Archivio di Attualità

Free press: ‘Leggo’ e ‘City’ fra i primi 4 quotidiani gratuiti più diffusi al mondo

di Redazione | 24 agosto 2010 

Free-press-Italia

Leggo e City sono al terzo e quarto posto fra i dieci quotidiani gratuiti più diffusi al mondo.

I dati (relativi alla diffusione nel 2009) sono contenuti nell’ ultima FDN (Free Daily Newspaper), la Newsletter sui quotidiani free press diffusa da Piet Bakker, il docente olandese considerato ormai il maggiore specialista del settore a livello mondiale.

Nella classifica, a Leggo viene attribuita una diffusione media di 963.000 copie quotidiane e a City di 779.000 copie.

Secondo Bakker comunque le cifre relative al quotidiano cinese Beijing Daily Messenger non sarebbero affidabili: “le fonti ufficiali – rileva Bakker – parlano di un milione di  copie, ma altri sostengono che la diffusione effettiva si aggirerebbe fra le 180.000 e 250.000 copie.  Se fosse vero i due gratuiti italiani sarebbero al secondo e al terzo posto e al decimo posto salirebbe il francese Direct-Plus con 650.000 copie.

Giornalisti digitali: vendersi per 50 centesimi?

di Redazione | 2 agosto 2010 

Online-Renzi-htmlLsdi ha cominciato a perlustrare la giungla della ‘compravendita di servizi editoriali’ per il web in Italia scoprendo prima di tutto che la parola ‘giornalista’ è stata ormai sostituita da quella di ‘articolista’ – Questo  primo sguardo fra le pieghe dell’ industria della produzione di contenuti (a parte l’ enclave delle redazioni delle testate tradizionali) dimostra chiaramente che essa si basa su un massiccio sfruttamento del lavoro di centinaia o forse migliaia di artigiani del web content, manovali dell’ informazione non pagati o sottopagati, che accettano, od offrono, pacchetti di articoli nella speranza che la Rete prima o poi li compensi

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di Marco Renzi

Quando costa fare il giornalista per il web?

Come quando costa?

C’è un errore, forse la domanda giusta è: quanto si guadagna a scrivere per il web?

Nessun errore! Al giorno d’oggi per riuscire a costruirsi una professione nel più tecnologico, futuribile, democratico, accessibile, semplice, accreditato, e forse anche “letto” fra i mass-media specificamente deputati alla divulgazione dell’ informazione,  non basta avere una seria base professionale alle spalle, non serve neanche essere creativi quanto basta, e, soprattutto nel nostro paese, non è assolutamente necessario, anzi forse può diventare un ostacolo avere un’idea rivoluzionaria.

Basta essere disponibili ad essere sfruttati! Meglio se non si chiede alcun compenso, tanto se sei bravo saranno gli utenti ad attribuirti il successo dovuto e con quello arriveranno i banner pubblicitari e con quelli i click sul tuo sito/blog/homepage di facebook o similari, e con i click allora sì che le tue tasche si riempiranno di bei dollaroni! O forse no?

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Media on demand: ma è davvero una ricetta miracolosa?

di Redazione | 31 luglio 2010 

Demandmedia

Produrre dei contenuti low-cost per vendere della pubblicità iper-mirata potrebbe essere la risposta al problema del business model online? Nei fatti la cosa non è così semplice. Per almeno tre ragioni, spiega Benoit Raphael, analizzando i meccanismi economici e le prospettive delle Content farm

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Abbiamo pubblicato ieri la traduzione di un articolo del New York Times sulle “Content farm” (Lsdi, Le fattorie dei contenuti: il caso di Suite101, 500 articoli al giorno, ma di nicchia), un tema che da diverse settimane è al centro dell’ attenzione.

Benoit Raphael, sul suo sito,  fa una interessante analisi spiegando i meccanismi economici e il quadro complessivo di business che sono alla base di questi nuovi ‘media on demand’.

Una “ricetta miracolosa” in grado di creare i contenuti che la rete richiede e quindi di produrre un bel po’ di soldi?

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Dai primi contatti a Bruxelles al ‘bunker ‘ di Londra: storia e retroscena dei ‘diari afghani’ di WikiLeaks

di Redazione | 30 luglio 2010 

Assange

Il sito della Columbia Journalism Review ricostruisce il modo con cui è maturata la pubblicazione dei quasi 92.000 documenti riservati pubblicati lunedì partendo dal ruolo di Nick Davies, un giornalista del Guardian che a giugno è riuscito a raggiungere in Belgio il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, e lo ha convinto a condividere l’ enorme massa di documenti col suo giornale (ma Assange ha poi voluto l’ intervento anche di New York Times e Der Spiegel) – Nel “bunker” a Londra dove il materiale è stato analizzato e redatto ore di lavoro in segreto incollati ai computer, senza poter trasmettere e-mail e parlando con telefoni criptati –  Fra le tre testate era nata “una collaborazione insolita e toccante”, ma il rapporto con Assange era rimasto il rapporto con una fonte, sebbene molto particolare – Anche se  la condivisione delle informazioni consentiva ad ogni testata di farsi un’idea sul lavoro che ciascuno dei tre giornali stava conducendo, a nessuno era consentito di addentrarsi negli specifici articoli.  Né vi è stata una condivisione di bozze o copie dei pezzi – “Assange non pubblica i documenti per il gusto di farlo. Li pubblica perché vuole che il mondo comprenda, qualunque sia la natura delle informazioni rivelate. E la nostra operazione ha notevolmente concretizzato questa possibilità”.

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The Story Behind the Publication of WikiLeaks’s Afghanistan Logs
From Brussels, to a bunker, to blockbusters
di Clint Hendler
(da Cjr)
(traduzione di Andrea Fama)

Non staremmo leggendo i cosiddetti diari afgani – vedi New York Times, Der Spiegel e The Guardian – se il giornalista inglese Nick Davies non avesse rintracciato Julian Assange, fondatore di Wikileaks, un mese fa a Bruxelles.

L’interesse di Davies è scattato a metà giugno, quando il nome di Bradley Manning, un giovane analista dell’ intelligence militare USA nonché presunta fonte di diverse rivelazioni di alto profilo pubblicate da Wikileaks, è comparso in alcune trascrizioni in cui si affermava che era stato lui a divulgare del materiale diplomatico tenuto segreto.

Qualunque fosse la posizione di Assange, e chiunque fosse la sua fonte, Davies sapeva che Wikileaks avrebbe pubblicato dell’ altro materiale,  e sperava di convincerlo a mettere il Guardian a conoscenza di ogni altra pubblicazione prima di sbandierarla sul proprio sito.

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Quotidiani: diffusione in calo del 13% in nove anni in Italia anche se le testate crescono del 50%

di Redazione | 18 luglio 2010 

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Una Ricerca realizzata dall’ OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), dal titolo “L’ evoluzione dell’ informazione e Internet” – Il paese in testa per declino della diffusione è la Danimarca, con un calo del 22%, seguita da Australia, Ungheria e Regno Unito (che si attestano sul meno 18%), mentre quello in cui la diffusione è aumentata maggiormente è l’ Irlanda (+46%; leggermente in calo nel numero delle testate), preceduta da Portogallo (+31%) e, con un +25%, Turchia (che registra un aumento del numero delle testate del 75%)

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Nonostante un aumento del numero delle testate giornalistiche quotidiane pari al 50%, negli anni fra il 2000 e il 2008 l’ Italia ha registrato un calo della diffusione dei quotidiani pari a quasi il 13%.

Un declino analogo a quello degli Stati Uniti, che ha visto però il numero delle testate decrescere, anche se solo del 5%.

Il paese in testa per declino della diffusione è la Danimarca, con un calo del 22%, seguita da Australia, Ungheria e Regno Unito (che si attestano sul meno 18%), mentre quello in cui la diffusione è aumentata maggiormente è l’ Irlanda (+46%; leggermente in calo nel numero delle testate), preceduta da Portogallo (+31%) e, con un +25%, Turchia (che registra un aumento del numero delle testate del 75%).

Sono alcuni dei dati di una ampia Ricerca realizzata dall’ OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), dal titolo “L’ evoluzione dell’ informazione e Internet” (The evolution of news and internet”)

Un’ ampia parte della ricerca è dedicata ai problemi dell’ industria dei quotidiani e questi in sintesi gli spunti che l’ OCSE – Organizzazione internazionale di studi economici per i 31 paesi membri, paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico ed un’economia di mercato – mette in evidenza.

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Time: l’ ultimo dei grandi settimanali

di Redazione | 4 luglio 2010 

Time

‘TIME MAGAZINE: THE LAST OF THE BIG NEWSWEEKLIES’
di David Folkenflik

(da npr.org)
(traduzione di Giulia Dezi)

I proprietari di Newsweek hanno deciso di mettere in vendita la rivista. Questa scelta ha di nuovo scatenato tra i circoli giornalistici una discussione: esiste un ruolo, o un futuro, per le riviste settimanali?
“L’idea di una rivista che copre le notizie della settimana, facendone il riepilogo e facendole girare più a lungo, è un po’ un anacronismo” scrive Alan D. Mutter, ex editorialista di giornali e attuale consulente di iniziative mediatiche digitali. “La gente trova notizie a destra e manca, e se cerchi di essere informato, è abbastanza difficile non riuscirci.”
Eppure al ventitreesimo piano dello storico palazzo di Time-Life, con uffici con vista sul centro di Manhattan, la direzione della rivista leader in questo settore è molto più ottimistica riguardo al loro destino.

“All’interno della nostra categoria, non siamo solo gli ultimi a resistere, ma siamo proprio gli unici” commenta dalla sua alta posizione editoriale Rick Stengel, caporedattore di Time. “Convertiamo le informazioni in conoscenza. La conoscenza è quello che le persone vogliono. La conoscenza è il prodotto”.

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Link e segnalazioni (12-18/04)

di Redazione | 18 aprile 2010 

- Twitter: i dettagli del suo modello pubblicitario

Un articolo di PaidContent analizza i meccanismi del sistema presentato nei giorni scorsi da Dick Costolo, Chief operations di Twitter, alla Chirp Conference.

- Il WP apre un blog di destra

Welcome to ‘Right Now’. Per chi vuol sapere che cosa accade nell’ area politica dei Conservatori.

- Cinque agenzie di stampa adottano nuove norme di trasmissione dei contenuti

Il nuovo standard, denominato G2, permette di semplificare gli scambi di informazioni relativi a testi, video, foto, infografia e multimedia. Si tratta di AFP, AP, DPA, PA, Reuters.

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Siti online dei magazine Usa: velocità contro qualità. Ancora un “baratro” fra giornalisti della carta e del web

di Redazione | 15 aprile 2010 

CJR

I magazine americani stanno permettendo ai loro siti web di erodere gli standard storici del giornalismo tradizionale. In estrema sintesi è questo il risultato di fondo di una Ricerca sui rapporti fra le riviste Usa e i loro siti web condotta dalla Columbia Journalism Review, attraverso interviste a 665 giornalisti responsabili di varie testate non quotidiane, e pubblicata nel marzo scorso.

Secondo Media Trend, che ha presentato in questi giorni un’ ampia analisi dello studio della CJR (di cui pubblichiamo qui sotto la traduzione), “uno dei principali risultati” dell’ inchiesta “è la profondità del ‘baratro’ – come lo definisce uno degli intervistati – che esiste ancora fra i giornalisti della carta stampata e quelli del web.

Il testo completo della Ricerca della CJR è qui.

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SITES DE PRESSE MAGAZINE: LA VITESSE CONTRE LA QUALITE’

“Ogni giorno ai redattori viene ripetuto fino alla nausea ‘siate al servizio dei vostri fans, siate al servizio dei vostri fans, siate al servizio dei vostri fans’, fino a quando non ne sono impregnati”, racconta un anziano capo redattore del sito di  notizie sportive EPSN. I giornalisti della carta non riescono a ritrovarsi in questo tipo di affermazione, spiegano Victor Navasky ed Evan Lerner, in un loro articolo di analisi, Tangled Web, pubblicato sulla Columbia Journalism Review.
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Laboratori di partecipazione, i premi della ‘Città dei cittadini’

di Redazione | 13 aprile 2010 

Cittadini

Il Comune di Ravenna con il progetto Citt@attiva, che ha coinvolto i cittadini per migliorare zone degradate della città, l’ Associazione culturale “Social Lab”, che ha dato vita a un laboratorio sociale e multimediale coinvolgendo utenti disabili e giovani volontari europei, il webmagazine LiberaReggio.org ideato da giovani di Reggio Calabria, e Giusy Pappalardo con la tesi “Per un sistema di saperi, regole e progetti condivisi: la Mappatura di Comunità nella Valle del Simeto” sono i vincitori dell’edizione 2010 del Premio Nazionale “La città dei cittadini”.

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Il privilegio della libertà di scrittura

di Redazione | 13 aprile 2010 

Freetheword

Domani comincia a Londra la terza edizione del Free the Word!, il festival della letteratura mondiale organizzato da International PEN. Quest’ anno il festival cade nel 50/o anniversario dell’ International PEN Writers in Prison Committee, un organismo che si occupa in particolare degli scrittori minacciati e perseguitati, fino alla prigione. E conclude una campagna per la libertà di espressione durata vari mesi.

Ne parla su Guardian online Frances Both, in un articolo che Claudia Dani ha tradotto sul suo blog.

Scrive Frances Both:

Per rimarcare 50 anni di difesa in nome della libertà di espressione, il Comitato PEN Writers in Prison ha creato una campagna annuale: Because Writers Speak Their Mind. Un filone di questa campagna mette in evidenza i casi di 50 scrittori per cui PEN si è mossa nei 50 anni in cui il Comitato ha operato.

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