Archivio di Approfondimenti

Internet e la nuova legittimazione dei giornalisti

di Redazione | 25 febbraio 2010 

Una parte del giornalismo vede la Rete come una minaccia assoluta che rimetterebbe in causa non soltanto il monopolio dell’ informazione, quanto le basi stesse dello status e della legittimità sociale dei giornalisti professionali, mentre l’ altra vi scorge un terreno avventuroso, in cui tutto deve essere ricostruito ma in cui c’ è posto per tutti – Quello che il funzionamento di internet rimette in gioco, spiega Narvic su Novovision, non è tanto l’ utilità dei giornalisti stessi, più necessaria che mai, ma è il modo con cui questo ruolo viene legittimato – Non fa capo a uno status stabilito a priori, ma a una reputazione che il giornalista si costruisce da solo all’ interno stesso delle reti, nelle interazioni sociali che vi si annodano, in funzione del posto che egli acquisisce « nella struttura delle reputazioni sulla Rete » – I giornalisti a cui internet fa paura sono quindi quelli che hanno più da perdere, quelli che pensano che occorrano troppi sforzi per lanciarsi nella mischia su internet, quelli che non vogliono uscire dalla loro routine e dal loro comfort; e quelli che hanno perso la voglia e la curiosità, due doti che alla fine valgono più di qualsiasi diploma
(immagine cc by fdecomite)

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E’ interessante chiedersi perché alcuni giornalisti vedono internet come una opportunità per reinventare il proprio mestiere (e ci lavorano concretamente), mentre altri si lanciano in anatemi terrificanti e sterili.

Due culture del giornalismo, di fatto, una delle quali vede internet come una minaccia assoluta che rimetterebbe in causa non soltanto il monopolio dell’ informazione, quanto le basi stesse dello status e della legittimità sociale dei giornalisti professionali, mentre l’ altra vi scorge un terreno avventuroso, in cui tutto deve essere ricostruito ma in cui c’ è posto per tutti, se si accetta questo cambiamento formidabile della regola del gioco…

Partendo da due trasmissioni televisive sui rapporti fra il giornalismo e la Rete andate in onda contemporaneamente nei giorni scorsi in Francia – una su Arte e l’ altra su Direct8 – Narvic analizza a fondo sul suo blog questi due tipi di cultura, ricavandone l’ essenza e le motivazioni anche sul piano della sociologia professionale..

La riflessione naturalmente vale per i giornalisti di tutti i paesi.

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Giornalismo investigativo: 143 milioni di dollari in 5 anni dalle Fondazioni Usa

di Redazione | 22 gennaio 2010 

Investigativo Ma la filantropia probabilmente non potrà continuare a mantenere i gruppi nonprofit per sempre e alcuni di essi si stanno già attrezzando per mettere a punto dei piani finanziari di sostenibilità – Non si esclude nessuna ipotesi, comprese le sottoscrizioni fra i lettori o la vendita di spazi pubblicitari – Un’ analisi dell’ Associated Press fa il punto sulla situazione, complicata, delle strutture che stanno cercando di riempire i vuoti nel campo del giornalismo d’ inchiesta lasciati dai media tradizionali – Il caso di ProPublica, che ha un budget redazionale annuale di circa 10 milioni di dollari e 36 fra cronisti e redattori e che, per ora, ha le spalle coperte a tempo indefinito – I gruppi non profit hanno cominciato poi a esplorare il modo di mettere in comune le loro risorse – Diversi di loro si sono incontrati a luglio per stilare un Manifesto per l’ Investigative News Network, una sorta di cooperativa del ‘’terzo settore’’ del giornalismo investigativo – L’ esempio della National Public Radio

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Can newspaper muckraking carry on in nonprofits?

di Andrew Vanacore
(Associated Press)

NEW YORK – I gruppi nonprofit specializzati in giornalismo investigativo hanno realizzato diversi scoop important, arrivando sulle prime pagine di quotidiani come il Washington Post e costringendo pubblici ufficiali a dimettersi dai loro incarichi. Il problema però – ora – è se questa organizzazioni riusciranno ad assicurarsi lo stesso livello di donazioni.

Mentre i giornali dovevano affrontare grosse difficoltà finanziarie, le Fondazioni filantropiche hanno iniettato decine di milioni di dollari in questi Osservatori nonprofit sulla correttezza della pubblica amministrazione. E questi gruppi potranno svolgere una grossa parte del lavoro investigativo dei prossimi anni.

Ma la filantropia probabilmente non potrà continuare a mantenere queste associazioni per sempre e alcune di esse si stanno già battendo per mettere a punto dei piani finanziari di sostenibilità – proprio come fanno i media della vecchia scuola.

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Si dimezzeranno in 30 anni i lettori di quotidiani in Usa

di Redazione | 17 gennaio 2010 

Mutter1 Nel 2025 la popolazione dei lettori di quotidiani in Usa sarà inferiore di un terzo e fra 30 anni si ridurrà del 50% – Le stime di Alan Mutter in una serie di proiezioni realizzate sulla base dei dati e delle tendenze attuali pubblicate su Reflections of a NewsosaurLa metà dei lettori hanno dai 50 anni in su, anche se questa fascia di età rappresenta solo il 30% della popolazione totale ed è ragionevole arguire che l’ audience globale diminuirà a mano a mano che la vecchia generazione muore – Le variabili dell’ andamento economico e della pubblicità -Il problema per gli editori sarà vedere fino a che punto l’ audience sarà ampia talmente da giustificare le enormi spese di gestione e di funzionamento necessarie per produrre e distribuire un giornale a livello di massa

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How long can print newspapers last?

di Alan Mutter
(Reflections of a Newsosaur)

Parlando in termini attuariali la popolazione dei lettori di giornali diminuirà negli Stati Uniti di circa un terzo in 15 anni e probabilmente sarà meno della metà di quanto è ora entro il 2040.

La contrazione inevitabile – e apparentemente irreversibile – dell’ audience dei lettori di quotidiani è una delle prime risposte a una delle questioni che sento porre più frequentemente: fino a quando si continueranno a stampare  i quotidiani?

La stampa è importante, naturalmente, visto che genera il 95% dei redditi di una azienda tradizionale di quotidiani. Fermate le rotative e la maggior parte delle aziende si ridurranno al massimo a un sito web  con una redazione scheletrica che si regge con introiti pubblicitari pari al 5-10% del reddito precedentemente prodotto.

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“La democrazia muore dietro le porte chiuse” : il FOIA e la trasparenza degli atti pubblici

di Redazione | 14 gennaio 2010 

Una approfondita tesi di laurea analizza il Freedom of Information Act, lo strumento che dovrebbe assicurare ai cittadini la garanzia di trasparenza sugli atti della pubblica amministrazione (e che negli Usa ha consentito la pubblicazione dei Memorandum segreti del governo Bush sulle torture) – Il problema dell’ arretratezza italiana nel campo della cultura della trasparenza e l’ importanza di una nuova legge che regolamenti la possibilità di accesso ai documenti amministrativi o, per lo meno, il miglioramento di quella esistente

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Freedom Of Information Act, FOIA. E’ lo strumento che dovrebbe assicurare ai cittadini la garanzia di trasparenza sugli atti della pubblica amministrazione e che negli Usa ha consentito la pubblicazione (col via linbera del presidente Obama) dei Memorandum governativi sui ‘’metodi duri’’ di interrogatorio di sospetti terroristi da parte della CIA (vedi Lsdi, ”Ma che torture…”).

All’ analisi del FOIA un giovane ricercatore, Fabio Friso, ha dedicato una tesi di laurea (relatore Raffaele Fiengo) – Freedom of Information Act (FOIA), l’ accesso ai documenti del governo federale statunitense alla portata di tutti’’-, che, come avevamo annunciato, pubblichiamo su Lsdi.

La lettura di questa tesi, come sottolineava Fiengo introducendo il Dossier sulle torture pubblicato insieme con ‘’Giornalismo e democrazia’’, è molto utile anche per valutare le condizioni di arretratezza dell’ Italia rispetto alla cultura della trasparenza che caratterizza altri paesi.

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”Ma che torture…”

di Redazione | 10 gennaio 2010 

waterboardingSu Lsdi e Giornalismo e democrazia la traduzione integrale dei memorandum del Dipartimento della giustizia Usa sui metodi ‘’duri’’ di interrogatorio della Cia resi pubblici da Obama – Il Freedom Of Information Act (FOIA) e la pessima situazione italiana – Il giornalismo italiano è più dedito alle opinioni che ai fatti. E non ha, salvo eccezioni, l’abitudine di lavorare sui documenti – Mentre le imprese editoriali non coltivano l’indipendenza, ma, nella migliore delle ipotesi cercano una equidistanza quantitativa, non chiedono ai loro giornalisti di fornire gli elementi per il processo di formazione dell’opinione pubblica – Anche per indicare una strada presentiamo questi testi – Una indicazione di metodo per un buon giornalismo

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di Raffaele Fiengo

Abbiamo deciso di tradurre i documenti sulle torture resi pubblici da Obama per metterli a disposizione dei giornalisti e dei lettori. Si tratta di testi che sono stati solo sommariamente resi noti in Italia dai mass media. E si tratta indubbiamente di scritti importanti rispetto alla difesa dei diritti umani, anche di quelli dei detenuti sospettati di terrorismo.

I documenti che pubblichiamo sono stati resi pubblici in seguito all’azione legale intentata dall’ACLU, l’ American Civil Liberties Union, attraverso il Freedom of Information Act (il Foia) che permette a ogni cittadino, americano o straniero, di ottenere i documenti della pubblica amministrazione, pagando soltanto le spese per le fotocopie. (I giornalisti e le università non devono pagare nemmeno quelle).

Il Foia è nato in Svezia e Finlandia dopo la seconda guerra mondiale, è stato introdotto negli Stati Uniti nel 1966 e ora è diffuso in una ottantina di Paesi di tutto il mondo, compresa l’India (che ha in vigore una delle versioni più ampie). Per sapere come farlo funzionare è utile la lettura di una tesi che sarà nei prossimi giorni pubblicata sul sito di Lsdi e su quello di Giornalismo e democrazia. L’autore è il giovane ricercatore Fabio Friso, che tra l’altro ha passato un periodo a Washington per provare le regole sul campo.

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Informazione online: la scarsità di attenzione è più grave della carenza di fondi

di Redazione | 5 dicembre 2009 

Scrittori Per la prima volta nella storia esiste un’ampia abbondanza di contenuti e una grossa scarsità di attenzione: ed è quest’ ultima che cercano di ‘’comprare’’ i media creando, appunto, una falsa domanda per una offerta sovrabbondante – Su IdeaLab (Mediashift) un ampio articolo parte dalla storia della stampa per analizzare la grande rivoluzione di internet: ci sono voluti 600 anni per arrivare a un milione di autori di libri nel mondo; solo cinque anni per raggiungere il tetto di un milione di autori di blog, tre anni per toccare 1 milione di scrittori su Facebook e solo due anni per raggiungere un milione di autori su Twitter – E il prossimo strumento? – E quale sarà il ruolo dei media se ognuno di noi diventa parte del processo di produzione? – La morte del vecchio modello sembra segnata mentre comincia a delinearsi qualche barlume sul nuovo modello e qualche misura urgente da prendere per cominciare a fronteggiare il futuro

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CHANGES IN MEDIA OVER THE PAST 550 YEARS (I cambiamenti nei media degli ultimi 550 anni)

di David Sasaki
(IdeaLab)

(…) Recentemente ho ricevuto da NowPublic, un noto sito web di Giornalismo partecipativo, un messaggio. Argomento: “Ora assumiamo”. È raro di questi tempi un annuncio di questo genere nel settore del giornalismo – sia quello tradizionale che quello partecipativo – e quindi sono andato a vedere per che cosa assumono, e pagano, e come pensano di coprire le spese.

E’ venuto fuori che NowPublic non paga perché facciate i giornalisti e forniate dei contenuti, ma piuttosto perché portiate lettura. Vi pagheranno per ‘’visitatori, pagine viste, clic sulle inserzioni’’. Vi pagheranno perché spingiate altri a vedere contenuti e a cliccare sulla pubblicità. In termini economici potremmo dire che pagano per creare una falsa domanda per una offerta sovrabbondante.

Per me questo esemplifica lo stato attuale dei new media: c’ è ora, per la prima volta nella storia, un’ abbondanza di contenuti e una scarsità di attenzione. Ma come ci siamo arrivati?

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Freelance: perché io valgo…

di Pino Rea | 25 novembre 2009 

Copertina-12passi ‘’I 12 passi del recupero’’ dallo stato di depressione che coglie molti giornalisti autonomi – Lsdi ha curato l’ edizione italiana di questo ‘’Manifesto’’ realizzato da un freelance canadese in stile ‘’alcolisti anonimi’’ per far uscire i ‘’pigisti’’ (quelli che chiamiamo collaboratori esterni) dalla percezione di disadattamento, di inferiorità e di ambiguità che spesso li paralizza. E convincerli a ‘’liberare’’ tutto il ‘’loro potenziale’’ –‘’ Freelance è bello’’ insomma – Un punto di vista molto ‘’imprenditoriale’’ e parecchio lontano dal taglio, forse troppo sindacalese, che caratterizza il dibattito in corso in Italia sul giornalismo autonomo – L’ opuscolo di Nicolas Ritoux, giornalista francofono, è comunque utile lo stesso: sia perché è divertente e sia perché ci può aiutare a chiederci, anche sul filo dell’ ironia: ma fosse vero che, come ormai giurano tanti guru della Rete, ‘’il futuro del giornalismo è imprenditoriale’’? – Certo, sapendo bene che per ora, purtroppo, bisogna fare i conti con quelli che hanno nelle mani il grosso dell’ impresa giornalistica: gli editori. Gli editori italiani. E che il sindacato, anche per i freelance, è ancora uno strumento indispensabile

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Il futuro del giornalismo è imprenditoriale? Lo pensano in molti negli ultimi tempi. Jeff Jarvis, scrittore, giornalista e docente alla Scuola di Giornalismo della New York University, scriveva qualche giorno fa sul suo Buzzmachine.com, che ‘’ The future of journalism is entrepreneurial” ed Eric Sherer, giornalista francese esperto di informazione digitale, spiegava su Mediawatch.afp, che , ‘’ancora tabù fino a poco tempo fa, l’ idea di trasformarsi da giornalista a ‘’imprenditore’’ sta guadagnando sempre più terreno’’ e analizzava una serie di importanti esperienze compiute in merito. (vedi Lsdi, Giornalista-imprenditore: un ossimoro? ).

E Nicolas Ritoux, collega canadese (Montreal), è andato oltre invitando i suoi colleghi freelance (i ‘’pigistes’’*, nel gergo giornalistico francofono) a fare dell’ imprenditorialità una bandiera e una filosofia professionale.

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Inevitabile il viale del tramonto per i giornali americani?

di Bernardo Parrella | 25 novembre 2009 

New America MediaFinal edition: Twilight of the American newspaper” è un ampio intervento sul crepuscolo cui sono avviati buona parte dei quotidiani cartacei made in Usa. In particolare nella Bay Area di San Francisco dove l’autore, Richard Rodriguez, vive e lavora presso New America Media, progetto avviato nel 1996 che segue sia le comunità di immigrati residenti negli Stati Uniti sia quanto accade nei rispettivi Paesi, scambiando notizie tra circa 2.000 testate “etniche”. Fra l’altro proprio ieri il sito ha pubblicato un ampio servizio sulle questioni dell’immigrazione in Italia.

“Non immaginiamo più il giornale come una città o una città come un giornale”, scrive Rodriguez dopo aver sottolineato la peculiarità tutta statunitense che ha storicamente visto i quotidiani nascere e crescere di pari passo allo sviluppo di città e territori locali. “Le forze che operano contro i quotidiani cartacei probabilmente sono variegate e remote come il Modello T della Ford e la pillola anticoncezionale. … Oggi potremmo dire: i giornali scompariranno perché la tecnologia ci costringerà ad acquisire l’informazione secondo modalità nuove. In tal caso, chi ci racconterà cosa significa vivere come cittadini di Seattle, Denver o Ann Arbor? La verita è che non vogliamo più vivere a Seattle, Denver o Ann Arbor. L’inclinazione ci ha portato a inventare un cosmopolitismo digitale che inizia e finisce con ‘Me’”.

Pur con il taglio riflessivo e letterario nel tipico stile del mensile Harper’s, l’ampio saggio delinea simili scenari – di fatto assai reali in parecchie città USA – ripercorrendo la storia (aneddoti inclusi) della parabola dei due quotidiani storici di San Francisco, Chronicle ed Examiner, quest’ultimo oramai scomparso e il primo in crisi sparata all’approssimarsi del 144.mo anniversario. Il punto è che “quando un giornale muore in America, non è semplicemente il fallimento di un’impresa commerciale, ma è il senso del luogo che viene a mancare”. E gran parte dei quotidiani oggi in agonia sono stati fondati nel XIX secolo, come servizi per città allora in frenetica ascesa, per “luoghi popolati e indaffarati abbastanza da produrre notizie quotidiane”.

La progressiva perdita dei legami fisici con tali luoghi, sintetizza in conclusione Rodriguez, porta all’inevitabile riduzione del quotidiano cartaceo. Addirittura alla definitiva chiusura proprio per città quali Seattle, Denver o Ann Arbor, come accaduto nel corso del 2009. È davvero giunta l’ora dell’inarrestabile tramonto per la Gutenberg Nation?

Sport e tifo dopo il ciclone pay-tv

di Redazione | 13 ottobre 2009 

In una tesi di laurea l’ influsso del successo di Sky sulle scelte dell’ industria sportiva e i comportamenti degli appassionati – La calcistificazione dei palinsesti e il campionato spezzatino – La spettacolarizzazione degli eventi sportivi avvicina anche il pubblico femminile – Ma resta il problema degli stadi italiani: in altri paesi sono ‘’salotti’’, strutture polifunzionali affollate di famiglie; qui da noi ambienti ancora scomod e pericolosi

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L’ubriacatura televisiva prodotta dall’avvento della televisione satellitare ha avuto una portata talmente vasta che ormai è impensabile immaginare lo sport di alto livello senza un’ adeguata copertura televisiva, come è altrettanto impensabile immaginare un’emittente televisiva che non sfrutti il grande interesse suscitato dagli eventi sportivi.

Se lo sport si è dimostrato una pietra angolare nell’edificazione di Sky, dunque, Sky si è rivelata una risorsa fondamentale per la promozione e la fruizione dell’evento sportivo.

E’ intorno a questa analisi che articola una Tesi di laurea dedicata a Sky e, più in generale, al complesso rapporto fra sport e televisione (titolo ‘’Passione, ironia, mestiere: lo sport raccontato da Sky’’), con cui Gabriele Pipia* si è laureato a Padova in Scienza della Comunicazione, relatore Bruno Voglino (ex dirigente Rai, capostruttura della Rete 3 ai tempi di Guglielmi).    

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Nuovi giornalismi e nuovi giornalisti dal laboratorio della Rete

di Redazione | 30 settembre 2009 

nyrb2 Un web ribollente di materiale originale, eccitante e creativo (sebbene caotico ed esasperante) smentisce la convinzione che la Rete si limiti a cannibalizzare i mainstream media – La pratica del giornalismo viene invece reinventata dal web, con un ventaglio di esperimenti affascinanti nel campo della raccolta, della presentazione e la distribuzione delle notizie – Un’ analisi di Michael Massing

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Sebbene Internet sia “uno strumento meraviglioso”, continua a circolare l’ immagine di una Rete che cannibalizza i mainstream media e la convinzione che il contributo di aggregatori e blogger sia poco più che una ripetizione e un disordinato intrecciarsi di commenti, con i lettori che raggiungono l’ informazione attraverso gli aggregatori e tralasciano l’origine delle notizie – ovvero i giornali stessi. ‘’Tuttavia, nel loro disprezzo, tali affermazioni sembrano tanto anacronistiche quanto difensive’’, rileva Michael Massing, giornalista, esperto di questioni internazionali, collaboratore della Columbia Journalism Review, in un ampio articolo sulla New York Revue of Books che analizza in profondità le grandi novità del web, soprattutto della blogosfera, Usa e di cui pubblichiamo qui sotto la traduzione.

‘’Solo considerando gli ultimi mesi – aggiunge -, Internet ha partorito una notevole quantità di materiale originale, eccitante e creativo (sebbene caotico ed esasperante). La pratica del giornalismo, lontana dall’ essere cannibalizzata dal Web, è reinventata dalla Rete, con un ventaglio di esperimenti affascinanti nel campo della raccolta, della presentazione e la distribuzione delle notizie’’, racconta Massing.  ‘’E se ai piani alti dei nostri principali quotidiani non si inizia a prendere nota di ciò, il risultato non sarà altro che una accelerazione della loro scomparsa’’ , dice ancora

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