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	<title>LSDI &#187; Attualità</title>
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	<description>Libertà di Stampa / Diritto all'Informazione</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 14:31:25 +0000</lastBuildDate>
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		<title>La pirateria è una parte integrante dell’ ecosistema digitale</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 09:46:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Pirateria.jpg"></a> La tolleranza dei contenuti scaricati illecitamente è stata parte degli ecosistemi di molti settori dell’ industria culturale, e in particolare della musica, anche perché consentiva in alcuni casi di essere uno strumento promozionale per l’ industria musicale</p>
<p></p>
<p></p>
<p>– In ogni caso la pirateria resterà fino a quando prodotti studiati attentamente per un pubblico globale impiegheranno mesi a raggiungere il mercato globale, spiega Frédéric Filloux in una delle sue ultime interessanti riflessioni su MondayNote, di cui pubblichiamo qui di seguito la traduzione integrale 
<strong><a href="http://www.mondaynote.com/2012/01/22/piracy-is-part-of-the-digital-ecosystem/">PIRACY IS PART OF THE DIGITAL ECOSYSTEM</a> </strong></p>
<p>di <a title="View all posts by Frédéric Filloux" href="http://www.mondaynote.com/author/ffilloux/">Frédéric Filloux</a></p>
<p><strong> </strong>(traduzione a caura di Elena Baù)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Nell’estate del 2009 ero stato invitato ad una piccola festa in un vecchio appartamento borghese </strong>con vista mozzafiato sul Campo di Marte e la Torre Eiffel.</p>
<p>L’ incontro era stato pensato come una discussione informale tra esperti della comunicazione a proposito delle pressioni di Nicolas Sarkozy per l’ HADOPI, vale a dire il disegno di legge contro la pirateria informatica. Il rischio che si innescasse un acceso dibattito era molto limitato: tutti, in questa piccola folla di artisti, produttori e giornalisti erano sulla stessa posizione, e cioè contro la proposta di legge.</p>
<p>L’  HADOPI <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/HADOPI_law">HADOPI</a>  fa parte dello stesso filone degli americani &#8211; e ormai comatosi &#8211; PIPA <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/PROTECT_IP_Act">Protect Intellectual Property Act</a> ( la legge sulla Protezione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Pirateria.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11626" title="Pirateria" src="http://www.lsdi.it/assets/Pirateria-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a> <em>La tolleranza dei contenuti scaricati illecitamente è stata parte degli ecosistemi di molti settori dell’ industria culturale, e in particolare della musica, anche perché consentiva in alcuni casi di essere uno strumento promozionale per l’ industria musicale</p>
<p></em></p>
<p><span id="more-11625"></span></p>
<p><em>– In ogni caso la pirateria resterà fino a quando prodotti studiati attentamente per un pubblico globale impiegheranno mesi a raggiungere il mercato globale, spiega Frédéric Filloux in una delle sue ultime interessanti riflessioni su MondayNote, di cui pubblichiamo qui di seguito la traduzione integrale </em><br />
<strong><a href="http://www.mondaynote.com/2012/01/22/piracy-is-part-of-the-digital-ecosystem/">PIRACY IS PART OF THE DIGITAL ECOSYSTEM</a> </strong></p>
<p>di <a title="View all posts by Frédéric Filloux" href="http://www.mondaynote.com/author/ffilloux/">Frédéric Filloux</a></p>
<p><strong> </strong>(traduzione a caura di <em>Elena Baù</em>)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Nell’estate del 2009 ero stato invitato ad una piccola festa in un vecchio appartamento borghese </strong>con vista mozzafiato sul Campo di Marte e la Torre Eiffel.</p>
<p>L’ incontro era stato pensato come una discussione informale tra esperti della comunicazione a proposito delle pressioni di Nicolas Sarkozy per l’ HADOPI, vale a dire il disegno di legge contro la pirateria informatica. Il rischio che si innescasse un acceso dibattito era molto limitato: tutti, in questa piccola folla di artisti, produttori e giornalisti erano sulla stessa posizione, e cioè contro la proposta di legge.</p>
<p>L’  HADOPI <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/HADOPI_law">HADOPI</a>  fa parte dello stesso filone degli americani &#8211; e ormai comatosi &#8211; PIPA <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/PROTECT_IP_Act">Protect Intellectual Property Act</a> ( la legge sulla Protezione della Proprietà Intellettuale) e  Sopa <a href="http://livepage.apple.com/">Stop Online Piracy Act</a> ( legge sul Blocco della Pirateria in Rete). La legge francese era basata sul principio secondo cui “attacchi tre volte e sei disconnesso dal sistema”, quindi mirata a colpire i più attivi nei download illegali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il dibattito è iniziato con una breve tavola rotonda in cui ognuno ha spiegato il proprio punto di vista in merito alla legge. Io mi sono servito della classica presentazione che usano negli Alcolisti Anonimi: “Sono Frédéric, ed eseguo download da diversi anni. Ho iniziato con le sette stagioni di The West Wing, e continuo a scaricare instancabilmente. E il peggio è che i miei figli hanno ereditato la stessa riprovevole abitudine e io non riesco a tenerli a freno. Peggio ancora, non ho alcuna intenzione di smettere perché mi rifiuto di aspettare più di un anno per vedere su una rete francese la versione doppiata di Damages…Non si può sentire Glenn Close che parla francese, ecco…”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ne è venuto fuori che tutti hanno ammesso di scaricare copiosamente, il che faceva di questo piccolo campione elitario di anti-Sarkozy un potenziale bersaglio per i sostenitori dell’ HADOPI. (Da allora, comunque, l’ostruzionismo parlamentare è riuscito vanificare l’efficacia della legge.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Da quando è cominciata la pirateria digitale, ha avuto inizio questo affare di estrema ipocrisia. </strong>In un modo o nell’altro, tutti ne sono coinvolti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per alcuni grandi operatori – dal punto di vista delle parti lese &#8211; la cosa può arrivare ad assumere proporzioni industriali. Basta prendere l’ industria musicale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nell’ottobre del 2003, Wired scrisse un  <a href="http://www.wired.com/wired/archive/11.10/fileshare.html">interessango articolo</a>  su una società specializzata nel monitoraggio di contenuti di intrattenimento su internet. </strong><a href="http://bcdash.bigchampagne.com/">BigChampagne</a>, che ha sede a Beverly Hills, rappresenta per l’era digitale ciò che la rivista Billboard è stata per il mondo analogico.</p>
<p>Con la differenza che BigChampagne punta  ai contenuti illegali che circolano sul web. E lo fa con incredibile precisione, combinando i numeri di IP dei ‘pirati’ con il codice di avviamento postale per scoprire cosa bolle in pentola sul fronte dei network di scambio peer-to-peer. Nel suo pezzo su Wired, Jeff Howe spiegava:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I clienti di BigChampagne possono attingere informazioni sulla popolarità e la quota di mercato (ossia la percentuale di condivisione che ha una data canzone). E possono anche penetrare in mercati specifici –per vedere, ad esempio, che il 38,35% dei file condivisi in Omaha, nel Nebraska, corrisponde ad una canzone del nuovo album del rapper <strong>50 Cent</strong>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non c’è da stupirsi che alcuni clienti arrivino a pagare BigChampagne fino a 40.000 dollari al mese per avere questi dati. Essi utilizzano queste preziose informazioni per esercitare una velata pressione sulle stazioni radio locali perché passino le musiche preferite dai downloaders. Per lungo tempo, la condivisione illegale dei file ha costituito un potente mercato e uno strumento promozionale per l’ industria musicale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Anche per le industrie di software, la tolleranza dei contenuti pirata </strong>ha fatto per un po’ parte del loro ecosistema. Molti di noi ricordano di essersi affidati a versioni pirata di Photoshop, Illustrator o Quark Xpress per imparare ad utilizzare quei programmi. E’ opinione diffusa che le nuove versioni dei prodotti di Adobe e Quark siano state suggerite dal diffondersi del  passaparola tra gli utenti creativi. Ed ha funzionato molto bene. (Ora, ciascuno può contare su un sistema molto più efficace e controllato di versioni di test, prove gratuite, video di tutorial, ecc).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Non c’è dubbio però, che la pirateria sta infliggendo una grande quantità di danni all’ industria di software. </strong>Basta prendere Microsoft e il mercato cinese. Per l’azienda di Seattle, i mercati statunitense e cinese hanno approssimativamente la stessa dimensione: 75 milioni di vendite di PC negli Stati Uniti per il 2010, 68 milioni in Cina. Laggiù, il 78% dei software per PC è pirata, contro il 20% negli USA; di conseguenza, Microsoft ottiene dalla Cina gli stessi ricavi che le provengono dall’ Olanda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Più in generale, quanto è estesa oggi la pirateria? </strong>All’ultimo Consumer Electronic Show (una delle più importanti mostre di elettronica di consumo), una importante azienda inglese, la Envisional Ltd,  ha presentato un suo <em>Studio sullo Stato della Pirateria Digitale. </em>Ecco alcuni punti chiave:<br />
-          I contenuti pirata ammontano al <strong>24%</strong> del consumo mondiale della larghezza di banda internet.</p>
<p>-          La porzione maggiore è occupata da BitTorrent (il protocollo usato per la condivisione di file); questo pesa per circa il <strong>40%</strong> <strong>dei contenuti illeciti in Europa</strong> e per il <strong>20% negli Stati Uniti </strong>(compresi flussi maggiori e minori). In tutto il mondo, BitTorrent raccoglie <strong>250 milioni di visitatori reali </strong>ogni mese.</p>
<p>-          Al secondo livello si trovano i cosiddetti <strong>cyberlockers (5% della larghezza di banda globale), </strong>tra i quali il famigerato MegaUpload, soggetto qualche giorno fa ad un blitz dell’FBI e della polizia della Nuova Zelanda. Dai 500 milioni di visitatori reali al mese coperti da cyberlockers, MegaUpload sottrae ben 93 milioni di utenze. (Giusto per rendere l’idea, basti pensare che l’intera industria americana della carta stampata raccoglie circa 110 milioni di visitatori reali ogni mese). Il segmento dei cyberlockers ha il doppio degli utenti ma consuma una larghezza di banda che è otto volte inferiore rispetto a quella di cui si serve BitTorrent, e questo semplicemente perché i file, sul sistema peer-to-peer sono molto più grandi.</p>
<p>-          La terza quota significativa della pirateria è costituita dalla fruizione illegale di <strong>streaming video (1,4% della larghezza di banda globale).</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ci sono tre modi per combattere la pirateria: </strong>dando corso ad infinite azioni legali, bloccando legalmente gli accessi, oppure creando offerte alternative legittime.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il metodo basato sul “facciamogli causa prima che spariscano”, è principalmente americano. Ma non darà mai grandi risultati (oltre agli enormi costi per le spese legali), in virtù della natura decentrata di internet (non esistono server centrali di BitTorrent), e della tolleranza diffusa nei paesi che ospitano i cyberlockers.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E non funzionano nemmeno i sistemi di applicazione di leggi come la francese HADOPI o le americane SOPA e PIPA. L’HADOPI si è dimostrata fragile come il vetro, mentre i legislatori americani hanno dovuto cedere alle proteste pubbliche. Entrambi i decreti erano progettati male e perciò rivelatisi inefficienti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I dati raccolti da Envisional Ltd. costituiscono invece un invito all’ adozione della terza alternativa, vale a dire la creazione di offerte alternative legittime.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nei grafici sottostanti si può osservare come si articola la distribuzione della larghezza di banda tra USA ed Europa</strong>. Si può notare che la quota occupata dal servizio a pagamento di Netflix ottiene esattamente la stessa quantità di traffico che BitTorrent raggiunge in Europa!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Il consumo di banda negli USA e in Europa</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Filloux1.png"><img class="alignleft size-full wp-image-11627" title="Filloux1" src="http://www.lsdi.it/assets/Filloux1.png" alt="" width="350" /></a> <a href="http://www.lsdi.it/assets/Filloux2.png"><img class="alignleft size-full wp-image-11628" title="Filloux2" src="http://www.lsdi.it/assets/Filloux2.png" alt="" width="350" /></a></p>
<p>Fonte: <em>Envisional Ltd</em></p>
<p><strong>Queste statistiche offrono una prova convincente del fatto che la creazione di offerte commerciali alternative legittime è un buon modo per contenere la pirateria. </strong>La conclusione che se ne trae è una difficile verità. La scelta tra contenuti pirata o legali è data da una combinazione tra facilità d’uso, prezzi e disponibilità in un dato mercato. Per contenuti come musica, serie televisive e film, servizi come Netflix, iTunes o anche BBC iPlayer vanno nella giusta direzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma un ostacolo chiave resiste: la balcanizzazione di internet, (see a previous Monday Note <a href="http://www.mondaynote.com/2010/05/02/balkanizing-the-web/"><em>Balkanizing the Web</em></a>), ossia l’espandersi del regionalismo della rete. Suddividendo il pubblico globale in mercati regionali, sia le compagnie (come Apple ad esempio), che le amministrazioni locali trascurano un fatto fondamentale: il pubblico digitale odierno sta diventando sempre più multilingue o perlomeno più desideroso di fruire di contenuti in inglese originali, così come sono prodotti. Oggi disponiamo di prodotti di intrattenimento, studiati attentamente per adattarsi ad un pubblico globale ma  che si fanno attendere mesi prima di divenire disponibili sul mercato globale. Finché questa assurdità permane, la pirateria fiorirà. Per quanto riguarda il prezzo, questo deve corrispondere all’ ARPU (ricavi medi per utente) generato da una trasmissione sostenuta dalla pubblicità. Ma dubito che uno spettatore della serie Tv <em>Breaking Bad</em> possa mai arrivare a produrre un gettito pubblicitario corrispondente ai 34.99 dollari chiesti da Apple per l’ acquisto di una intersa serie della trasmissione. E quindi anche la persistenza di un tale divario va ad alimentare la pirateria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Voglio Netflix, BBC iPlayer e un iTunes libero e più economico ovunque, ora. Per favore. Nel frattempo, io continuo a scaricare il mio Vuze BitTorrent sul mio computer. Non si sa mai.</p>
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		<title>Sovvenzioni alla stampa: in Danimarca vanno anche alle testate straniere (392 euro per il 2012 al Corsera)</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/sovvenzioni-alla-stampa-in-danimarca-vanno-anche-alle-testate-straniere-392-euro-per-il-2012-al-corsera/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 22:08:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>
<a href="http://www.lsdi.it/assets/Danimarca1.jpg"></a>In Danimarca, nel 2012, saranno 59 i giornali a ricevere fondi da parte del Danish Press Fund, per un ammontare di 47 milioni di euro (347 milioni di corone danesi).</p>
<p>Fra di essi – spiega L’ <a href="http://www.ejc.net/media_news/danish_press_subsidies_2012/">European Journalism Center</a> – ci sono 26 testate straniere, che riceveranno complessivamente 420.000 euro. L’ unico giornale italiano è il Corriere della Sera, che riceverà 392 euro di contributi sulla base delle copie diffuse.</p>
<p></p>
<p>Ma questo, secondo <a title="Go to the source website of this article" href="http://www.newspaperinnovation.com/index.php/2012/01/06/danish-press-subsidies-2012/" target="_blank">Newspaper Innovation</a>, potrebbe essere l’ ultimo anno in cui il Fondo verserà sovvenzioni anche a testate non danesi: nel parlamento di Copenhagen si sta sviluppando infatti una forte opposizione contro questa parte della legge.</p>
<p>Come si può vedere <a title="can be viewed here" href="http://www.ejc.net/?URL=http%3A%2F%2Fwww.bibliotekogmedier.dk%2Ffileadmin%2Fuser_upload%2Fdokumenter%2Fmedier%2Faviser_og_blade%2Fdagbladspuljen%2FForeloebigt_tilskud_2012.pdf">dall’ elenco ufficiale</a>, tra i giornali che riceveranno sussidi USA Today (180 euro), l’ Independent (390),  il Guardian (960), IHT (33.000), il Financial Times (95.000 euro).</p>
<p>Il sussidio più rilevante per i giornali ‘’stranieri’’ va però al Flensborg Avis, giornale tedesco in lingua danese, che raccoglierà 120.000 euro.</p>
<p>Il grosso dei fondi va ovviamente alle testate danesi.</p>
<p>Kristeligt Dagblad riceverà 3,8 milioni di euro, seguito da Information (3,5 m). Borsen, BT, Berlingske, Morgenavisen Jyllands-Posten, Politiken e i quotidiani gratuity metroXpress e 24timer (chef anno capo a Metro International) ricevranno ciascuno 2,6 milioni di euro.</p>
<p>L’ Iva sui giornali, in]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
<a href="http://www.lsdi.it/assets/Danimarca1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11327" title="Danimarca" src="http://www.lsdi.it/assets/Danimarca1.jpg" alt="" width="210" height="140" /></a>In Danimarca, nel 2012, saranno 59 i giornali a ricevere fondi da parte del Danish Press Fund, per un ammontare di 47 milioni di euro (347 milioni di corone danesi).</p>
<p>Fra di essi – spiega L’ <a href="http://www.ejc.net/media_news/danish_press_subsidies_2012/">European Journalism Center</a> – ci sono 26 testate straniere, che riceveranno complessivamente 420.000 euro. L’ unico giornale italiano è il Corriere della Sera, che riceverà 392 euro di contributi sulla base delle copie diffuse.</p>
<p><span id="more-11323"></span></p>
<p>Ma questo, secondo <a title="Go to the source website of this article" href="http://www.newspaperinnovation.com/index.php/2012/01/06/danish-press-subsidies-2012/" target="_blank">Newspaper Innovation</a>, potrebbe essere l’ ultimo anno in cui il Fondo verserà sovvenzioni anche a testate non danesi: nel parlamento di Copenhagen si sta sviluppando infatti una forte opposizione contro questa parte della legge.</p>
<p>Come si può vedere <a title="can be viewed here" href="http://www.ejc.net/?URL=http%3A%2F%2Fwww.bibliotekogmedier.dk%2Ffileadmin%2Fuser_upload%2Fdokumenter%2Fmedier%2Faviser_og_blade%2Fdagbladspuljen%2FForeloebigt_tilskud_2012.pdf">dall’ elenco ufficiale</a>, tra i giornali che riceveranno sussidi USA Today (180 euro), l’ Independent (390),  il Guardian (960), IHT (33.000), il Financial Times (95.000 euro).</p>
<p>Il sussidio più rilevante per i giornali ‘’stranieri’’ va però al Flensborg Avis, giornale tedesco in lingua danese, che raccoglierà 120.000 euro.</p>
<p>Il grosso dei fondi va ovviamente alle testate danesi.</p>
<p>Kristeligt Dagblad riceverà 3,8 milioni di euro, seguito da Information (3,5 m). Borsen, BT, Berlingske, Morgenavisen Jyllands-Posten, Politiken e i quotidiani gratuity metroXpress e 24timer (chef anno capo a Metro International) ricevranno ciascuno 2,6 milioni di euro.</p>
<p>L’ Iva sui giornali, in Danimarca, è allo zero per cento.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il futuro del giornalismo: gli otto elementi che creano più valore</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/il-futuro-del-giornalismo-gli-otto-elementi-che-creano-piu-valore/</link>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 15:04:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[desing]]></category>
		<category><![CDATA[giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[professione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>  Tempestività, approfondimento, intuizione, design, reputazione, comunità, filtraggio, rilevanza: questi secondo Ross Dawson, un noto media-futurologo americano, gli aspetti che i giornalisti dovranno tenere sempre più presente – Perché, dice, ‘’sono quelli che i cittadini si aspettano e per cui saranno disposti a pagare, e che, quindi, riusciranno a produrre una base sostenibile per un giornalismo di qualità’’ </p>
<p></p>
<p>La carta in alto mostra come Ross Dawson – un esperto di media che gestisce un blog molto seguito, <a title="Trends in the Living Network" href="http://rossdawsonblog.com/" target="_blank">Trends in the Living Networks</a>, e si definisce un <strong>futurist</strong> (futurologo) – vede il nuovo paesaggio giornalistico, con l’ indicazione delle funzioni che dovrebbero avere la più alta capacità di <strong>creazione di valore</strong>.</p>
<p>Il giornalismo ha un futuro ricco, spiega Dawson su <a href="http://futureofjournalism.com.au/the-future-of-journalism-by-ross-dawson/">The future of journalism</a>: per alcuni versi sarà analogo a quello illustre del passato, per altri versi invece sarà molto diverso, riflettendo la progressiva frammentazione e ristrutturazione del mondo dell’ informazione giornalistica. Fra gli altri cambiamenti, uno dei più rilevanti è il fatto che il giornalismo includerà non più solo parole, ma anche immagini, dati, video, visualizzazioni, ecc.</p>
<p>Questo  Panorama mediatico mostra dove si concentrerà il valore maggiore in un mondo in cui le notizie nascono sempre più lontane dalle sue tradizionali strutture, precisa Dawson.</p>
<p>A suo parere ci saranno almeno <strong>otto aspetti fondamentali </strong>che]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-large wp-image-10781" title="Dawson-image" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Dawson-image-1024x722.jpg" alt="" width="500" /> <em> Tempestività, approfondimento, intuizione, design, reputazione, comunità, filtraggio, rilevanza: questi secondo Ross Dawson, un noto media-futurologo americano, gli aspetti che i giornalisti dovranno tenere sempre più presente – Perché, dice, ‘’sono quelli che i cittadini si aspettano e per cui saranno disposti a pagare, e che, quindi, riusciranno a produrre una base sostenibile per un giornalismo di qualità’’ </em></p>
<p><span id="more-10780"></span></p>
<p>La carta in alto mostra come Ross Dawson – un esperto di media che gestisce un blog molto seguito, <a title="Trends in the Living Network" href="http://rossdawsonblog.com/" target="_blank">Trends in the Living Networks</a>, e si definisce un <strong>futurist</strong> (futurologo) – vede il nuovo paesaggio giornalistico, con l’ indicazione delle funzioni che dovrebbero avere la più alta capacità di <strong>creazione di valore</strong>.</p>
<p>Il giornalismo ha un futuro ricco, spiega Dawson su <a href="http://futureofjournalism.com.au/the-future-of-journalism-by-ross-dawson/">The future of journalism</a>: per alcuni versi sarà analogo a quello illustre del passato, per altri versi invece sarà molto diverso, riflettendo la progressiva frammentazione e ristrutturazione del mondo dell’ informazione giornalistica. Fra gli altri cambiamenti, uno dei più rilevanti è il fatto che il giornalismo includerà non più solo parole, ma anche immagini, dati, video, visualizzazioni, ecc.</p>
<p><!--more-->Questo  <em>Panorama mediatico</em> mostra dove si concentrerà il valore maggiore in un mondo in cui le notizie nascono sempre più lontane dalle sue tradizionali strutture, precisa Dawson.</p>
<p>A suo parere ci saranno almeno <strong>otto aspetti fondamentali </strong>che l’ informazione giornalistica dovrà tenere presente perché sono quelli che i cittadini si aspettano e per cui saranno disposti a pagare, e che, quindi,  riusciranno a produrre una base sostenibile per un giornalismo di qualità nell’ ambiente mediatico che sta emergendo.</p>
<p>Al  centro di questo nuovo Panorama c’ è ovviamente la<strong> proliferazione delle</strong> <strong>interfacce</strong> attraverso cui l’ informazione scorrerà. Oggi i giornalisti stanno già producendo contenuti non solo per singoli canali specifici, ma per canali multipli e attraverso format in costante evoluzione.</p>
<p><strong>1)      </strong><strong>La tempestività, </strong>che sta diventando sempre più importante in un mondo affamato di immediatezza. Il fatto è che oggi il primo che assiste a un fatto e diffonde la notizia non è di solito un giornalista professionale. Ma per molti versi la recente esplosione del numero di fonti giornalistiche non professionali rende i giornalisti più importanti.</p>
<p><strong>2)      </strong> <strong>L’ approfondimento:</strong> nell’ analisi di  vicende o aspetti sconosciuti, rimane un elemento centrale come sempre, rinforzando l’ importanza del giornalismo tradizionale. La cronaca investigativa continuerò a ricoprire un ruolo centrale nella società. Tutto ciò coinvolgerà sempre di più l’ analisi dei dati e l’ utilizzo di informazioni e spunti forniti dai cittadini.</p>
<p><strong>3)      </strong><strong>L’ intuizione, </strong>che, aggiunta alla padronanza del contesto, all’ analisi e alla sintesi, aggiunge un grandissimo valore, soprattutto nel giornalismo economico e politico. Chi è in grado di fornire questi spunti e possiede una buona esperienza avrà sicuramente un futuro luminoso.</p>
<p><strong>4)      </strong><strong> Il design</strong> è alla ribalta in tutti i campi, non solo nel modo con cui consumiamo l’ informazione. Le capacità richieste per presentare notizie, idee e dati in un format visuale di alto livello estetico porta molto vicino al cuore di ciò che dovrebbe essere un buon giornalista.</p>
<p><strong>5)      </strong><strong>La reputazione</strong> diventa sempre più importante in un mondo di totale libertà nella produzione giornalistica. Ci saranno dei sistemi di misurazione specifica della reputazione sia delle testate che dei giornalisti, consentendo agli utenti di decidere se concedere fiducia.</p>
<p><strong>6)      </strong><strong>La comunità</strong> si sposterà sempre più al centro dei modelli economici dei media, e questo significa che i giornalisti avranno bisogno di comprendere e coinvolgere bene la comunità dei lettori, accettando e favorendo la loro assistenza e i loro contributi nel lavoro di cronaca.</p>
<p><strong>7)      </strong><strong>Il lavoro di filtro</strong> è la funzione classica dei redattori. Anche se ora subisce sempre di più la concorrenza della personalizzazione del flusso informativo resa possibile dai social network. A questo si aggiunge che molti utenti preferiscono gli aggregatori alla singola testata per confezionare la sua dieta mediatica. Questo significa che i giornalisti hanno bisogno di capire come funziona la ‘’<strong>social curation’’ </strong>(la redazione ‘’sociale’’), dando al proprio lavoro una visibilità che vada ben al di là dei tradizionali lettori della propria testata.</p>
<p><strong>8)      </strong><strong>La rilevanza: </strong> è lo snodo che mette in relazione le notizie con le single persone o con piccoli gruppi di lettori, spesso attraverso i processo di personalizzazione e localizzazione. I giornalisti creeranno valore attraverso un’ analisi approfondita dei gruppi a cui le informazioni sono dirette, dei problemi che tali gruppi hanno davanti e delle decisioni che sono chiamati a prendere.</p>
<p>(via @janlgordon)</p>
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		<title>I giganti di internet minacciano un blackout totale contro il SOPA</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/i-giganti-di-internet-minacciano-un-blackout-totale-contro-il-sopa/</link>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 13:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[bozza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Sopa.gif"></a>Google, Facebook, Twitter, Amazon, fra gli altri, stanno valutando la possibilità di oscurare i propri siti web per protesta contro il disegno di legge, in discussione al Senato Usa, che prevede misure drastiche, fino alla chiusura dei siti che infrangono le norme sul copyright </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>I giganti dell&#8217; online &#8211; Google, Facebook, Amazon e così via &#8211; stanno valutando la possibilità di proclamare un blackout dei loro siti per protestare contro lo <strong>Stop Online Piracy Act</strong> (SOPA), il <a href="http://thomas.loc.gov/cgi-bin/query/z?c112:H.R.3261">progetto di legge</a>, in discussione al Senato, sostenuto da Hollywood e dall&#8217; industria discografica, che punta a eliminare una volta per tutta la pirateria online. Ma rischia di trasformare in maniera radicale la Rete che conosciamo.</p>
<p>Il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Stop_Online_Piracy_Act">SOPA (HR 3261)</a> permetterebbe al Dipartimento di Giustizia ed ai titolari di copyright di procedere legalmente contro i siti web accusati di diffondere o facilitare le infrazioni del diritto d&#8217;autore. A seconda del richiedente, le sanzioni potrebbero includere il divieto ai network pubblicitari o ai siti di gestione dei pagamenti (come, ad esempio,Paypal) d&#8217;intrattenere rapporti d&#8217;affari con il sito accusato delle infrazioni, il divieto ai motori di ricerca di mantenere attivi link verso il sito in questione e la richiesta agliI nternet Service Provider di bloccare l&#8217;accesso al sito web.</p>
<p>Da qui l’ ipotesi di una protesta clamorosa. Niente ricerche su Google, niente aggiornamenti su]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Sopa.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-10707" title="Sopa" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Sopa-278x300.gif" alt="" width="278" height="300" /></a>Google, Facebook, Twitter, Amazon, fra gli altri, stanno valutando la possibilità di oscurare i propri siti web per protesta contro il disegno di legge, in discussione al Senato Usa, che prevede misure drastiche, fino alla chiusura dei siti che infrangono le norme sul copyright </em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>I giganti dell&#8217; online &#8211; Google, Facebook, Amazon e così via &#8211; stanno valutando la possibilità di proclamare un blackout dei loro siti per protestare contro lo <strong>Stop Online Piracy Act</strong> (SOPA), il <a href="http://thomas.loc.gov/cgi-bin/query/z?c112:H.R.3261">progetto di legge</a>, in discussione al Senato, sostenuto da Hollywood e dall&#8217; industria discografica, che punta a eliminare una volta per tutta la pirateria online. Ma rischia di trasformare in maniera radicale la Rete che conosciamo.</p>
<p>Il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Stop_Online_Piracy_Act">SOPA (HR 3261)</a> permetterebbe al Dipartimento di Giustizia ed ai titolari di copyright di procedere legalmente contro i siti web accusati di diffondere o facilitare le infrazioni del diritto d&#8217;autore. A seconda del richiedente, le sanzioni potrebbero includere il divieto ai network pubblicitari o ai siti di gestione dei pagamenti (come, ad esempio,Paypal) d&#8217;intrattenere rapporti d&#8217;affari con il sito accusato delle infrazioni, il divieto ai motori di ricerca di mantenere attivi link verso il sito in questione e la richiesta agliI nternet Service Provider di bloccare l&#8217;accesso al sito web.</p>
<p><span id="more-10705"></span>Da qui l’ ipotesi di una protesta clamorosa. Niente ricerche su Google, niente aggiornamenti su Facebook, Niente tweet. Un blackout drastico che potrebbe paralizzare internet negli Stati Uniti, .</p>
<p>Anche se non sono trapelati particolari sul modo con cui la protesta dovrebbe svolgersi, l’ iniziativa è all&#8217; ordine del giorno, ha spiegato a <a href=":%20http:/www.foxnews.com/scitech/2011/12/30/will-google-amazon-and-facebook-blackout-net/">Foxnews.com</a> Markham Erickson, direttore esecutivo della <a href="http://www.netcoalition.com/">NetCoalition</a>, un’ associazione che include aziende come Google, PayPal, Yahoo e Twitter e che si batte contro il SOPA.</p>
<p>“Mozilla ha già messo in atto un giorno di blackout e <a href="http://www.foxnews.com/topics/scitech/technology/wikipedia.htm#r_src=ramp">Wikipedia</a> ha valutato di fare una cosa del genere’’, ha detto Erickson.</p>
<p>Il 15 novembre scorso Google, Facebook, Twitter, Zynga, eBay, Mozilla, Yahoo, AOL e LinkedIn <a href="http://www.foxnews.com/scitech/2011/12/15/censoring-your-clicks-saving-web-sopa-hearing-may-shape-nets-future/">avevano scritto una lettera a Washington</a> denunciando i pericoli della legge e lo stesso co-fondatore di Google, Sergey Brin ha pesantemente denunciato il progetto: ‘’sono veramente impressionato di fronte al fatto che i nostri legislatori poossano contemplare misure che porrebbero il nostro paese allo stesso liovello delle nazioni più repressive del mondo’’.</p>
<p>Hollywood e l’ industria della musica sostengono a spada tratta il progetto di legge contro la pirateria: ‘’I siti web che consentono il ‘furto’ di materiali protetti dal copyright attraggono più di 53 miliardi di visite ogni anno e minacciano più di 19 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti’’, ha scritto l’ Unione delle Camere di commercio Usa in una lettera al New York Times.</p>
<p>Ma Erickson crede che questa sarà ‘’solo la punta dell’ iceberg in termini di risposta. Per i cittadini internet è diventata una parte molto importante della loro vita’’, ha aggiunto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Giornalismo dei dati, la storia del 2011 secondo il Guardian</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/giornalismo-dei-dati-la-storia-del-2011-secondo-il-guardian/</link>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 12:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Guardian.gif"></a>
Il Datablog del Guardian riprende in un post molto interessante numeri, dati e infografiche che hanno scandito i momenti più rilevanti della storia del 2011 così come il blog del quotidiano li aveva riportati, dal movimento di Occupy alle tensioni nell’ eurozona, dalle sommosse in Inghilterra a Fukushima.</p>
<p>La rassegna mostra il grosso impegno e la fantasia che il giornale dedica al mondo dei dati e alla loro visualizzazione, sottolineando come, se i Fatti sono sacri (Facts are sacred, è il sottotitolo del blog), i dati sono l’ anima dei fatti.</p>
<p>30 – operai colpiti dalle radiazioni a Fukushima
48% &#8211; il tasso di disoccupazione giovanile in Spagna
52% &#8211; la crescita dei tassi di interesse dei bot in Italia
Ecc.</p>
<p><a href="http://www.guardian.co.uk/news/datablog/2011/dec/30/top-data-stories-2011">L’ articolo è qui</a>.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Guardian.gif"><img class="alignleft  wp-image-10702" title="Guardian" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Guardian-300x173.gif" alt="" width="300" height="173" /></a><br />
Il Datablog del Guardian riprende in un post molto interessante numeri, dati e infografiche che hanno scandito i momenti più rilevanti della storia del 2011 così come il blog del quotidiano li aveva riportati, dal movimento di Occupy alle tensioni nell’ eurozona, dalle sommosse in Inghilterra a Fukushima.</p>
<p>La rassegna mostra il grosso impegno e la fantasia che il giornale dedica al mondo dei dati e alla loro visualizzazione, sottolineando come, se i Fatti sono sacri (Facts are sacred, è il sottotitolo del blog), i dati sono l’ anima dei fatti.</p>
<p>30 – operai colpiti dalle radiazioni a Fukushima<br />
48% &#8211; il tasso di disoccupazione giovanile in Spagna<br />
52% &#8211; la crescita dei tassi di interesse dei bot in Italia<br />
Ecc.</p>
<p><a href="http://www.guardian.co.uk/news/datablog/2011/dec/30/top-data-stories-2011">L’ articolo è qui</a>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Un atlante di dati</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 17:43:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalisti digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/cover-autopsia.jpg"></a>di <strong>Marco Renzi</strong></p>
<p>Un matrimonio davvero speciale si è consumato ieri a Firenze nella prestigiosa sala delle miniature di Palazzo Vecchio.</p>
<p>Un archetipo si è sposato con un prototipo dando vita ad un ibrido raro e prezioso. Il nuovo nato nel mondo dell&#8217;editoria e  del giornalismo si chiama &#8220;<a href="http://www.nuovimondi.info/autopsia-della-politica-italiana/">Atlante infografico</a>&#8221; ed è un prodotto che riunisce in modo originale e unico nel suo genere, uno dei veicoli più classici dell&#8217;informazione analogica: il libro,  alla modernissima tecnologia informativo-digitale dell<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Infografica">&#8216;infografica</a>. Una sorta di  processo evolutivo e culturale nel mondo dell&#8217;informazione si è compiuto dunque ieri nel capoluogo toscano, un piccolo passo nell&#8217;evoluzione dei media verso la piena maturità dell&#8217;era digitale. Mentre i pachidermi dell&#8217;editoria attendono di morire per consunzione,  ai confini dell&#8217;impero  si da vita ad  esperimenti,  si cerca di parlare alle persone con strumenti nuovi e diversi. Il volume presentato ieri al pubblico, il primo di una serie, secondo gli autori, si intitola &#8220;<a href="http://www.atlanteitaliano.org/autopsia-della-politica-italiana/">Autopsia della politica italiana</a>&#8220;.</p>
<p>Inutile citare la storia secolare del libro, una precisazione doverosa va invece fatta rispetto alla tecnica  utilizzata per scrivere i capitoli di questo  singolare esperimento editoriale: l&#8217; infografica. Letteralmente grafica informativa, ovvero un modo disegnato di rappresentare i dati per raccontarli e farli diventare notizia. Una tecnica dunque anche questa molto antica. L&#8217; infografica intesa nella ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/cover-autopsia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10459" title="cover-autopsia" src="http://www.lsdi.it/wp-content/cover-autopsia-228x300.jpg" alt="cover-autopsia" width="228" height="300" /></a>di <strong>Marco Renzi</strong></p>
<p>Un matrimonio davvero speciale si è consumato ieri a Firenze nella prestigiosa sala delle miniature di Palazzo Vecchio.</p>
<p>Un archetipo si è sposato con un prototipo dando vita ad un ibrido raro e prezioso. Il nuovo nato nel mondo dell&#8217;editoria e  del giornalismo si chiama &#8220;<a href="http://www.nuovimondi.info/autopsia-della-politica-italiana/">Atlante infografico</a>&#8221; ed è un prodotto che riunisce in modo originale e unico nel suo genere, uno dei veicoli più classici dell&#8217;informazione analogica: il libro,  alla modernissima tecnologia informativo-digitale dell<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Infografica">&#8216;infografica</a>. Una sorta di  processo evolutivo e culturale nel mondo dell&#8217;informazione si è compiuto dunque ieri nel capoluogo toscano, un piccolo passo nell&#8217;evoluzione dei media verso la piena maturità dell&#8217;era digitale. Mentre i pachidermi dell&#8217;editoria attendono di morire per consunzione,  ai confini dell&#8217;impero  si da vita ad  esperimenti,  si cerca di parlare alle persone con strumenti nuovi e diversi. Il volume presentato ieri al pubblico, il primo di una serie, secondo gli autori, si intitola &#8220;<a href="http://www.atlanteitaliano.org/autopsia-della-politica-italiana/">Autopsia della politica italiana</a>&#8220;.</p>
<p><span id="more-10458"></span>Inutile citare la storia secolare del libro, una precisazione doverosa va invece fatta rispetto alla tecnica  utilizzata per scrivere i capitoli di questo  singolare esperimento editoriale: l&#8217; infografica. Letteralmente grafica informativa, ovvero un modo disegnato di rappresentare i dati per raccontarli e farli diventare notizia. Una tecnica dunque anche questa molto antica. L&#8217; infografica intesa nella  sua accezione d&#8217; origine ovvero rappresentazione di dati in forma grafica,  è più antica, come nascita,  del libro stesso. I primi esempi di rappresentazioni grafiche di dati sono costituiti dalle antichissime<a href="http://www.antikitera.net/news.asp?id=9726&amp;T=1"> mappe</a>, i primi rilevamenti geografici eseguiti già nella preistoria, dai nostri antenati per rappresentare il territorio.</p>
<p>L&#8217;infografica utilizzata in questo tomo è però ascrivibile alla moderna tecnologia del terzo millennio,  quella caratterizzata dalle <a href="http://video.panorama.it/Infografiche/Pensioni_estero/pensioni_estero.html">rappresentazioni </a>animate dei dati. Fruibile e facilmente utilizzabile  on line grazie alla diffusione delle tecnologie digitali. Una tecnica estremamente moderna nata da una serie di convergenze interdisciplinari e favorita dall&#8217;avvento e la diffusione della Rete. Non è un caso che se provate a cercare la parola infografica su Google la prima voce del listato è la definizione che del termine da Wikipedia, mentre al secondo posto troviamo un sito di &#8220;risorse consigli e tutorial per fare un&#8217;infografica sul tuo blog&#8221; (il sito non fuzionava all&#8217;atto della stesura di questo pezzo).</p>
<p>Il progetto editoriale degli atlanti infografici sposa non solo la tecnologia digitale dell&#8217;infografica al fascino analogico del libro stampato,  ma utilizza anche gli &lt;&lt; <a href="http://opendatamanual.org/it/">open data</a> &gt;&gt;, ovvero uno strumento di  consultazione, reso possibile solo grazie alla rivoluzione digitale, alla diffusione capillare della rete e all&#8217;impegno di alcune, ancora troppo poche,<a href="http://www.openpolis.it/"> organizzazioni</a> che con pazienza certosina stanno digitalizzando i dati cartacei.   I dati usati dagli autori del libro per la realizzazione delle mappe infografiche sono stati infatti liberamente attinti  on line dai database di enti pubblici, partiti politici, fondazioni private, etc.etc. che li hanno resi visibili e messi in rete rendendoli liberi di fatto e  consultabili da parte dei giornalisti e, soprattutto, dei  privati cittadini.</p>
<p>Autori di questo progetto editoriale sono due comunicatori esperti con il pallino della Rete <a href="http://www.cristianolucchi.it/">Cristiano Lucchi</a>, giornalista professionista impegnato nel sociale,  e <a href="http://www.ilpost.it/giannisinni/">Gianni Sinni</a>, graphic designer e docente universitario, coadiuvati e supportati da alcuni giovani e valenti disegnatori e grafici. Le tavole inserite nell&#8217;atlante sono consultabili anche on line, nella loro forma più consona al web 2.0, aggiungerei io, presso il sito <a href="http://www.atlanteitaliano.org/">www.atlanteitaliano.org.</a></p>
<p>Abbiamo incontrato i due autori  e abbiamo chiesto loro ulteriori notizie su questo progetto editoriale.</p>
<p><strong>Gianni Sinni</strong><br />
<iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/9wiTnvLZGQo" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Gianni Sinni: &lt;&lt; Il progetto degli atlanti è nato in occasione del <a href="www.cristianolucchi.it/2011/05/25/un-atlante-per-dire-no-al-nucleare-usatelo-in-vista-del-referendum/">referendum per il nucleare </a>che c&#8217;è stato nei mesi scorsi in Italia. Ed è nato come una forma di divulgazione di informazioni scientifiche e spesso molto complesse che riguardano proprio il tema del nucleare. E&#8217; stata la prima esperienza fatta con Cristiano Lucchi di riunire grafici che interpretassero secondo alcuni principi dell&#8217;information design, informazioni basilari relative al nucleare. Il nostro è stato un lavoro di coordinamento insieme agli autori dei materiali. Le tavole del volume &#8220;Autopsia della politica&#8221; sono state realizzate da una quindicina di diversi disegnatori che hanno generosamente offerto il proprio contributo per l&#8217;interpretazione visiva di queste informazioni. Abbiamo usato l&#8217;infografica perchè è una tipologia  di lavorazione  e divulgazione delle informazioni che negli ultimi anni ha avuto un continuo successo proprio perchè permette di unire  la divulgazione di informazioni complesse e insieme la capacità comunicativa del disegno grafico.  L&#8217;infografica inoltre risolve attraverso l&#8217;elaborazione grafica dei dati uno dei principali problemi di comprensione del pubblico rispetto ai cosiddetti open data: la sovrabbondanza. L&#8217;infografica  rende cioè disponibili in forma chiara e concisa i dati riproducendoli attraverso mappe, tabelle e simboli grafici di immediata comprensione. Sapere è un diritto fondamentale dei cittadini. La tecnologia ci aiuta e ci permette di accedere ad un mole di informazioni sempre più vasta. L&#8217;infografica è quella disciplina che permette non solo di rivisitare in un modo esteticamente piacevole quelle informazioni,  è anche quella disciplina in grado di produrre una narrazione di queste informazioni e di evidenziare legami e connessioni che ad una prima lettura dei dati spesso non vengono colti &gt;&gt;.</p>
<p><strong>Cristiano Lucchi</strong></p>
<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/6OB4KMYEo_Q" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Cristiano Lucchi : &lt;&lt; Vogliamo provare a fare qualche esempio concreto di come sia di facile fare giornalismo con l&#8217;infografica? In una nostra tavola vengono raffigurati gli argomenti maggiormente discussi in Parlamento e si scopre con grande evidenza, proprio grazie alla grafica che, nonostante si parli in modo quasi ossessivo di immigrazione clandestina, nessuno o quasi spazio viene dedicato nelle sedute parlamentari all&#8217;argomento cooperazione e sviluppo. Oppure si parla pochissimo di cittadinanza e molto di lotterie e concorsi a premi! Uno dei motivi principali che ci ha spinto a realizzare quest&#8217;opera è stato quello di lottare contro le leggende metropolitane che si affastellano intorno alle &#8220;spese pazze della casta&#8221;, agli sprechi della pubblica amministrazione e così via.  Ci sono una tale messe di dati scritti e pubblicati che spesso confondono i cittadini. Noi grazie all&#8217;infografica siamo riusciti a sintetizzare tutti i dati acquisiti da fonti certe e visualizzarli in modo che fossero di immediata e facile comprensione anche per i meno esperti.  Un&#8217;altra delle tavole &#8220;micidiali&#8221; fra quelle presenti nel libro è quella dedicata alle spese ed ai rimborsi elettorali.  Scopriamo che i partiti nel nostro ordinamento possono spendere 100 durante la campagna elettorale ed incassare 1.500 senza ricevuta alcuna. Facciamo degli esempi: il Pdl nel 2008 ha speso 68 milioni di euro per la propria campagna elettorale  e lo Stato ha restituito loro 206 milioni, facendo guadagnare al partito di Berlusconi il 1008 per cento.  Rifondazione Comunista nel 2006 ha speso 2 milioni e 700 mila euro ed ha ricevuto un rimborso pubblico pari a 34 milioni di euro, 1507 per cento di aumento.  Vi assicuro che se voi queste tavole le mettete su un tavolo con attorno uno stuolo di ragazzi partono vivaci dibattiti e discussioni! Questo degli atlanti infografici può essere,  a nostro avviso,  un modo di coinvolgere anche le persone meno attente ai fatti dell&#8217;informazione ma che potrebbero sentirsi attratte e  incuriosite dai dati e dai disegni.  Non è un caso che le nostre tavole siano diventate una vera e propria mostra aperta al pubblico presso il circolo Arzach a Sesto Fiorentino &gt;&gt;.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Open data, per la commissaria europea Neelie Kroes sono &#8220;oro&#8221;</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/open-data-per-la-commissaria-europea-neelie-kroes-sono-oro/</link>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 22:49:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=10474</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Dati2.jpg"></a>Inaugurando la strategia dell&#8217; UE nel settore, la commissaria europea Neelie Kroes cita Regno Unito, Danimarca e Francia, ma non l&#8217; Italia, che pure ha lanciato due mesi fa &#8216;dati.gov.it&#8217; &#8211;  E&#8217; il risultato della inerzia sul piano della promozione dell&#8217; iniziativa  mostrata dalla pubblica amministrazione -  Così Regno Unito, Danimarca e Francia vengono citate come esempi, ma il nostro paese resta nell&#8217; ombra
</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Neelie Kroes, Vice-Presidente  della commissione responsabile dell’ agenda digitale europea, ha tenuto ieri a battessimo la <a href="http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=SPEECH/11/872&#38;format=HTML&#38;aged=0&#38;language=EN&#38;guiLanguage=en">Strategia per l’ Open Data varata dall’Unione Europea.</a></p>
<p>Nel suo discorso, il Commissario ha evidenziato gli aspetti fondamentali della Strategia:</p>
<p>1.       Aprire gli archivi della Commissione a partire dal 2012.</p>
<p>2.       Armonizzare le modalità con cui gli Stati membri renderanno riutilizzabili i propri dati pubblici  (quest’ultimo punto è stato salutato come “una rivoluzione”, che dovrebbe consentire alle imprese di beneficiare ulteriormente del Mercato Unico).</p>
<p>Ma “il vero messaggio”, come ha sottolineato Kroes, è rivolto alle autorità pubbliche: “Non aspettate che questo pacchetto diventi legge. Liberate i vostri dati adesso – generando entrate e occupazione, e risparmiando grazie al conseguente miglioramento del flusso di informazioni e decisioni”.</p>
<p>Una manna digitale, quindi, che oggi genera 32 miliardi di euro l’anno; cifra che, grazie al pacchetto europeo, potrebbe raddoppiare. Non a caso,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Dati2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10476" title="Dati" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Dati2-300x225.jpg" alt="Dati" width="300" height="225" /></a>Inaugurando la strategia dell&#8217; UE nel settore, la commissaria europea Neelie Kroes cita Regno Unito, Danimarca e Francia, ma non l&#8217; Italia, che pure ha lanciato due mesi fa &#8216;dati.gov.it&#8217; &#8211;  E&#8217; il risultato della inerzia sul piano della promozione dell&#8217; iniziativa  mostrata dalla pubblica amministrazione -  Così Regno Unito, Danimarca e Francia vengono citate come esempi, ma il nostro paese resta nell&#8217; ombra<br />
</em></p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Neelie Kroes, Vice-Presidente  della commissione responsabile dell’ agenda digitale europea, ha tenuto ieri a battessimo la <a href="http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=SPEECH/11/872&amp;format=HTML&amp;aged=0&amp;language=EN&amp;guiLanguage=en">Strategia per l’ Open Data varata dall’Unione Europea.</a></p>
<p>Nel suo discorso, il Commissario ha evidenziato gli aspetti fondamentali della Strategia:</p>
<p>1.       Aprire gli archivi della Commissione a partire dal 2012.</p>
<p>2.       Armonizzare le modalità con cui gli Stati membri renderanno riutilizzabili i propri dati pubblici  (quest’ultimo punto è stato salutato come “una rivoluzione”, che dovrebbe consentire alle imprese di beneficiare ulteriormente del Mercato Unico).</p>
<p>Ma “il vero messaggio”, come ha sottolineato Kroes, è rivolto alle autorità pubbliche: “Non aspettate che questo pacchetto diventi legge. Liberate i vostri dati adesso – generando entrate e occupazione, e risparmiando grazie al conseguente miglioramento del flusso di informazioni e decisioni”.</p>
<p><span id="more-10474"></span>Una manna digitale, quindi, che oggi genera 32 miliardi di euro l’anno; cifra che, grazie al pacchetto europeo, potrebbe raddoppiare. Non a caso, Kroes parla dei dati come del nuovo oro, e paragona le Pubbliche Amministrazioni a miniere da cui attingere a piene mani. Tutti. Le opportunità stimolate dalla Strategia europea, infatti, sono appannaggio di ognuno di noi: “imprese, giornalisti, studiosi e cittadini”.</p>
<p>Tra un esempio e l’altro (viene citato il meritorio lavoro svolto dal <em>Guardian</em>, così come iniziative quali OpenSpending.org e WheelMap), Kroes si sofferma su quegli “eroi che ci hanno mostrato cosa si può fare con l’ Open Data. Eroi come i governi britannico, danese e francese, persone come Tim Berners-Lee e organizzazioni come la Open Knowledge Foundation”.</p>
<p>E specifica: “Regno Unito, Danimarca e Francia – che la settimana scorsa ha lanciato data.gouv.fr – stanno facendo un lavoro eccellente”.</p>
<p>E l’ Italia? Il portale italiano dati.gov.it è stata lanciato da quasi due mesi, eppure sembra non aver suscitato alcune reazione a livello comunitario. In effetti, anche a livello nazionale, ad accorgersi della novità sono stati probabilmente solo i pochi addetti ai lavori. Accorgersi, poiché nulla è stato fatto dalla PA per promuovere l’iniziativa. Perché?</p>
<p>Le parole della Kroes lasciano pensare che il Commissario sia addentro all’ evoluzione di questi portali o, per meglio dire, progetti. Viene da chiedersi se anche l’Italia abbia cercato in tal senso un raccordo o un dialogo con la Commissione, o se dati.gov.it non sia semplicemente una vetrina, frutto delle pressioni di coloro che (esterni alla PA) credono caparbiamente nella cultura dell’Open Data. In due parole, dati.gov.it è solo un portale o è anche un progetto?</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Un decalogo per i blogger contro i rischi da ‘’bufala’’</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/un-decalogo-per-i-blogger-contro-i-rischi-da-%e2%80%98%e2%80%99bufala%e2%80%99%e2%80%99/</link>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 14:40:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalisti digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
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		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Bufala01.GIF"></a></p>
<p>Pier Luca Santoro, sul Giornalaio, lancia il progetto di elaborazione di un codice di autodisciplina di chi diffonde informazioni sulla Rete, ‘’ prima di restare schiacciati non solo sotto il peso dell’ infobesità ma anche di quello delle bufale’’ – La vicenda della presunta morte di Paolo Villaggio e una inchiesta del Guardian </p>
<p>&#8212;</p>
<p>La Rete è andata in fibrillazione ieri per la notizia della presunta morte di Paolo Villaggio, da lui stesso smentita con ironia all’ Ansa, che a sua volta ha smentito di essere stata – come alcuni online le attribuivano – la fonte dell’ informazione.</p>
<p>Quello di ieri  è stato un esempio di quali risultati possa produrre a volte la corsa a privilegiare la velocità rispetto all’ accuratezza di una notizia. E’ una dinamica che i meccanismi della Rete hanno potenziato in maniera significativa, anche se non è una caratteristica specifica di internet (i giornalisti di agenzia ne sanno qualcosa).</p>
<p>Lo ha segnala, fra gli altri, <a href="http://giornalaio.wordpress.com/2011/12/11/le-notizie-nel-villaggio">Pier Luca Santoro sul suo ‘Giornalaio’</a>, approfittando dell’ occasione per lanciare il progetto di elaborazione di un codice di autodisciplina per i blogger che fanno informazione.</p>
<p><a href="http://www.guardian.co.uk/uk/interactive/2011/dec/07/london-riots-twitter"></a>La vicenda della ‘’bufala’’ su Villaggio è caduta poco dopo che il Guardian aveva preso in esame vari episodi di diffusione di notizie false attraverso Twitter avvenuti quest’estate in occasione dei disordini nei sobborghi delle principali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Bufala01.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-10439" title="Bufala0" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Bufala01-300x73.GIF" alt="Bufala0" width="300" height="73" /></a></p>
<p><em>Pier Luca Santoro, sul Giornalaio, lancia il progetto di elaborazione di un codice di autodisciplina di chi diffonde informazioni sulla Rete, ‘’ prima di restare schiacciati non solo sotto il peso dell’ infobesità ma anche di quello delle bufale’’ – La vicenda della presunta morte di Paolo Villaggio e una inchiesta del Guardian </em></p>
<p><em>&#8212;</em></p>
<p>La Rete è andata in fibrillazione ieri per la notizia della presunta morte di Paolo Villaggio, da lui stesso smentita con ironia all’ Ansa, che a sua volta ha smentito di essere stata – come alcuni online le attribuivano – la fonte dell’ informazione.</p>
<p>Quello di ieri  è stato un esempio di quali risultati possa produrre a volte la corsa a privilegiare la velocità rispetto all’ accuratezza di una notizia. E’ una dinamica che i meccanismi della Rete hanno potenziato in maniera significativa, anche se non è una caratteristica specifica di internet (i giornalisti di agenzia ne sanno qualcosa).</p>
<p>Lo ha segnala, fra gli altri, <a href="http://giornalaio.wordpress.com/2011/12/11/le-notizie-nel-villaggio">Pier Luca Santoro sul suo ‘Giornalaio’</a>, approfittando dell’ occasione per lanciare il progetto di elaborazione di un codice di autodisciplina per i blogger che fanno informazione.</p>
<p><span id="more-10437"></span><a href="http://www.guardian.co.uk/uk/interactive/2011/dec/07/london-riots-twitter"><img class="alignleft size-medium wp-image-10441" title="Bufala" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Bufala-300x182.GIF" alt="Bufala" width="300" height="182" /></a>La vicenda della ‘’bufala’’ su Villaggio è caduta poco dopo che il Guardian aveva preso in esame vari episodi di diffusione di notizie false attraverso Twitter avvenuti quest’estate in occasione dei disordini nei sobborghi delle principali città di tutta l’ Inghilterra.</p>
<p>Il quotidiano londinese – racconta sempre il Giornalaio – ha analizzato 7 notizie false ed un totale di 2,6 milioni di tweets [qui la <a title="Behind the rumours: how we built our Twitter riots interactive  An interdisciplinary team of academics and some advanced web technologies were behind one of our most ambitious visualisations yet" href="http://www.guardian.co.uk/news/datablog/2011/dec/08/twitter-riots-interactive" target="_blank">metodologia</a> usata] dando luogo ad una visualizzazione interattiva di straordinaria bellezza ed efficacia che dimostra come si diffondano, in particolare in momenti di crisi e/o di tensione, notizie eccessivamente amplificate se non del tutto false.</p>
<p><em>Se da un lato il vantaggio della Rete</em> – osserva Santoro <em>- è quello di consentire al pari di una rapida diffusione altrettanto una veloce correzione o smentita degli errori, come <a title="Riot rumours: how misinformation spread on Twitter during a time of crisis  A period of unrest can provoke many untruths, an analysis of 2.6 million tweets suggests. But Twitter is adept at correcting misinformation - particularly if the claim is that a t" href="http://www.guardian.co.uk/uk/interactive/2011/dec/07/london-riots-twitter" target="_blank">l’analisi</a> svolta dal quotidiano anglosassone conferma, dall’altro lato si evidenzia la necessità di privilegiare l’accuratezza rispetto alla tempestività, la verifica al primato della diffusione in tempo reale. Necessità alla quale sono istituzionalmente deputati fonti d’ informazione ufficiali e giornalisti, che nell’ era del citizen’s journalism, dell’ informazione diffusa, non deve mai essere dimenticata da tutti coloro, da tutti noi che diffondiamo contenuti e notizie sul Web.</em></p>
<p><em>Credo che sia arrivato il momento di stilare un decalogo, partendo dalla<a title="Un metodo per la qualità nell'informazione  Fondazione &lt;ahref propone alle persone che partecipano a timu una metodologia di lavoro (metodo) per la produzione dell'informazione di qualità basato su quattro principi che costituiscono una sintesi essenziale" href="https://timu.ahref.eu/g/methodology/" target="_blank"> base offerta</a> da Timu, una sorta di codice di autodisciplina, in tal senso, prima di restare schiacciati non solo sotto il peso dell’infobesità ma anche di quello delle bufale. </em></p>
<p><em>Se siete d’accordo con me lasciate pure gentilmente un segno della vostra disponibilità nello spazio dei commenti, o se preferite su <a title="«Il Giornalaio» è anche su Facebook con una pagina dedicata a spunti &amp; appunti su media, comunicazione &amp; marketing editoriale.  Una raccolta di contenuti per fissare il meglio di ogni giorno relativamente agli argomenti della sfera d’interesse di questo s" href="http://www.facebook.com/pages/Il-Giornalaio/204005759680916?sk=wall" target="_blank">Facebook</a>; sarà mia cura contattarvi nei prossimi giorni per collavorare [NON è un  refuso] sul tema.</em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Analfabetismo di ritorno, che conseguenze sulla Rete?</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/analfabetismo-di-ritorno-che-conseguenze-sulla-rete/</link>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 08:13:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/MaestroManzi.jpg"></a> Lsdi ha interpellato alcuni liberi pensatori della blogosfera italiana per capire che peso può avere dal punto di vista digitale la situazione di regressione culturale che ha investito il nostro paese denunciata qualche giorno fa a Firenze dal linguista Tullio De Mauro &#8211; Ecco che cosa hanno risposto Vittorio Pasteris, Giuseppe Smorto, Marco Pratellesi, Gianluca Nicoletti, Massimo Mantellini, Sergio Maistrello, Luca De Biase, Pierluda Santoro, Angelo Cimarosti &#8211; Il dibattito è aperto
</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>a cura di <strong>Marco Renzi</strong></p>
<p>Alcuni giorni fa, esattamente il 27 novembre scorso, il professor<a href="http://www.tulliodemauro.com/"> Tullio De Mauro</a> illustre linguista ed ex ministro della pubblica istruzione nel governo Amato anno 2000,  intervenendo a Firenze all&#8217;incontro &#8220;Leggere e sapere: la scuola degli italiani&#8221; ha lanciato un accorato grido d&#8217;allarme su uno stato di regressione culturale in corso nel nostro Paese: &#60;&#60; Soltanto il 29% degli italiani è in possesso degli strumenti linguistici per padroneggiare l&#8217;uso della lingua italiana &#62;&#62;.
I dati illustrati dal professore fanno parte di<a href="http://archivio.invalsi.it/ricerche-internazionali/sials/base-sials.htm"> due diversi studi </a>internazionali <a href="https://docs.google.com/viewer?a=v&#38;q=cache:EugxAeJ82acJ:www.indire.it/lucabas/lkmw_file/eurydice/articolo_gallina.pdf+&#38;hl=it&#38;pid=bl&#38;srcid=ADGEESj6EHujeWDlu4nDWStmGaYQoiXm0pzCWGO5tZuVt2K-N4Cr1Wlz6w9xbFu0OTIwFqkO4pBvRdr20RJcLvyhy6xkSUogtBJeKQp3x8gNyWTNp5HWgiqVT8XINaukh78e_c56VBi1&#38;sig=AHIEtbTS7ZlsuqdCuTm1riTmRvKBwted8Q&#38;pli=1">realizzati</a> a cavallo fra la fine degli anni &#8217;90 e l&#8217;inizio del nuovo millennio,  e successivamente attorno alla metà degli anni 2000, i cui risultati potrete trovare allegati al pezzo in due diversi documenti. De Mauro aveva già spiegato molto dettagliatamente le sue teorie in un articolo scritto di suo pugno per <a href="http://slowforward.wordpress.com/2008/04/13/tullio-de-mauro-analfabeti-ditalia-da-httpinternazionaleit/">l&#8217;Internazionale</a> nel 2008.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/MaestroManzi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10421" title="MaestroManzi" src="http://www.lsdi.it/wp-content/MaestroManzi.jpg" alt="MaestroManzi" width="127" height="398" /></a><em> Lsdi ha interpellato alcuni liberi pensatori della blogosfera italiana per capire che peso può avere dal punto di vista digitale la situazione di regressione culturale che ha investito il nostro paese denunciata qualche giorno fa a Firenze dal linguista Tullio De Mauro &#8211; Ecco che cosa hanno risposto Vittorio Pasteris, Giuseppe Smorto, Marco Pratellesi, Gianluca Nicoletti, Massimo Mantellini, Sergio Maistrello, Luca De Biase, Pierluda Santoro, Angelo Cimarosti &#8211; Il dibattito è aperto<br />
</em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>a cura di <strong>Marco Renzi</strong></p>
<p>Alcuni giorni fa, esattamente il 27 novembre scorso, il professor<a href="http://www.tulliodemauro.com/"> Tullio De Mauro</a> illustre linguista ed ex ministro della pubblica istruzione nel governo Amato anno 2000,  intervenendo a Firenze all&#8217;incontro &#8220;Leggere e sapere: la scuola degli italiani&#8221; ha lanciato un accorato grido d&#8217;allarme su uno stato di regressione culturale in corso nel nostro Paese: &lt;&lt; Soltanto il 29% degli italiani è in possesso degli strumenti linguistici per padroneggiare l&#8217;uso della lingua italiana &gt;&gt;.<br />
I dati illustrati dal professore fanno parte di<a href="http://archivio.invalsi.it/ricerche-internazionali/sials/base-sials.htm"> due diversi studi </a>internazionali <a href="https://docs.google.com/viewer?a=v&amp;q=cache:EugxAeJ82acJ:www.indire.it/lucabas/lkmw_file/eurydice/articolo_gallina.pdf+&amp;hl=it&amp;pid=bl&amp;srcid=ADGEESj6EHujeWDlu4nDWStmGaYQoiXm0pzCWGO5tZuVt2K-N4Cr1Wlz6w9xbFu0OTIwFqkO4pBvRdr20RJcLvyhy6xkSUogtBJeKQp3x8gNyWTNp5HWgiqVT8XINaukh78e_c56VBi1&amp;sig=AHIEtbTS7ZlsuqdCuTm1riTmRvKBwted8Q&amp;pli=1">realizzati</a> a cavallo fra la fine degli anni &#8217;90 e l&#8217;inizio del nuovo millennio,  e successivamente attorno alla metà degli anni 2000, i cui risultati potrete trovare allegati al pezzo in due diversi documenti. De Mauro aveva già spiegato molto dettagliatamente le sue teorie in un articolo scritto di suo pugno per <a href="http://slowforward.wordpress.com/2008/04/13/tullio-de-mauro-analfabeti-ditalia-da-httpinternazionaleit/">l&#8217;Internazionale</a> nel 2008. Il problema era già  stato affrontato fra gli altri,  anche dalla semiologa Giovanna Cosenza nel 2008 sul suo blog<a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/tag/vittoria-gallina/ttp://"> Disambiguando</a> .</p>
<p>&lt;&lt; Il 71% della popolazione &#8211; <a href="http://firenze.repubblica.it/cronaca/2011/11/28/news/non_sappiamo_pi_l_italiano_l_allarme_del_linguista_de_mauro-25713802/">ha detto De Mauro</a> &#8211; si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficolta&#8217;: il 5% non e&#8217; neppure in grado di decifrare lettere e cifre, un altro 33% sa leggere, ma riesce a decifrare solo testi di primo livello su una scala di cinque ed e&#8217; a forte rischio di regressione nell&#8217;analfabetismo, un ulteriore 33% si ferma a testi di secondo livello. Non piu&#8217; del 20% possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l&#8217;uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana &gt;&gt;.</p>
<p><span id="more-10409"></span>Partendo da questa riflessione dell&#8217;illustre studioso noi abbiamo voluto approfondire il tema in ambito digitale. E abbiamo formulato due domande che poi abbiamo girato ad alcuni &#8220;liberi pensatori della rete&#8221;.</p>
<p>&lt;&lt; Questo processo di progressiva analfabetizzazione  cui sono vittime gli italiani non rischia di  penalizzare pesantemente i contenuti veicolati dalla rete in particolare quella in lingua italiana? &gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt; Avete una ricetta sotto mano per provare a fornire un possibile rimedio a questo problema? &gt;&gt;.</p>
<p><a href="http://www.pasteris.it/blog/">Vittorio Pasteris</a></p>
<p>1) Secondo me non è un grosso problema <a href="http://twitter.com/vittoriopasteris">perchè per usare</a> la rete è necessario un &#8220;italiano basico&#8221;  derivante dalla<a href="http://www.lettere.unito.it/do/docenti.pl/Show?_id=vpasteri"> conoscenza di</a> 1000 parole.  E&#8217; peggio per sapere usare Internet non avere competenze di inglese in cui in Italia siamo mediamente scarsi.</p>
<p>2) Come fare: io sono un fautore dello stile &#8220;<a href="http://www.centroalbertomanzi.it/home.asp">Maestro Manzi</a>&#8221; usare gli strumenti classici Tv e radio, e se va bene la rete, per tornare a insegnare l&#8217;italiano agli italiani e non solo. In caso contrario fra un po&#8217; parleranno la nostra lingua meglio degli autoctoni i rumeni, gli albanesi e i marocchini che seguono scrupolosamente i loro figli nell&#8217;apprendimento dell&#8217;italiano.</p>
<p><a href="http://lerane.wordpress.com/la-sesta-w/il-giornalismo-necessariogiuseppe-smorto/">Giuseppe Smorto</a></p>
<p>1) Non è un rischio solo per la Rete, ma per il nostro paese, in questo <a href="http://www.mediabookshop.it/scheda.asp?id=171">non riesco</a> a vedere delle differenze. Devo anche dire che la Rete si presta al dialogo e allo scambio, dovrebbe essere la piazza ideale per conservare e rilanciare la nostra cultura&#8221;.</p>
<p>2) &#8220;Il rimedio è la conoscenza e la curiosità: è la difesa della scuola &#8211; in particolare quella pubblica- in tutte le sue <a href="http://www.facebook.com/giuseppe.smorto1">componenti</a>&#8221;</p>
<p><a href="http://mediablog.vanityfair.it/">Marco Pratellesi</a></p>
<p>1) Quando nel febbraio 1999 l&#8217;editore Andrea Monti Riffeser comunicò che avrei lasciato la cronaca giudiziaria per mettere in piedi e dirigere i siti del gruppo, Umberto Cecchi, allora direttore de La Nazione se ne uscì con una battuta: &#8220;Diventerai anche tu un analfabeta di ritorno!&#8221;. Sono passati quasi 13 anni e, se devo fare un bilancio, posso dire di <a href="http://mediablog.corriere.it/">aver imparato</a> tante cose nuove, ma non mi sento più analfabeta di quanto lo fossi allora.<br />
La rete è solo un&#8217;altra opportunità per esprimersi: se<a href="http://it.wikiquote.org/wiki/Marco_Pratellesi"> sei una </a>&#8220;bella penna&#8221; lo sarai anche in rete, se sei una persona sgrammaticata o con povertà di linguaggio lo sarai anche sul web. Ho amici e colleghi che mandano sms perfetti, godibili, divertenti. Altri che inviano messaggini criptici al limite della comprensione. Ma ciò riguarda la loro persona, non lo strumento. Gli stessi amanuensi, che nel medioevo copiavano i manoscritti, usavano le abbreviazioni, ma questo non impoveriva il loro lavoro o il valore delle opere che trascrivevano. Se, come sostiene De Mauro, c&#8217;è un impoverimento linguistico, ciò è riconducibile a due fattori: un peggioramento della scuola (primaria, soprattutto) e la scarsa possibilità che le famiglie hanno, rispetto al passato, di seguire i figli nei primi anni di studi.</p>
<p>2) Solo le lingue morte restano uguali a se stesse. Tutto ciò che è vivo e pulsante cambia con l&#8217;uso. Così è per la lingua che è sempre cambiata nelle varie epoche. Più che la lingua il problema a me pare essere il tempo. Oggi tutto si è velocizzato: pretendiamo di inviare una email, un sms, aggiornare un profilo su Facebook tutto nella spazio di pochi minuti, perché nel frattempo dobbiamo lavorare o studiare. Questo, ovviamente, ci porta a tirare via, a fare poca attenzione alla forma o alla costruzione della frase. Ecco il mio rimedio. In una società in cui l&#8217;informazione e la conservazione viaggiano alla velocità elettrica, come aveva previsto<a href="http://www.filosofico.net/mcluhan.htm"> Marshall McLuhan </a>(che andrebbe riletto), dobbiamo concederci il tempo per fare le cose che ci piacciono. Meglio farne una bene che pretendere di rispondere a tutte le sollecitazioni del &#8220;Villaggio Globale”.</p>
<p><a href="http://www.gianlucanicoletti.it/">Gianluca Nicoletti</a></p>
<p>Io non sono per niente d&#8217; accordo con De Mauro che appartiene a un&#8217; altra era geologica rispetto alla contemporaneità. Mai come ora gli Italiani articolano relazioni e quindi usano strumenti linguistici con efficacia, proprio grazie agli strumenti partecipativi<a href="http://www.radio24.ilsole24ore.com/main.php?dirprog=Melog_2.0"> web 2.0.</a> Non <a href="http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplRubriche/obliquamente/grubrica.asp?ID_blog=347&amp;ID_articolo=36&amp;ID_sezione=752">sono più</a> una minoranza a farlo, ma la <a href="http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplRubriche/obliquamente/grubrica.asp?ID_blog=347&amp;ID_articolo=23&amp;ID_sezione=752">maggioranza.</a></p>
<p>Io ho <a href="http://it.wikiquote.org/wiki/Gianluca_Nicoletti">57 anni</a>, ma quale lingua parlavamo 30 anni fa? Quando mai scrivevamo più di dieci parole in fila? Come al solito il catastrofismo cela timore per lo spettro tecnologico che viene inteso come disumanizzante. La lingua non si impoverisce, si evolve, si adatta alle esigenze attuali, ma questo de Mauro lo sa&#8230;.Posso dar ragione a chi dice che prevalgono termini stranieri, anglicismi ecc, ma basta pazientare tra una generazione parleremo tutti cinese!</p>
<p>Scusa poi&#8230;La lingua la devo padroneggiare perché mi sia utile per relazionarmi, se oggi la relazione è multipla è chiaro che la lingua si semplifichi per gestire molte più connessioni/relazioni allo stesso tempo, questo è il mondo moderno e indietro non si torna, salvo cataclisma&#8230;.<br />
Non possiamo sperare in una restaurazione di maestrine dalla penna rossa o di fini dicitori&#8230;Per farne cosa?<br />
Cito alcuni &#8220;nicolettismi&#8221; che sparo a vanvera alla radio e poi gli ascoltatori raccolgono e classificano nei loro siti:</p>
<p>&#8220;Fu il mio fluttuante infantile cachinno perenne arrender diuturno rabido il sagrestanico daimon che serpeggia in spiralimorfe anguilliche elucubrazioni nelle mutande elastiche con sciatta lentezza dei beipensatori dalle unghie luttuose&#8221;</p>
<p>‎&#8221;Subalterno contubernio sveglia tosto il desiderio di precoce dissoluto climaterio&#8221;</p>
<p>&#8220;Il chiosare un nicolettismo ne genera all&#8217;istante un successivo. La partogenesi dei nicolettismi crea affabulante moto perpetuo. Perigliose derive di chimeriche affastellazioni lessicali mi inibiscono ogni gonadico sussulto generatorio.<br />
Vorrei frapporre un diaframma salutare tra i miei polpastrelli e la satiriasi nicolettismopoetica per necessaria discesa nel luogo di tonificazione muscolare che mi attende per quotidiano metallico abbraccio. Il loop ininterrotto del nicolettismo spiraliforme mi sottrae al necessario esercizio propedeutico alla sollevazione.<br />
Tento con immane titanico sforzo di sottrarmi alla nemesi generativa sacrosanto<br />
contrappasso per cocciuto astensionismo creativo in questo accidioso pomeriggio contemplativo&#8221;</p>
<p>&#8220;Si dovrebbe avere pudore del narcisismo? E&#8217; una colpa che nuoce al prossimo? Perchè noi narcisisti confessi e risolti dobbiamo subire la discriminazione del tristanzuolo vivere dell&#8217; ego dimesso?A me piace condividere ogni spudorata mutazione, che male c&#8217;è?&#8221;</p>
<p>MA VUOI CHE SI TORNI A PARLARE COSI&#8217; ? PUO&#8217; ESSERE SOLO UN GIOCO DI MANIERA!!!</p>
<p><a href="http://www.mantellini.it/">Massimo Mantellini</a></p>
<p>1) Io credo e spero che l&#8217;accesso a Internet possa avere un ruolo esattamente opposto. Ed è anche la ragione per cui ogni sforzo dovrebbe essere immaginato per aumentare il numero di cittadini che vi accedono.<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/"> I contenuti</a> presenti in rete, anche nel piccolo pezzo di Internet in lingua italiana, sono infatti fortemente mediati dalla parola. Sia la parola letta che quella scritta.  <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/steve-jobs-nulla-e-come-sembra/2165705">Così il </a>processo di migrazione verso la rete di un numero sempre maggiore di individui, anche mediante l&#8217;adozione di piattaforme sociali come Facebook, è forse una delle prime concrete possibilità di inversione di questa tendenza,  della tendenza di cui parla De Mauro. L&#8217;analfabetismo funzionale si combatte abituandosi alla funzione: in questo caso frequentando l&#8217;utilizzo e la condivisione delle parole e dei pensieri.</p>
<p>2) Credo si debba aumentare il numero di occasioni possibili. Questo, per conto mio, dovrebbe avvenire su due grandi direttrici: inserendo sempre di più l&#8217;uso attivo della rete nei percorsi educativi e didattici (ma anche nei normali rapporti fra cittadino ed amministrazione), iniziando a comunicare la rete ai tanti cittadini che non la utilizzano fuori dagli schematismi soliti di tipo magico-terrorizzante. C&#8217;è una prospettiva di normalità mediata dalla rete nella vita quotidiana che andrebbe raccontata e questa forse è oggi una delle poche opzioni concrete che ci restano.</p>
<p><a href="http://www.sergiomaistrello.it/">Sergio Maistrello</a></p>
<p>1) I contenuti in lingua italiana sono penalizzati a prescindere, perché in una rete globale sono un po&#8217; come un dialetto che si parla in<a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/menu/ospiti-2011/maistrello-sergio/"> una sola </a>vallata di montagna dove i residenti non hanno grande interesse ad avere scambi con i propri vicini. Questo isolamento rispetto alla massa del valore in rete, che volente o nolente è in lingua inglese, è uno dei grandi ostacoli<a href="http://twitter.com/sergiomaistrello"> strutturali</a> alla generazione di valore in rete in Italia. Dopodiché io credo che una lingua serva per comunicare: non faccio troppo lo schizzinoso sulla proprietà di linguaggio di chi incontro nelle reti sociali online, perché in questa fase mi affascina già solo il tentativo di esprimere le proprie idee e riscoprirsi nodo attivo della società. Ma poiché chi scrive male pensa male, sì, a quanto vedo in Italia c&#8217;è un problema molto grave, che è più ampio della sola questione linguistica e ha a che fare con la maturità del proprio essere cittadini. Negli ultimi trent&#8217;anni c&#8217;è stato un cortocircuito micidiale tra economia, media, luoghi della formazione e famiglie che non solo non ci ha permesso di crescere all&#8217;altezza delle sfide contemporanee, ma ci ha tenuto in ostaggio in una dimensione rassicurante e artefatta. La rete si inserisce in questo processo come elemento di disturbo e disgregazione: può essere un&#8217;opportunità di crescita o il colpo di grazia. La differenza è che questa volta sta a noi, a ciascuno di noi, cambiare le cose.</p>
<p>2) È necessario promuovere a tutti i livelli un accesso sano, consapevole e sereno alle culture digitali, considerandolo il volano di un processo che avrà ripercussioni a cascata in tutti i campi. Non è la rete che ci salva, ma la rete &#8211; se usata bene e in modo consapevole &#8211; è un opportunità per lavorare su noi stessi, sul nostro rapporto con noi stessi, con gli altri, con la lingua, con la società che ha tutte le carte in regola per invertire la tendenza. In sostanza l&#8217;esatto contrario di quello che si fa tutti i giorni in tutti gli ambiti in Italia, oggi.</p>
<p><a href="http://blog.debiase.com/">Luca De Biase</a></p>
<p><a href="http://blog.debiase.com/2011/10/analfabetismo-funzionale-in-it.html">L&#8217;analfabetismo funzionale</a> è una delle piaghe meno discusse ma più profonde della<a href="http://lucadebiase.nova100.ilsole24ore.com/"> società italiana. </a>Una quota molto ampia &#8211; le statistiche variano in relazione alla severità della definizione &#8211; della popolazione non è in grado di accedere alle informazioni necessarie a vivere in una società complessa. E restano tagliati fuori dal processo innovativo. <a href="http://twitter.com/lucadebiase">Questo è</a> un limite per loro prima di tutto. Di conseguenza lo è anche per la rete italiana. Perché la qualità e l&#8217;importanza della rete dipendono dalla ricchezza culturale della popolazione che la<a href="http://blog.debiase.com/2011/12/le-molte-italie-e-linformazion.html"> usa.</a></p>
<p>Una persona diventa analfabeta funzionale se non ha stimoli sufficienti a leggere e a mantenere viva la sua capacità di farlo. Se tutte le informazioni di cui ritiene di avere bisogno arrivano dal passaparola e dalla televisione, la lettura è inutile. È evidente che la rete può essere un grande stimolo a concedere attenzione alla lettura. L&#8217;attrattiva di partecipare a Facebook è probabilmente uno stimolo utile per molti giovani che altrimenti abbandonerebbero la lettura. Ma è chiaro che un&#8217;innovazione radicale nel pensiero che disegna il sistema educativo potrebbe usare la rete per conquistare attenzione e tempo delle persone ad attività che ne coltivino la curiosità e l&#8217;interesse per ciò che si può fare sapendo leggere.</p>
<p><a href="http://giornalaio.wordpress.com/">Pierluca Santoro</a></p>
<p>Non è una<a href="http://www.complexlab.it/Members/Pedroelrey"> novità </a>ne una sorpresa. Se ne parla, ad<a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/menu/ospiti-2011/santoro-pier-luca/"> ondate ricorrenti</a>, da tempo.<br />
Fortissima penetrazione della televisione e suo decadimento progressivo da mezzo di informazione e formazione a puro intrattenimento, con anche i telegiornali, a cominciare da Studio Aperto, sempre più verso l&#8217;infotainment o programmi di grande successo quali &#8220;Striscia la Notizia&#8221; a confermare la portata del fenomeno.<br />
Riduzione degli investimenti sulla scuola pubblica, che soffre di carenze strutturali che si trascinano dalle rivolte studentesche del &#8217;68 ad oggi senza mai trovare una soluzione effettiva, e crisi economica che intacca prima i consumi culturali e poi quelli di auto-rappresentazione e di svago, sono causa e concausa di questo fenomeno, a mio avviso.<br />
La Rete non è di per se stessa in grado di invertire il processo. Sia per &#8220;l&#8217;infobesità&#8221; che spinge a letture sempre meno attente, come dimostrano i tempi di permanenza sui siti dei quotidiani online, sia perchè si tratta per la maggioranza degli utenti di un processo di fruizione passiva, del passaggio, o meglio della sovrapposizione, di schermi, da quello tv a quello del pc. Nella mia decodifica anche il successo delle infografiche ne sono una testimonianza concreta.<br />
A mio avviso sia in termini formativi che a livello informativo una delle soluzioni risiede nella gamification, nell&#8217;utilizzare le modalità del gioco applicandole a contesti non gaming, siano essi le notizie, l&#8217;informazione o più in generale la cultura.</p>
<p><a href="http://www.youreporter.it/video_Clip_su_YouReporter_mostrata_a_Marsala_1">Angelo Cimarosti</a></p>
<p>Il rischio c&#8217;è, in base alla nostra esperienza, anche se non abbiamo fatto un&#8217;analisi quantitativa in merito. L &#8216;imperfetta conoscenza della lingua italiana è un problema anche in <a href="http://www.storiaradiotv.it/ANGELO%20CIMAROSTI.htm">Rete</a>. Direi che da un lato ci sono banali problemi di grafie e di accezioni dei singoli<a href="http://it-it.facebook.com/people/Angelo-Cimarosti/100000090815541"> lemmi</a>. Che non facilita nè le ricerche nè la corretta comprensione di molti messaggi. Dall&#8217;altro lato è tutta l&#8217;architettura stessa dei siti a risentirne. Uno dei grandi valori del Web è la categorizzazione, in particolare su portali d&#8217;informazione partecipativa come <a href="http://www.youreporter.it/">YouReporter</a>. Meno corretti e precisi sono i testi e i riferimenti di argomento, geografici, di tag etc., più complessa diventa la &#8220;caccia&#8221; a ciò che serve. Questo su un sito, peraltro, che ha sicuramente un livello di partecipazione piuttosto &#8220;alto&#8221; come scolarizzazione e competenze degli utenti. Altrove la situazione non può che essere ancora più complessa.</p>
<p>Fondi degni di questo nome alla scuola pubblica, università meritocratica, risorse per la ricerca, eliminazione dell&#8217;iperspecializzazione come totem assoluto ma solo come naturale sviluppo di basi solide e trasversali per essere &#8220;specializzati&#8221; ma con la mente aperta. Che potrebbe apparire come prescrivere una dieta a base di filetto di Angus  in tempi di guerra, me ne rendo conto. Non è così, stiamo parlando di tornare al dissodamento dei campi dell&#8217;apprendimento linguistico e di comunicazione di base, perchè senza questo lavoro della terra nulla può essere seminato. Più banalmente, subito, si potrebbe iniziare da qualcosa di più modesto, come sviluppare siti accademici decenti e attraenti. Ecco, alfabetizzare le università, gli enti, le amministrazioni, magari è il primo passo. Eliminare i correttori automatici dai nostri cervelli.</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Il dibattito è avviato,  e ora riguarda anche la rete,  voi che ne dite?</p>
<p>I documenti allegati:</p>
<p>- <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/De-Mauro-1.doc">Documento 1</a></p>
<p>- <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/De-Mauro-2.pdf">Documento 2</a></p>
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		<title>Abbasso i premi giornalistici, viva i reporter</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 21:23:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Pulitzer2.jpg"></a>&#8221;Abbasso i premi, viva i reporter&#8221; dice David Randall, giornalista londinese dell’ Independent e scrittore (i suoi ultimi libri, “Tredici giornalisti quasi perfetti” e “Il giornalista quasi perfetto” , sono usciti con Laterza).</p>
<p>Su  <a href="http://www.infodem.it/fatti.asp?id=3547">Infodem</a> Pino Bruno rilancia l’ appello di Randall, ricordando che ‘’i premi giornalistici proliferano, ridondanti e spesso inutili. Servono per lo più a gratificare giurati e tromboni, a far passerelle di vanità. Perché non investire quei soldi  in borse di studio da distribuire agli allievi più meritevoli delle Scuole di giornalismo?’’</p>
<p>Randall ha affidato le sue proteste e proposte a un articolo per Internazionale: “Io eliminerei tutti questi premi e dedicherei le energie e i soldi a onorare i giornalisti che lo meritano davvero: non persone come me che, per quanto scrivano bene e indaghino a fondo, lo fanno in condizioni di comodità e sicurezza. Quelli che vorrei onorare e indicare come esempio sono i reporter che rischiano la vita o la libertà per fare il loro mestiere’.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Pulitzer2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-10389" title="Pulitzer" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Pulitzer2-150x150.jpg" alt="Pulitzer" width="150" height="150" /></a>&#8221;Abbasso i premi, viva i reporter&#8221; dice David Randall, giornalista londinese dell’ <em>Independen</em>t e scrittore (i suoi ultimi libri, <em>“Tredici giornalisti quasi perfetti”</em> e <em>“Il giornalista quasi perfetto”</em> , sono usciti con Laterza).</p>
<p>Su  <a href="http://www.infodem.it/fatti.asp?id=3547">Infodem</a> Pino Bruno rilancia l’ appello di Randall, ricordando che ‘’i premi giornalistici proliferano, ridondanti e spesso inutili. Servono per lo più a gratificare giurati e tromboni, a far passerelle di vanità. Perché non investire quei soldi  in borse di studio da distribuire agli allievi più meritevoli delle Scuole di giornalismo?’’</p>
<p>Randall ha affidato le sue proteste e proposte a un articolo per Internazionale: “Io eliminerei tutti questi premi e dedicherei le energie e i soldi a onorare i giornalisti che lo meritano davvero: non persone come me che, per quanto scrivano bene e indaghino a fondo, lo fanno in condizioni di comodità e sicurezza. Quelli che vorrei onorare e indicare come esempio sono i reporter che rischiano la vita o la libertà per fare il loro mestiere’.</p>
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