Archivio di Approfondimenti

Giornalismo iperlocale: AOL investe 50 mln di dollari ma i risultati sono deludenti

di Redazione | 23 agosto 2010 

Patch

Lavoro massacrante per i giornalisti e scarsissimi ricavi da parte della pubblicità – Nonostante l’ intervento di grossi gruppi editoriali, le iniziative di informazione iperlocale negli Usa, secondo un’analisi di Themediatrend, non hanno ancora trovato un modello economicamente sostenibile –Il caso di Patch.com e il crollo di diversi redattori, fra cui una giornalista che ha scritto a Den Kennedy, docente di Giornalismo alla  Norstheastern University, di non poter più lavorare così – “Le settimane di lavoro sono di 70 ore. Sì, 70 ore e più. E’ una start up, con tutto quello che segue, e lo sapevo che sarebbe stato un lavoro duro. Ma è inquietante il fatto che io non possa avere una pausa. Da più di 20 anni sono nel giornalismo, come cronista, redattore online, segretaria di redazione in un settimanale, ma non ho mai lavorato tanto nella mia vita”

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L’ informazione locale ha un futuro? Marc Mentre, su Themediatrend.com, compie una interessante analisi di quello che sta accadendo negli Stati Uniti e scopre che i risultati degli investimenti, anche massicci, sono fino ad ora molto deludenti.

Trende parte dalle iniziative – non più solo sperimentali – avviate anche da grossi gruppi, come EveryBlock (MSNBC), Patch.com (AOL), Outside.in, ecc, approfittando dello spazio liberato dalla scomparsa di numerosi giornali di informazione locale e regionale (o dalla soppressione delle loro edizioni locali) e basandosi sullo sviluppo dell’ informazione sul ‘mobile’, per misurare fino a qual punto siano cresciuti i siti di informazione locale e cita un articolo sul Boston Globe in cui si prende ad esempio la scelta offerta a un abitante di Harlington, una cittadina di 45.000 abitanti nel Massachusetts.

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Il giornalismo anglosassone? E’ ancora un mito

di Redazione | 20 agosto 2010 

Britain F1 Hamilton Una comparazione tra Italia e Gran Bretagna, al centro di una tesi di laurea di una studentessa milanese, mette in luce come nonostante alcune tendenze comuni (commercializzazione, infotainment, peso delle pressioni di proprietari, inserzionisti e marketing) esista ancora un divario di cultura professionale fra i due paesi, che rende l’ UK dotata di anticorpi più efficaci  – Nonostante l’ Italia sia l’ unico paese al mondo dotato di un Ordine dei giornalisti, nella schiva Inghilterra la tolleranza di comportamenti giornalisticamente scorretti è molto minore – Quello che in Italia sembra mancare è la credibilità della sanzione e soprattutto della sanzione di carattere morale , che invece governa il principio dell’auto-regolamentazione britannica e che risulta molto più effettiva e cogente delle sanzioni, amministrative o giudiziarie che siano, derivate da norme giuridiche di fatto inapplicate – L’ ampia diffusione in Uk dei sistemi di controllo della qualità, che invece sono piuttosto rari in Italia

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Nonostante differenti modelli di struttura proprietaria, una tendenza alla commercializzazione,  incarnata dalla degenerazione dell’informazione in infotainment, il peso delle pressioni esercitate dalla proprietà e i condizionamenti provenienti dagli inserzionisti e dal mondo del marketing non sono diversi in Italia e in Gran Bretagna.
Il divario risiede invece nei diversi livelli di cultura professionale: il giornalismo britannico (e quello anglosassone in genere) sembra essere dotato di più efficaci anticorpi, di una cultura professionale che si erge a difensore di quei principi nei quali risiede il fondamento del buon giornalismo.

E’ una delle riflessioni al centro di una comparazione fra il giornalismo nei due paesi contenuta nella tesi con cui Federica Cherubini si è laureata in Storia del mondo contemporaneo all’ Università di Milano, col professor Nicola Pasini e secondo cui – alla fine – “il mito del giornalismo anglosassone, agguerrito ed indipendente, imperniato sulla regola aurea delle ‘notizie separate dai commenti’ e custode della verità, rimane ancora oggi vivo ed efficace.”

“Giornalismo e democrazia: una comparazione tra Italia e Gran Bretagna” è il titolo della tesi, a cui l’ Osservatorio europeo di giornalismo dedica un ampia sintesi, pubblicando  anche il testo integrale della ricerca.

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Quotidiani online in Italia: molti progressi ma posizioni ancora arretrate

di Redazione | 7 agosto 2010 

Lsdi-Bertero-sottotitolo
Solo i siti web dei due giornali più diffusi, Corriere e Repubblica, possono competere con lo scenario dei quotidiani online Usa – Una tesi di laurea aggiorna la ricerca, “I quotidiani italiani e Internet”, effettuata quattro anni fa da Luca Conti – Vengono analizzate le prime 50 testatE, ricavandone alcune linee di tendenza – I quotidiani online italiani, secondo la tesi, devono ancora investire molto, sia per quanto riguarda la realizzazione di prodotti multimediali, sia sul piano dell’interattività che, insieme alla personalizzazione, costituisce la principale sfida del futuro – Un’ analisi Swot

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Nonostante i notevoli passi avanti compiuti dal 2006 ad oggi, i siti web dei quotidiani italiani sono ancora in posizione piuttosto arretrata rispetto alla scena globale dell’ editoria online, e in particolare di quella Usa con cui possono competere solo i siti dei due giornali più diffusi, la Repubblica e il Corriere della Sera, caratterizzati da editori
disposti a investire nella rete e da giornalisti competenti.

E’ il giudizio complessivo che emerge da un aggioramento della ricerca “I quotidiani italiani e Internet” effettuata quattro anni fa da Luca Conti  (Luca Conti, I quotidiani italiani e Internet, 7 agosto 2006, reperibile interamente all’indirizzo http://www.lsdi.it/wp-content/lsdi-conti-giornalionline.pdf).

L’ aggiornamento è uno dei capitoli di un’ ampia tesi dal titolo “Il quotidiano online in Italia: stato dell’arte e possibili evoluzioni”, con cui Roberta Bertero* si è appena laureata in Comunicazione per le istituzioni e le imprese all’ Università di Torino (relatore il professore Enrico Postiglione), e che pubblichiamo su Lsdi.

La tesi  (“Il quotidiano online in Italia, stato dell’ arte e possibili evoluzioni”)  documenta, sulla base di un vasta raccolta di dati e di letture, i principali cambiamenti in atto nel mondo dell’informazione con particolare attenzione a quel che è accaduto all’interno dei principali gruppi editoriali italiani.
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Dai primi contatti a Bruxelles al ‘bunker ‘ di Londra: storia e retroscena dei ‘diari afghani’ di WikiLeaks

di Redazione | 30 luglio 2010 

Assange

Il sito della Columbia Journalism Review ricostruisce il modo con cui è maturata la pubblicazione dei quasi 92.000 documenti riservati pubblicati lunedì partendo dal ruolo di Nick Davies, un giornalista del Guardian che a giugno è riuscito a raggiungere in Belgio il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, e lo ha convinto a condividere l’ enorme massa di documenti col suo giornale (ma Assange ha poi voluto l’ intervento anche di New York Times e Der Spiegel) – Nel “bunker” a Londra dove il materiale è stato analizzato e redatto ore di lavoro in segreto incollati ai computer, senza poter trasmettere e-mail e parlando con telefoni criptati –  Fra le tre testate era nata “una collaborazione insolita e toccante”, ma il rapporto con Assange era rimasto il rapporto con una fonte, sebbene molto particolare – Anche se  la condivisione delle informazioni consentiva ad ogni testata di farsi un’idea sul lavoro che ciascuno dei tre giornali stava conducendo, a nessuno era consentito di addentrarsi negli specifici articoli.  Né vi è stata una condivisione di bozze o copie dei pezzi – “Assange non pubblica i documenti per il gusto di farlo. Li pubblica perché vuole che il mondo comprenda, qualunque sia la natura delle informazioni rivelate. E la nostra operazione ha notevolmente concretizzato questa possibilità”.

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The Story Behind the Publication of WikiLeaks’s Afghanistan Logs
From Brussels, to a bunker, to blockbusters
di Clint Hendler
(da Cjr)
(traduzione di Andrea Fama)

Non staremmo leggendo i cosiddetti diari afgani – vedi New York Times, Der Spiegel e The Guardian – se il giornalista inglese Nick Davies non avesse rintracciato Julian Assange, fondatore di Wikileaks, un mese fa a Bruxelles.

L’interesse di Davies è scattato a metà giugno, quando il nome di Bradley Manning, un giovane analista dell’ intelligence militare USA nonché presunta fonte di diverse rivelazioni di alto profilo pubblicate da Wikileaks, è comparso in alcune trascrizioni in cui si affermava che era stato lui a divulgare del materiale diplomatico tenuto segreto.

Qualunque fosse la posizione di Assange, e chiunque fosse la sua fonte, Davies sapeva che Wikileaks avrebbe pubblicato dell’ altro materiale,  e sperava di convincerlo a mettere il Guardian a conoscenza di ogni altra pubblicazione prima di sbandierarla sul proprio sito.

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Quotidiani: dalla pubblicità il 57% dei ricavi, ma quella online è ancora solo il 4%

di Redazione | 27 luglio 2010 

giornali

La struttura economica e la composizione dei ricavi dei quotidiani tradizionali nella seconda parte della Ricerca dell’ Ocse su “L’ evoluzione dell’ informazione e Internet” -  A livello globale la diffusione è rimasta sostanzialmente costante (un leggerissimo aumento), con solo un calo marginale nel 2009; mostrando di essere meno volatile rispetto ai ricavi più legati al ciclo economico della pubblicità – Nonostante il calo in Italia, su scala Ocse i quotidiani producono sempre più ricavi attraverso la produzione e la vendita di altri servizi, come libri e Cd, e l’ organizzazione di conferenze ed eventi – In Australia, per esempio, quasi il 70% dei ricavi totali dei quotidiani deriva da canali diversi: pubblicazione di libri, riviste, tv via cavo e attività televisive su satellite od online

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Il mercato globale dei quotidiani deve i suoi ricavi per il 57% dalla pubblicità (a stampa e online) e per circa il 43% dalle vendite (diffusione) (PwC, 2009a). Come vedremo in seguito, questa suddivisione varia notevolmente nei vari paesi dell’ Ocse.

La pubblicità online per ora rappresenta solo il 4% dei ricavi totali del 2009 (circa il 6% di tutti i ricavi del mercato pubblicitario). Tuttavia, essa è cresciuta molto rapidamente rispetto alla crescita lenta della pubblicità su carta che anzi ha visto un declino a partire dal 2007.

Come si vedrà in seguito comunque la crescita delle inserzioni online è calata fino a toccare lo zero nel 2009.

Sono alcuni dei dati della seconda parte della Ricerca dell’ Ocse dal titolo “L’ evoluzione dell’ informazione e Internet” (The evolution of news and internet”), di cui qualche giorno abbiamo fa abbiamo pubblicato alcuni ampi stralci della prima parte (vedi Lsdi, Quotidiani: diffusione in calo del 13% in nove anni in Italia anche se le testate crescono del 50% )

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Notizie in fuga: nuovi scenari e vecchi quesiti per il giornalismo moderno

di Redazione | 27 luglio 2010 

Assange

Il massiccio sdoganamento di documenti riservati sulla sporca guerra in Afghanistan da parte di Wikileaks segna una svolta non solo nello scacchiere afgano, ma anche nel mondo dei media che, forse per la prima volta, registra una collaborazione paritaria tra un media digitale emergente e tre testate storiche del giornalismo tradizionale – New York Times, The Guardian e Der Spiegel – coinvolte proprio da Wikileaks nel lavoro di ricerca e redazione degli articoli i cui contenuti oggi sono rimbalzati incessantemente tra etere e blogosfera

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di Andrea Fama

Il doppio gioco a scapito degli USA da parte dei servizi segreti pakistani sul fronte sempre aperto della guerra in Afghanistan; l’ordine segreto dell’apparato spionistico-militare statunitense di uccidere o catturare ogni talebano senza processo; l’utilizzo discutibile di droni telecomandati a distanza che hanno più volte messo a rischio la vita dei militari americani.

Sembra la trama avvincente di un libro di John Perkins (ex “sicario dell’economia” statunitense oggi autore di libri illuminanti sulle più ampie e sordide sfaccettature della politica estera americana), se non l’opera di fantasia di un giallista ben informato. Invece è tutto vero. Lo assicura Julian Assange, fondatore di Wikileaks (a cui Lsdi ha dedicato un ampio ritratto nei giorni scorsi, vedi Nessun segreto: la missione di Julian Assange per la trasparenza totale). Il portale specializzato nel rivelare documenti top secret ha appena pubblicato 92.000 documenti di intelligence che fotografano un quadro della guerra in Afghanistan ben diverso da quello ufficialmente propagandato.

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Quotidiani: diffusione in calo del 13% in nove anni in Italia anche se le testate crescono del 50%

di Redazione | 18 luglio 2010 

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Una Ricerca realizzata dall’ OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), dal titolo “L’ evoluzione dell’ informazione e Internet” – Il paese in testa per declino della diffusione è la Danimarca, con un calo del 22%, seguita da Australia, Ungheria e Regno Unito (che si attestano sul meno 18%), mentre quello in cui la diffusione è aumentata maggiormente è l’ Irlanda (+46%; leggermente in calo nel numero delle testate), preceduta da Portogallo (+31%) e, con un +25%, Turchia (che registra un aumento del numero delle testate del 75%)

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Nonostante un aumento del numero delle testate giornalistiche quotidiane pari al 50%, negli anni fra il 2000 e il 2008 l’ Italia ha registrato un calo della diffusione dei quotidiani pari a quasi il 13%.

Un declino analogo a quello degli Stati Uniti, che ha visto però il numero delle testate decrescere, anche se solo del 5%.

Il paese in testa per declino della diffusione è la Danimarca, con un calo del 22%, seguita da Australia, Ungheria e Regno Unito (che si attestano sul meno 18%), mentre quello in cui la diffusione è aumentata maggiormente è l’ Irlanda (+46%; leggermente in calo nel numero delle testate), preceduta da Portogallo (+31%) e, con un +25%, Turchia (che registra un aumento del numero delle testate del 75%).

Sono alcuni dei dati di una ampia Ricerca realizzata dall’ OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), dal titolo “L’ evoluzione dell’ informazione e Internet” (The evolution of news and internet”)

Un’ ampia parte della ricerca è dedicata ai problemi dell’ industria dei quotidiani e questi in sintesi gli spunti che l’ OCSE – Organizzazione internazionale di studi economici per i 31 paesi membri, paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico ed un’economia di mercato – mette in evidenza.

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Nessun segreto: la missione di Julian Assange per la trasparenza totale

di Redazione | 25 giugno 2010 

Assange2 Pubblichiamo in traduzione italiana un interessante ritratto del fondatore di WikiLeaks delineato nei giorni scorsi dal New Yorker, che lo descrive così: “capelli bianchi e spettrali, la pelle pallida, gli occhi freddi e la fronte ampia, sotto le luci di uno studio televisivo sembra un’entità sbarcata sulla terra per diffondere all’umanità una qualche forma di verità segreta. Questa impressione è accresciuta dal suo rigido contegno e dalla sua voce baritonale, che scivola via dalle labbra lentamente, a basso volume” – Australiano, figlio di una donna radicalmente anticonformista, una vita di costante nomadismo, dalla fuga con la madre alle prime esperienze di hacker fino alla costituzione di WikiLeaks (i ‘leaks’, le fughe di notizie, come strumento di guerra dell’ informazione), Assange continua a nascondersi lontano dagli Usa – Ora, dalla “clandestinità” spiega che i suoi legali stanno ‘trattando’ con l’ amministrazione Obama, che da settimane sta tentando di individuarlo e di bloccare la pubblicazione di un nuovo video molto compromettente per le forze armate Usa – WikiLeaks, racconta Raffi Katchadurian sulla rivista newyorkese, “non è esattamente un’organizzazione, ma piuttosto si tratta di un’insorgenza mediatica. Non ha personale a libro paga, così come non ha una fotocopiatrice, una scrivania né un ufficio – Assange è il motore di ogni operazione, e si può ben dire che l’esistenza di WikiLeaks dipende da ciò che fa lui. Allo stesso tempo, però, centinaia di volontari di tutto il mondo danno una mano a mantenere la complessa infrastruttura del sito; molti di loro collaborano in piccole dosi, ma ci sono tra le tre e le cinque persone che si curano WikiLeaks a tempo pieno. I membri chiave si conoscono solo tramite le iniziali (M, ad esempio) anche all’interno di WikiLeaks, dove le comunicazioni avvengono attraverso servizi di chat online criptati – La segretezza deriva dal fatto che un gruppo di intelligence di natura populista che virtualmente non vanta nessuna risorsa e che è rivolto a rendere pubbliche le informazioni che istituzioni molto potenti voglio tenere riservate, probabilmente avrà avversari temibili – Così WikiLeaks mantiene i propri contenuti su oltre venti server in tutto il mondo e su centinaia di domini differenti – Le spese sono sostenute grazie alle donazioni, e qualche buon cuore indipendente realizza sempre qualche sito di supporto

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Julian Assange ha annunciato in una intervista al Daily Beast che continuerà a restare lontano dagli Stati Uniti (per ora indefinitamente) mentre i suoi avvocati hanno aperto una linea di comunicazione a Washington con l’ amministrazione Obama in relazione al progetto del sito di Wikileaks (di cyui Aassange è fondatore)  di diffondere un nuovo video segreto del Pentagono che testimonierebbe una strage compiuta dall’ aviazione americana in Afghanistan l’ anno scorso.

Assange ha spiegato che l’ iniziativa dei suoi avvocati nasce in relazione alle dichiarazioni di esponenti governativi e di notizie di stampa secondo cui gli Stati Uniti lo stavano cercando in tutti i modi anche per cercare di impedire a Wikileaks di pubblicare quel video e numeroso altro materiale coperto da segreto che aveva in custodia in Kuwait, Bradley Manning,  un giovane analista dei servizi segreti Usa arrestato ai primi di giugno.

“La legge può essere usata in modi anche poco rituali se c’ è la volontà politica di farlo”, ha spiegato Assange. “C’ è una lunga storia di abusi nei procedimenti penali”.

Sulla vicenda (vedi anche Lsdi, Il bottino di guerra di Wikileaks sulle spalle di apprendisti spie cinesi) pubblichiamo la traduzione dell’ eccitante e misterioso ritratto di Assange pubblicato nei giorni scorsi dal New Yorker, un articolo-racconto nella migliore tradizione della rivista newyorkese.

Una intervista ad Assange è stata realizzata in questi giorni anche da Raffaele Mastrolonardo per il Manifesto.
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I nuovi investigatori. Il giornalismo d’inchiesta nell’era del no-profit

di Redazione | 4 giugno 2010 

California

In un incontro organizzato negli Stati Uniti da California Watch, una delle varie start-up di giornalismo investigativo no-profit che stanno nascendo nel paese, sono stati presentati i risultati di una inchiesta durata sei mesi, fra la commozione generale e i ricordi di quando qualche testata si poteva permettere di distaccare dei propri giornalisti anche per mesi e mesi di ricerche – Ma mentre un tempo l’ obbiettivo (dei media commerciali) era lo scoop ora quello che conta è il massimo impatto, tanto che California Watch cerca di stabilire una data di uscita comune a tutte le redazioni che hanno scelto di pubblicare una determinata storia – Sulla Columbia Journalism Review un articolo di Jill Drew sui “nuovi investigatori” – I gruppi no-profit come California Watch costituiscono ormai “un ecosistema emergente di giornalismo d’inchiesta”, che, secondo alcuni osservatori, sopravviverà soltanto nel mondo delle testate no-profit – In molti, tuttavia, ritengono che sia ancora troppo presto per predire il futuro del giornalismo d’inchiesta in chiave no-profit. Sono diversi coloro che spiegare la situazione attuale ricorrono alla metafora del “Selvaggio West” – Le risorse d’ altra parte ci sono, visto che i filantropi hanno iniziato ad aprire i propri portafogli: secondo i calcoli del J-Lab presso l’American University, tra il 2005 e l’aprile 2010, circa 143 milioni di dollari provenienti dalle fondazioni sono finiti nelle casse di imprese operanti nel campo dei media –Ma, naturalmente, l’ influenza che i donatori – e gli interessi di cui sono portatori – esercitano sulle inchieste è materia tenuta sotto stretta osservazione

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The New Investigators
di Jill Drew
(Cjr.org)
(traduzione a cura di Andrea Fama)

Nel corso di un incontro tenuto da California Watch, la start-up no-profit che si occupa di giornalismo investigativo, sono stati presentati i risultati di un’inchiesta durata sei mesi. Robert Salladay, redattore capo, e  Robert Rosenthal, fondatore del gruppo, non hanno potuto trattenere l’emozione e l’apprezzamento: “ogni paragrafo potrebbe essere una storia a sé”, afferma il primo; “è incredibile”, commenta il secondo.

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Sognavamo il web sociale, ma non quello di Facebook

di Redazione | 15 maggio 2010 

Fb-privacy

Il web di Facebook, racconta Narvic su Novovision, in un lungo e amarissimo articolo (che qui traduciamo pressoché  integralmente), “somiglia più a un neanato bruttino che a un bel bambino” – Lanciandosi alla conquista del web attraverso la monetizzazione con gli inserzionisti dei nostri dati personali recuperati ormai dovunque li lasciamo con  la nostra navigazione, Facebook sta ormai per diventare un problema ancora più grande di quanto non sia mai stato Google – E intanto la blogosfera è moribonda, sotto gli assalti incrociati delle reti sociali che la svuotano della sua sostanza e dei media mainstream che tentano di recuperare alcuni blogger e marginalizzarne altri, per soffocare l’ emergere di quella che essi vedono solo come una temibile concorrenza
(la grafica qui sopra fa parte di una rappresentazione dell’ evoluzione della politica sulla privacy di Facebook dal 2005 a oggi – The Evolution of Privacy on Facebook)

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On attendait le web social… mais pas celui-là !

di Narvic
(da Novovision)

Sognavamo il  “web sociale” (almeno io), e Facebook lo fa! Ma somiglia più a un neonato bruttino che a un bel bambino. Lanciandosi alla conquista del web attraverso la monetizzazione con gli inserzionisti dei nostri dati personali recuperati ormai dovunque li lasciamo con  la nostra navigazione, Facebook sta ormai per diventare un problema ancora più grande di quanto non sia mai stato Google.

E questa evoluzione ha il profilo di un web che non evolve affatto verso il meglio, come potevamo sperare.

Avrei voluto che questo web sociale emergesse di più dal lato della blogosfera, da una costruzione spontanea originalissima e autogestita di blog interconnessi, che avrebbe prodotto la sua agenda dell’ informazione.

Ma quest’ ultima oggi è moribonda, sotto gli assalti incrociati delle reti sociali che la svuotano della sua sostanza e dei media mainstream che tentano di recuperare alcuni blogger e marginalizzarne altri, per soffocare l’ emergere di quella che essi vedono solo come una concorrenza.

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