>Nolwenn Weiler</strong> -  ricostruisce, sulla base di testimonianze delle vittime, interviste a giuristi, investigatori e analisi di criminologi e sociologi, quella che ‘’somiglia troppo, nonostante tutti i bei discorsi, a una tolleranza nei confronti di un crimine che non è affatto una fatalità’’.</p>
<p style="padding-left: 30px;">
<p style="padding-left: 30px;">
<p><a href="http://www.cherche-midi.com/theme/Le_viol,_un_crime_presque_ordinaire-Audrey_GUILLER_Nolwenn_WEILER_-9782749119847.html">LE VIOL DANS LES MEDIAS: UN FAIT DIVERS</a></p>
<p>di <a href="http://www.cherche-midi.com/pro/auteur-Audrey_GUILLER-49538.html">Audrey Guiller</a> e <a href="http://www.cherche-midi.com/pro/auteur-Nolwenn_WEILER-49539.html">Nolwenn Weiler</a></p>
<p><strong>Una verità mutilata</strong></p>
<p>I giornalisti parlano di violenza sessuale soprattutto in due casi: quando viene aperta un’ inchiesta dopo una denuncia e al momento del processo al presunto aggressore. Ora, gli episodi di violenza sessuale che arrivano in tribunale rappresentano meno della metà del 10% della totalità dei casi. Silenzio su tutti gli altri. Si percepisce la realtà del crimine come se si guardasse dalla parte opposta del binocolo. E il trattamento come fatti di cronaca (nera o giudiziaria) li presenta come una somma di storie individuali. Come degli episodi tristi che accadono agli altri.</p>
<p><span id="more-10220"></span>Nello spazio mediatico lo stupratore seriale è  largamente più presente del nonno che aggredisce i suoi nipotini. L’ eccezionale ha maggior peso. <em>‘’Il trattamento mediatico della violenza sessuale non potrà essere soddisfacente fino a quando si darà valore alle informazioni più spettacolari e meno abituali, che non sono quelle più rappresentative</em> &#8211;  prevede  Laurent Mucchielli, ricercatore al CNRS e direttore del Centro di ricerche sociologiche sul diritto e le istituzioni penali (Cesdip) -. <em>Quando una giovane donna viene violentata in un bosco mentre stava facendo del footing, tutti ne parlano. Un incesto non interessa quasi nessuno. I drammi che si consumano a bassa voce, frequenti ma poco visibili, non interessano i media. Perché quello che viene nascosto, dalla sfera familiare per esempio, è un argomento di inchiesta molto difficile. I giornalisti non hanno tempo e si precipitano su ciò che corre veloce’’</em>.</p>
<p>Ma come potremmo fare diversamente?, ribattono i giornalisti.</p>
<p>‘’<em>I media parlano di quello che accade, della rottura dell’ ordine normale delle cose’’</em> sostiene la storica Anne-Claude Ambroise-Rendu, specialista di criminologia e di storia dei media. ‘<em>’La banalità, da un punto di vista giornalistico non è interessante</em> – aggiunge Brigitte Vital-Durand, capo del servizio Informazioni generali di <em>Libération</em> fino al 2007 e autrice di <em>J’ai menti</em> [2] -. <em>Quello diventa il campo della sociologia. I giornalisti non sono che il riflesso di quello che che agita la società in un dato momento’’</em>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><br />
La ‘’cronaca’’</strong></p>
<p>Questo genere giornalistico ha i suoi codici. Le pagine di questa sezione (che in francese  di solito viene classificata come « <strong>fait divers</strong> », ndr) sono pieni di racconti di crimini e catastrofi. Questo modo di rappresentare la violenza sessuale influisce sulla maniera con cui la percepiamo.</p>
<p>‘<em>’Per invogliare a leggere queste pagine bisogna informare, divertire e far piangere la donna qualunque</em> – si lascia andare la giornalista Natacha Henry, autrice di ‘’<em>Les filles faciles n’existent pas</em> [2]’’-. <em>Bisogna creare dei personaggi: la ragazza facile, il barbaro, il giovane sensibile’’</em>. La storia diventa più leggibile ma anche più caricaturale. ‘<em>’Il problema della violenza</em> – secondo il cronista giudiziario Paul Lefèvre [3] – <em>è che si tratta di storie che fanno vendere. Mi ricordo dei colleghi della stampa scritta, a cui i capi dicevano: ‘per i dettagli ti lascio libero di scegliere, ma se puoi sapere la marca delle mutande…</em>’’</p>
<p>La confusione tra aggressione e sessualità può conferire al trattamento dello stupro un carattere erotico, con uno spostamento dal piano della realtà dell’ aggressione. ‘<em>’Qualche lettore si aspetta di trovare dei dettagli, non bisogna lasciarsi andare. Leggono quelle pagine dei giornali proprio per quello</em> – ammette  Brigitte Vital-Durand-. <em>Ma si può scrivere una buon articolo di cronaca se si punta solamente sull’ esigenza informativa. Le parole devono essere precise e ben ponderate, non essere macchinose o ammiccanti e bisogna evitare gli eufemismi’’</em>.  Ma si fa più pubblicità all’ aggressione piuttosto che alla sanzione contro l’ aggressore, deplorano le femministe. ‘<em>’Ci accusano di esserci soffermati troppo sulle ricostruzioni, ma è quanto è stato ricostruito durante il processo</em> – obbietta Paul Lefèvre -. <em>Sulla sentenza che volete che si dica più che ‘gli hanno dato 10 anni di reclusione’?’’.</em></p>
<p>Per scrivere l’ articolo il giornalista, di solito, non intervista né la vittima né l’ imputato. Racconta quello che succede al processo o quello che gli dicono la polizia, i carabinieri o la procura della repubblica. Il dibattimento è quindi  anche una sorta di gioco di comunicazione per gli avvocati, che possono servirsi della stampa per far passare questo o quel messaggio su un loro cliente. Il giornalista deve farsi una idea su un caso in qualche ora, per costruire un testo che verrà letto e consumato in qualche minuto. La polemica fa parte del gioco, secondo la storica  Anne-Claude Ambroise-Rendu : ‘<em>’Quello che finisce per prevalere è lo scandalo: per esempio il notabile rispettato di cui si scoprono con orrore le pratiche. Alla fine i giornalisti trattano gli stupri più come fatti sensazionali che come delle inchieste giudiziarie. E si finisce per indicare l’ aggressore come un pedofilo, per esempio, anche se è una nozione che non esiste assolutamente nel codice penale’’ </em>(francese, ndr)</p>
<p>E i miti si rafforzano. Perché sono pochi i violentatori che soffrono di una perversione come quella che viene sottintesa nel termine pedofilo.</p>
<p><strong>Far esistere mediaticamente la vittima è difficile</strong></p>
<p>Generalmente l’ aggressore è il centro dell’ articolo. ‘<em>’E’ vero ma è normale</em> – commenta Brigitte Vital-Durand-. <em>Il processo è all’ imputato. E’ lui che viene giudicato. Si disegna il suo ritratto, si ricostruisce il suo percorso. E questo non significa che gli si cerchino delle scusanti</em>’’.</p>
<p>Far esistere mediaticamente le vittime è complicato. Per molto tempo sono rimaste completamente invisibili.</p>
<p>‘<em>’Nella cronaca  giudiziaria, inizialmente,  non si parlava di violenza sessuale </em>– conferma Paul Lefèvre -. <em>Si pensava che la ragazza avesse già sofferto abbastanza e che parlarne avrebbe significato aggravare la situazione, in maniera indecente. Poi le associazioni ci hanno convinto del bisogno delle vittime di essere riconosciute pubblicamente’’</em>.</p>
<p>Molte di loro però ancora non lo vogliono. ‘<em>’Un buon numero di processi si svolgono a porte chiuse proprio su loro richiesta</em> – spiega Brigitte Vital-Durand <em>-. Lo capisco. Se non avessero questa possibilità il numero di denunce presentate sarebbe ancora inferiore. E’ un diritto che assicura protezione, ma complica il compito del giornalista e rende le vittime invisibili. Bisognerebbe immaginare un procedimento che mantenesse l’ anonimato delle vittime permettendo però ai giornalisti di parlare lo stesso di queste udienze attualmente inaccessibili</em>’’.  E’ difficile per i media tradurre in parole ed immagini quello che viene tenuto nascosto.</p>
<p><em>‘’Invece, la violenza coniugale interessa maggiormente i giornalisti </em>– osserva Natacha Henry -. <em>Perché implica storie di soldi, bambini, appartamenti, problemi amministrativi che hanno bisogno di un serio intervento sociale. Tutto ciò è visibile</em>’’ (…)</p>
<p>In televisione le immagini delle vittime sono rare. Come nel caso eccezionale del <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Affaire_d%27Outreau">caso d’ Outreau</a> &#8211; – una inchiesta su presunti abusi su minori che scosse la Francia. Ci si ricorda bene che 13 dei 17 imputati furono assolti, ma non si parla mai del fatto che 12 dei 15 bambini al centro della vicenda erano stati riconosciuti vittime di violenza sessuale. Nel suo lavoro su quell’ episodio &#8211; <em>Outreau, la vérité abusée</em> [4] -, la psicologa Marie-Christine Gryson-Dejehansart, perito al processo, analizza come i 12 bambini siano diventati dei fantasmi.</p>
<p><em>‘’E’ l’ effetto perverso dell’ assenza di immagini dei bambini. Sono stati evocati attraverso i loro giocattoli, dei piani fissi di qualche parco giochi deserto</em> – racconta -. <em>Lo spazio delle vittime è stato riempito dagli imputati con la loro sofferenza. Ma quella dei bambini non è mai stata mostrata visivamente. Nessun genitore che piange davanti alle telecamere, nessuna intervista agli assistenti sociali, nessuna ombra con cui popolare un immaginario che deve solo compatire e proteggere. I bambini sono diventati così degli esseri virtuali’’.</em></p>
<p>E’ una difficoltà mediatica complessa, legata soprattutto al trattamento televisivo dell’ informazione. Una difficoltà per cui non è stata trovata ancora nessuna risposta. E’ normale che alcune vittime non abbiano nessuna voglia di essere mediatizzate. Altre invece sono frustrate.</p>
<p>‘<em>’C’ è un risvolto malsano in questo banalizzare la violenza attraverso racconti orrorifici, in questo parlare dell’ aggressore come uno che ha del fascino</em> – protesta Fanny, una vittima -. Mentre l’ eroina è la sopravvissuta! Ne è uscita e ora ha il coraggio di venire al processo!’’ (…).</p>
<p>Parlare di quello che non si vede è problematico. Soprattutto quando sembra regnare la più grande confusione, nella testa di alcuni giornalisti, fra quello che appartiene alla vita privata e l’ informazione su un reato presunto o provato. ‘’ <em>Le grandi firme dei media francesi moltiplicano queste confusioni </em>– scrive la giornalista Isabelle Germain sul sito d’ Informazione ‘<em>’Les nouvelles news’</em>’, all’ inzio dell’ affare DSK -. <em>Infedeltà, orientamenti sessuali, frequentazioni di club per scambio di coppie, pratiche varie… Tutto questo riguarda solo i principali interessati e i media non dovrebbero impadronirsene. Se fra i protagonisti c’ è consenso, tutto questo riguarda la vita privata’’</em>.</p>
<p>Il 18 maggio 2011, Nicolas Demorand scrive su <em>Libération</em> : <em>‘</em>’Libération continuerà per principio a rispettare la vita privata degli uomini e delle donne politiche’’. Il <em> Canard Enchaîné</em> rincara: <em>‘’L’ informazione si ferma sempre davanti alla porta della camera da letto’’. ‘’Anche se dietro la porta si consumano delle violenze?’’</em>, si chiede la giornalista. Un reato non è un affare privato.</p>
<p>E’ su questa base di confusione fra aggressione e sessualità che per esempio  <em>Sud-Ouest</em> ha potuto titolare, in relazione alla vicenda DSK : ‘’L’ uomo che ama le donne smodatamente’’.</p>
<p><strong><br />
Dalla ‘cronaca’ ai ‘problemi sociali’</strong></p>
<p>E’ successo che lo stupro sia arrivato sulle pagine dedicate ai ‘’problemi sociali’’, ‘’idee e dibattiti’’ e ‘’la posta dei lettori’’ di quotidiani e magazine, oppure nelle trasmissioni di radio e tv nelle ore di grande ascolto.</p>
<p><em>‘’Quando svela un fenomeno nascosto per tanto tempo, la cronaca si trasforma in problema sociale </em>– spiega Anne-Claude Ambroise-Rendu -. <em>Cessa di essere una notizia qualunque, un avvenimento non classificabile, individuale e insignificante, e diventa un fenomeno sociale e collettivo’’</em>. Ma si possono contare sulle dita delle mani le volte in cui questa sfera si è radicata nell’ attualità, investendo in modo duraturo  altre sezioni del giornale rispetto a quelle dei ‘’faits divers’’, della cronacaccia. E’ accaduto in occasione del processo a un gruppo di stupratori seriali, alla fine degli anni Settanta; nel periodo della ridefinizione giuridica e penale della violenza sessuale (nel 1980) ; durante lo scandalo delle violenze a ripetizione da parte di gang giovanili (soprannominate dai media ‘’<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Samira_Bellil#The_phenomenon_of_the_tournantes">tournantes</a>’’); e, infine, nel contesto di violenze presunte o accertate commesse da celebrità:  Roman Polanski, Julian Assange e Dominique Strauss-Kahn. Osservare più da vicino questi moment-chiave può essere molto istruttivo.</p>
<p>Ma poi ci si accorge che nel momento stesso in cui il trattamento della violenza sessuale non si fa più sotto l’ angolazione della semplice cronaca e in cui si apre un dibattito, questo finisce a volte per rafforzare i nostri pregiudizi sulla questione.</p>
<p><strong>Fine anni ’70</strong>: capovolgimento nel trattamento mediatico della violenza sui bambini. <em>‘’Per la prima volta l’ abuso sessuale sui bambini viene esumato dalle pagine di cronaca ed entra in quelle dei dibattiti sociali’</em>’, segnala   Anne-Claude Ambroise-Rendu. Negli anni del dopo 68 la stampa alza il velo che era stato pudicamente steso sulla violenza ai minori e l’ incesto. Ma, paradossalmente, è ai difensori della ‘’pedofilia’’ che si deve la trasformazione del genere. Il primo dibattito nella società mediatica attorno alla violenza sessuale nasce infatti attorno a questa domanda: i bambini di meno di 15 anni hanno diritto a una sessualità? Alcuni giornali denunciano la violenza sui bambini, altri tentano di conferirle una sorta di ‘’dignità’’ iscrivendola in una rimessa in questione globale e radicale dell’ ordine sociale e morale.</p>
<p>‘<em>’Tutto comincia, potremmo dire, nel gennaio del 1979, con la rivelazione fatta dal settimanale Minute dell’ arresto a Saint-Ouen di un istruttore sportivo, Jacques Dugué</em> &#8211;  aggiunge la storica -. <em>Convinceva i bambini a prostituirsi e aveva organizzato un traffico di fotografie dei suoi giochi sessuali. In alcuni giornali, fra cui Libération e Le Monde, si assiste all’ emergere di un personaggio inedito, lontano dal mostro di sempre. Un uomo che ama i rapporti sessuali con i bambini ma denuncia qualsiasi tipo di violenza e si definisce lui stesso come un pedofilo’’</em></p>
<p>Il 21 gennaio 1979, una lettera scritta da Jacques Dugué dalla prigione viene pubblicata da <em>Libération</em>. ‘<em>’Un bambino che ama un adulto sa molto bene che non può ancora donare qualcosa, e quindi capisce e accetta molto bene di ricevere (…) questo fu il comportamento nei miei con fronti dei ragazzi che ho sodomizzato’’, afferma l’ uomo che il quotidiano loda per la ‘’sua franchezza in merito alla sodomia’’.</em></p>
<p>‘<em>’Lo stupro infantile diventa così, allo stesso titolo dell’ amore libero, delle coppie informali, dell’ omosessualità e della zoofilia, una manifestazione di un diritto alla differenza che costituisce una nuova forma di rivendicazione allo stesso tempo culturale e politica’’</em>, continua la storica. Però, non si dà la parola ai minori, si parla a loro nome. Ecco quindi in quale contesto si gioca questo primo dibattito mediatico sulle aggressioni sessuali: pro o contro la violenza sui minori?</p>
<p><strong>Un altro episodio pilota</strong>: lo scandalo degli stupri collettivi dei ‘’tournantes’’. Tra il 2001 e il 2003 il tema invade brutalmente i media. Al pari di altre manifestazioni della presunta ‘’insicurezza’’ che domina in quel periodo tutti i dibattiti, questi comportamenti vengono presentati come un fenomeno nuovo, in piena espansione. Ancora una volta le violenze sessuali escono dalle pagine di cronaca. Ma…<em>’’ il trattamento dei violentatori dei ‘tournantes’ nel dibattito pubblico ha imputato questo fenomeno alla supposta barbarie di giovani provenienti dagli ambienti degli immigrati’’</em>, osserva il sociologo Laurent Mucchielli. Lo stupratore è l’ altro. L’ Arabo che sta dall’ altra parte della Periferica (il raccordo parigino, ndr). Nella sua opera ‘’<em>Le scandale des « tournantes », dérives médiatiques, contre-enquête sociologique’’</em> [5], il docente smonta le affermazioni mediatiche di allora: ‘<em>’Queste pratiche non sono una novità. Delle osservazioni analoghe sono state fatte nei quartieri popolari negli anni ’60</em> – spiega -. <em>I violentatori erano uomini bianchi. E niente d’ altronde indica che ci sia stato un aumento di questi crimini. La sola statistica disponibile, quella giudiziaria, indica una stabilità globale negli ultimi venti anni’’.</em></p>
<p>Questo incendio mediatico nel pieno di una campagna elettorale concentrata sul tema dell’ insicurezza, delle violenze urbane, della paura dell’ Islam e delle violenze nei confronti delle donne. ‘<em>’Il discorso mediatico finisce per de-colpevolizzare le misure repressive che saranno prese al posto del riesame delle cause reali di queste violenze’’</em>.</p>
<p>Laurent Mucchielli mostra come le notizie di agenzia abbiano segnalato per anni i processi per stupri collettivi. Ma, prima del 2001, queste notizie non suscitano l’ interesse della stampa. Non producono senso: sono dei fatti di ‘’cronaca’’. ‘<em>’Al contrario, a partire da allora, i giornalisti cominciano a precipitarsi nei tribunali per ‘coprire’ i processi per stupri di gruppo. Ormai si tratta di vicende di rilievo sociale, diventano cioè simbolo di qualcosa di più generale: il ‘male delle periferie’, la ‘crisi dell’ integrazione’, la gioventù ‘sempre più violenta’, ‘che non ha più nessun valore’ ‘’.</em></p>
<p><strong>Ultimamente l’ interesse mediatico per le aggressioni sessuali </strong>si è cristallizzato attorno alle vicende Roman Polanski, Julian Assange, Georges Tron (il ministro francese coinvolto in uno scandalo sessuale, ndr)  e Dominique Strauss-Kahn. (…)</p>
<p>Parlare della violenza sessuale attraverso delle vicende che coinvolgono i potenti comporta un doppio effetto. Uno negativo: una mediatizzazione di tipo sensazionalista, una rincorsa alle informazioni ‘’people’’, che impediscono di porsi i veri interrogativi.</p>
<p>Un altro positivo (…). Clémentine Autain descrive nel maggio 2011, su <em>Libération</em>, il gelo che ha colto il pubblico e i giornalisti all’ annuncio delle accuse contro Dominique Strauss-Kahn. ‘<em>’Nessuno, a parte i due protagonisti, sanno quello che è realmente accaduto nella suite del Sofitel newyorkese</em> – commenta -. <em>Ma il modo con cui l’ avvenimento è stato recepito racconta qualcosa di profondo sulle nostre rappresentazioni. Dopo la rivelazione, la Francia era in stato di chock. Quello che non si riesce a capire è come un uomo di potere così elevato abbia potuto violentare una cameriera d’ albergo</em>’’.</p>
<p>Questa incredulità esibita da un gran numero di editorialisti non meraviglia affatto i sociologi, i quali spiegano come i giornalisti non abbiano mai introiettato il fatto che la violenza sessuale abita anche negli ambienti sociali più elevati. Abituati a trattarli come fatti da tribunale, in cui vengono condannati (…) una maggioranza di poveri.</p>
<p>‘<em>’Il mondo politico e mediatico parigino è compost da persone che vengono dalle classi superiori, che capiscono solo quello che li disturba</em> – osserva Laurent Mucchielli -. <em>Spesso, quando parlano di violenza sessuale, l’ élite dirigente denuncia a gran voce la depravazione dei costumi delle classi povere. Tutto questo per non vedere quello che accade nelle loro strade’’.</em></p>
<p>Per  Natacha Henry, l’ affaire DSK potrebbe però cambiare il quadro. <em>‘’La vicenda ha permesso di mettere in mostra il cattivo gusto di alcuni intellettuali francesi totalmente sessisti, a cui i media danno largamente la parola. E, in modo nuovo, la gente è stata d’ accordo con le femministe nel dire che non se ne può più di questi discorsi!’’.</em></p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>[<a title="Notes 1" href="http://www.acrimed.org/article3717.html#nh1">1</a>] Audrey Guiller e Nolwenn Weiler, <em>Le viol, un crime presque ordinaire</em>, Le Cherche-midi, collezione « Documents », Paris, octobre 2011, 208 pages, 14,90 euros.</p>
<p>[2] Éditions Michalon, 2008.</p>
<p>[3] Soprattutto per la trasmissione « Enquêtes criminelles », diffusa su W9.</p>
<p>[4] Hugo &amp; Cie, 2011.</p>
<p>[5] La Découverte, 2005.</p>
<p>&#8212;&#8212;-</p>
<p>(La traduzione è stata effettuata sul testo pubblicato da <a href="http://www.acrimed.org/article3717.html">Acrimed</a>)</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Open data: i documenti sull&#8217; ambiente sono già &#8216;aperti&#8217;, basta chiederli</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/open-data-i-documenti-sull-ambiente-sono-gia-aperti-basta-chiederli/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 20:57:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Alluvione.jpg"></a>Lsdi e Fnsi hanno messo a punto un modello di domanda che i giornalisti devono utilizzare per chiedere alle amministrazioni e alle aziende pubbliche copie dei documenti relativi a vicende e problemi di carattere ambientale, che devono essere consegnati per legge, senza alcuna discrezionalità &#8211; Lo prevede la Convenzione di Aahrus del 1998, a cui l&#8217; Italia ha aderito, che impone alle amministrazioni pubbliche di produrre i documenti relativi a questioni ambientali a qualsiasi cittadino che ne faccia richiesta &#8211; Un dossier in occasione della Conferenza nazionale dei Comitati di redazione </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;- </p>
<p style="text-align: left;">Con la consulenza di un esperto di diritto pubblico, Lsdi e Fnsi hanno messo a punto un modello di domanda che i giornalisti possono utilizzare per chiedere alle amministrazioni e alle aziende pubbliche copie dei documenti relativi a vicende e problemi di carattere ambientale &#8211; per indagare, ad esempio, sulle concause dei disastri che ciclicamente si abbattono sul nostro paese. Dati che aziende ed enti pubblici sono tenuti a consegnare per legge, senza alcuna discrezionalità.</p>
<p style="text-align: left;">In Italia infatti opera dal 1998 la Convenzione di Aahrus, che impone alle amministrazioni pubbliche di produrre i documenti relativi a questioni di carattere ambientale a qualsiasi cittadino che ne faccia richiesta.</p>
<p>Fino al 1998 invece un cittadino poteva ottenere dalla pubblica amministrazione della documentazione solo se riusciva a dimostrare di avere]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Alluvione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10114" title="Alluvione" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Alluvione-300x201.jpg" alt="Alluvione" width="300" height="201" /></a>Lsdi e Fnsi hanno messo a punto un modello di domanda che i giornalisti devono utilizzare per chiedere alle amministrazioni e alle aziende pubbliche copie dei documenti relativi a vicende e problemi di carattere ambientale, che devono essere consegnati per legge, senza alcuna discrezionalità &#8211; Lo prevede la Convenzione di Aahrus del 1998, a cui l&#8217; Italia ha aderito, che</em> <em>impone alle amministrazioni pubbliche di produrre i documenti relativi a questioni ambientali a qualsiasi cittadino che ne faccia richiesta &#8211; Un dossier in occasione della Conferenza nazionale dei Comitati di redazione </em></p>
<p><em>&#8212;&#8212;&#8212;- </em></p>
<p style="text-align: left;">Con la consulenza di un esperto di diritto pubblico, Lsdi e Fnsi hanno messo a punto un modello di domanda che i giornalisti possono utilizzare per chiedere alle amministrazioni e alle aziende pubbliche copie dei documenti relativi a vicende e problemi di carattere ambientale &#8211; per indagare, ad esempio, sulle concause dei disastri che ciclicamente si abbattono sul nostro paese. Dati che aziende ed enti pubblici sono tenuti a consegnare per legge, senza alcuna discrezionalità.</p>
<p style="text-align: left;">In Italia infatti opera dal 1998 la Convenzione di Aahrus, che <em>impone alle amministrazioni pubbliche di produrre i documenti relativi a questioni di carattere ambientale a qualsiasi cittadino che ne faccia richiesta.</em></p>
<p>Fino al 1998 invece un cittadino poteva ottenere dalla pubblica amministrazione della documentazione solo se riusciva a dimostrare di avere <em>“un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l’accesso”.</em></p>
<p>Dopo il seminario sul Data journalism e il movimento Open data (tenuto il 27 ottobre scorso presso la Federazione della stampa per presentare un ebook sull’ argomento), Lsdi e Fnsi hanno realizzato un breve Dossier che viene diffuso in occasione dell’ Assemblea dei Comitati di redazione in programma il 16 ottobre, a cui la Fnsi e Lsdi chiedono di darne la massima diffusione nelle redazioni per informare i giornalisti delle opportunità offerte dalla Convenzione di Aahrus.</p>
<p><span id="more-10113"></span>L’  utilizzo di un simile strumento può aprire infatti scenari di assoluto interesse per il giornalismo italiano consentendo che, in un campo così delicato come quello ambientale, l’ informazione non si esaurisca nella cronaca (o nella ‘’tv del dolore’’) ma riesca a individuare le <strong>cause profonde</strong> degli avvenimenti e le misure da prendere, permettendo anche il monitoraggio degli interventi di ricostruzione e ripristino della normalità.</p>
<p>Il dossier comprende, oltre al modello di domanda da inoltrare alle amministrazioni e alle aziende pubbliche, un’ analisi ragionata della Convenzione e una sintesi di una tesi sperimentale di una studentessa calabrese che, per la prima volta in Italia, si è richiamata a quello strumento per ottenere la documentazione su una discarica di rifiuti nella zona di Rossano Calabro e che è riuscita, con un po’ di fatica, a rompere la cortina di opacità dietro cui si nasconde spesso la pubblica amministrazione nel nostro paese.</p>
<p>Nel Dossier vengono infine indicati una serie di strumenti per estrarre dati e interrogare i database.</p>
<p>Il materiale è a disposizione anche delle Associazioni regionali di stampa e degli Ordini dei giornalisti affinché se ne possa dare la più ampia diffusione.</p>
<p><a style="font-size: 15px; font-weight: bold;" href="http://www.lsdi.it/wp-content/Aahrus-finale1.doc"><strong>Il dossier è qui</strong></a></p>
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		<title>Giornalismo, una professione sempre più frammentata</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 06:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-professione-aggiornamento-attivi-globale.GIF"></a></p>
<p>Continuano ad aumentare gli iscritti all’ Ordine, cresce (ma si impoverisce ulteriormente) il lavoro autonomo, cala il lavoro subordinato e sparisce il turnover nelle redazioni mentre gli ‘’attivi’’ continuano ad invecchiare – E’ la fisionomia della professione che emerge dall’ aggiornamento, con i dati del 2010, della Ricerca sulla professione realizzata l’ anno scorso da Lsdi – L&#8217; analisi, che qui pubblichiamo, verrà presentata domani a Roma, nella sede della Fnsi, in occasione di &#8216;<strong>&#8216;Stand up for journalism&#8221;</strong>, la campagna della Federazione europea dei giornalisti  dedicata quest&#8217; anno al problema del precariato &#8211; 50.000 giornalisti non hanno alcuna posizione all’ Inpgi – Fra i 25.000 autonomi e parasubordinati la percentuale di chi denuncia redditi inferiori al 5.000 euro lordi all’ anno è cresciuta dal 55,3 al 62% &#8211;  Nel campo del lavoro subordinato i rapporti che producevano i redditi più bassi, quelli inferiori ai 30.000 euro lordi annui, sono diminuiti dal 35,4% del 2009 al 33,4% del 2010, ma i dati della Casagit sull’ ammontare del contributo medio (dai 3.118 euro del 2006 ai 2.978 euro annui del 2010) denunciano una costante diminuzione del reddito dei contrattualizzati – Se fossimo in Francia solo 1 giornalista su 3 otterrebbe la Carte de presse, la tessera di giornalista</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;- </p>
<p>di Pino Rea</p>
<p>- Calo sensibile del lavoro subordinato (meno 3,85% dei rapporti di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-professione-aggiornamento-attivi-globale.GIF"><img class="alignleft size-full wp-image-9959" title="Lsdi-professione-aggiornamento-attivi-globale" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-professione-aggiornamento-attivi-globale.GIF" alt="Lsdi-professione-aggiornamento-attivi-globale" width="500" /></a></p>
<p><em>Continuano ad aumentare gli iscritti all’ Ordine, cresce (ma si impoverisce ulteriormente) il lavoro autonomo, cala il lavoro subordinato e sparisce il turnover nelle redazioni mentre gli ‘’attivi’’ continuano ad invecchiare – E’ la fisionomia della professione che emerge dall’ aggiornamento, con i dati del 2010, della Ricerca sulla professione realizzata l’ anno scorso da Lsdi – L&#8217; analisi, che qui pubblichiamo, verrà presentata domani a Roma, nella sede della Fnsi, in occasione di &#8216;<strong>&#8216;Stand up for journalism&#8221;</strong>, la campagna della Federazione europea dei giornalisti  dedicata quest&#8217; anno al problema del precariato &#8211; 50.000 giornalisti non hanno alcuna posizione all’ Inpgi – Fra i 25.000 autonomi e parasubordinati la percentuale di chi denuncia redditi inferiori al 5.000 euro lordi all’ anno è cresciuta dal 55,3 al 62% &#8211;  Nel campo del lavoro subordinato i rapporti che producevano i redditi più bassi, quelli inferiori ai 30.000 euro lordi annui, sono diminuiti dal 35,4% del 2009 al 33,4% del 2010, ma i dati della Casagit sull’ ammontare del contributo medio (dai 3.118 euro del 2006 ai 2.978 euro annui del 2010) denunciano una costante diminuzione del reddito dei contrattualizzati – Se fossimo in Francia solo 1 giornalista su 3 otterrebbe la Carte de presse, la tessera di giornalista</em></p>
<p><em>&#8212;&#8212;&#8212;- </em></p>
<p>di<em> Pino Rea</em></p>
<p>- Calo sensibile del lavoro subordinato (meno 3,85% dei rapporti di lavoro);<br />
- blocco del turn over (meno 31% delle posizioni dei praticanti);<br />
- forte crescita (+7,7%)  ma ulteriore impoverimento del lavoro autonomo;<br />
-  progressivo  invecchiamento della professione;<br />
- aumento costante degli iscritti all’ Ordine dei giornalisti, che nel 2010 hanno superato il tetto dei 110.000 ‘’tesserati’’, più della metà dei quali continuano ad essere del tutto ‘’invisibili’’, non possedendo alcuna posizione contributiva all’ Inpgi.</p>
<p>Sono alcuni dei tratti più rilevanti della fisionomia della professione giornalistica in Italia che emerge da un aggiornamento della Ricerca effettuata da Lsdi l’ anno scorso – <a href="http://www.lsdi.it/ebook/giornalismo-il-lato-emerso-della-professione/">‘<strong><em>’Giornalismo,il lato emerso della professione</em></strong></a> &#8211; sulla base dei nuovi dati, relativi al 2010, messi a disposizione dall’ Inpgi, e dal loro incrocio con quelli forniti da Fnsi, Ordine e Casagit.</p>
<p><span id="more-9958"></span>I dati confermano le tendenze già rilevate l’ anno scorso e mostrano, in particolare, un  accentuarsi della frattura fra lavoro subordinato e lavoro autonomo, all’ interno del quale solo il 26% degli iscritti hanno un reddito annuo lordo superiore ai 10.000 euro lordi all’ anno.</p>
<p>In percentuale anzi il segmento di lavoro autonomo o parasubordinato con introiti ‘’medi’’ rispetto alla scala dei redditi del settore si è leggermente ristretta, visto che nel 2000 era pari al 28,1%.</p>
<p>Se si sale nella scala dei redditi, nel campo del lavoro autonomo solo 1 giornalista su 10 denuncia un reddito superiore ai 25.000 euro (10,4%), mentre fra i dipendenti a tempo indeterminato quelli che hanno un reddito superiore al 30.000 euro lordi sono il 66,6%, oltre  6 giornalisti su 10.</p>
<p><strong>Si tratta di un divario</strong> che – come dicevamo l’ anno scorso – ‘’il passare degli anni non riesce a colmare e che rappresenta probabilmente il problema più complesso che il sindacato dei giornalisti e lo stesso ente di previdenza, l’ Inpgi, si  trova ad affrontare’’.</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>L&#8217; aggiornamento è disponibile in formato word:</p>
<p><strong><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-Professione-aggiornamento2010.docx"></a><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-Professione-aggiornamento2010.doc">Lsdi-Professione-aggiornamento</a></strong></p>
<p>e in formato pdf:</p>
<p>-<strong> <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi_professione_1.pdf">Il testo</a></strong></p>
<p>- <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi_professione_tabelle.pdf"><strong>Le tabelle</strong></a></p>
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		<title>Giornalisti in Francia, meno numerosi, più ‘’vecchi’’ e più precari</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/giornalisti-in-francia-meno-numerosi-piu-%e2%80%98%e2%80%99vecchi%e2%80%99%e2%80%99-e-piu-precari/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 05:01:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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		<category><![CDATA[numerosi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-copertina.GIF"></a></p>
<p>Per la prima volta diminuisce in Francia il numero di giornalisti professionali, passati da 37.904 del 2009 a 37.415 – Il settore digitale conta il 2,9%, e l’ accesso alla professione (le nuove domande di Carte de presse, il documento che sancisce lo status di giornalista professionale) attraverso l’ online  è balzato dal 3,9% del 2009 al 10,5% del 2010 – Cresce l’ età media, aumenta la presenza femminile e si allarga la ‘’precarizzazione’’ (in un triennio raddoppiano i contratti a tempo determinato, mentre il numero dei ‘’pigistes’’ calano lievemente dopo essere cresciuti del 10,5% in nove anni) – Mentre sul piano del reddito i giornalisti a tempo determinato e i freelance guadagnano rispettivamente il 67,3% e il 60,4% dei colleghi a tempo indeterminato – Una ricerca dell’ <strong>Observatoire des métiers de presse</strong></p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Per la prima volta dopo 10 anni, nel 2010 il numero di giornalisti professionali in Francia è calato mentre la professione Oltralpe conosce un invecchiamento dei propri effettivi e una crescente precarizzazione.</p>
<p>E’ il quadro delineato da <a href="http://www.metiers-presse.org/pdf/1312464396.pdf">uno Studio</a> condotto dall’ <a href="http://www.metiers-presse.org/">Observatoire des métiers de la presse</a>, sulla base dei dati forniti dalla <a href="http://www.ccijp.net/">Commission de la Carte d’Identité des Journalistes Professionnels</a><strong> </strong>(CCIJP)<strong>, </strong> un organismo pubblico che sancisce ufficialmente lo <strong>stato professionale di giornalista</strong> concedendo la relativa Carte de presse, il tesserino professionale, ai giornalisti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-copertina.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-9946" title="Francia-copertina" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-copertina-212x300.GIF" alt="Francia-copertina" width="212" height="300" /></a></p>
<p><em>Per la prima volta diminuisce in Francia il numero di giornalisti professionali, passati da 37.904 del 2009 a 37.415 – Il settore digitale conta il 2,9%, e l’ accesso alla professione (le nuove domande di Carte de presse, il documento che sancisce lo status di giornalista professionale) attraverso l’ online  è balzato dal 3,9% del 2009 al 10,5% del 2010 – Cresce l’ età media, aumenta la presenza femminile e si allarga la ‘’precarizzazione’’ (in un triennio raddoppiano i contratti a tempo determinato, mentre il numero dei ‘’pigistes’’ calano lievemente dopo essere cresciuti del 10,5% in nove anni) – Mentre sul piano del reddito i giornalisti a tempo determinato e i freelance guadagnano rispettivamente il 67,3% e il 60,4% dei colleghi a tempo indeterminato – Una ricerca dell’ <strong>Observatoire des métiers de presse</strong></em></p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Per la prima volta dopo 10 anni, nel 2010 il numero di giornalisti professionali in Francia è calato mentre la professione Oltralpe conosce un invecchiamento dei propri effettivi e una crescente precarizzazione.</p>
<p>E’ il quadro delineato da <a href="http://www.metiers-presse.org/pdf/1312464396.pdf">uno Studio</a> condotto dall’ <a href="http://www.metiers-presse.org/">Observatoire des métiers de la presse</a>, sulla base dei dati forniti dalla <a href="http://www.ccijp.net/">Commission de la Carte d’Identité des Journalistes Professionnels</a><strong> </strong>(CCIJP)<strong>, </strong> un organismo pubblico che sancisce ufficialmente lo <strong>stato professionale di giornalista</strong> concedendo la relativa <em>Carte de presse</em>, il tesserino professionale, ai giornalisti che vivono unicamente o prevalentemente di giornalismo.</p>
<p align="center"><strong>I dati</strong></p>
<p>Dopo una progressione costante del loro numero a partire dal 2000 (quando erano 33.314), alla fine del 2010 i giornalisti in Francia erano 37.415, cioè l’ 1,31% in meno del 2009 (37.904).</p>
<p><span id="more-9945"></span></p>
<p><strong>I contratti – </strong>Nella tabella qui sotto l’ andamento dei contratti a tempo indeterminato (CDI) e di quelli a tempo determinato (CDD) e di ‘pige’ (collaborazione esterna). Negli ultimi tre anni i primi passano da 29.268  a 28.059, mentre i secondi crescono da 6.837 a 7.495.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-tabella0.GIF"><img class="alignleft size-full wp-image-9948" title="Francia-tabella0" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-tabella0.GIF" alt="Francia-tabella0" width="494" height="305" /></a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il reddito – </strong>Nella tabella qui sotto i salari mensili lordi medi e mediani nelle tre categorie contrattuali.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-tabella2.GIF"><img class="alignleft size-full wp-image-9949" title="Francia-tabella2" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-tabella2.GIF" alt="Francia-tabella2" width="496" height="214" /></a></p>
<p>Come si vede i giornalisti con contratti a tempo determinato guadagnano in media il 67,3% di quelli a tempo indeterminato e i ‘pigistes’ ricevono un salario pari al 60,4% di quelli con CDI.</p>
<p><strong>Carta e altro</strong> &#8211; Il 58,4% lavorano nei giornali tradizionali,  l’ 8,6% nelle agenzie, l’ 11,8% per la televisioni. La radio ne impiega il 6,7% e il settore digitale il 2,9%.</p>
<p>Se l’ ingresso nella professione continua ad essere dominato dal settore cartaceo (46,7%), la proporzione di nuovi giornalisti che entrano nella professione via internet è fortemente cresciuto, passando dal 3,9% del 2009 al 10,5% del 2010. Una percentuale destinata a salire ancora – osserva <a href="http://actu.voila.fr/actualites/medias/2011/08/11/les-journalistes-en-france-plus-vieux-moins-nombreux-et-plus-precaires_107393.html">ActuVoila.fr</a> – perché la rilevazione non tiene conto di tutti quei giovani giornalisti che non hanno, o non hanno ancora la <strong>Carte de presse, </strong>il tesserino ufficiale.</p>
<p><strong>Età</strong> &#8211; Per quanto riguarda l’ età media, essa è lievemente cresciuta, attestandosi ai 42,3 anni contro i 42,2 del 2009, mentre era di 40,5 anni nel 2000.</p>
<p>Il grosso dei giornalisti si situa nella fasci d’ età 45-59 anni, che raccoglie il 34,6% della professione. Quelli con meno di 26 anni sono il 4,6% e quelli oltre i 60 anni sono il 5,5%. Fascia, quest’ ultima, in progressione continua, indicando che si va in pensione sempre più tardi.</p>
<p><strong>Precarietà &#8211; </strong>Come in altri settori professionali, la precarietà è in aumento visto che in due anni è più che raddoppiato il numero dei Contratti a tempo determinato (CDD), passando da 628 del 2008 ai 1399 del 2010. Il numero di ‘’<em>pigistes</em>’’ (freelance, giornalisti con contratti di collaborazione esterna) è passato da 5.711 nel 2001 a 6.311 nel 2009, ma scendendo a 6.096 l’ anno scorso (meno 3,5%).</p>
<p><strong>Crescono le donne</strong> &#8211; Per quanto riguarda il genere, lo studio mostra l’ aumento della presenza femminile: le donne rappresentano il 44,9% del totale, con un aumento del 5% rispetto al 2000, quando rappresentavano il 39,9% della professione ufficiale.</p>
<p>La tendenza si accentua: se si guarda per fasce d’ età, le giornaliste sono già diventate maggioritarie, col 53%, nella fascia 26-34 anni, e più ancora nel segmento di meno di 26 anni dove le donne costituiscono il 57% del totale.</p>
<p><strong>Le scuole</strong> &#8211; Anche in Francia, nonostante i dati poco incoraggianti di un settore in piena crisi economica, la stampa continua a suscitare continue vocazioni. ‘’Paradossalmente, le scuole riconosciute vedono un record storico di candidati’’, sottolineano gli autori dello studio, precisando che il solo Centro di Formazione giornalistica di Parigi ha registrato una crescita del 13% del numero dei candidati, con 949 domande nel 2010.</p>
<p align="center"><strong>Una professione malata?</strong></p>
<p>Un calo preoccupante? Si chiedeva su <a href="http://www.themediatrend.com/wordpress/?p=5009">MediaTrend</a> Marc Mentré, giornalista dal 1974 e responsabile della sezione Giornalismo dell’ <em>École des métiers de l’information </em><a href="http://www.emi-cfd.com/" target="_blank"><em>(EMI-CFD</em></a> ), ricordando come già due anni fa, in occasione del precedente Rapporto, avesse parlato di ‘<a href="http://www.themediatrend.com/wordpress/?p=2120">’professione malata’’</a>.</p>
<p>In primo luogo, sostiene Mentré, guardando a un periodo ampio – dal 1975 al 2010 – la professione, come mostra il grafico qui sotto, ha creato un gran numero di posti di lavoro:</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-tabella3.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-9950" title="Francia-tabella3" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-tabella3-300x233.GIF" alt="Francia-tabella3" width="300" height="233" /></a></p>
<p>Secondo punto: se si esamina la tendenza, su un periodo più breve – un decennio – il giornalismo resta una professione in crescita, ma si tratta di una crescita debole. In rapporto al 2000, la Francia conta solo 4.000 giornalisti in più. Non è un brutto risultato se si pensa che nel 2000 la Commissione delle Carte de presse contava 33.314 giornalisti, che nel 2010 erano diventati 37.415.</p>
<p>Ma all’ interno di questo periodo bisogna distinguere tre fasi (come si può vedere dal grafico qui sotto, ‘’<em>modificato per far emergere meglio i dati’’, </em>spiega Mentré):</p>
<ul>
<li><strong>2000-2002,</strong> crescita continua e sostanziosa, con circa 1.000 giornalisti in più all’      anno.</li>
<li><strong>2003-2007,</strong> fase di ‘’rallentamento’’, in cui l’ aumento annuale si dimezza rispetto      alla fase precedente.</li>
<li><strong>2008-2010,</strong> che si può chiamare periodo di ‘’crisi’’, in cui il numero di giornalisti      non aumenta o, come nel 2010, diminuisce.</li>
</ul>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-tabella4.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-9951" title="Francia-tabella4" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-tabella4-300x255.GIF" alt="Francia-tabella4" width="300" height="255" /></a></p>
<p>Ma, chiede Mentré, perché diminuisce? Uno dei motivi può essere il fatto che il numero dei <strong>nuovi ingressi</strong> nella professione diminuisce, come mostra il grafico qui sotto con i dati sul numero delle concessioni delle Carte per la prima volta. A parte un lieve sussulto nel 2006-2007, la curva è senza equivoci: col passare degli anni il numero delle nuove domande di Carta diminuisce costantemente.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-tabella5.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-9953" title="Francia-tabella5" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-tabella5-300x222.GIF" alt="Francia-tabella5" width="300" height="222" /></a></p>
<p>A questo punto si pongono altre due questioni: i media creano ancora dei posti di lavoro? La professione attira ancora i giovani?</p>
<p>Rispetto alla prima domanda, ci sono due elementi:</p>
<p>1)      In Francia la ‘’carta’’ resta il primo settore di impiego per i giornalisti, ma la proporzione è in costante diminuzione. Nel 1990 registrava il 75% degli addetti, nel 2010 la percentuale scende al 68%. Parallelamente l’ audiovisivo, un altro grande settore di attività -  ha creato certamente dei posti di lavoro, ma non sufficienti per coprire l’ andamento negativo della carta. La radio, per esempio, ha creato 489 posti di lavoro, ma il dato è relativo all’ intero arco del periodo esaminato, cioè dal 2000 al 2010, e su una quantità poco significativa visto che si è passati da 2.376 giornalisti nel 2000 a 2.865 nel 2010. Anno in cui la carta impiegava un numero di giornalisti 10 volte maggiore: 25.461.</p>
<p>2)      Un’ altra statistica sembra essere ancora più rivelatrice: si tratta della percentuale dei giornalisti che hanno ricevuto la Carta per la prima volta/per tipo di piattaforma. I dati mostrano il ‘’crollo’’ della carta, che assume sempre meno giovani, pur essendo il principale datore di lavoro in Francia.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-tabella6.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-9954" title="Francia-tabella6" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-tabella6-300x188.GIF" alt="Francia-tabella6" width="300" height="188" /></a></p>
<p>La debolezza dell’ offerta si rivela anche attraverso  un’ altra fonte statistica, quella relativa all’ aumento dei contratti di lavoro a tempo determinato (CDD). Mentre il numero dei freelance (<em>pigistes)</em> è più o meno stabile, sui 6.000 giornalisti, nell’ arco di un decennio, il numero dei CDD ha conosciuto una esplosione dopo il 2008, rafforzando la precarietà all’ ingresso della professione.</p>
<p>Perché, precisano gli autori del rapporto,</p>
<p style="margin-left: 35.4pt;"><em> </em></p>
<p style="margin-left: 35.4pt;"><em>Il tempo determinato e le collaborazioni autonome rappresentano più del 60% dei contratti proposti ai giornalisti professionali ufficiali con  meno di 26 anni, una percentuale in aumento del 10% rispetto all’ anno precedente (quando erano il 49,7% di quella classe d’ età). </em></p>
<p style="margin-left: 35.4pt;"><em>Questa proporzione resta elevata anche per la classe d’ età 26-34 anni, dal momento che i contratti di questo tipo interessano quasi il 30% dei professionali (27,2% nel 2009). </em></p>
<p>Per completezza bisogna aggiungere – è il corollario – che i contratti a tempo indeterminato (CDI) sono precipitati per i giovani di meno di 26 anni, fascia in cui ora rappresentano attorno del 39,9% dei contratti, contro il 59,8% del 2008!</p>
<p>Per i giovani della fascia d’ età 26-34 anni le cose vanno un po’ meglio perché per loro, nel 2010, il 70,7% dei contratti  di lavoro sono a tempo indeterminato (CDI). Un dato che comunque è anche in regressione, visto che nel 2008 la percentuale era del 75,1%.</p>
<p>Per completare l’ opera di scoraggiamento dei giovani che desiderano fare questo lavoro, resta la questione dei redditi. Qui sotto un grafico che fa la comparazione dei salari fra assunti a tempo indeterminato (CDI) e precari, tenendo conto naturalmente che questi ultimi (freelance e CDD) sono in generale più giovani dei colleghi a tempo indeterminato (CDI).</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-tabella7.GIF"><img class="aligncenter size-full wp-image-9955" title="Francia-tabella7" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Francia-tabella7.GIF" alt="Francia-tabella7" width="428" height="350" /></a>Documentazione utile:</p>
<ul>
<li>Il      Rapporto dell’ <em>Observatoire des métiers de la      presse</em> <a href="http://www.metiers-presse.org/pdf/1312464396.pdf" target="_blank">è      consultabile qui </a> (in Pdf), e <a href="http://www.metiers-presse.org/" target="_blank">questo è il sito</a> di questo organismo.</li>
<li>Il <a href="http://www.ccijp.net/" target="_blank"> sito della CCIJP</a>, la Commissione che      rilascia la carte de presse.</li>
</ul>
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		<title>Raccontare storie altrimenti non raccontabili,  la grande sfida del Data journalism</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 09:37:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalisti digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-Fama-Opendata-ultimo.pdf"></a></p>
<p>Il processo di digitalizzazione ha generato una immensa quantità di materiale da scoprire, analizzare, confrontare e processare: esso richiede nuove, complesse competenze professionali ma pone concretamente nuovi piani di interazione fra giornalismo e interessi di cittadinanza, attraverso il movimento per l’ Open Data e la trasparenza degli atti della pubblica amministrazione – L’ aspetto giornalistico e quello civico si intrecciano ripetutamente nella ricostruzione fatta da ‘’<strong>Open Data – Data Journalism: trasparenza e informazione al servizio delle società nell’era digitale’’, di Andrea Fama,</strong> il secondo volume della collana  “e-book di giornalismo”, curata da Lsdi insieme al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia e a Simplicissimus, che sarà presentato il 27 ottobre a Roma nella sede della Fnsi e che qui pubblichiamo – Una nuova razza di giornalisti del futuro in grado di leggere anche nei territori della Rete apparentemente irraggiungibili e di cogliere le opportunità di collaborazione con quelle realtà già esistenti in possesso dei saperi  tecnici necessari per sviluppare progetti giornalistici di ampia portata – La situazione e le opportunità in Italia – Mentre le redazioni devono attrezzarsi a questi compiti, le associazioni che si battono per la trasparenza devono rilanciare un movimento maturo, in grado di condizionare il dibattito pubblico e di spingere il parlamento ad adottare nuove norme, sulla scia dei Freedom of Information Act che]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-Fama-Opendata-ultimo.pdf"><img class="alignleft size-medium wp-image-9837" title="ebook" src="http://www.lsdi.it/wp-content/ebook1-221x300.GIF" alt="ebook" width="221" height="300" /></a></p>
<p><em>Il processo di digitalizzazione ha generato una immensa quantità di materiale da scoprire, analizzare, confrontare e processare: esso richiede nuove, complesse competenze professionali ma pone concretamente nuovi piani di interazione fra giornalismo e interessi di cittadinanza, attraverso il movimento per l’ Open Data e la trasparenza degli atti della pubblica amministrazione – L’ aspetto giornalistico e quello civico si intrecciano ripetutamente nella ricostruzione fatta da ‘’</em><em><strong>Open Data – Data Journalism: trasparenza e informazione al servizio delle società nell’era digitale’’, di Andrea Fama,</strong></em><em> il secondo volume della collana </em><em> “</em><em>e-book di giornalismo</em><em>”, curata da Lsdi insieme al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia e a Simplicissimus, che sarà presentato il 27 ottobre a Roma nella sede della Fnsi e che qui pubblichiamo – Una nuova razza di giornalisti del futuro in grado di leggere anche nei territori della Rete apparentemente irraggiungibili e di </em><em>cogliere le opportunità di collaborazione con quelle realtà già esistenti in possesso dei saperi  tecnici necessari per sviluppare progetti giornalistici di ampia portata – La situazione e le opportunità in Italia – Mentre le redazioni devono attrezzarsi a questi compiti, le associazioni che si battono per la trasparenza devono rilanciare un movimento maturo, in grado di condizionare il dibattito pubblico e di spingere il parlamento ad adottare nuove norme, sulla scia dei Freedom of Information Act che già esistono in altri paesi </em></p>
<p><em>&#8212;&#8212;&#8212;-</em></p>
<p>Raccontare storie altrimenti non raccontabili e portare il più avanti possibile il diritto all’ informazione: è la frontiera dischiusa  dalla progressiva digitalizzazione dei documenti e dei fatti del mondo, proponendo nuovi piani di interazione fra pratiche giornalistiche e interessi della cittadinanza. Data journalism e Open Data, giornalismo basato sui dati e movimenti dei cittadini per la trasparenza e la ‘’liberazione’’ dei dati.</p>
<p>E’ lo scenario che fa lo sfondo a ‘’<em><strong>Open Data – Data Journalism: trasparenza e informazione al servizio delle società nell’era digitale’’, di Andrea Fama, il secondo titolo </strong></em>della collana “<em>e-book di giornalismo</em>”, curata da Lsdi insieme al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia e a Simplicissimus, casa editrice specializzata in libri elettronici, che sarà presentato il 27 ottobre a Roma alle10,30 presso la <a href="http://www.fnsi.it/Pub_fnsi/Pag_cariche.asp">Federazione Nazionale della Stampa Italiana</a>.</p>
<p><span id="more-9836"></span><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Opendata.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-9838" title="Opendata" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Opendata-300x242.GIF" alt="Opendata" width="300" height="242" /></a><strong>Nella Rete un immenso archivio di dati</strong></p>
<p>Il processo di digitalizzazione – osserva Fama nel primo capitolo del libro, dedicato alla nascita del Data journalism &#8211; ha prodotto un’ incredibile mole di materiale da ricercare, selezionare, processare, analizzare, confrontare e, infine, pubblicare con una veste giornalistica. Tale processo richiede la disponibilità di strumenti e programmi appositi, oltre che le capacità tecnico-matematiche di utilizzarli.</p>
<p>Tuttavia, si tratta di competenze finora difficilmente rintracciabili all’interno delle redazioni (soprattutto quelle tradizionali), che dovranno quindi essere in grado tanto di accogliere le nuove professionalità capaci di tradurre in articoli questo sterminato potenziale giornalistico, quanto di cogliere le opportunità di collaborazione con quelle realtà già esistenti in possesso dell’expertise tecnico necessario a sviluppare un progetto giornalistico redazionale di più ampia portata.</p>
<p>È proprio da queste interazioni – osserva la Ricerca &#8211; che potrebbe venir fuori la “nuova razza” di giornalisti del futuro, in grado di padroneggiare i nuovi ferri del mestiere, come ad esempio scrivere correttamente una <em>Freedom of Information Request </em>(ovvero una richiesta di accesso ad informazioni non ordinarie); scandagliare gli angoli più remoti della rete alla ricerca dei database nascosti nel cosiddetto “Web invisibile”; programmare uno <em>screen scraper</em> per acquisire, organizzare, filtrare, archiviare, incrociare e raffrontare le informazioni con altre fonti; visualizzare le informazioni in modo chiaro ed accattivante, sfruttando l’infografica come fonte sempre più rilevante di traffico sui siti di notizie.</p>
<p>È difficile dire se giornali e giornalisti, nel loro complesso, siano pronti ad un salto così radicale:  di sicuro numerose start-up e qualche testata di rango hanno già iniziato ad affilare le armi, dotandosi di nuove professionalità.</p>
<p>In ogni caso, Simon Roger, capo redattore del Data Blog del Guardian, si dice convinto che il data journalism incarni l’espressione più avanzata del principio di libertà e accesso all’informazione.</p>
<p><strong>Raccontare storie altrimenti non raccontabili</strong></p>
<p>L’affermarsi del data journalism – rileva Fama &#8211; è probabilmente dovuto innanzitutto alla volontà spassionata di <strong>raccontare storie altrimenti irraccontabili</strong>.</p>
<p>Oggi, un professionista che disponga di strumenti e competenze tecniche adeguati, può individuare un tema, attingere a fonti di dati non trattati, incrociarli e trarne una storia che per qualità, ampiezza e precisione del dato sarebbe stata impensabile fino a poco tempo fa (fatta salva la volontà degli attori coinvolti – istituzioni, enti, organizzazioni, ecc. – di pubblicare i dati in questione, e di pubblicarli in un formato aperto e fruibile). Così, laddove prima non c’era nulla se non aride schematizzazioni numeriche, oggi è possibile rintracciare gli spunti per storie originali, i cui temi di fondo possono essere i più disparati, dal momento che tutto è riconducibile al dato.</p>
<p><strong>Giornalismo dei dati e dimensione civica</strong></p>
<p>Ma c’ è un altro aspetto importante attorno al quale ruota lo sviluppo del data journalism: <strong>l’aspetto civico</strong>. L’ interesse dei cittadini.</p>
<p>Istituzioni, governi, poteri forti in genere, tendono a nascondere la concretezza dei fatti dietro a una cortina di termini tecnici e/o slogan pirotecnici, lasciando che il vero messaggio passi sopra la testa del cittadino, mentre la realtà sfila sotto al suo naso. È un principio fondante del discorso politico: parlare, esporre, confidare, senza in realtà dire nulla. La trasparenza non è accedere ai discorsi, ma ai dati, grezzi, non manipolati.</p>
<p>E’ una sfida che dura da 250 anni: il principio che determina e disciplina l’accesso ai documenti dello Stato. In Svezia esiste dal 1766 e si chiama Offentlighetsgrundsatsen. Negli Stati Uniti è stato introdotto nel 1966  con il nome più intellegibile di Freedom of Information Act (FOIA),  una legge sulla libertà di informazione che “impone alle amministrazioni pubbliche una serie di regole per permettere a chiunque di sapere come opera il Governo federale, comprendendo l&#8217;accesso totale o parziale a documenti classificati.</p>
<p>Non è una cosa semplice, anzi.</p>
<p>Il quadro che il libro delinea mostra comunque che:</p>
<p>1. C’è da sperare per un futuro più roseo nel rapporto tra istituzioni e cittadini. Metà della Rete è pacificamente in trincea, attivamente – anche a livello individuale -  impegnata nella ricerca di dati istituzionali grezzi e informazioni tali da consentire il costituirsi di un’opinione pubblica costruttivamente critica e sensibile  a tematiche che investono i decisori pubblici e la nostra società, plausibilmente muovendo i primi passi di questo accidentato percorso di consapevolezza critica partendo da una dimensione locale, che consente margini di controllo e intervento più immediati e impattanti, anche sul breve termine. L’onda della consapevolezza sta montando tra i <em>netizen</em> e le percentuali rilevate sono auspicabilmente destinate a salire, soprattutto riguardo alle fasce più giovani e digitalmente alfabetizzate.</p>
<p>2. L’Italia è indietro e ci sarà da lavorare. Alcune promettenti iniziative sono già state lanciate, ma l’impressione è che vi sia bisogno di una massiccia campagna di sensibilizzazione, se non di una seduta anti-ipnotica, che investa tanto <em>certa</em> cittadinanza (a tratti ottenebrata e dispersa tra un gruppo su Facebook in difesa dei diritti costituzionali del melograno, ed una delle innumerevoli, ammiccanti photogallery che infestano anche le home page di quelle che sono considerate le testate di punta dell’ informazione italica), quanto gli uomini delle istituzioni (strattonati tra interessi personali e, nel migliore dei casi, genuina ignoranza dei fatti che muovono e regolano la Rete).</p>
<p><strong><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Data.png"><img class="alignleft size-full wp-image-9839" title="Data" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Data.png" alt="Data" width="284" height="240" /></a>Cambiare pelle </strong></p>
<p>È scontato che il giornalismo non può tenersi fuori da simili dinamiche, deve anzi esserne il mezzo trasparente, costruttivo. Ma per fare ciò, deve anche cambiare pelle, tornare alla ‘mission’ originaria (meno ‘marketing’, più fatti), andando così incontro alla domanda di informazione – sana e salutare – che sempre più nettamente emerge dal popolo della Rete.</p>
<p>A tale proposito, è interessante notare  il passaggio di parte della cittadinanza attiva del Web da un modello comportamentale incentrato sulla volontà di comunicare sé stessa (con eccessi di egocentrismo, narcisismo, autoreferenzialità in tutte le forme), riassumibile nel concetto “<em>Comment is free</em>”, ad uno caratterizzato dalla volontà e dalla consapevolezza di un Web quale strumento per  acquisire conoscenza (diretta, concreta, oggettiva) delle cose e dei fatti del mondo che lo circonda, espresso dal motto “<em>Facts are sacred</em>”. È quanto fa osservare <a href="http://www.niemanlab.org/2010/08/how-the-guardian-is-pioneering-data-journalism-with-free-tools/">Simon Rogers</a> del Guardian, il quale usa come punti di partenza e approdo dell’attuale migrazione dei <em>netizen</em> proprio il nome della sezione dedicata ai commenti del quotidiano inglese e la dichiarazione di intenti che campeggia sull’intestazione del Data Blog: i fatti sono sacri!</p>
<p>Fatti e dati – continua Fama &#8211; sono praticamente sinonimi. L’analogia potrebbe interrompersi nell’alchimia che trasforma i dati in storie: se il dato grezzo, infatti, scatta un’istantanea tanto veritiera quanto rudimentale di un determinato stato di cose, la sua contestualizzazione e analisi attraverso le raffinerie di una redazione può rappresentare un importante mezzo di sviluppo socio-culturale. E una volta che il dato grezzo &#8211; corredato da analisi, visualizzazioni, link e commenti – viene messo a disposizione della reattività della Rete globale, ecco che imprese, singoli cittadini, associazioni, le stesse istituzioni possono trarne vantaggio nella definizione delle rispettive politiche commerciali, familiari,  operative o governative.</p>
<p>Si ripresenta, dunque, la necessità di giornalisti in grado di saper cogliere le storie che i dati hanno da raccontare, e veicolarle. Una nuova razza, come è stata già definita, che si nutre di data set e secerne link.</p>
<p align="center">*****</p>
<p><strong>L’  appuntamento romano</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Questi temi e gli aspetti più politici che essi evocano saranno al centro dell’ incontro in programma giovedì 27 ottobre a Roma, nella sede della Fnsi (Corso Vittorio Emanuele 349, primo piano), a partire dalle 10,30.</p>
<p>L’ obbiettivo è anche fare il punto<strong> </strong>sul tema degli Open Data e sui problemi che incontrano le associazioni impegnate in Italia sul fronte della trasparenza anche alla luce dei timidi passi in questa direzione che la pubblica amministrazione sta cercando di avviare nel nostro paese.</p>
<p>Dopo la Regione Piemonte (la cui esperienza è analizzata dall’e-book), e la ‘’liberazione’’ del bilancio del Comune di Udine, altre amministrazioni regionali e comunali si dicono pronte al grande salto, tra cui i Comuni di Firenze, Torino, Matera e Roma.</p>
<p>E anche il Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta annuncia l’intenzione di creare un portale che dovrebbe raccogliere i dati del Governo italiano.</p>
<p>Che ruolo potrebbe avere il dato libero quale volano dello sviluppo socio-economico del Paese?</p>
<p>È realistico parlare di FOIA (Freedom of information Act) in un contesto che, al contrario, ammicca alla blindatura dell’ informazione, come quello italiano?</p>
<p>Alla luce di ciò, gli organismi di rappresentanza dei giornalisti come possono concretamente sostenere un movimento Open Data?</p>
<p>Queste le domande al centro dell’ incontro, al quale interverranno:</p>
<p>- Vittorio Alvino: <em>presidente Associazione Open Polis</em></p>
<p>- Ernesto Belisario: <em>presidente Associazione Datagov.it</em></p>
<p>- Rita Bernardini: <em>deputata del Partito Radicale e animatrice di campagne per la liberazione dei dati.</em></p>
<p>-  Federica Cocco, <em>freelance, ex direttore di Owni.eu </em></p>
<p>- Andrea Fama: <em>autore della ricerca e collaboratore LSDI</em></p>
<p>-Raffaele Fiengo: <em>docente di Linguaggio giornalistico all’Università di Padova</em>.</p>
<p>- Roberto Natale: <em>presidente FNSI</em></p>
<p>- Pino Rea: <em>coordinatore LSDI</em></p>
<p>- Franco Siddi: <em>segretario generale FNSI</em></p>
<p>- Elisabetta Tola: <em>giornalista e</em> <em>collaboratrice iData</em></p>
<p>- Vincenzo Vita: <em>senatore Pd, esperto di comunicazione, Internet e RAI.</em></p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<h2>Per <a href="../wp-content/Lsdi-Fama-Opendata-ultimo.pdf"></a><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-Fama-Opendata-ultimo.pdf">scaricare l&#8217; ebook cliccare qui</a></h2>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Un genocidio via radio</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/un-genocidio-via-radio/</link>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 20:39:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Suoni e visioni]]></category>
		<category><![CDATA[Tesi di laurea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Ruanda.GIF"></a>
La tesi di una studentessa dell’ università di Padova analizza il ruolo di una emittente radiofonica nel massacro del popolo tutsi in Ruanda -  ‘’La voce dell’ odio, il genocidio in Ruanda e il ruolo dei media’’, ricostruisce in profondità la vicenda di <strong>Radio-Télévision Libre de Mille Collines,</strong> l&#8217; emittente manovrata dai circoli estremisti hutu del Paese: utilizzata inizialmente come principale mezzo per fomentare la propaganda dell&#8217; odio etnico  e poi come vero e proprio strumento per dirigere i massacri -  Fondatori, giornalisti e collaboratori più stretti sono stati accusati di genocidio e di crimini contro l&#8217; umanità dallo speciale Tribunale internazionale perché ‘’pienamente consapevoli del potere delle loro parole nei confronti della popolazione ruandese’’ </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8211; </p>
<p>Nel 1994 in Ruanda venne perpetrato un genocidio: in soli 100 giorni più di ottocentomila persone vennero sterminate. I massacri raggiunsero un ritmo così violento e sostenuto con l&#8217; aiuto di un particolare mezzo di comunicazione: la radio. Un medium capace di raggiungere istantaneamente grandi masse e che in questo caso accelerò il processo di coordinamento dello sterminio rivolgendosi direttamente al popolo ed spingendolo ad imbracciare i machete e ad uccidere.</p>
<p>Si tratta di Radio-Télévision Libre de Mille Collines, l&#8217;emittente manovrata dai circoli estremisti dominanti della politica delpaese, che svolse il compito di principale mezzo di promozione della propaganda di uovere la propaganda dell&#8217;odio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Ruanda.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-9816" title="Ruanda" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Ruanda-300x165.GIF" alt="Ruanda" width="300" height="165" /></a><br />
<em>La tesi di una studentessa dell’ università di Padova analizza il ruolo di una emittente radiofonica nel massacro del popolo tutsi in Ruanda -  ‘’La voce dell’ odio, il genocidio in Ruanda e il ruolo dei media’’, ricostruisce in profondità la vicenda di <strong>Radio-Télévision Libre de Mille Collines,</strong> l&#8217; emittente manovrata dai circoli estremisti hutu del Paese: utilizzata inizialmente come principale mezzo per fomentare la propaganda dell&#8217; odio etnico  e poi come vero e proprio strumento per dirigere i massacri -  Fondatori, giornalisti e collaboratori più stretti sono stati accusati di genocidio e di crimini contro l&#8217; umanità dallo speciale Tribunale internazionale perché ‘’pienamente consapevoli del potere delle loro parole nei confronti della popolazione ruandese’’ </em></p>
<p><em>&#8212;&#8212;&#8212;&#8211; </em></p>
<p>Nel 1994 in Ruanda venne perpetrato un genocidio: in soli 100 giorni più di ottocentomila persone vennero sterminate. I massacri raggiunsero un ritmo così violento e sostenuto con l&#8217; aiuto di un particolare mezzo di comunicazione: la radio. Un medium capace di raggiungere istantaneamente grandi masse e che in questo caso accelerò il processo di coordinamento dello sterminio rivolgendosi direttamente al popolo ed spingendolo ad imbracciare i machete e ad uccidere.</p>
<p>Si tratta di <em>Radio-Télévision Libre de Mille Collines</em>, l&#8217;emittente manovrata dai circoli estremisti dominanti della politica delpaese, che svolse il compito di principale mezzo di promozione della propaganda di uovere la propaganda dell&#8217;odio etnico inizialmente, e successivamente come vero e proprio  strumento per dirigere le operazioni di genocidio.</p>
<p>La vicenda è al centro di ‘’La Voce dell’ odio; il genocodio in Ruanda e il ruolo dei media’’, una tesi con cui una studentessa vicentina, Anna Tognetto*, si è laureata in Comunicazione all’ università di Padova con Raffaele Fiengo e che Lsdi pubblica.</p>
<p><span id="more-9815"></span>La radio – ricostruisce la tesi &#8211; venne allestita nel 1993 da alcuni dirigenti politici di etnia hutu, intenzionati a ostacolare con tutti i mezzi – per non perdere i propri privilegi – il processo di sviluppo democratico che attraversava il paese e che prefigurava ,la nascita di un governo  multipartitico, col ritorno in patria di quella parte della popolazione, i tutsi, fuggiti dalle terre del Ruanda dopo la rivoluzione avvenuta nel 1959 in cui la maggioranza della popolazione, gli hutu, istituirono un regime totalitario.</p>
<p>La radio – racconta il lavoro – avviò una campagna di odio e terrorismo ideologico senza precedenti, addossando ai cittadini di etnia tutsi tutte le responsabilità per i problemi che affliggevano il Paese in quegli anni e aizzando la popolazione contro di essi.</p>
<p>Da quella radio si parlava così:</p>
<p>“<em>E’  domenica 19 giugno 1994. Sono le 16.22 nel bunker della RTLM. Avviso a tutti gli scarafaggi in ascolto. Il Ruanda appartiene a coloro che lo difendono realmente. E voi, scarafaggi,voi non siete ruandesi. Tutti ora si sono sollevati per combattere questi scarafaggi. I nostri militari, i giovani, i vecchi, perfino le donne. Gli scarafaggi non avranno scampo.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> La nostra fortuna è che i tutsi non sono numerosi. Avevamo stimato che fossero il 10% della popolazione. Ormai sono solo l&#8217; 8%. Rallegriamoci amici miei. Gli scarafaggi sono stati sterminati. Rallegriamoci amici miei.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> Dio non è mai ingiusto. Se sterminiamo definitivamente gli scarafaggi nessuno al mondo ci verrà a giudicare</em>”.</p>
<p>Ecco, è un esempio degli annunci infiammatori trasmessi dall&#8217; emittente.</p>
<p>Ma i redattori di RTLM – osserva l&#8217; autrice  – non lanciavano solo proclami generici, ma cominciarono a promuovere una sorta di <em>dovere </em>al genocidio, obbligando la popolazione a uccidere tutti i tutsi, minacciando di  morte chi non l&#8217; avesse fatto.</p>
<p>Il Tribunale Internazionale per i Crimini in Ruanda ha preso in esame il ruolo dei media, ed in particolare di questa radio, nel contesto della giustizia penale internazionale e quindi i fondatori, i giornalisti e gli stretti collaboratori dell&#8217; emittente sono stati accusati di genocidio e di crimini contro l&#8217; umanità perché <strong>pienamente consapevoli del potere delle loro parole nei confronti della popolazione ruandese</strong>.</p>
<p>“<em>Il potere del mezzo di comunicazione di creare e distruggere i valori umani fondamentali è dotato di enorme responsabilità. Coloro che controllano tale mezzo sono responsabili delle sue conseguenze. Senza l&#8217; arma da fuoco, il machete o qualsiasi arma fisica avete causato la  morte di migliaia di civili innocenti</em>”.</p>
<p>Queste le parole pronunciate dal giudice Navanethem Pillay in occasione della sentenza che il 3 dicembre 2003 riconobbe le responsabilità oggettive dei media e dei loro amministratori nell&#8217; istigare e perpetrare il genocidio in Ruanda.</p>
<p>Il processo – osserva la tesi – aveva accertato che ‘’la voce del giornalista di <em>Radio-Télévision Libre de Mille Collines </em>si era insinuata nella mente degli ascoltatori. Fu la voce ridondante che riempì l&#8217; animo del popolo hutu di odio, rancore e disprezzo nei confronti dei tutsi. Questa voce riuscì a brandire chi brandì i machete e portare a compimento lo sterminio di quasi un milione di ruandesi’&#8217;</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<h2><strong> </strong></h2>
<h2><strong>‘’La voce dell’ odio, il genocidio in Ruanda e il ruolo dei media’’ </strong></h2>
<p><br/><br />
- <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-Ruanda-abstract-lungo.pdf">Una sintesi</a></p>
<p>- <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-Ruanda-Tesi.pdf">Il testo integrale</a></p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p><em>*Anna Tognetto, 22 anni, vive a Barbarano Vicentino (Vicenza). Dopo la laurea all’ Università di Padova si è iscritta al Corso di specialistica in Strategie di Comunicazione. Punta a lavorare nel campo del giornalismo.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
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		<title>I quotidiani sanno parlare tricolore, anche la Padania</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Oct 2011 09:25:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Tricolore-titolo.GIF"></a></p>
<p align="left">La tesi di laurea di uno studente dell&#8217; Università di Padova (che Lsdi pubblica) analizza il modo con cui i giornali italiani hanno raccontato i 150 anni dell’ Unità, scoprendo che, a parte qualche ‘’insufficienza’’ (Manifesto, Dolomiten, Libero, Foglio), le altre testate hanno affrontato l’ evento con estrema serietà ed impegno &#8211; Compreso il quotidiano della Lega, che, pur avanzando dubbi sull’ importanza delle celebrazioni, ha offerto una informazione in ogni caso ‘’utile per avviare un dibattito e un confronto’’ – Una sorpresa è venuta anche dal fatto che testate ipoteticamente più ‘’nazionaliste’’, come Libero e Giornale, si sono rivelate invece  piuttosto tiepide e disattente rispetto al compleanno della Nazione, mentre Repubblica e Unità hanno garantito un’ informazione più lineare e duratura, privilegiando cultura e approfondimenti – Altre sorprese di Avvenire e Gazzetta dello Sport</p>
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<p>A parte qualche ‘’insufficienza’’, le principali testate italiane hanno affrontato le celebrazioni per i 150 anni dell’ Unità d’ Italia con grande serietà ed impegno. Compresa la Padania. Con un secco rovesciamento degli schemi secondo cui testate ipoteticamente più ‘’nazionaliste’’ e di ‘’destra’’, come Giornale o Libero, avrebbero dovuto dimostrare un entusiasmo che invece non c’ è stato, mentre testate ‘’di sinistra’’ e più cosmopolite come Repubblica o l’ Unità avrebbero dovuto mostrarsi più tiepide e invece hanno garantito un’ informazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Tricolore-titolo.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-9605" title="Tricolore-titolo" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Tricolore-titolo-300x252.GIF" alt="Tricolore-titolo" width="300" height="252" /></a></p>
<p align="left"><em>La tesi di laurea di uno studente dell&#8217; Università di Padova (che Lsdi pubblica) analizza il modo con cui i giornali italiani hanno raccontato i 150 anni dell’ Unità, scoprendo che, a parte qualche ‘’insufficienza’’ (</em><em>Manifesto, Dolomiten, Libero, Foglio), le altre testate hanno affrontato l’ evento con estrema serietà ed impegno &#8211; Compreso il quotidiano della Lega, che, </em><em>pur avanzando dubbi sull’ importanza delle celebrazioni, ha offerto una informazione in ogni caso ‘’utile per avviare un dibattito e un confronto’’ – Una sorpresa è venuta anche dal fatto che testate ipoteticamente più ‘’nazionaliste’’, come Libero e Giornale, si sono rivelate invece  piuttosto tiepide e disattente rispetto al compleanno della Nazione, mentre Repubblica e Unità hanno garantito un’ informazione più lineare e duratura, privilegiando cultura e approfondimenti – Altre sorprese di Avvenire e Gazzetta dello Sport</em></p>
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<p>A parte qualche ‘’insufficienza’’, le principali testate italiane hanno affrontato le celebrazioni per i 150 anni dell’ Unità d’ Italia con grande serietà ed impegno. Compresa la Padania. Con un secco rovesciamento degli schemi secondo cui testate ipoteticamente più ‘’nazionaliste’’ e di ‘’destra’’, come Giornale o Libero, avrebbero dovuto dimostrare un entusiasmo che invece non c’ è stato, mentre testate ‘’di sinistra’’ e più cosmopolite come Repubblica o l’ Unità avrebbero dovuto mostrarsi più tiepide e invece hanno garantito un’ informazione più attenta e partecipe.</p>
<p>Sono i lineamenti finali di <strong>‘’Il linguaggio del tricolore’’</strong>, una Tesi di ricerca condotta da uno studente veneto, Marco Chemello*, che si è laureato in questi giorni in Scienze della Comunicazione a Padova col professor Raffaele Fiengo, analizzando il modo con cui la stampa italiana ha seguito le celebrazioni per il 150° anniversario dell’ Unità del marzo scorso.</p>
<p>Chemello ha analizzato per un periodo di 20 giorni, dall’ 1 al 20 marzo 2011, 26 testate – 15 nazionali e 11 locali – di varie regioni italiane, cercando di dare un quadro equilibrato di redazioni con diversi orientamenti politico-culturali.</p>
<p><span id="more-9604"></span><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Tricolore.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-9606" title="Tricolore" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Tricolore-182x300.GIF" alt="Tricolore" width="182" height="300" /></a></p>
<p align="left"><strong>La ricerca ha fornito un quadro notevolmente diverso da quello che lo stesso autore si sarebbe aspettato </strong>sulla base di convinzioni ampiamente radicate nell’ opinione pubblica (e nello stesso autore).</p>
<p>Per esempio nelle zone del paese dove sono più forti le differenze culturali e linguistiche e dove maggiori<strong> </strong>sono state le rivendicazioni di autonomia dallo Stato unitario (il Trentino Alto-Adige con l’ Adige, la Sardegna con la Nuova, il Nordest con il Gazzettino e il Friuli Venezia-Giulia con il Piccolo), queste previsioni sono state in gran misura smentite dai dati di fatto.</p>
<p align="left">Infatti sia l’ Adige che la Nuova – osserva la tesi &#8211; si sono distinti per un’ informazione puntuale e attenta a questa celebrazione.</p>
<p><strong>E persino la Padania</strong>, che dal punto di vista politico e culturale avrebbe potuto essere la testata disattenta per definizione, ha invece dimostrato un particolare interesse per l’ evento, offrendo spunti di riflessione e di discussione (spesso irriverenti o polemici, ma mai irrispettosi) lungo tutto il periodo dell’ analisi.</p>
<p align="left">L’ obiettivo del quotidiano leghista, semmai, è stato quello di ‘’lavorare ai fianchi’’ il proprio pubblico con un’ informazione costante e dubbiosa sull’ importanza delle celebrazioni, ma – rileva la tesi &#8211; in ogni caso utile per avviare un dibattito e un confronto.</p>
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<p align="left"><strong>Un altro aspetto interessante emerso dalla ricerca è il fatto che </strong>giornali orientati da una parte o dall’ altra dello  schieramento politico si sono distinti per una diversa strategia di comunicazione: anche qui – racconta Chemello &#8211; troviamo delle sorprese. Se, infatti, ci si poteva attendere dalle testate situate a destra,  come il Giornale e Libero, un’ attenzione particolare all’ avvenimento derivante da valori tradizionali, come l’ orgoglio nazionale, che teoricamente si assegna a quell’ area, i fatti hanno invece mostrato che sono state invece testate orientate a sinistra, come Repubblica e Unità, a mostrare una forte attenzione.</p>
<p align="left">I primi due, eccetto le giornate clou del 150°, si sono rivelati piuttosto disattenti, mentre – precisa la Tesi &#8211; Repubblica e Unità hanno garantito un’ informazione più lineare e duratura in tutto il lasso di tempo esaminato, privilegiando cultura e approfondimenti.</p>
<p><strong><br />
Altre due novità all’ inizio inattese sono venute da Avvenire e dalla Gazzetta dello Sport</strong>, racconta Chemello. Il primo, quotidiano dei vescovi cattolici, ha dimostrato una profonda generosità giornalistica per il 150°, proponendo molte pagine di cultura, arte e storia, dimostrando così come la Chiesa si sia avvicinato con notevole interesse all’ evento unitario italiano, lasciando alle spalle le incomprensioni e le frizioni nate nel passato risorgimentale.</p>
<p>La Gazzetta, invece, è stata l’ unico quotidiano sportivo a dedicare spazio – e tanto – all’evento, proponendo addirittura un allegato di approfondimento sui 150 anni dell’ Italia sportiva.</p>
<p>Infine è da notare che, su 26 quotidiani analizzati, solo tre hanno parlato degli avvenimenti con estrema riluttanza, snobbando seccamente l’ avvenimento: Manifesto, Fatto Quotidiano e Foglio.</p>
<p>Nel complesso – conclude la Ricerca &#8211; la stampa ha garantito una grande ricchezza informativa e comunicativa, ‘’dimostrando di saper superare le barriere geografiche, storiche, linguistiche e politiche per farsi promotori di una nuova riscoperta culturale’’.</p>
<p>Ma – osserva ancora l’ autore &#8211; senza un pubblico attento ed interessato, questa dimensione divulgativa sarebbe stata inutile: è per questo che affermiamo alla fine che il lavoro fatto dai giornali è stato in qualche modo influenzato e diretto in maniera latente e trasversale anche dalla società stessa, la quale contro ogni previsione si è ritrovata in grandi percentuali a difendere e festeggiare il Tricolore.</p>
<p align="left">Un Tricolore – conclude la tesi, con un pizzico di retorica &#8211; amato e criticato, ma che sempre scatena emozioni e sogni negli italiani; esso d’altronde, come afferma romanticamente Roberto Benigni, “venne inventato, scelto da Mazzini da un verso di Dante Alighieri: trovatemi un altro popolo che c’ ha i colori del poeta più grande del mondo”.</p>
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<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Chemello.GIF"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-9607" title="Chemello" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Chemello-150x150.GIF" alt="Chemello" width="150" height="150" /></a>* <em>Marco Chemello, 25 anni, è nato a Marostica (Vicenza) ma vive a Cartigliano, vicino a Bassano del Grappa. Una passione per la scrittura e l’ informazione, ma anche tre anni in fabbrica come operaio, ha collaborato con qualche rivista fondando anche un bimestrale culturale – ‘’Ottopagine’’ – uscito per un anno. Collabora con il ‘’Giornale di Vicenza’’ con articoli di sport e di cronaca locale. Si è oa iscritto al Corso di laurea specialistica e punta al giornalismo professionale</em>. (<a href="mailto:chemellomarco@hotmail.it">chemellomarco@hotmail.it</a>)</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p><strong>Il linguaggio del Tricolore </strong></p>
<p>- <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Il-linguaggio-del-Tricolore-_-Introduzione.pdf">Introduzione</a></p>
<p>- <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Il-linguaggio-del-Tricolore-_-Capitolo-1-Lanalisi-teorica-al-servizio-della-ricerca.pdf">Capitolo 1 L&#8217;analisi teorica al servizio della ricerca</a></p>
<p>- <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Il-linguaggio-del-Tricolore-_-Capitolo-2-Metodologia-e-materiali-danalisi-prescelti.pdf">Capitolo 2 Metodologia e materiali d&#8217;analisi prescelti</a></p>
<p>- <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Il-linguaggio-del-Tricolore-_-Capitolo-3-I-giornali-nazionali-e-il-countdown-celebrativo.pdf">Capitolo 3 I giornali nazionali e il countdown celebrativo</a></p>
<p>- <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Il-linguaggio-del-Tricolore-_-Capitolo-4-Lapproccio-giornalistico-delle-testate-locali.pdf">Capitolo 4 L&#8217;approccio giornalistico delle testate locali </a></p>
<p>- <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Il-linguaggio-del-Tricolore-_-Capitolo-5-Una-rivoluzione-grafica-delle-testate.pdf">Capitolo 5 Una rivoluzione grafica delle testate </a></p>
<p>- <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Il-linguaggio-del-Tricolore-_-Capitolo-6-Il-ruolo-assunto-dalla-pubblicità.pdf">Capitolo 6 Il ruolo assunto dalla pubblicità </a></p>
<p>-<a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Il-linguaggio-del-Tricolore-_-Considerazioni-finali.pdf"> Considerazioni finali</a></p>
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