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	<title>LSDI &#187; Censura e sangue</title>
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	<description>Libertà di Stampa / Diritto all'Informazione</description>
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		<title>Anna Politkovskaja, il processo banco di prova decisivo per il riformismo in Russia</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 20:31:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Anna.jpg"></a></p>
<p>A cinque anni dal delitto l’ inchiesta sull’ uccisione della giornalista della Novaja Gazeta continua e, pur se a fatica, comincia a coinvolgere anche personaggi delle istituzioni, come un dirigente delle forze speciali di polizia e un rappresentante della comunità cecena a Mosca, oltre ad esponenti del mondo dei grandi affari, come l’ex magnate Boris Abramovič Berezovskij &#8211; Ma per quest’ ultimo capitolo, molti osservatori, fra cui Il’ja Politkovskij, figlio della giornalista assassinata, guardano con diffidenza alle accuse mosse nei suoi confronti  - E il suo legale parla di accusa strumentale, volta a ottenere la sua estradizione in Russia: ‘’visto che tutti i tentativi  di estradarlo non hanno mai ottenuto successo, sperano che una nuova accusa in questo caso di omicidio li aiuterà a risolvere questo problema’’- Il processo costituisce un test anche per Medvedev stesso, in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno: la cattura del mandante dell’ uccisione della giornalista potrebbe essere una carta piuttosto alta da giocare</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>di <strong>Valentina  Barbieri</strong></p>
<p>Sono passati quasi 5 anni dall’ assassinio di Anna Politkovskaja, avvenuto il 6 ottobre 2006 nel pieno centro di Mosca.  I colpi di scena non sono mancati ma i risultati investigativi sono stati piuttosto scarsi.</p>
<p>Anche se, da qualche mese a questa parte, le indagini sembrano procedere più spedite e riemergono nomi vecchi e nuovi del processo per l’]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Anna.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9473" title="Anna" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Anna-300x220.jpg" alt="Anna" width="300" height="220" /></a></p>
<p><em>A cinque anni dal delitto l’ inchiesta sull’ uccisione della giornalista della Novaja Gazeta continua e, pur se a fatica, comincia a coinvolgere anche personaggi delle istituzioni, come un dirigente delle forze speciali di polizia e un rappresentante della comunità cecena a Mosca, oltre ad esponenti del mondo dei grandi affari, come l’ex magnate </em><em>Boris Abramovič Berezovskij</em><em> &#8211; Ma per quest’ ultimo capitolo, molti osservatori, fra cui </em><em>Il’ja Politkovskij, figlio della giornalista assassinata, guardano con diffidenza alle accuse mosse nei suoi confronti  - E il suo legale parla di accusa strumentale, volta a ottenere la sua estradizione in Russia: ‘’visto che tutti i tentativi  di estradarlo non hanno mai ottenuto successo, sperano che una nuova accusa in questo caso di omicidio li aiuterà a risolvere questo problema’’- Il processo </em><em>costituisce un test anche per Medvedev stesso, in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno: la cattura del mandante dell’ uccisione della giornalista potrebbe essere una carta piuttosto alta da giocare</em><em></em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>di <strong>Valentina  Barbieri</strong></p>
<p>Sono passati quasi 5 anni dall’ assassinio di Anna Politkovskaja, avvenuto il 6 ottobre 2006 nel pieno centro di Mosca.  I colpi di scena non sono mancati ma i risultati investigativi sono stati piuttosto scarsi.</p>
<p>Anche se, da qualche mese a questa parte, le indagini sembrano procedere più spedite e riemergono nomi vecchi e nuovi del processo per l’ uccisione della giornalista moscovita.</p>
<p>Dopo l&#8217; assoluzione nel febbraio 2009 dei tre principali indagati (Džabrail e Ibrahim Machmudov e Sergej Khadžikurbanov, ritenuto allora organizzatore dell’omicidio), a maggio di quest’anno è stato arrestato in Cecenia il terzo fratello Machmudov,  Rustam,  accusato di essere l&#8217; esecutore materiale dell&#8217; omicidio.</p>
<p>A fine agosto è finito dietro le sbarre anche Dmitrij Pavlyučenkov, ex poliziotto moscovita accusato di aver coordinato l’ esecuzione.</p>
<p><span id="more-9472"></span>Secondo Vladimir Markin del comitato nazionale d’ inchiesta, alla fine di luglio 2006 Pavlyučenkov sarebbe stato pagato per organizzare l’ omicidio della Politkovskaja e avrebbe assoldato i tre fratelli Machmudov e altre persone.</p>
<p>All&#8217; epoca dei fatti Pavlyučenkov era a capo di una sezione operativa della direzione generale degli affari interni e avrebbe ordinato ai suoi subordinati di pedinare la giornalista per identificare i suoi orari e le strade che percorreva abitualmente.</p>
<p>Dopo aver acquistato l’arma, elaborato il piano e definito il ruolo di ciascun partecipante, l’ex poliziotto avrebbe fornito le informazioni e l&#8217; arma del delitto a Rustam e ai suoi complici, che qualche giorno prima dell’ omicidio avevano pedinato la giornalista.</p>
<p>Pavlyučenkov era stato coinvolto nel processo per l&#8217; omicidio della giornalista della Novaja Gazeta già nel febbraio del 2009, ma come uno dei testimoni più importanti dell&#8217;  accusa. Dopo l’ arresto, l’ex funzionario ha firmato un accordo di collaborazione e il suo livello di responsabilità è stato declassato da “organizzatore” a “compartecipante” del delitto. Il tribunale distrettuale di Basman ha prolungato l’arresto preventivo di tre mesi, fino a dicembre 2011.</p>
<p><strong>Un altro indagato importante è Lom-Ali Gaitukaev</strong>, autorità della comunità cecena a Mosca, accusato di essere uno dei principali organizzatori dell’assassinio. Gaitukaev al momento è in Ucraina dove sta scontando la pena per il tentato omicidio di un uomo d’ affari locale.</p>
<p>Tra le vecchie conoscenze del processo tornate sotto i riflettori ce n’è una poi che spicca particolarmente, l’ex magnate russo Boris Abramovič Berezovskij.</p>
<p>Il 16 settembre Pavlyučenkov avrebbe raccontato agli inquirenti di un incontro avvenuto tra Berezovskij e Lom-Ali Gaitukaev che si sarebbe concluso con un accordo tra i due.</p>
<p>Questa versione non convince però i giornalisti della “Novaja Gazeta”, secondo i quali si tratterebbe di una provocazione politica che non corrisponde alla realtà.</p>
<p>“Questa versione per il momento ci rende profondamente scettici. Dal mio punto di vista il mandante di questo delitto di trova in Russia, e non oltre i suoi confini” ha dichiarato ad Interfax il redattore capo di “Novaja Gazeta”, Dmitrij Muratov.</p>
<p>Anche Il’ja Politkovskij, figlio della giornalista assassinata, guarda con diffidenza alle accuse mosse a Berezovkij. Poco dopo l’omicidio il nome dell’ex magnate era risuonato più volte. Ma, spiega, “non ho sentito prove di ciò né conferme”.</p>
<p>In un’ intervista telefonica a radio Echo Moskvy Andrej Borovkov, avvocato di Berezovskij, inserisce le accuse in un piano più complesso del governo russo.</p>
<p>“Ritengo che (l’ accusa, ndt) sia una completa assurdità e in generale sia un tentativo del nostro governo di convocare in tribunale Boris Abramovič in qualità di organizzatore o mandante di tutti gli omicidi più o meno noti degli ultimi anni, a partire dall’ assassinio di Vlad List&#8217;ev, dall’ esplosione di Jandarbiev. Adesso decidono di nuovo di accusarlo di essere l’ organizzatore dell&#8217;omicidio della Politkovskaja. E’  un ordine ben preciso come sempre”. (…) Penso che l’ accusa sia strumentale, sia legata, soprattutto, al ruolo politico di Boris Abramovič, che da molto tempo si oppone all&#8217; attuale governo. Tutti i tentativi degli organi delle forze dell&#8217; ordine russe di raggiungere in qualche modo Boris Abramovič e di estradarlo sul territorio russo non hanno mai ottenuto successo. Credo sperino che una nuova accusa in questo caso di omicidio li aiuterà a risolvere questo problema”.<br />
<strong>Secondo Borovkov l&#8217; accusato sta subendo delle pressioni</strong>. “Una lunga esperienza lavorativa in procura e come avvocato mi permette di affermare che queste accuse non vengono mosse gratuitamente: di solito c’ è sempre qualche tipo di accordo con il potere accusante”</p>
<p>Nel complesso Dmitrij Muratov valuta però positivamente gli sforzi delle indagini, che negli ultimi due anni hanno portato all’ arresto di potenziale mandante ed esecutore.</p>
<p>“Siamo d’accordo sul fatto che gli investigatori abbiano rivalutato il ruolo di Dmitrij Pavlyučenkov, passandolo da testimone a organizzatore. E&#8217; importante non solo perché è stato identificato uno dei personaggi chiave della faccenda ma anche per il fatto che si sia riusciti ad annullare quel “terribile ascesso” che sono le forze speciali di polizia a cui capo c&#8217;era Pavljučenkov. A mettere sul piatto degli assassini il momento esatto e il luogo del delitto sono stati proprio i collaboratori di questo reparto segreto e speciale. (…)Oltre al Pavljučenkov sono immischiati in questo delitto anche i suoi subordinati che, a mio avviso, sapevano benissimo di trovarsi in un affare illegale”.</p>
<p>Lo stesso giudizio positivo va una volta tanto al FSB. Secondo Muratov i collaboratori del servizio federale di sicurezza hanno condotto “un’operazione speciale ben nascosta” durante la quale è stato arrestato il principale accusato dell’ esecuzione dell’omicidio su commissione. Una delle principali condizioni che hanno permesso il successo dell’ operazione secondo Muratov è stata quella che in essa non sono stati impiegati collaboratori locali delle forze di polizia.</p>
<p>Quindi le indagini del processo per l’omicidio di Anna Politkovskaja proseguono, con qualche risultato, e già si attendono nuovi nomi che appariranno sui giornali. Se questi nomi poi verranno confermati o meno, lo si vedrà con il tempo.</p>
<p>Di sicuro il processo Politkovskaja costituisce un banco di prova decisivo per la giustizia russa, profondamente riformata dal presidente Dmitrij Medvedev. E in una certa misura costituisce un test anche per Medvedev stesso, in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno. La cattura del mandante dell’ agguato ad Anna Politkovskaja potrebbe essere una carta piuttosto alta da giocare.</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Fonti:<em> <a href="http://www.dw-world.de/dw/article/0,,15370924,00.html">Deutsche Welle</a>, <a href="http://www.bbc.co.uk/russian/russia/2011/09/110916_pavluchenkov_berezovsky_politkovskaya.shtml">BBC</a>, <a href="http://www.echo.msk.ru/programs/razvorot-morning/812235-echo/">Echo Moskvy</a>, <a href="http://www.newizv.ru/lenta/2011-08-26/150209-arestovan-dmitrij-pavljuchenkov-organizator-ubijstva-politkovskoj.html">Novye Izvestija</a></em></p>
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		<title>Commotion, una Rete a prova di censura</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/commotion-una-rete-a-prova-di-censura/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 12:29:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censura e sangue]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Commotion.GIF"></a>Una ventina di ricercatori stanno lavorando a Washington a un’ internet molto diversa da quella a cui siamo abituati, a banda larghissima, che vive soltanto sulle frequenze Wi-Fi, senza appoggiarsi ad alcuna infrastruttura di telecomunicazioni esistente, e a prova di intercettazioni perché criptata</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>di <strong>Pino Bruno
</strong>(<a href="http://www.pinobruno.it/2011/08/commotion-ce-aria-di-sommossa-su-internet/">pinobruno.it</a>)</p>
<p>Nel cuore di Washington, a pochi isolati dalla Casa Bianca, al quinto piano di un palazzo accogliente e anonimo, c’è chi lavora a un’internet molto diversa da quella a cui siamo abituati. Una rete a banda larghissima, che nasce e vive soltanto sulle frequenze Wi-Fi, senza appoggiarsi ad alcuna infrastruttura di telecomunicazioni esistente, a prova di intercettazioni perché criptata. Sono una ventina gli scienziati che stanno per realizzare l’utopia libertaria di hacker e cyberattivisti di tutto il mondo. Nome in codice <strong>Commotion</strong><a href="http://www.pinobruno.it/2011/08/commotion-ce-aria-di-sommossa-su-internet/#_ftn1">[1]</a>, il progetto è portato avanti da Sascha Meinrath, precursore delle reti civiche e da sempre sostenitore della Free Internet, con il collettivo di giornalisti per la controinformazione <a href="https://www.indymedia.org/en/index.shtml" target="_blank">Indymedia</a>.</p>
<p></p>
<p><strong>Commotion</strong> non è un progetto clandestino, anche se di certo in futuro farà molta paura ai regimi autoritari. E ‘ospitato e finanziato dalla <strong><a href="http://oti.newamerica.net/" target="_blank">Open Technology Initiative</a></strong> (OTI), costola della <strong>New America Foundation</strong>, prestigiosa organizzazione dedicata allo studio dei maggiori problemi della società americana, e presieduta da Eric Schmidt , uno dei boss di Google.</p>
<p>Con un budget annuale di 1,6 milioni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Commotion.GIF"><img class="alignleft size-full wp-image-9310" title="Commotion" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Commotion.GIF" alt="Commotion" width="214" height="158" /></a>Una ventina di ricercatori stanno lavorando a Washington a un’ internet molto diversa da quella a cui siamo abituati, a banda larghissima, che vive soltanto sulle frequenze Wi-Fi, senza appoggiarsi ad alcuna infrastruttura di telecomunicazioni esistente, e a prova di intercettazioni perché criptata</em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>di <strong>Pino Bruno<br />
</strong>(<a href="http://www.pinobruno.it/2011/08/commotion-ce-aria-di-sommossa-su-internet/">pinobruno.it</a>)</p>
<p>Nel cuore di Washington, a pochi isolati dalla Casa Bianca, al quinto piano di un palazzo accogliente e anonimo, c’è chi lavora a un’internet molto diversa da quella a cui siamo abituati. Una rete a banda larghissima, che nasce e vive soltanto sulle frequenze Wi-Fi, senza appoggiarsi ad alcuna infrastruttura di telecomunicazioni esistente, a prova di intercettazioni perché criptata. Sono una ventina gli scienziati che stanno per realizzare l’utopia libertaria di hacker e cyberattivisti di tutto il mondo. Nome in codice <strong>Commotion</strong><a href="http://www.pinobruno.it/2011/08/commotion-ce-aria-di-sommossa-su-internet/#_ftn1">[1]</a>, il progetto è portato avanti da Sascha Meinrath, precursore delle reti civiche e da sempre sostenitore della Free Internet, con il collettivo di giornalisti per la controinformazione <a href="https://www.indymedia.org/en/index.shtml" target="_blank">Indymedia</a>.</p>
<p><span id="more-9309"></span></p>
<p><strong>Commotion</strong> non è un progetto clandestino, anche se di certo in futuro farà molta paura ai regimi autoritari. E ‘ospitato e finanziato dalla <strong><a href="http://oti.newamerica.net/" target="_blank">Open Technology Initiative</a></strong> (OTI), costola della <strong>New America Foundation</strong>, prestigiosa organizzazione dedicata allo studio dei maggiori problemi della società americana, e presieduta da Eric Schmidt , uno dei boss di Google.</p>
<p>Con un budget annuale di 1,6 milioni di euro, più una sovvenzione straordinaria di 2 milioni di euro, concessa dal Dipartimento di Stato, i ricercatori lavorano su più fronti.</p>
<p>Uno di questi è la cosiddetta “<a href="../../../../../2011/06/valigetta-internet-per-dissidenti/">valigetta internet per dissidenti</a>”, cioè strumenti digitali a disposizione degli oppositori nei paesi dittatoriali per contrastare la sorveglianza ed eludere la censura. Ecco perché Commotion è finanziata anche dal Dipartimento di Stato.</p>
<p>Altro ambito è l’intervento umanitario, cioè reti che funzionino anche in zone devastate da guerre o calamità naturali, nelle regioni più povere del mondo, dove le personenon hanno accesso alla comunicazione moderna.</p>
<p>Josh King, 28 anni, è il direttore tecnico di <strong>Commotion</strong>. Il suo ufficio è ingombro di macchine di ogni tipo, il suo software trasforma un normale router Wi-Fi in strumento per realizzare una rete autonoma e invisibile. Dice Josh che l’unico strumento indispensabile da portare sul campo è una chiave USB contenente il software da installare su ogni dispositivo che deve far parte della rete.</p>
<p>Tra qualche settimana un prototipo di Commotion sarà presentato a esperti di tutto il mondo.  Alla fine del 2012 sarà disponibile una versione pubblica. Commotion integra i programmi del progetto TOR (The Onion Router ), creato da un gruppo di hacker tedeschi e americani per aggirare le intercettazioni.</p>
<p>Commotion avrà anche la funzione di <em>connessione differita</em>. Ecco un esempio: durante una manifestazione repressa dalla polizia, un manifestante scatta una foto con uno smartphone collegato a Commotion. Quel giorno internet non funziona, il governo ha chiuso la rete. L’immagine dunque non può uscire del paese, ma con Commotion viene conservata nella rete locale invisibile, pronta per essere inviata al resto del mondo appena internet riapre i battenti. Nessun governo, sia pur totalitario, può permettersi di spegnere la rete troppo a lungo, per non paralizzare l’intera economia del paese.</p>
<p>Un altro esempio. A luglio un team di hacker a bordo di un furgone anonimo ha sperimentato una rete invisibile che ha coperto un’area di una sessantina di chilometri, a cavallo tra Austria, Croazia e Slovenia. Cioè si può fornire accesso sicuro in zone di confine, senza essere fisicamente presenti nel paese.</p>
<p>Paradossi americani, di un paese che combatte Wikileaks e poi finanzia gli hacker che lavorano più o meno come fa Wikileaks. Certo, i cattivi sono altri.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.lemonde.fr/technologies/article/2011/08/30/commotion-le-projet-d-un-internet-hors-de-tout-controle_1565282_651865.html" target="_blank">Le Monde</a></p>
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		<title>Uk: forti pressioni della polizia anche sui media tradizionali</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/uk-forti-pressioni-della-polizia-anche-sui-media-tradizionali/</link>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 19:49:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censura e sangue]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Fotogiornalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Riots.GIF"></a></p>
<p>Dopo i social network, la polizia preme anche sulle testate giornalistiche  per ottenere il materiale raccolto durante gli scontri &#8211; Giornali ed emittenti non vogliono passare per il ‘braccio probatorio’ delle forze dell’ ordine e annunciano battaglia – La BBC in particolare ha fatto sapere che non consegnerà alcun materiale se non dietro ordine del tribunale. “Per noi si tratta di una questione di principio”</p>
<p>&#8212;&#8211; </p>
<p>(a.f) &#8211; Oltre alla <a href="../2011/08/31/%e2%80%98%e2%80%99arrestiamo-i-social-network%e2%80%99%e2%80%99-domani-a-londra-incontro-governo-web-companies/">volontà di controllare i social network</a>, la Metropolitan Police inglese sta premendo affinché <a href="http://www.guardian.co.uk/media/newspapers">giornali</a> ed emittenti, inclusi Sky News e il Guardian, consegnino alle autorità tutti i video e le fotografie relative alle recenti rivolte londinesi. <a href="http://www.guardian.co.uk/media/2011/aug/30/uk-riots-met-police">Lo racconta lo stesso Guardian</a>, spiegando che <a title="More from guardian.co.uk on ITN" href="http://www.guardian.co.uk/media/itn">ITN</a> (che produce ITV News e Channel 4 News), il Times e anche la <a title="More from guardian.co.uk on BBC" href="http://www.guardian.co.uk/media/bbc">BBC</a> sono tra le testate che resistono alle pressioni di Scotland Yard, volte ad ottenere il materiale che “potrebbe mostrare il perpetrarsi del crimine”.</p>
<p>Le autorità si sono mosse sulla scorta dell’appello del Premier David Cameron ad una maggiore assunzione di  &#8221;<a href="http://www.guardian.co.uk/media/2011/aug/11/broadcasters-cameron-riots-footage-police">responsibilità</a>&#8221; da parte dei media, cui è stato appunto richiesto di consegnare immediatamente tutto il materiale che potrebbe aiutare le forze di polizia a rintracciare e punire i sospetti rivoltosi e saccheggiatori.</p>
<p>Le richieste sono partite circa quindici]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Riots.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-9272" title="Riots" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Riots-300x206.GIF" alt="Riots" width="300" height="206" /></a></p>
<p><em>Dopo i social network, la polizia preme anche sulle testate giornalistiche  per ottenere il materiale raccolto durante gli scontri &#8211; Giornali ed emittenti non vogliono passare per il ‘braccio probatorio’ delle forze dell’ ordine e annunciano battaglia – La BBC in particolare ha fatto sapere che non consegnerà alcun materiale se non dietro ordine del tribunale. “Per noi si tratta di una questione di principio”</em></p>
<p><em>&#8212;&#8211; </em></p>
<p>(a.f) &#8211; Oltre alla <a href="../2011/08/31/%e2%80%98%e2%80%99arrestiamo-i-social-network%e2%80%99%e2%80%99-domani-a-londra-incontro-governo-web-companies/">volontà di controllare i social network</a>, la <em>Metropolitan Police</em> inglese sta premendo affinché <a href="http://www.guardian.co.uk/media/newspapers">giornali</a> ed emittenti, inclusi Sky News e il Guardian, consegnino alle autorità tutti i video e le fotografie relative alle recenti rivolte londinesi. <a href="http://www.guardian.co.uk/media/2011/aug/30/uk-riots-met-police">Lo racconta lo stesso Guardian</a>, spiegando che <a title="More from guardian.co.uk on ITN" href="http://www.guardian.co.uk/media/itn">ITN</a> (che produce ITV News e Channel 4 News), il Times e anche la <a title="More from guardian.co.uk on BBC" href="http://www.guardian.co.uk/media/bbc">BBC</a> sono tra le testate che resistono alle pressioni di Scotland Yard, volte ad ottenere il materiale che “potrebbe mostrare il perpetrarsi del crimine”.</p>
<p>Le autorità si sono mosse sulla scorta dell’appello del Premier David Cameron ad una maggiore assunzione di  &#8221;<a href="http://www.guardian.co.uk/media/2011/aug/11/broadcasters-cameron-riots-footage-police">responsibilità</a>&#8221; da parte dei media, cui è stato appunto richiesto di consegnare immediatamente tutto il materiale che potrebbe aiutare le forze di polizia a rintracciare e punire i sospetti rivoltosi e saccheggiatori.</p>
<p><span id="more-9271"></span>Le richieste sono partite circa quindici giorni fa, in maniera informale, quando le prime testate sono state invitate a consegnare volontariamente tutto il materiale in loro possesso. A questo primo passo ha fatto seguito la richiesta della <em>Metropolitan Police</em> ed il successivo annuncio di Scotland Yard, secondo cui avrebbe ottenuto un mandato del tribunale per obbligare i media alla divulgazione – coatta, se necessario – del materiale giornalistico.</p>
<p>Tutti i media coinvolti (tra cui anche l’editore del Telegraph) hanno annunciato una strenua opposizione a tali richieste, al fine di evitare di essere additati come il ‘braccio probatorio’ della polizia.</p>
<p>Tuttavia, la legge nota come <em>Police and Criminal Evidence Act 1984</em> imporrebbe ai media di consegnare il materiale non utilizzato, ponendo un eventuale giudice quale ago della bilancia tra la necessità della polizia di ottenere delle prove e l’interesse pubblico per una stampa libera.</p>
<p>Alla luce di ciò, la BBC ha fatto sapere che non consegnerà alcun materiale se non dietro ordine del tribunale. “Per noi si tratta di una questione di principio”, <a href="http://www.bbc.co.uk/iplayer/episode/b0132l70/The_Media_Show_Reporting_the_Riots/">ha dichiarato Fran Unsworth nel corso di un’intervista radiofonica</a>. “Non consegniamo il nostro materiale grezzo alla polizia senza seguire un iter appropriato, a prescindere dalla natura del crimine commesso – anche perché un tale discernimento da parte nostra comprometterebbe i nostri standard editoriali”.</p>
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		<item>
		<title>‘’Arrestiamo i social network’’, a Londra incontro governo-web companies</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 06:46:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censura e sangue]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Londra1.png"></a>Osannate durante la cosiddetta primavera araba e demonizzate in occasione degli scontri che hanno recentemente infiammato l’Inghilterra, le maggiori piattaforme social (Facebook e Twitter in testa) sono state convocate dal ministro degli interni Theresa May – Al centro della consultazione le proposte di chiusura in caso di nuove rivolte avanzate dal primo ministro Cameron &#8211; Fenomenologia di un strumento (è solo  di questo che si tratta?)  policromo che si nutre di contrasti e contraddizioni, sfugge ad una definizione univoca e non può essere ingabbiato in un giudizio onnicomprensivo</p>
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<p><strong>(Rettifica</strong>: per errore è stata indicata come data dell&#8217; incontro quella del 1° settembre; in realtà la consultazione si è tenuta il 25 agosto, e le posizioni delle web companies sono state quelle riportate nell&#8217; articolo, ndr)</p>
<p>di <strong>Andrea Fama</strong></p>
<p>Domani a Londra i rappresentanti dei maggiori social network (Facebook e Twitter in testa) si incontreranno con il segretario agli affari interni, Theresa May, per discutere la proposta avanzata dal Primo Ministro inglese <a href="http://paidcontent.org/article/419-facebook-and-twitter-will-oppose-being-blocked-during-riots/">David Cameron di bandire i sospetti rivoltosi dai siti social o, in alternativa, di chiudere i siti durante altre eventuali rivolte. </a></p>
<p>Ma dai dirigenti dei siti web non dovrebbe venire nessuna concessione in merito alle ipotesi paventate dall’esecutivo inglese.</p>
<p>Anche se verranno proposte delle misure alternative che i social network dovrebbero adottare per coadiuvare il contenimento dei disordini (incluso un]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Londra1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-9263" title="Londra" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Londra1-300x172.png" alt="Londra" width="300" height="172" /></a>Osannate durante la cosiddetta primavera araba e demonizzate in occasione degli scontri che hanno recentemente infiammato l’Inghilterra, le maggiori piattaforme social (Facebook e Twitter in testa) sono state convocate dal ministro degli interni Theresa May – Al centro della consultazione le proposte di chiusura in caso di nuove rivolte avanzate dal primo ministro Cameron &#8211; Fenomenologia di un strumento (è solo  di questo che si tratta?)  policromo che si nutre di contrasti e contraddizioni, sfugge ad una definizione univoca e non può essere ingabbiato in un giudizio onnicomprensivo</em></p>
<p><em>&#8212;&#8212;&#8212;-<br />
</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>(Rettifica</strong>: per errore è stata indicata come data dell&#8217; incontro quella del 1° settembre; in realtà la consultazione si è tenuta il 25 agosto, e le posizioni delle web companies sono state quelle riportate nell&#8217; articolo, ndr)</p>
<p>di <strong>Andrea Fama</strong></p>
<p>Domani a Londra i rappresentanti dei maggiori social network (Facebook e Twitter in testa) si incontreranno con il segretario agli affari interni, Theresa May, per discutere la proposta avanzata dal Primo Ministro inglese <a href="http://paidcontent.org/article/419-facebook-and-twitter-will-oppose-being-blocked-during-riots/">David Cameron di bandire i sospetti rivoltosi dai siti social o, in alternativa, di chiudere i siti durante altre eventuali rivolte. </a></p>
<p>Ma dai dirigenti dei siti web non dovrebbe venire nessuna concessione in merito alle ipotesi paventate dall’esecutivo inglese.</p>
<p>Anche se verranno proposte delle misure alternative che i social network dovrebbero adottare per coadiuvare il contenimento dei disordini (incluso un utilizzo più efficace dei siti da  parte delle forze dell’ordine), escludendo invece apriori l’opportunità di chiudere i siti  – così com’era stato paventato da diverse autorità.</p>
<p><span id="more-9262"></span>Le web company coinvolte porranno l’accento sul rischio di introdurre misure di emergenza che potrebbero scaturire in nuove forme di censura online. Al contrario, se utilizzati correttamente, i social network costituiscono una fonte preziosa di intelligence e di informazioni utili a prevenire disordini – come nel caso degli attacchi al complesso Olimpionico ed al centro commerciale Westfield di Londra, sventati grazie alle intercettazioni di messaggi privati scambiati tramite BlackBerry Messanger (BBM).</p>
<p>Le posizioni che saranno assunte da una parte e dall’altra nel corso dell’incontro (che non sarà di certo risolutivo, giacché in una sola ora vedrà a confronto il governo con i rappresentanti di oltre una dozzina di social network) sono facilmente prevedibili.</p>
<p>Theresa May solleciterà i social network ad assumersi maggiori responsabilità in merito ai messaggi scambiati attraverso le loro piattaforme.</p>
<p>Twitter, Facebook &amp; co., dal canto loro, sottolineeranno l’impegno già profuso nel rimuovere messaggi potenzialmente inneggianti alla violenza (così come già avvenuto anche nel caso delle recenti rivolte d’oltremanica).</p>
<p>Altri temi caldi dell’incontro riguarderanno la portata dei messaggi privati o criptati (tema che tocca molto da vicino BM, ritenuto il principale network dei rivoltosi), la capacità di gestire messaggi provocatori e la possibilità di individuare utenti potenzialmente pericolosi senza per questo esaminarne il contenuto dei post.</p>
<p>Alcune società (come la RIM, che produce i BlackBerry) possono essere obbligate a svelare la messaggistica privata dei propri utenti se richiesto dalla polizia dietro debita motivazione. Tuttavia, come confermato da Tim Godwin, commissario della <em>Metropolitan police</em> inglese, la polizia non ha il potere legale di “spegnere” – seppur momentaneamente – un social network.</p>
<p>Secondo quanto riferisce il Guardian, inoltre, importanti forze di polizia avrebbero dichiarato che il super controllo che taluni vorrebbero imporre sui social network sarebbe un errore. E altri – come le forze di polizia di Manchester, Devon e Cornovaglia – hanno addirittura lodato il ruolo “incredibilmente positivo” svolto dai social network nel dissipare le voci e tranquillizzare i residenti durante le rivolte.</p>
<p><strong>A prescindere dai risultati dell’incontro in agenda</strong>, quel che è certo è che l’ipotesi di bandire alcuni soggetti dai social network, o addirittura di chiudere del tutto le piattaforme in circostanze di emergenza, è a dir poco pericolosa, e potrebbe costituire un subdolo precedente.</p>
<p>Se un Paese civilizzato, democratico e liberale come l’Inghilterra può arrogarsi il diritto di spegnere i social network qualora lo ritenesse opportuno, allora è legittimo che anche tutti gli altri Paesi (democrazie, dittature o <em>democrature</em> che siano) godano dello stesso insensato super-potere (vedi Lsdi, <a href="../2011/08/18/uk-riots-l%E2%80%99-uso-di-twitter-e-facebook-e-un-diritto-fondamentale/">L’ uso di Twitter è un diritto fondamentale?</a>).</p>
<p>Qual era, dunque, il senso dei fiumi di inchiostro e delle dichiarazioni ufficiali dei media e delle istituzioni internazionali che condannavano, all’unanimità, i tentativi di censura e black-out preventivo perpetrati durante la tanto osannata primavera araba in Tunisia e in Egitto? Cosa dovremmo aspettarci, allora, da Paesi come Siria, Qatar, Cina, Korea, Russia, Venezuala, Cuba, ecc. (senza considerare lo stato di transizione vigente in Libia)?</p>
<p>Non è un caso, forse, se questo punto di vista ha trovato riscontro anche tra le voci di importanti osservatori del mondo politico e tecno-mediatico, da <a href="http://www.telegraph.co.uk/technology/twitter/8694975/Twitter-is-right-keep-the-tweets-flowing.html">Emma Barnett</a> a <a href="http://www.buzzmachine.com/2011/08/11/anonymity-and-social-censorship-in-the-uk-riots/">Jeff Jarvis</a>.</p>
<p>C’è pure chi, d’altro canto, non resiste alla tentazione di ridurre questa naturale difesa del diritto di espressione ad una deprecabile manifestazione di miope egoismo. Si parla, infatti, di “<a href="http://paidcontent.co.uk/article/419-social-medias-mob-disconnected-from-riots-reality/">zombie privilegiati e tecno-libertari dei social media che brandiscono le proprie malsane abitudini elettroniche come diritti umani pseudo-intellettuali acquisiti per mezzo di smartphone, tablet e portatili costosi</a> …”. Il principio ispiratore di questa illuminata teoria sarebbe un sondaggio fatto in casa e propinato ad una manciata di fan di X Factor che, pur di scambiarsi pareri sulle proprie quasi-star preferite, non accetterebbero di chiudere i social network per qualche ora salvaguardando così le attività commerciali da eventuali assalti.</p>
<p>Ebbene, tralasciando la  capziosità dello pseudo-sondaggio, vale la pena ricordare che il diritto alla libertà di parola va senza dubbio ben oltre uno scialbo “mi piace” postato a favore di un concorrente di X Factor. Tuttavia, la possibilità di esprimere tale giudizio (deprecabile per taluno, necessaria per talaltro) costituisce le fondamenta di tale diritto tanto quanto l’esternazione delle più alte espressioni dell’intelletto umano. E a volte, conquistare e salvaguardare questo prezioso diritto, vale bene anche il sacrificio della vetrina di qualche negozio di elettrodomestici.</p>
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		<title>Democrazia e media digitali: Generazione Facebook a Baku</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/democrazia-e-media-digitali-generazione-facebook-a-baku/</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 21:01:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censura e sangue]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Baku-generazioneFB.GIF"></a></p>
<p>Un documento dell’ <strong>European Stability Initiative</strong> racconta il modo con cui i movimenti giovanili in Azerbaijan hanno usato i social media per affermare la necessità di un forte cambiamento – La nascita di <strong>OL</strong> (‘’Sii!’’ – Se vuoi vedere il cambiamento, sii il cambiamento) e di <strong>ADR</strong> (Repubblica Democratica dell’Azerbaijan), le lettere che ricordano il primo stato indipendente azero (1918/1920), diventato per i nuovi giovani il simbolo di un futuro diverso e democratico – Il processo contro due attivisti azeri leader delle nuove forme di protagonismo e di rivolta, che fanno dei media digitali una delle basi essenziali: i movimenti, ora, sono fatti anche di click </p>
<p>&#8212;&#8212;</p>
<p>di Valentina Barbieri</p>
<p>Le rivoluzioni degli ultimi anni passano anche attraverso i nuovi media. La testimonianza più lampante è stata sicuramente quella delle rivolte dei paesi arabi, ma anche altri recenti movimenti di aspirazione democratica hanno sfruttato con grande efficacia gli stessi strumenti.</p>
<p>Un documento pubblicato dall’ <a href="http://www.esiweb.org/">European Stability Initiative</a> riporta l’interessante caso della <a href="http://www.esiweb.org/pdf/esi_document_id_128.pdf">Generazione Facebook a Baku. Adnan, Emin e il futuro del dissenso in Azerbaijan.</a></p>
<p>Non si può qui parlare di una reazione unitaria, quanto di una serie di movimenti giovanili nati a partire dal 2005 dalla spinta di giovani azeri che avevano studiato all’estero. Questi movimenti prendono vita da un comune senso di frustrazione rispetto allo sviluppo del paese, dalla necessità]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Baku-generazioneFB.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-9222" title="Baku-generazioneFB" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Baku-generazioneFB-221x300.GIF" alt="Baku-generazioneFB" width="221" height="300" /></a></p>
<p><em>Un documento dell’ <strong>European Stability Initiative</strong> racconta il modo con cui i movimenti giovanili in Azerbaijan hanno usato i social media per affermare la necessità di un forte cambiamento – La nascita di <strong>OL</strong> (‘’Sii!’’ – Se vuoi vedere il cambiamento, sii il cambiamento) e di <strong>ADR</strong> (Repubblica Democratica dell’Azerbaijan), le lettere che ricordano il primo stato indipendente azero (1918/1920), diventato per i nuovi giovani il simbolo di un futuro diverso e democratico – Il processo contro due attivisti azeri leader delle nuove forme di protagonismo e di rivolta, che fanno dei media digitali una delle basi essenziali: i movimenti, ora, sono fatti anche di click </em></p>
<p>&#8212;&#8212;</p>
<p>di <em>Valentina Barbieri</em></p>
<p>Le rivoluzioni degli ultimi anni passano anche attraverso i nuovi media. La testimonianza più lampante è stata sicuramente quella delle rivolte dei paesi arabi, ma anche altri recenti movimenti di aspirazione democratica hanno sfruttato con grande efficacia gli stessi strumenti.</p>
<p>Un documento pubblicato dall’ <a href="http://www.esiweb.org/">European Stability Initiative</a> riporta l’interessante caso della <a href="http://www.esiweb.org/pdf/esi_document_id_128.pdf">Generazione Facebook a Baku. Adnan, Emin e il futuro del dissenso in Azerbaijan.</a></p>
<p>Non si può qui parlare di una reazione unitaria, quanto di una serie di movimenti giovanili nati a partire dal 2005 dalla spinta di giovani azeri che avevano studiato all’estero. Questi movimenti prendono vita da un comune senso di frustrazione rispetto allo sviluppo del paese, dalla necessità di un cambiamento e dalla convinzione che la nuova generazione (e i suoi strumenti) possa avere un ruolo fondante.</p>
<p><span id="more-9221"></span>Due sono i protagonisti attorno a cui ruotano le vicende, anche giudiziarie, di questi movimenti: Emin Milli e Adnan Hajizade.</p>
<p>Emin Milli si laurea in diritto internazionale prima a Baku e poi in Germania all’università di Saarbrucken, lavora presso l’Istituto Repubblicano internazionale e in varie organizzazioni internazionali (OSCE, Consiglio di Europa). Nel 2005 è tra i fondatori di Alumni Network (AN), che a sei mesi dalla nascita vanta una mailing list di oltre 1500 indirizzi. L’Alumni Network diventa fautore di iniziative: feste all’American Alumni Association, incontri con i giovani, conferenze su temi che vanno dallo studio all’estero al decostruttivismo di Habermas, proiezioni di film su temi critici (<em>Le vite degli altri</em>, <em>Land of the blind</em>)<em>.</em></p>
<p>A febbraio dell’anno successivo nasce ufficialmente OL (letteralmente “Sii!”), un movimento che aspira ad educare, ispirare e fornire ai giovani gli strumenti per avere un ruolo più attivo nei diversi ambiti della società. Mente creativa di è Adnan Hajizade.</p>
<p>Il motto di OL è “Vuoi vedere il cambiamento? E allora SII il cambiamento!”: un cambiamento nella mentalità, con il rifiuto della corruzione e del favoritismo; un cambiamento nella cultura giovanile che però sia consapevole della lezione della generazione precedente. Pur non essendo ufficialmente registrata, OL collabora con ONG registrate in qualità di partner di progetto e rende pubblicamente accessibili tutti i documenti.</p>
<p>OL fa da subito grande uso dei social network, che diventano uno dei mezzi preferenziali per comunicarne il messaggio. Nel 2005 OL approda su Youtube, nel 2006 su Facebook e Twitter. Gli attivisti di OL aprono blog contraddistinti dal manifesto del gruppo, incentrato su tre capisaldi: tolleranza, non violenza e modernità. Una grande priorità di OL è l’educazione, dato lo stato di corruzione, bassa qualità e scarso investimento del sistema educativo dell’Azerbaijan.</p>
<p>Nel 2007 OL dà vita ad una serie di incontri settimanali nella sede dell’American Alumni Association a Baku. Si parla di come migliorare l’istruzione, ma anche del difensore civico e della Corte Europea dei diritti umani. Gli eventi crescono di partecipazione e criticità degli argomenti, toccando argomento come libertà di espressione e guerra russo-georgiana del 2008.</p>
<p>Il 2008 è anche l’anno di una mobilitazione mediatica internazionale: il 28 maggio in varie città del mondo (Baku, Istanbul, Los Angeles, London e New York) vengono fotografati e ripresi giovani che indossano t-shirt colorate con le lettere ADR (Repubblica Democratica dell’Azerbaijan), che ricordano il primo stato indipendente azero (1918/1920), diventato per i nuovi giovani il simbolo di un futuro diverso e democratico.</p>
<p>A novembre dello stesso anno Emin Milli parla alla Camera dei Lord a Londra in occasione di un incontro organizzato dal Forum degli studenti dell’Azerbaijani in Europe (FASE) e delinea un manifesto per il cambiamento.</p>
<p>“E’ importante che la nostra generazione dia ora forma ad una visione forte, che definisca chiaramente di che tipo di cambiamento abbiamo bisogno nel sistema valoriale della nostra società e nel nostro stato, non perché tutto finisca in un inferno, ma per farci strada verso il paradiso”.</p>
<p>Questo discorso viene caricato su Youtube e di visualizzazione in visualizzazione Emin diventa uno dei rappresentanti di spicco della “generazione Facebook di Baku formatasi all’estero”.</p>
<p>A marzo 2009 il governo azero elimina i limiti temporali del mandato presidenziale. Il 15 aprile 2009 Milli tiene un discorso su dinastia e democrazia in Azerbaijan alla Columbia University di New York, in cui critica aspramente il culto della personalità degli Aliyev (la famiglia del presidente azero), evidenzia il consolidamento di un regime autoritario e punta il dito sulla crescente corruzione delle varie sfere della vita pubblica.</p>
<p>Nel frattempo OL si consolida. Adnan Hajizade guida i media di OL ed è la mente creativa di video su temi filosofici (“In che cosa credi?”), democrazia, cultura azera contemporanea (“Perché sono azero”): video che riflettono situazioni quotidiane e facilmente riconoscibili con toni satirici e critici. Uno dei video più famosi mostrava un cittadino che accettava fatalmente che la sua casa fosse demolita dal governo. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Aaecvg7xCIk">Il video più visto</a> di OL, (128.233 visualizzazioni su YouTube, il 14 marzo 2011) è stato girato nel 2009 e ha segnato una svolta, per alcuni aspetti controproducente, nella visibilità di OL.</p>
<p>Il video riprende con ironia la notizia del presunto acquisto da parte del governo del paese di un asino dalla Germania al costo di  US$41,000 (più di 28mila euro). Nel video è Adnan stesso a vestire i panni di un asino impegnato in una conferenza stampa.</p>
<p>“Se mi dovessi reincarnare in Azerbaijan, vorrei essere di nuovo un asino. A differenza dell’Europa, qui più sei asino, più hai possibilità. Perché ero così costoso? Perché sono un asino di Prima Categoria: parlo tre lingue, suono il violino. Prevedo di lavorare come membro dell’Associazione liberale degli asini per proteggere i diritti degli altri asini. Ma, dati gli emendamenti proposti alla legge sulle ONG, questo non sembra possibile. Ma se non lasciano fare questo neppure agli asini, come possono farlo i normali esseri umani?”.</p>
<p>Il video si conclude con la frase “C’è chi si prende cura dei diritti degli asini. Ma chi si prenderà cura dei diritti degli uomini?” Questa è sicuramente una delle gocce che fanno traboccare il vaso.</p>
<p>A luglio del 2009 due uomini avvicinano Emin e Adnan al ristorante e li picchiano, rompendo il naso ad Adnad e ferendo Emin alla gamba. Emin, Adnan e un amico si recano alla più vicina stazione di polizia, dove la situazione si capovolge, portando all’arresto di Adnan e Emin per atti di teppismo.</p>
<p>Nella versione ufficiale della polizia sono stati Adnan ed Emin ad aggredire i due uomini, che avevano chiesto ai due di usare un linguaggio meno scurrile e aggressivo.</p>
<p>Lo stesso Ministero degli Interni e l’ufficio del Procuratore rilasciano una dichiarazione in cui attribuiscono la responsabilità dell’accaduto ai due attivisti e protestano contro la reazione internazionale ad un comune caso di teppismo. Dichiarano “Guardiamo a questa come ad una pressione sul processo di indagine e chiediamo alla comunità internazionale di smettere di interferire negli affari interni della repubblica dell’Azerbaijan”</p>
<p>Il processo ha inizio il 4 settembre 2009. Nonostante non sia possibile registrare o fare foto durante le 12 sedute, i social media ancora una volta svolgono un ruolo determinante. Vari attivisti partecipano alle sedute e usano l’applicazione Facebook per i cellulari per fornire aggiornamenti in diretta. Man mano che il processo va avanti, l’attenzione dei media internazionale va crescendo. Ne parliano Radio Free europe/Radio Liberty, New York Times , BBC; molte organizzazioni di diritti umani come Article 19, Global Campaign for Free Expression, Human Rights Watch e International PEN scrivono una lettera al president Ilham Aliyev.</p>
<p>Nel frattempo OL prosegue la sua attività e lancia l’università del libero pensiero  (FTU, Azad Fikir Universiteti), ente registrato. Fra settembre 2009 e giugno 2010, il gruppo organizza circa 100 lezioni interattive, seminari, dibattiti e altri eventi che coinvolgono quasi 1000 persone.</p>
<p>Ma la mobilitazione non sembra incidere minimamente sull’andamento del processo.</p>
<p>Il verdetto dell’11 novembre 2009 è di 30 mesi di reclusione per Emin e 24 mesi per Adnan, con l’accusa di teppismo e violenza fisica intenzionale.</p>
<p>Rilasciano dichiarazioni in merito la Segreteria generale del consiglio d’Europa, l’Unione Europea, il Dipartimento di stato americano, Freedom House, Reporter Senza Frontiere, Amnesty International.</p>
<p>Ma a marzo e agosto 2010 la corte di appello di Baku e la Corte suprema confermano il giudizio e gli avvocati della difesa si rivolgono alla corte europea dei diritti dell’uomo</p>
<p>Interviene persino il presidente Obama, che durante una sessione ONU chiede al presidente azero di liberare i due attivisti.</p>
<p>Dopo pochi mesi, Adnan e Emin vengono liberati a condizione di non lasciare Baku.</p>
<p>Fin dalle prime dichiarazioni, i due attivisti riconoscono e ribadiscono il ruolo dei nuovi media nella vicenda.</p>
<p>“Mi mancava la libertà” ha dichiarato Milli “Non la libertà spirituale, ce l’avevo persino in prigione. Mi mancava la libertà di movimento, la libertà di usare Internet. Penso che la privazione di internet sia una nuova forma di tortura per le persone della nostra generazione”.</p>
<p>Alcune settimane dopo essere stati rilasciati, tutti e due hanno dichiarato di voler continuare la loro attività.</p>
<p>Il 12 dicembre 2010 Emin e Adnan hanno postato su Youtube un video di sei minuti in cui ringraziavano le persone e le organizzazioni che si erano schierate dalla loro parte.</p>
<p>“Fino alla fine delle nostre vite saremo grati ad ognuno di voi per ogni parola che avete detto, ogni vostro click, ogni video e petizione che avete fatto”</p>
<p>Ad ammettere che ogni click ha dato corpo ad un movimento.</p>
<p>&#8212;</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>A questo link si trova l’intervento di Emin Milli e Adnad Hajizada in occasione del World Press Freedom Day 2011 tenutosi in Washington: </em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=b0hQS9OXVUA">http://www.youtube.com/watch?v=b0hQS9OXVUA</a></p>
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		<title>Uk riots,  l’ uso di Twitter e Facebook è un diritto fondamentale?</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Aug 2011 20:22:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censura e sangue]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalisti digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
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		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Riots.png"></a>I social network non sono come un’ autostrada che si può chiudere in casi di emergenza, come sostiene il primo ministro inglese, e farlo – sostenendo che ‘’non sarà certo la fine del mondo’’ – significherebbe violare il principio e il diritto della libertà di espressione – Una mossa che governi repressivi di paesi come Cina e Iran accoglierebbero con entusiasmo, come una indiretta giustificazione delle loro politica repressiva  &#8211; Matthew Ingram su Gigaom e Giovanni Boccia Artieri sulla scoperta dell’ &#8221;uncivic engagement&#8221;</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>Mentre due giovani inglesi, di 20 e 22 anni sono stati <a href="http://www.guardian.co.uk/uk/2011/aug/16/facebook-riot-calls-men-jailed">condannati a 4 anni di reclusione</a> per aver usato Facebook per lanciare un appello a scendere in piazza (come tanti altri avevano fatto in Tunisia o in Libia),  in Parlamento il primo ministro britannico David Cameron ha spiegato che il governo prendeva seriamente in considerazione l’ ipotesi di bloccare l’ uso collettivo di social network come Facebook e Twitter,  paragonando questo dipo di blocco alla chiusura di una strada o alla sospensione del servizio ferroviario a causa di una emergenza.</p>
<p>Intanto, sul Wall Street Journal Gordon Crovitz, un noto commentatore,  utilizzava lo stesso argomento, sostenendo che un divieto di usare i social network  <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424053111903918104576506393735675856.html" target="_blank">non violerebbe il principio delle libertà di espressione</a> e che i ‘’tecno-utopisti’’ si starebbero preoccupando per niente.</p>
<p>Ma è la verità? Oppure]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Riots.png"><img class="alignleft size-full wp-image-9144" title="Riots" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Riots.png" alt="Riots" width="210" height="140" /></a><em>I social network non sono come un’ autostrada che si può chiudere in casi di emergenza, come sostiene il primo ministro inglese, e farlo – sostenendo che ‘’non sarà certo la fine del mondo’’ – significherebbe violare il principio e il diritto della libertà di espressione – Una mossa che governi repressivi di paesi come Cina e Iran accoglierebbero con entusiasmo, come una indiretta giustificazione delle loro politica repressiva  &#8211; Matthew Ingram su Gigaom e Giovanni Boccia Artieri sulla</em> <em>scoperta dell’</em> &#8221;uncivic engagement&#8221;</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>Mentre due giovani inglesi, di 20 e 22 anni sono stati <a href="http://www.guardian.co.uk/uk/2011/aug/16/facebook-riot-calls-men-jailed">condannati a 4 anni di reclusione</a> per aver usato Facebook per lanciare un appello a scendere in piazza (come tanti altri avevano fatto in Tunisia o in Libia),  in Parlamento il primo ministro britannico David Cameron ha spiegato che il governo prendeva seriamente in considerazione l’ ipotesi di bloccare l’ uso collettivo di social network come Facebook e Twitter,  paragonando questo dipo di blocco alla chiusura di una strada o alla sospensione del servizio ferroviario a causa di una emergenza.</p>
<p>Intanto, sul Wall Street Journal Gordon Crovitz, un noto commentatore,  utilizzava lo stesso argomento, sostenendo che un divieto di usare i social network  <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424053111903918104576506393735675856.html" target="_blank">non violerebbe il principio delle libertà di espressione</a> e che i ‘<em>’tecno-utopisti’’</em> si starebbero preoccupando per niente.</p>
<p>Ma è la verità? Oppure decisioni di questo tipo possono costituire un passo sul pendio scivoloso che porta a un controllo in stile cinese sui network di informazione?, si chiede <a href="http://goo.gl/x1c8N" target="_blank">Mathew Ingram su gigaom.com</a>. Una domanda retorica, accompagnata da un riferimento alle posizioni di Evgeny Morozov, esperto di politica internazionale, che in un articolo sul Wall Street Journal dal titolo “<em>Repressing the Internet, Western-Style</em>” consiglia i sostenitori di tali misure <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424053111903918104576502214236127064.html">a prendere coscienza del fatto che governi repressivi in paesi come la Cina o l’ Iran</a> stanno seguendo con attenzione quello che le democrazie occidentali fanno in questo campo e aggiungendo che ogni restrizione delle libertà verrà presa come una giustificazione della loro politica repressiva.</p>
<p><span id="more-9143"></span><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/cameron.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9145" title="cameron" src="http://www.lsdi.it/wp-content/cameron-300x199.jpg" alt="cameron" width="300" height="199" /></a>Ingram ricorda che Cameron non è il solo a considerare possibili misure del genere. Tra l’ altro, secondo lui, anche l’ argomento usato dai sostenitori di quella politica – il ‘’non sarà certo la fine del mondo’’- è parte del problema, visto che ci incoraggia a vedere tale politica come una sorta di semplice misura punitiva e non come un risultato fortemente negativo. Ma, nonostante quello che Crovitz pensa – sottolinea Ingram -,  ogni restrizione o sospensione in questo campo viola principi importanti come quello della libertà di espressione. I governi – aggiunge Ingram – hanno il diritto di stabilire restrizioni di quella natura in alcune situazioni di emergenza? Certo che sì. Ma quelle situazioni devono essere scelte con molta attenzione e noi dovremmo spingere le autorità che lo fanno a giustificare tale scelta.</p>
<p><strong>La libertà di parola deve essere protetta in ogni modo.</strong></p>
<p>Questi tipi di restrinzione non si possono paragionare alla chiusura di una strada. Il discorso pubblico, che avviene anche col supporto di social media come Twitter e Facebook – per non parlare dei cellulari e degli altri network – non è come andare in macchina a comprare il latte, quando qualche inconveniente non è certo un grande problema. Coloro che sostengono che  <a href="http://gigaom.com/2011/08/11/blaming-the-tools-britain-proposes-a-social-media-ban/#comment-646639">non è un diritto usare Twitter</a>, oppure che questi strumenti sono irrilevanti e frivoli &#8211; e che quindi una loro sospensione non è rilevante &#8211; finiscono per giustificare le politiche repressive dei governi di paesi come Iran e Cina.</p>
<p><strong>La doppia morale</strong></p>
<p>E’ una ulteriore conferma del principio della <strong>doppia morale</strong> ‘’ che può essere applicata a questi luoghi di rappresentazione della pubblica opinione e di <em>civic engagement’’, </em>commentava qualche giorno fa  Giovanni Boccia Artieri su <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2011/08/12/riot-act/">Mediamondo</a>.</p>
<p>‘’Come <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2011/08/12/2011/08/11/il-lato-oscuro-della-comunicazione-connessa/">ho già scritto</a> se l’ uso ci sembra volto alla determinazione dei popoli, come per l’Iran l’Egitto, la Siria, ecc., allora siamo pronti a schierarci contro ogni censura delle conversazione online. Se le azioni violente organizzate dai cittadini (ma anche le manifestazioni meno cruente) ricadono su territori reali che vedono già i popoli “determinati” allora ci possiamo domandare “se sia giusto bloccare le comunicazioni attraverso questi siti e servizi”.</p>
<p>La nostra morale – aggiunge Boccia Artieri &#8211; oscilla in base ad una ragione pragmatica, frutto di convenienze orientate dalla nostra presunzione di civiltà: noi non siamo il Nord Africa.</p>
<p>Tanto che – come hanno riportato vari giornali, fra cui la<a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=9383&amp;ID_sezione=38"> Stampa</a> &#8211;  molti paesi dittatoriali ironizzano pesantemente sulla vicenda.</p>
<p><em>La scoperta dell’ </em><em>uncivic engagement</em><em> </em>– rileva Boccia Artieri <em>- è emersa con forza. Leggendo i diversi contenuti su Twitter non ho avuto tanto la sensazione che le </em><em>gang</em><em> (parte terribile del problema secondo la polizia inglese e il Primo Ministro) si auto-organizzino online: secondo me si parlano, più congeniale alla forma tribale di appartenenza territoriale. Quello che ho letto è invece disagio e rabbia, voglia di riappacificare gli animi e tensione capace di accendere la miccia. Un ambiente in cui la gente si confronta con la gente, in cui l’umore di una nazione sembra emergere, dal basso, con forza. Le strategie proposte di censura non faranno altro che spostare verso </em><em>nick name</em><em>, nuovi account e domini diversi i facinorosi. Il resto sembra tanto, giusto per ricollocarci nell’immaginario, richiamare (e spesso l’ho trovato citato) lo spirito di “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/V_for_Vendetta">V</a>” – personaggio che </em><em>Alan Moore inventa sotto la spinta emotiva del clima di un’ Inghilterra governata da Margaret Thatcher, </em>aggiunge Boccia  Artieri, che conclude:</p>
<p><em><a href="http://www.signature9.com/electrotech/the-utter-ridiculousness-of-david-camerons-proposed-london-riot-social-media-ban?utm_source=twitter&amp;utm_medium=social&amp;utm_campaign=The+Utter+Ridiculousness+of+David+Cameron%27s+Proposed+London+Riot+Social+Media+Ban">Come scrive Ousley</a></em><em>: “killing a communication method doesn’t kill the spirit behind the messages”.</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il Triangolo del Caucaso, un forte attivismo online difficile da tradurre nella vita reale</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/il-triangolo-del-caucaso-un-forte-attivismo-online-difficile-da-tradurre-nella-vita-reale/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 07:34:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censura e sangue]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p style="margin-bottom: 0cm"> In una intervista a Lsdi Letizia Gambini racconta la sua esperienza con &#8221;The Caucasus Triangle&#8221;, un documentario sul rapporto tra giovani, media e democrazia in Georgia, Armenia e Azerbaijan di cui abbiamo già parlato qualche giorno fa &#8211; Un lavoro che servirà anche per alimentare il dibattito sulla libertà di informazione e sul Caucaso</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm">&#8212;&#8211; </p>
<p style="margin-bottom: 0cm">&#8221;La rete è ancora una rete d&#8217; élite, non di massa. Continuano a  farla da padroni i mass media tradizionali, televisione e giornali, ma le nuove generazioni sempre più si stanno riversando online e questo è un fattore molto positivo. Internet è meno regolato e ha barriere di accesso minori per le giovani generazioni per entrare e per creare forum di opinione anche apertamente in contrasto con il governo&#8221;.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">In una conversazione con Lsdi, <a href="http://letzi.wordpress.com/">Letizia Gambini</a> racconta il senso di &#8216;<strong>&#8216;The Caucasus Triangle&#8221;</strong>, un documentario sul rapporto tra giovani, media e democrazia in Georgia, Armenia e Azerbaijan di cui abbiamo già parlato <a href="../2011/07/07/giovani-media-e-democrazia-nel-%E2%80%98%E2%80%99triangolo-del-caucaso%E2%80%99%E2%80%99/">qui</a> e che è reperibile al link <a href="http://vimeo.com/23790146.">http://vimeo.com/23790146.</a></p>
<p style="margin-bottom: 0cm">&#8212;&#8211;</p>
<p style="margin-bottom: 0cm"><strong>Giovani, media e democrazia nel Triangolo del Caucaso</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal">a cura di Valentina Barbieri</p>
<p style="margin-bottom: 0cm"><strong>Buongiorno Letizia. Da dove nasce il progetto di “The Caucasus Triangle”?</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm">Il progetto parte da un mio desiderio di approfondire delle]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-8862" title="Caucaso" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Caucaso-300x211.jpg" alt="Caucaso" width="300" height="211" /></p>
<p style="margin-bottom: 0cm"><em><span style="font-style: normal"><span style="font-weight: normal"> </span></span></em><em><em><span style="font-weight: normal">In una intervista a Lsdi Letizia Gambini racconta la sua esperienza con &#8221;The Caucasus Triangle&#8221;, un documentario sul rapporto tra giovani, media e democrazia in Georgia, Armenia e Azerbaijan di cui abbiamo già parlato qualche giorno fa &#8211; Un lavoro che servirà anche per alimentare </span></em>il dibattito sulla libertà di informazione e sul Caucaso</em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm"><em><span style="font-style: normal"><span style="font-weight: normal">&#8212;&#8211; </span></span></em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm"><em><span style="font-style: normal"><span style="font-weight: normal">&#8221;La rete è ancora una rete d&#8217; élite, non di massa. Continuano a  farla da padroni i mass media tradizionali, televisione e giornali, ma le nuove generazioni sempre più si stanno riversando online e questo è un fattore molto positivo. Internet è meno regolato e ha barriere di accesso minori per le giovani generazioni per entrare e per creare forum di opinione anche apertamente in contrasto con il governo&#8221;.</span></span></em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm"><em><span style="font-style: normal"><span style="font-weight: normal">In una conversazione con Lsdi, </span></span></em><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://letzi.wordpress.com/"><span style="font-style: normal"><span style="font-weight: normal">Letizia Gambini</span></span></a></span></span></span><em><span style="font-style: normal"><span style="font-weight: normal"> racconta il senso di &#8216;</span></span></em><span style="font-style: normal"><span style="font-weight: normal"><strong>&#8216;The Caucasus Triangle&#8221;</strong>,</span></span><em><span style="font-style: normal"><span style="font-weight: normal"> un </span></span></em><span style="font-weight: normal">documentario sul rapporto tra giovani, media e democrazia in Georgia, Armenia e Azerbaijan di cui abbiamo già parlato </span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="text-decoration: underline;"><a href="../2011/07/07/giovani-media-e-democrazia-nel-%E2%80%98%E2%80%99triangolo-del-caucaso%E2%80%99%E2%80%99/"><span style="font-weight: normal">qui</span></a></span></span></span><span style="font-weight: normal"> e che è r</span><span style="font-style: normal"><span style="font-weight: normal">eperibile al link </span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://vimeo.com/23790146."><span style="font-style: normal"><span style="font-weight: normal">http://vimeo.com/23790146.</span></span></a></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm">&#8212;&#8211;</p>
<p style="margin-bottom: 0cm"><strong>Giovani, media e democrazia nel Triangolo del Caucaso</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal"><span style="font-style: normal">a cura di</span><em> Valentina Barbieri</em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm"><strong>Buongiorno Letizia. Da dove nasce il progetto di “The Caucasus Triangle”?</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm"><span id="more-8861"></span><img class="alignleft size-full wp-image-8863" title="Gambini" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Gambini.jpeg" alt="Gambini" width="48" height="48" />Il progetto parte da un mio desiderio di approfondire delle tematiche che vanno ad intrecciare la libertà d&#8217;espressione con l&#8217;attivismo giovanile e la regione del Caucaso. L&#8217;interesse si lega anche al fatto che personalmente sono stata attiva a livello di volontariato in diverse organizzazioni che si occupano di giornalismo in Europa come European Youth Press, attivismo giovanile e cittadinanza attiva ed ero inoltre in contatto con delle persone vicine ai due ragazzi che sono stati arrestati in Azerbaijan, Emin e Adnan.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">Tutto questo è confluito in questo progetto, per cui ho ottenuto il supporto finanziario dell&#8217;European Youth Forum da un lato e dell&#8217;European Youth Foundation del Consiglio d&#8217;Europa.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm"><strong>Si possono definire le realtà presentate nel documentario come blog e reti nazionali?</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal">No, non si tratta sono realtà che nascono a livello nazionale, anzi. La maggior parte delle persone che abbiamo intervistato non mirano a raggiungere un audience nazionale ma a portare il problema  all&#8217;esterno. La maggior parte dei blog che poi hanno avuto una visibilità maggiore hanno questa dimensione, presentano video sottotitolati in inglese o sono completamente in inglese.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm"><span style="font-weight: normal">Con l&#8217;arresto dei due ragazzi c&#8217;è stata per l&#8217;Azerbaijan una grande spinta per andare a toccare l&#8217;audience internazionale, per avere visibilità e per dare protezione ai ragazzi, per coinvolgere le ambasciate e i consolati stranieri. E infatti la questione ha</span> raggiunto il dipartimento esteri degli Stati Uniti, si è arrivati a risoluzioni del consiglio d&#8217;Europa e degli Stati Uniti.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm"><strong>Quali sono le principali differenze che ha riscontrato tra Armenia, Azerbaijan e Georgia?</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm">L&#8217; Azerbaijan sta vivendo un momento in cui le libertà personali si sono ristrette, è un fenomeno più marcato rispetto agli altri due paesi e si sono verificati casi riconosciuti anche a livello internazionale di violazioni della libertà d&#8217;espressione sia in campo giornalistico (come gli editori arrestati sulla base di false accuse) sia nel segmento online e dell&#8217;attivismo giovanile come nel caso di Emin e Adnan.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm"><strong>Ci sono forme di collaborazione tra le reti giovanili dei tre paesi?</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm">Armenia e Azerbaijan sono in guerra tra di loro quindi è molto difficile che comunichino. Questo vale anche per l&#8217;online, la comunicazione presenta anche un fattore di rischio, si rischia di essere accusati di tradimento. La Georgia rimane un ponte tra i tre paesi ma in generale la comunicazione tra i paesi non è così sviluppata. Proprio per questo il documentario aveva tra i suoi fini quello di considerarla una regione rispetto all&#8217;argomento. Secondo me, secondo noi all&#8217;attivismo giovanile di questi stati conviene sviluppare questa dimensione internazionale e regionale tra di loro per dare più forza ai loro messaggi.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm">Ci sono programmi che portano i giovani attivisti a conoscersi; sono soprattutto progetti pilota finanziati dall&#8217;estero, dagli USA in particolare, da varie organizzazioni non governative statunitense,  che stanno aiutando a creare questi contatti.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm"><strong>In base a questa esperienza, può essere la rete strumento di partenza di una coscienza di massa più articolata?</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm">La rete in questo senso e in questo momento è una rete d&#8217;élite, non una rete di massa. Continuano a  farla da padrone i mass media tradizionali, televisione e giornali, ma le nuove generazioni sempre più si stanno riversando online e questo è un fattore molto positivo. Internet è meno regolato e ha barriere di accesso minori per le giovani generazioni per entrare e per creare forum di opinione anche apertamente in contrasto con il governo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm"><strong>Quali sono i limiti di queste forme di attivismo?</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm">Il punto è che Internet rimane uno strumento d&#8217;élite: la penetrazione di internet non è così forte in questi paesi (ad es. c&#8217;è una grande disparità tra le capitali ed il resto del paese) e ci sono problemi di altro tipo. Una delle difficoltà è di trasportare l&#8217;attivismo online nella vita reale, in quanto online ci sono molte protezioni (anonimato, nickname) che ovviamente offline sono più difficili da mantenere. Parliamo di rischi reali, come quello di essere espulsi dall&#8217;università, arrestati o interrogati, di far perdere il lavoro ai propri genitori. Parlando con molti dei ragazzi emergeva questo elemento, per cui molti sono stati scoraggiati dal rischio di avere ripercussioni in famiglia.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm"><strong>The Caucasus triangle avrà un seguito? In che termini?</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm">
<p style="margin-bottom: 0cm">L&#8217;idea è che il documentario sia un punto di partenza per essere utilizzato come strumento per dare visibilità alla regione, al tema e alle esperienze dei ragazzi.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm"><em><span style="font-style: normal"><span style="font-weight: normal">Vorrei cercare di portarlo in giro in Europa, di creare una sorta di modulo in cui alla visione del documentario venga associata un introduzione, una serie di attività, un dibattito tematico. Questo anche per favorire da una parte il dialogo tra organizzazione giovanili europee e del Caucaso e dall&#8217;altra di aumentare anche il dibattito in generale sulle tematiche di libertà di informazione e sul Caucaso.</span></span></em></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Cina, chiusi 1,3 milioni di siti web nel 2010</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/cina-chiusi-13-milioni-di-siti-web-nel-2010/</link>
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		<pubDate>Sun, 17 Jul 2011 06:14:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censura e sangue]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=8840</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>Un milione e 300.000 siti web sono stati chiusi in Cina nel corso del 2010. Il dato viene da una fonte ufficiale, l’ Accademia cinese di Scienze sociali che – come riferisce la <a href="http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-pacific-14138267">BBC</a> – ha precisato che alla fine dell’ anno scorso c’ erano il 41% di siti web in meno rispetto al 2009.</p>
<p>Nonostante questo, la Cina popolare avrebbe un ‘’alto livello di libertà di espressione online’’ ha detto Liu Ruisheng, uno dei ricercatori dell’ Accademia, aggiungendo che nonostante il declino del numero di siti, quello delle pagine sarebbe cresciuto, toccando i 60 miliardi, durante il 2010, con un incremento del 79% rispetto all’ anno precedente.</p>
<p>‘’Questo – ha osservato – significa che i nostri contenuti stanno diventando più forti e la nostra supervisione è più stretta e regolata’’.</p>
<p>Molte associazioni per i diritti umani – prosegue la BBC – da tempo protestano contro la censura del web da parte delle autorità cinesi, che hanno imposto una vasta e profonda rete di controlli. Un gran numero di siti online vengono quotidianamente bloccati, fra cui il servizio in lingua cinese della BBC, Facebook, Youtube e Twitter.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-8841" title="Cina" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Cina2-300x168.jpg" alt="Cina" width="300" height="168" /></p>
<p>Un milione e 300.000 siti web sono stati chiusi in Cina nel corso del 2010. Il dato viene da una fonte ufficiale, l’ Accademia cinese di Scienze sociali che – come riferisce la <a href="http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-pacific-14138267">BBC</a> – ha precisato che alla fine dell’ anno scorso c’ erano il 41% di siti web in meno rispetto al 2009.</p>
<p>Nonostante questo, la Cina popolare avrebbe un ‘’alto livello di libertà di espressione online’’ ha detto Liu Ruisheng, uno dei ricercatori dell’ Accademia, aggiungendo che nonostante il declino del numero di siti, quello delle pagine sarebbe cresciuto, toccando i 60 miliardi, durante il 2010, con un incremento del 79% rispetto all’ anno precedente.</p>
<p>‘’Questo – ha osservato – significa che i nostri contenuti stanno diventando più forti e la nostra supervisione è più stretta e regolata’’.</p>
<p>Molte associazioni per i diritti umani – prosegue la BBC – da tempo protestano contro la censura del web da parte delle autorità cinesi, che hanno imposto una vasta e profonda rete di controlli. Un gran numero di siti online vengono quotidianamente bloccati, fra cui il servizio in lingua cinese della BBC, Facebook, Youtube e Twitter.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Blog come stampa clandestina, mobilitazione e proteste per la condanna di Carlo Ruta</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/blog-come-stampa-clandestina-mobilitazione-e-proteste-per-la-condanna-di-carlo-ruta/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 May 2011 06:53:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censura e sangue]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=8282</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p><strong>Ossigeno per l&#8217; informazione</strong> si rivolge al Parlamento denunciando come sia &#8221;paradossale che in Italia si possa considerare reato ciò che in nome della libertà si ritiene giusto in Libia o in Siria&#8221; – Lo storico e blogger siciliano annuncia ricorso in Cassazione per provocare un pronunciamento di legittimità della Suprema Corte su una questione &#8221;di interesse generale, con pesanti effetti sulla libertà di espressione e di informazione&#8221;.</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>&#8221;C&#8217;è una contraddizione evidente fra la sentenza di Catania e ciò che ogni giorno ci fa inneggiare al grande potenziale liberatorio di Internet e al vento rinnovatore della &#8221;primavera araba&#8221;, ci fa parteggiare per i blogger dei paesi arabi che, proprio pubblicando notiziari liberi, non  autorizzati, stanno contribuendo a rovesciare regimi totalitari ed autocratici. E&#8217; paradossale che in Italia si possa considerare reato ciò che in nome della libertà si ritiene giusto in Libia o in Siria. Di fronte a una così palese distanza fra l&#8217;orientamento dell&#8217;opinione pubblica quello di alcuni giudici e bene che sia il Parlamento a dire una parola chiara&#8221;.   <strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Alberto Spampinato</strong>, direttore di Osssigeno per l’Informazione, interpreta così, aggiungendo un appello al Parlamento, la protesta che sta montando nel mondo dell&#8217; informazione italiana alla notizia della condanna in appello dello storico e giornalista-blogger Carlo Ruta, cui i giudici di Catania hanno inflitto una condanna a 150 euro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-8283" title="carlo-ruta" src="http://www.lsdi.it/wp-content/carlo-ruta-300x224.jpg" alt="carlo-ruta" width="300" height="224" /></p>
<p><strong><em>Ossigeno per l&#8217; informazione</em></strong><em> si rivolge al Parlamento denunciando come sia &#8221;paradossale che in Italia si possa considerare reato ciò che in nome della libertà si ritiene giusto in Libia o in Siria&#8221; – Lo storico e blogger siciliano annuncia ricorso in Cassazione per provocare un pronunciamento di legittimità della Suprema Corte su una questione &#8221;di interesse generale, con pesanti effetti sulla libertà di espressione e di informazione&#8221;.</em></p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>&#8221;C&#8217;è una contraddizione evidente fra la sentenza di Catania e ciò che ogni giorno ci fa inneggiare al grande potenziale liberatorio di Internet e al vento rinnovatore della &#8221;primavera araba&#8221;, ci fa parteggiare per i blogger dei paesi arabi che, proprio pubblicando notiziari liberi, non  autorizzati, stanno contribuendo a rovesciare regimi totalitari ed autocratici. E&#8217; paradossale che in Italia si possa considerare reato ciò che in nome della libertà si ritiene giusto in Libia o in Siria. Di fronte a una così palese distanza fra l&#8217;orientamento dell&#8217;opinione pubblica quello di alcuni giudici e bene che sia il Parlamento a dire una parola chiara&#8221;.   <strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Alberto Spampinato</strong>, direttore di Osssigeno per l’Informazione, interpreta così, aggiungendo un appello al Parlamento, la protesta che sta montando nel mondo dell&#8217; informazione italiana alla notizia della condanna in appello dello storico e giornalista-blogger Carlo Ruta, cui i giudici di Catania hanno inflitto una condanna a 150 euro di ammenda per il reato di &#8221;stampa clandestina&#8221; previsto dalla legge sulla stampa del 1948.</p>
<p>La sentenza (pronunciata il 2 maggio scorso, ma di cui si è avuta notizia solo ieri) conferma la condanna di primo grado pronunciata dal giudice Patricia di Marco del Tribunale di Modica il 9 maggio 2008 in seguito ad una denuncia dell&#8217;allora procuratore della Repubblica di Ragusa, Agostino Fera, che si riteneva danneggiato dall&#8217;attività del blog di Ruta, &#8216;accadeinsicilia&#8221;, sito di documentazione storica e sociale diffuso via internet.</p>
<p><span id="more-8282"></span>La condanna di Ruta, per un reato per il quale non e&#8217; stato condannato nessuno da almeno trent&#8217;anni, suscito&#8217; due anni fa interrogazioni parlamentari, una ondata di proteste politiche e del mondo del web e numerose attestazioni di solidarieta&#8217;.</p>
<p>&#8216;<a href="../2008/09/03/una-sentenza-shock-per-la-liberta-sul-web/" target="_blank">&#8216;Una sentenza shock per la libertà sul web&#8221;</a>, titolò Lsdi  il 3 settembre 2008, pubblicando poi ampi stralci di <a href="http://www.lsdi.it/2008/09/19/ruta-intensificare-l%e2%80%99-impegno-per-la-liberta-di-espressione/">una intervista</a> in cui Ruta, fra l&#8217; altro, denunciava &#8221;la situazione nel paese, davvero preoccupante&#8221;, che &#8221;sollecita tutti, operatori della comunicazione e cittadini, a una mobilitazione responsabile”.</p>
<p>La Corte ha stabilito ora che il blog di Ruta deve essere equiparato a un giornale cartaceo quotidiano; pertanto avrebbe dovuto essere registrato come testata giornalistica presso il Tribunale, e invece non lo era, come la maggior parte dei blog. La difesa ha eccepito che il blog e&#8217; uno strumento di documentazione, non può essere considerato un prodotto giornalistico. Quello di Ruta, fra l&#8217;altro, come e&#8217; risultato da alcuni accertamenti, veniva aggiornato episodicamente e senza regolarita&#8217; periodica.</p>
<p>Ruta ha spiegato ora di essere &#8221;sorpreso e amareggiato&#8221; dalla condanna in appello. Invece di chiudere il caso invocando la prescrizione del reato, ha annunciato però che farà ricorso in Cassazione per provocare un pronunciamento di legittimita&#8217; della Suprema Corte su una questione che considera di interesse generale, con pesanti effetti sulla libertà di espressione e di informazione.</p>
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		<title>&#8216;Libera stampa!&#8217;, un omaggio alla Politkovskaja e alla responsabilità della memoria</title>
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		<pubDate>Wed, 18 May 2011 20:33:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censura e sangue]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> In un incontro a Vittorio Veneto Vera Politkovskaja, la figlia della giornalista russa uccisa nel 2006 a Mosca, e Leonardo Coen, inviato di Repubblica, parlano di coraggio e di testardaggine, due qualità che in Russia possono essere fatali – Vera: “Le minacce sono state parte della nostra vita da sempre. All’ inizio a riceverle era mio padre, che lavorava nel giornalismo d’opposizione. Poi si sono rivolte a mia mamma. E sono aumentate quando lei ha iniziato ad occuparsi di Cecenia’’ – Coen: ‘’La Politkovskaja ha rappresentato un tipo di giornalismo inedito in Russia, scritto in modo molto lucido, con poca enfasi e molta concretezza” &#8211; Di fronte a ogni giornalista c&#8217; è un bivio molto chiaro: seguire i dettami e fare carriera o esprimere la propria posizione e subirne le conseguenze: la seconda linea è quella scelta dal giornale “Novaja Gazeta” </p>
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<p>di Valentina Barbieri</p>
<p>‘’Libera stampa!’’</p>
<p>Quest’ esclamazione (o invocazione?) è il titolo di una serata sulla libertà di stampa tenutasi sabato 14 maggio a Vittorio Veneto (TV), organizzata dall’ associazione Mondo in Cammino e <a href="http://www.lsdi.it/2011/05/17/vera-politkovskaja-in-russia-sempre-peggio-per-la-liberta-di-stampa/">patrocinata da Lsdi</a>. Mondo in Cammino cura progetti di cooperazione internazionale e di solidarietà nell’area post-sovietica, con particolare attenzione al Caucaso.</p>
<p>Protagonisti della serata erano Vera Politkovskaja, figlia della giornalista russa uccisa a Mosca nel 2006, Leonardo Coen, fondatore e corrispondente de La Repubblica da Mosca]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft size-medium wp-image-8206" title="Anna-Politkvoskaja" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Anna-Politkvoskaja2-161x300.jpg" alt="Anna-Politkvoskaja" width="161" height="300" /> In un incontro a Vittorio Veneto </em><em>Vera Politkovskaja, la figlia della giornalista russa uccisa nel 2006 a Mosca, e Leonardo Coen, inviato di Repubblica, parlano di coraggio e di testardaggine, due qualità che in Russia possono essere fatali – Vera: “Le minacce sono state parte della nostra vita da sempre. All’ inizio a riceverle era mio padre, che lavorava nel giornalismo d’opposizione. Poi si sono rivolte a mia mamma. E sono aumentate quando lei ha iniziato ad occuparsi di Cecenia’’ – Coen: ‘’La Politkovskaja ha rappresentato un tipo di giornalismo inedito in Russia, scritto in modo molto lucido, con poca enfasi e molta concretezza” &#8211; Di fronte a ogni giornalista c&#8217; è un bivio molto chiaro: </em><em>seguire i dettami e fare carriera o esprimere la propria posizione e subirne le conseguenze: l</em><em>a seconda linea è quella scelta dal giornale “Novaja Gazeta” </em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>di <em>Valentina Barbieri</em></p>
<p>‘’Libera stampa!’’</p>
<p>Quest’ esclamazione (o invocazione?) è il titolo di una serata sulla libertà di stampa tenutasi sabato 14 maggio a Vittorio Veneto (TV), organizzata dall’ associazione Mondo in Cammino e <a href="http://www.lsdi.it/2011/05/17/vera-politkovskaja-in-russia-sempre-peggio-per-la-liberta-di-stampa/">patrocinata da Lsdi</a>. Mondo in Cammino cura progetti di cooperazione internazionale e di solidarietà nell’area post-sovietica, con particolare attenzione al Caucaso.</p>
<p>Protagonisti della serata erano Vera Politkovskaja, figlia della giornalista russa uccisa a Mosca nel 2006, Leonardo Coen, fondatore e corrispondente de La Repubblica da Mosca e Massimo Bonfatti, presidente di Mondo in Cammino.</p>
<p>L’incontro si è aperto con la testimonianza di Zarema Sadulaeva, letta da Massimo Bonfatti su Anna Politkovskaja. Una prima impressione curiosa su questa donna arrivata in Caucaso vestita da “moscovita” e che man mano era entrata in un rapporto sempre più profondo con la realtà cecena.</p>
<p><span id="more-8196"></span>“Voglio che conosciate la verità, poi se vorrete potrete optare per il razzismo e il cinismo in cui si sta impantanando la nostra società” ripeteva la giornalista. Un’idea che Leonardo Coen collega alla “responsabilità della memoria”, cioè al dovere di testimoniare che è propria giornalismo. Le difficoltà incontrate da associazioni indipendenti come “I nomi ritrovati” e il “Centro Sacharov” testimoniano una volontà di insabbiamento fortemente presente in Russia. “Il coraggio di Anna Politkovskaja è documentato dalla raccolta del suoi articoli, che è stupenda. I più bei racconti di Anna sono quelli che riguardano la corruzione degli apparati del governo e delle amministrazioni, hanno toccato un nervo scoperto. La Politkovskaja ha rappresentato un tipo di giornalismo inedito in Russia, scritto in modo molto lucido, con poca enfasi e molta concretezza”</p>
<div id="attachment_8198" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-8198" href="http://www.lsdi.it/2011/05/18/libera-stampa-un-omaggio-alla-politkovskaja-e-alla-responsabilita-della-memoria/libera-stampa/"><img class="size-medium wp-image-8198" title="Libera-stampa" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Libera-stampa-300x199.jpg" alt="Un momento dell' incontro: da sinistra Alessandro Toffoli (&quot;l'Azione&quot;), Leonardo Coen, Vera Politkovskaja, Cinzia Valle, di 'Mondo in Cammino', Massimo Bonfatti "; foto di Paolo Barbuio. width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Un momento dell&#39; incontro: da sinistra Alessandro Toffoli (&quot;l&#39;Azione&quot;), Leonardo Coen, Vera Politkovskaja, Cinzia Valle, di 'Mondo in Cammino', Massimo Bonfatti; foto di Paolo Barbuio</em></p></div>
<p>Ma non tutti condividono il pensiero di Coen. Secondo Markov, noto politologo russo, quanto sostenuto da Anna Politkovskaja risultava comprensibile in Occidente, ma non in Russia. “Se tutti i media del mondo lo capivano e in Russia no, il problema sta nel paese” replica la figlia della giornalista. “Quello che sosteneva mia madre è che anche se una persona si trova in minoranza, deve essere ascoltata”.</p>
<p>Questa testardaggine, questo coraggio della testimonianza delle violazioni dei diritti umani ha avuto conseguenze sempre più pesanti per la vita di Anna Politkovkaja e la sua famiglia.</p>
<p>Racconta Vera, con voce sorprendentemente calma: “Le minacce sono state parte della nostra vita da sempre. All’inizio a riceverle era mio padre, che lavorava nel giornalismo d’opposizione. Poi si sono rivolte a mia mamma. E sono aumentate quando lei ha iniziato ad occuparsi di Cecenia. In famiglia si è parlato delle possibili conseguenze delle minacce e mia mamma ci aveva spiegato cosa fare, a chi rivolgerci. Quindi in qualche modo eravamo pronti, anche se oggettivamente non ce l’aspettavamo in quel momento preciso: era morto mio nonno, mia nonna stava male, eravamo assorbiti da diversi problemi.”</p>
<p>Di fronte a questa dimensione quotidiana ed abituale della minaccia acquista ancora più rilevanza il bivio di fronte a cui si trova ogni giornalista in Russia: seguire i dettami e fare carriera o esprimere la propria posizione e subirne le conseguenze.</p>
<p>La seconda linea è quella scelta dal giornale “Novaja Gazeta”, che Coen illustra con alcuni episodi.</p>
<p>“La redazione della Novaja Gazeta è costruita come una sorta di fortino. Quando sono andato dal direttore, questi ha chiuso la finestra e acceso un apparecchio che avrebbe disturbato eventuali intercettazioni. A Samar ho intervistato un giornalista della Novaja Gazeta. Dopo qualche tempo è stato picchiato e la sede è stata chiusa.”</p>
<p>In particolare, quando si tocca il legame tra politica e affari si finisce immancabilmente nel mirino (come l’episodio del bosco di Chimki).</p>
<p>Ciononostante, il giornalista de “La Repubblica” individua delle isole di tentativi di democrazia. “Internet ormai è diventato veicolo della controinformazione, è un forum dove le persone parlano, discutono. Nel 2008 c’è stato un tentativo di legislazione di internet da parte della Duma, è seguita una rivolta e queste leggi sono state “tamponate”.La situazione è per me cambiata perché ci sono più pressioni internazionali, gli obiettivi della politica russa sono più ramificati.”</p>
<p>Il Caucaso rimane però un caso a se stante in quanto a libertà di stampa, concordano tutti i relatori. E’ molto al di sotto dei già problematici standard russi.</p>
<p>“Parlare di libertà di stampa e Cecenia non ha senso, non stanno assieme.” chiarisce Vera Politkovskaja. “Finchè ci sarà Kadyrov non ci sarà libertà di stampa”.</p>
<p>E la situazione della stampa in Italia?</p>
<p>Leonardo Coen identifica un problema di fondo in un’attitudine quasi “calcistica” del giornalismo:</p>
<p>i giornalisti appaiono schierati come tifosi di calcio e altrettanto insofferenti alle decisioni arbitrali.</p>
<p>Priorità del giornalista dovrebbe essere quella di raccontare quello che succede, come hanno fatto grandi giornalisti come Anna Politkovskaja, mentre secondo Coen una quota sempre minoritaria è disposta a seguire questa linea in Italia e quelli che lo fanno ne subiscono le conseguenze, come Enzo Biagi. Molti giornalisti sono ostaggi della corruzione del quieto vivere.</p>
<p>Da parte dei cittadini bisogna imparare a pretendere l’informazione e capire che la scelta di raccontare cosa succede aiuta anche la popolazione a vivere meglio.</p>
<p>“Libera stampa” è stata un’occasione per un incontro intenso e approfondito, con un pubblico folto (300 persone circa) e criticamente interessato al pur complesso tema.</p>
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