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	<title>LSDI &#187; Pino Rea</title>
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	<description>Libertà di Stampa / Diritto all'Informazione</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 14:31:25 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
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		<item>
		<title>500 euro lordi al mese per il ‘redattore senza contratto giornalistico’</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2010/500-euro-lordi-al-mese-per-il-%e2%80%98redattore-senza-contratto-giornalistico%e2%80%99/</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 06:44:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Rea</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalisti digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/news_room_top.jpg"></a></p>
<p>E’ il salario medio del web editor, una figura che consentirebbe anche ai grandi ‘pure player’ di internet (portali cone libero.it o yahoo.it, ecc.) di adottare  “strutture di costo con meno vincoli sulla forza lavoro”, invece che giornalisti regolarmente a contratto come ha fatto ad esempio Luca Sofri col suo ‘Post’ </p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Cinquecento euro lordi al mese; 6.000 euro lordi l’ anno.</p>
<p>E’ il salario medio di un web editor secondo quanto riporta  Alessandro Sisti, un esperto di mezzi di comunicazione, digital marketing, web e social network, in <a href="http://newmediaedintorni.blogspot.com/2010/09/ricavi-virtuali-il-caso-del-post-di.html">un articolo</a> in cui analizza la questione dell’ andamento economico del <a href="http://www.ilpost.it/">Post</a> di Luca Sofri, al centro in questi giorni di un acceso dibattito innescato da una <a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2010/09/06/il-post-15mila-utenti-unici-al-giorno-difficile-far-tornare-i-conti/">seriedi valutazioni di Massimo Russo</a>.</p>
<p>Al di là del giudizio sui compensi da fame per i web editor, quello che colpisce in particolare in questo articolo è la assoluta franchezza con cui si attribuisce a queste figure professionali del mondo dell’ informazione digitale la definizione di “redattori senza contratto giornalistico”, dando per scontato che nel web ci possano essere persone che fanno lavoro giornalistico (in che cosa il lavoro del web editor differisce da quello del giornalista-redattore dei siti mainstream con contrattazione giornalistica?) senza avere il trattamento previsto per quel lavoro.</p>
<p>Si tratta di una situazione molto diffusa se Alessandro Sisti ne parla come di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/news_room_top.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-5931" title="news_room_top" src="http://www.lsdi.it/wp-content/news_room_top-150x150.jpg" alt="news_room_top" width="150" height="150" /></a></p>
<p><em>E’ il salario medio del web editor, una figura che consentirebbe anche ai grandi ‘pure player’ di internet (portali cone libero.it o yahoo.it, ecc.) di adottare  “strutture di costo con meno vincoli sulla forza lavoro”, invece che giornalisti regolarmente a contratto come ha fatto ad esempio Luca Sofri col suo ‘Post’ </em></p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Cinquecento euro lordi al mese; 6.000 euro lordi l’ anno.</p>
<p>E’ il salario medio di un web editor secondo quanto riporta  Alessandro Sisti, un esperto di mezzi di comunicazione, digital marketing, web e social network, in <a href="http://newmediaedintorni.blogspot.com/2010/09/ricavi-virtuali-il-caso-del-post-di.html">un articolo</a> in cui analizza la questione dell’ andamento economico del <a href="http://www.ilpost.it/">Post</a> di Luca Sofri, al centro in questi giorni di un acceso dibattito innescato da una <a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2010/09/06/il-post-15mila-utenti-unici-al-giorno-difficile-far-tornare-i-conti/">seriedi valutazioni di Massimo Russo</a>.</p>
<p>Al di là del giudizio sui compensi da fame per i web editor, quello che colpisce in particolare in questo articolo è la assoluta franchezza con cui si attribuisce a queste figure professionali del mondo dell’ informazione digitale la definizione di “redattori senza contratto giornalistico”, dando per scontato che nel web ci possano essere persone che fanno lavoro giornalistico (in che cosa il lavoro del web editor differisce da quello del giornalista-redattore dei siti mainstream con contrattazione giornalistica?) senza avere il trattamento previsto per quel lavoro.</p>
<p><span id="more-5928"></span>Si tratta di una situazione molto diffusa se Alessandro Sisti ne parla come di figure a cui si può far ricorso per costruire delle testate con “strutture ragionevoli di costo”, come – fa capire  – fanno probabilmente  “i pure player Internet (portali come libero.it, yahoo.it, tiscali, network di blogger come liquida.it, etc)”,  che adottano “strutture di costo con meno vincoli sulla forza lavoro”.</p>
<p>Per sperare di raggiungere un equilibrio costi/ricavi meno aleatorio per il suo Post, suggerisce l’ analisi di Sisti, Sofri potrebbe adottare prima di tutto una forte ‘dieta’ sul piano del costo del lavoro, con “redattori senza contratto giornalistico” e con un salario di 500 euro lordi al mese (web editor), invece dei 5 giornalisti regolarmente contrattualizzati che lavorano attualmente su quel sito.</p>
<p>Questo il ragionamento economico suggerito da Sisti:</p>
<p><em>- 5 redattori senza contratto giornalistico (web editor) 2500 x 12 = 30.000 euro anno</em><em>- collaborazioni opinionist = 30.000 euro anno</em><em>- housing = 25.000 euro anno</em><em>- manutenzione applicativa sito 40.000 euro anno (due web developer)<br />
- marketing 20.000 anno</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Totale 145.000<br />
Ricavi Netti 210.000</em><em>Costi Operativi 145.000<br />
Ebitda Margin 65.000 (30%)</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Con la conclusione:</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Consiglio: “Suggerisco a Sofri di continuare a collaborare su altri fronti per portare a casa lo stipendio&#8230;.a meno di non voler seguire qualche più mite consiglio&#8230;.”</em></p>
<p>***</p>
<p>Per quanto riguarda l’ andamento economico del Post, il giudizio che viene fuori dal dibattito di questi giorni (nato da una intervista di Sergio Maistrello  <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/09/06/luca-sofri-come-sta-andando-il-post">su Apogeo a Luca Sofri</a>) il giudizio comune che ne viene fuori è che la ricerca di un modello economico sostenibile per le inizative giornalistiche online è ancora assolutamente incerta.</p>
<p><a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2010/09/06/il-post-15mila-utenti-unici-al-giorno-difficile-far-tornare-i-conti/">Massimo Russo</a>: “Al di là di tutte le possibili considerazioni sulla qualità del prodotto, mi pare la strada sia molto in salita”.</p>
<p>“Personalmente – osserva <a href="http://giornalaio.wordpress.com/2010/09/08/ricavi-virtuali/">Giornalaio</a> &#8211; ritengo che nel nostro paese le prospettive di successo, in chiave economica, a breve-medio termine siano davvero ridotte anche per i main players.La ricerca di una <a title="Anche un lettore non troppo addentro alle dinamiche tecniche che governano l’esistenza di un qualsiasi blog, dopo pochi giorni di frequentazione del The Huffington Post, si troverebbe costretto ad ammettere che la strabiliante capacità di quell’angolo vir" href="../2010/08/20/alla-ricerca-di-una-arianna-huffington-italiana/" target="_blank">Arianna Huffington italiana</a> passa attraverso numeri e percorsi che sono davvero a lontani dal venire. I ricavi sono ancora virtuali”.</p>
<p>E <a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2010/09/06/fare-i-conti-al-post-15-mila-utenti-unici-al-giorno/">Vittorio Zambardino</a>: “La considerazione che deriva dalla <a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2010/09/06/il-post-15mila-utenti-unici-al-giorno-difficile-far-tornare-i-conti/" target="_blank">meticolosa analisi di Russo </a>può essere triste: che le iniziative editoriali internet “non mainstream” al momento fanno fatica. Perché con 15 mila utenti unici al giorno è difficile andare avanti.”</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Cdr, Consigli di redazione e Società di giornalisti nella stampa scritta in Europa</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2010/cdr-consigli-di-redazione-e-societa-di-giornalisti-nella-stampa-scritta-in-europa/</link>
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		<pubDate>Sun, 28 Mar 2010 08:36:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Rea</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Cdr.JPG"></a></p>
<p>Uno studio di Legislazione comparata del Senato francese analizza procedure, funzioni e caratteristiche degli organismi aziendali di rappresentanza dei giornalisti della stampa scritta – Diversamente che in Italia, negli altri paesi analizzati nessuno di questi organismi ha funzioni specificamente sindacali &#8211; Mentre assolvono invece soprattutto  un ruolo di carattere editoriale, di difesa dell’ autonomia della redazione e dell’ orientamento politico-editoriale della testata <strong>-</strong> Un ruolo che in molti casi porta a un rapporto di stretta concertazione con la direzione giornalistica e con l’ editore &#8211; Lsdi presenta la Ricerca in una vasta sintesi in traduzione italiana </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Società di giornalisti, comitati di redazione, consigli di redazione. Il Senato francese ha pubblicato alla fine di febbraio uno <a href="http://www.senat.fr/basile/visio.do?id=t868488_11&#38;idtable=t868488_11&#38;_c=l%E9gislation+compar%E9e&#38;t=Culture+&#38;rch=gs&#38;de=20090324&#38;au=20100324&#38;dp=1+an&#38;radio=dp&#38;aff=sep&#38;tri=p&#38;off=0&#38;afd=ppr&#38;afd=ppl&#38;afd=pjl&#38;afd=cvn&#38;isFirst=true">Studio di legislazione comparata</a> sugli organismi che rappresentano le redazioni nelle testate della stampa scritta dei vari paesi europei. Ricerca di cui Lsdi presenta qui la versione italiana.</p>
<p>Dalla ricerca emerge un quadro molto variegato, che va dall’ assenza assoluta di forme di rappresentanza-  come in Svezia o in UK – alla presenza di norme di legge specifiche che impongono la costituzione di questi organismi nelle redazioni – come in Portogallo -. Ma nel complesso alcuni dati di fondo sono sostanzialmente comuni nel quadro di norme, contratti e consuetudini dei vari paesi.</p>
<p>Un elemento di distinzione però salta immediatamente agli occhi: una marcata diversità di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Cdr.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-4720" title="Cdr" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Cdr-300x202.jpg" alt="Cdr" width="300" height="202" /></a></p>
<p><em>Uno studio di Legislazione comparata del Senato francese analizza procedure, funzioni e caratteristiche degli organismi aziendali di rappresentanza dei giornalisti della stampa scritta – Diversamente che in Italia, negli altri paesi analizzati nessuno di questi organismi ha funzioni specificamente sindacali &#8211; Mentre assolvono invece soprattutto  un ruolo di carattere editoriale, di difesa dell’ autonomia della redazione e dell’ orientamento politico-editoriale della testata <strong>-</strong> Un ruolo che in molti casi porta a un rapporto di stretta concertazione con la direzione giornalistica e con l’ editore &#8211; Lsdi presenta la Ricerca in una vasta sintesi in traduzione italiana </em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Società di giornalisti, comitati di redazione, consigli di redazione. Il Senato francese ha pubblicato alla fine di febbraio uno <a href="http://www.senat.fr/basile/visio.do?id=t868488_11&amp;idtable=t868488_11&amp;_c=l%E9gislation+compar%E9e&amp;t=Culture+&amp;rch=gs&amp;de=20090324&amp;au=20100324&amp;dp=1+an&amp;radio=dp&amp;aff=sep&amp;tri=p&amp;off=0&amp;afd=ppr&amp;afd=ppl&amp;afd=pjl&amp;afd=cvn&amp;isFirst=true">Studio di legislazione comparata</a> sugli organismi che rappresentano le redazioni nelle testate della stampa scritta dei vari paesi europei. Ricerca di cui Lsdi presenta qui la versione italiana.</p>
<p>Dalla ricerca emerge un quadro molto variegato, che va dall’ assenza assoluta di forme di rappresentanza-  come in Svezia o in UK – alla presenza di norme di legge specifiche che impongono la costituzione di questi organismi nelle redazioni – come in Portogallo -. Ma nel complesso alcuni dati di fondo sono sostanzialmente comuni nel quadro di norme, contratti e consuetudini dei vari paesi.</p>
<p><span id="more-4719"></span>Un elemento di distinzione però salta immediatamente agli occhi: una marcata diversità di campo d’ azione degli organismi degli altri paesi europei rispetto ai Cdr che operano in Italia.</p>
<p>Contrariamente infatti a quello che accade in Italia – dove i Cdr sono stati uno degli aspetti centrali della strategia della Fnsi,il sindacato dei giornalisti italiani -, tutti gli organismi di rappresentanza dei giornalisti, sia quelli previsti da leggi dello stato , sia quelli delineati dai contratti collettivi di lavoro, sia, infine, quelli determinati dagli statuti delle singole testate o dalle scelte delle singole redazioni, <strong>non hanno competenze di carattere strettamente sindacale. </strong>Anche se alla fine l’ intervento in gran parte dei momenti dell’ organizzazione e della produzione finisce per incidere indirettamente ma concretamente anche sugli aspetti professionali e sindacali delle redazioni.</p>
<p><!--more-->In alcuni casi gli statuti delle redazioni o i contratti collettivi prevedono esplicitamente che le funzioni di queste forme di rappresentanza si arrestino di fronte alle competenze di salvaguardia contrattuale e professionale delle rappresentanze sindacali specifiche dei dipendenti delle varie testate. In particolare le loro competenze non possono invadere quelle dei Comitati di azienda: sulla base della legge in Austria, degli statuti dei Consigli di redazione nel <em>De Morgen </em>o di quelli del Comitato di azienda per la <em>Süddeustsche Zeitung.</em></p>
<p>In altri casi però, le loro funzioni si avvicinano a quelle dei rappresentanti sindacali del personale per quello che riguarda, ad esempio, le assunzioni e le carriere dei giornalisti.</p>
<p>In ogni caso, nella grande maggioranza dei casi, consigli e comitati di redazioni godono ugualmente di forme di protezione specifica – analoghe a quelle previste per i delegati sindacali &#8211; in materia di sanzioni, trasferimento o licenziamento.</p>
<p>Comitati e consigli di redazione e Società dei giornalisti hanno <strong>un ruolo di carattere prevalentemente editoriale, di difesa dell’ autonomia della redazione e dell’ orientamento politico-editoriale della testata.</strong> Un ruolo che in molti casi porta a un rapporto di stretta concertazione con la direzione giornalistica e con l’ editore.</p>
<p>Preservare l’ indipendenza sia della testata che della redazione, per difenderne l’ identità editoriale; osservanza della deontologia; rispetto degli statuti delle redazioni. Pareri preventivi sulle figure dei candidati alla direzione giornalistica (se c’ è) o alla funzione di redattori capo e aggiunti; pareri sulle procedure di assunzione dei giornalisti e sulle ammissioni ai vari livelli di aggiornamento professionale. funzioni di mediazione fra singoli redattori e direzione/editore. Funzioni di protezione dei giornalisti (sanzioni disciplinari, trasferimenti, ec.).E, infine, un ruolo di mediazione nelle controversie fra redattori e direttori/editori o di concertazione (nel Morgen, Belgio, per esempio tale ruolo viene esplicitamente riconosciuto)   editore.</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p><em>Il titolo dello Studio redatto a cura del Senato della Repubblica francese fa riferimento all’ esperienza delle Società di giornalisti (SDJ) che esistono in quel paese. E che nel caso italiano potrebbero essere identificate con le Assemblee di redazione. </em></p>
<p><em>I curatori utilizzano quel termine anche per esperienze analoghe di altri paesi (che nella traduzione abbiamo lasciato quando, appunto, si fa riferimento all’ insieme dei redattori).</em></p>
<p><em> Vengono invece usati  i termini “Consiglio di redazione” o “Comitato di redazione” (come in Italia) nei casi di quei paesi  che usano queste espressioni nelle loro lingue per indicare degli organismi che hanno funzioni simili ai rappresentanti delle SDJ. </em></p>
<p><em>Ad esempio viene </em><em>usato  il termine “Consiglio di redazione” in olandese (<strong>redactieraad</strong>) e in portoghese (<strong>conselho de redacção</strong>) e “Comitato di redazione”, in Germania, Austria (<strong>Redaktionsausschuss</strong>), e Spagna (<strong>comité de redacción</strong>). </em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>* <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-Cdr-Sintesi.doc">LA RICERCA: SINTESI</a></p>
<p>*<a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-Cdr-Paesi.doc">LA RICERCA: ANALISI PER PAESE</a></p>
<p>* <a href="http://www.senat.fr/basile/visio.do?id=t868488_11&amp;idtable=t868488_11&amp;_c=l%E9gislation+compar%E9e&amp;t=Culture+&amp;rch=gs&amp;de=20090324&amp;au=20100324&amp;dp=1+an&amp;radio=dp&amp;aff=sep&amp;tri=p&amp;off=0&amp;afd=ppr&amp;afd=ppl&amp;afd=pjl&amp;afd=cvn&amp;isFirst=true">LA RICERCA: TESTO ORIGINALE</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Un giornalismo rifondato può salvare la rete</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2009/un-giornalismo-rifondato-puo-salvare-la-rete/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2009/un-giornalismo-rifondato-puo-salvare-la-rete/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 06:07:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Rea</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>  La rete è in pericolo e il giornalismo pure e solo una alleanza può portare alla salvezza di entrambi – A patto di sgombrare il campo da molti dogmi e di rifondare il racconto giornalistico &#8211; In <strong>‘’Eretici digitali’’</strong> Massimo Russo e Vittorio Zambardino spiegano come la rete non possa illudersi di essere uno ‘’spazio senza conflitti’’ e come, alla fine, ‘’solo il buon giornalismo’’, quello che ha nel suo Dna il racconto del potere e il dipanamento della complessità, possa dare valore alla rete </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;- </p>
<p>Il racconto giornalistico non è più l’ unico racconto possibile del mondo ma la sua funzione – ‘’quella insostituibile funzione ordinatrice della notizia che (… ) separa l’ inessenziale da quello che è vitale, la sostanza dal residuo’’ – rimane intatta, al di là dello stesso destino dei giornali e dei giornalisti. </p>
<p>Massimo Russo e Vittorio Zambardino* sono netti: se il giornalismo ‘’è in pericolo’’ &#8211; dicono –, lo è anche la rete, ma nessuno dei due può fare a meno dell’ altro. E alla fine è solo il buon giornalismo che potrà dare valore alla rete.</p>
<p>Perché è il buon giornalismo che ha nel suo DNA il racconto del potere,  ‘’il dipanamento della complessità’’, l’ analisi dei conflitti, delle forze e delle disparità in campo, che è poi quel ‘’piatto forte’’]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="" src="http://www.ereticidigitali.it/wp-content/uploads/2009/11/copertina_eretici_digitali.jpg" class="alignleft" width="200" /> <em> La rete è in pericolo e il giornalismo pure e solo una alleanza può portare alla salvezza di entrambi – A patto di sgombrare il campo da molti dogmi e di rifondare il racconto giornalistico &#8211; In <strong>‘’Eretici digitali’’</strong> Massimo Russo e Vittorio Zambardino spiegano come la rete non possa illudersi di essere uno ‘’spazio senza conflitti’’ e come, alla fine, ‘’solo il buon giornalismo’’, quello che ha nel suo Dna il racconto del potere e il dipanamento della complessità, possa dare valore alla rete </em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;- </p>
<p>Il racconto giornalistico non è più l’ unico racconto possibile del mondo ma la sua funzione – ‘’quella insostituibile funzione ordinatrice della notizia che (… ) separa l’ inessenziale da quello che è vitale, la sostanza dal residuo’’ – rimane intatta, al di là dello stesso destino dei giornali e dei giornalisti. </p>
<p>Massimo Russo e Vittorio Zambardino* sono netti: se il giornalismo ‘’è in pericolo’’ &#8211; dicono –, lo è anche la rete, ma nessuno dei due può fare a meno dell’ altro. E alla fine è solo il buon giornalismo che potrà dare valore alla rete.</p>
<p>Perché è il buon giornalismo che ha nel suo DNA il racconto del potere,  ‘’il dipanamento della complessità’’, l’ analisi dei conflitti, delle forze e delle disparità in campo, che è poi quel ‘’piatto forte’’ senza di cui – commentano Russo e Zambardino – un giornale online diventa nient’ altro che ‘’un portale tecnologicamente un po’ povero’’.</p>
<p>E’ il tema della presenza costante del conflitto e della sua individuazione come strumento principale di lettura del mondo il motivo conduttore di ‘’ Eretici digitali/La rete è in pericolo, il giornalismo pure. Come salvarsi con un tradimento e 10 tesi’’ – uscito nei giorni scorsi per<a href=" http://www.apogeonline.com/libri/9788850329076/scheda"> i tipi di Apogeo</a> in creative commons (ne avevamo annunciato l’ uscita <a href="http://www.lsdi.it/2009/11/27/la-rete-e-in-pericolo-il-giornalismo-pure-la-%E2%80%98%E2%80%99salvezza%E2%80%99%E2%80%99-forse-e-in-una-eretica-alleanza/">qui</a>). </p>
<p><span id="more-3751"></span> <strong>La rete non può illudersi di essere uno spazio senza conflitti</strong><br />
La rete – dicono Russo e Zambardino – non può illudersi di essere uno spazio senza conflitti perché dove c’ è potere c’ è conflitto e perché  alla fine bisognerà pure fare i conti con i nuovi padroni : i padroni dei ‘’tubi’’, delle infrastrutture, del sistema nervoso del nuovo mondo. </p>
<p>Che invece rischiano di restare assolutamente opachi se il rifiuto del conflitto, la ‘’presunzione’’ di una condivisione pacifica e totale (assolutamente orizzontale) e la convinzione della inutilità (anzi, della tendenziosità) di qualsiasi mediazione e di qualunque mediatore, diventano una vera e propria  ‘’mistica’’. </p>
<p><strong>La ‘’mistica dell’ innovazione’’</strong></p>
<p>Questa ‘’mistica  dell’ innovazione’’ in alcune zone della rete diventa quasi superstizione, col prevalere di una cultura ‘’che regolarmente tratta come peggior reazionario chiunque faccia rilevare con critiche non conservatrici l’ assurdità o le incongruenze degli sviluppi della rete’’ (pag. 19).</p>
<p>Secondo i due autori, la visione apologetica della rete produce guasti anche in teorici (e produttori) di alto livello, come Giuseppe Granieri, ‘’un pensatore rigoroso,un ottimo scrittore e una persona onesta. Il che non guasta’’. ‘’La sua descrizione della società digitale è puntigliosa, documentata, accorta’’, ma ‘’il suo pensiero si inceppa laddove si fermano altri pensatori legati a questa stagione di pensiero. E’ come se il suo sguardo, eminentemente sociologico, si fermasse sempre all’ esterno del fenomeno che vede e descrive’’. </p>
<p>‘’Granieri  &#8211; notano Russo e Zambardino &#8211; pensa davvero  possibile che la rete assurga alla forza di un mezzo senza toccare il conflitto e il potere. Condivide questa illusione con tutto il web 2.0, che nelle sue punte ideologiche  più aggressive arriva a immaginare lo scenario di un mondo senza media-intermediatori, cioè senza giornalisti’’. Mentre il punto vero rimane: fare informazione significa alla fine ‘’vedere il potere e misurarsi con esso’’. (pag.21-22).</p>
<p>E il potere, continuano, non è solo ‘’il Mangiafuoco dei media’’. ‘’Non è la proprietà dei media dei conta, è il potere che declina i racconti del giornalismo’’, anche se poi il giornalismo vero, nella sua accezione alta di servizio civile, non è altro che ‘’necessaria infrazione alle regole poste dal potere, trasgressione continua: di una   legge che vieta, di apparati che controllano, ma anche delle regole di buona educazione dell’ establishment’’.</p>
<p>E per quanto riguarda la rete, secondo Russo e Zambardino, se si parla della possibilità per domani di una informazione democratica, civile, consapevole, ‘’dobbiamo per prima cosa descrivere correttamente l’ oggi. E l’ oggi della rete non descrive proprio un domani senza padroni. Gatekeeper e nuovi padroni sono assenti dal narratore della blog generation e della società digitale. Motori di ricerca, Signori dei Database, Società di Telecomunicazioni, Padroni dei Dispositivi non esistono?’’. (p. 23).</p>
<p><strong>I nuovi padroni? Esistono, esistono…</strong></p>
<p>Esistono, esistono – dice ‘’Eretici digitali’’, che alla potenza dei nuovi intermediari, alla opacità delle piattaforme pubblicitarie e ai padroni dei ‘’tubi’’ dedica i capitoli centrali, dando conto analiticamente e con estrema chiarezza della forza vertiginosa che hanno nelle mani. Pensiamo a Google ad esempio – di cui Russo e Zambardino riescono finalmente a ricostruire la vera natura (altro che ‘’Don’t be the evil’’, non fare il male,  il motto della casa di Mountain View) mostrando quanta complessità – e quali abissi, anche &#8211; ci siano nella realtà.</p>
<p>Ma ci vuole uno sguardo mirato per vedere oltre la superficie di quella ‘’grande G’’, una enorme macchina levigata che, come sintetizzano perfettamente, finisce per diventare ‘’il paradigma stesso della realtà per nove utenti di internet su dieci in Italia’’. </p>
<p>E invece Google (pag. 128) è:</p>
<p>-	Leader assoluta del mercato pubblicitario a performance;<br />
-	Intermedia più della metà degli annunci pubblicitari della rete;<br />
-	Le informazioni messe a disposizione degli utenti di servizi come AdSense o Doubleclick sono opache e unilaterali, non certificate da terzi;<br />
-	 I parametrici formazioni dei prezzi delle aste sono di esclusivo appannaggio di Google;<br />
-	Nella visibilità dei siti si verificano brusche e improvvise variazioni<br />
-	Che possono significare la vita o la morte per un modello economico;<br />
-	Gli stessi fondatori di G., Brin e Page, nella loro tesi di dottorato avevano affermato che mescolare ricerca e pubblicità potesse essere particolarmente pericoloso per gli utenti…</p>
<p>E quindi, 11 anni dopo la sua fondazione, è evidente che ‘’un motore di ricerca per la rete sia una faccenda troppo seria e importante per lasciarla a una società privata’’. </p>
<p>Russo e Zambardino citano Cory Doctorow, scrittore e futurologo canadese: ‘’La questione di quel che possiamo o non possiamo vedere quando cerchiamo risposte richiede una soluzione trasparente e partecipata. Non c’ è dittatore abbastanza benevolo cui poter conferire il potere di determinare la nostra agenda politica, commerciale, sociale e ideologica. E’ un potere che deve spettare ai cittadini. Messa in questi termini, la faccenda pare quasi ovvia: se i motori decidono la pubblica agenda, allora dovrebbero essere pubblici. Quel che non è ovvio è come raggiungere un tale obbiettivo’’.</p>
<p>‘’Esserne ereticamente consapevoli – commentano Russo e Zambardino – è già un primo passo’’.  </p>
<p>Ed è un passo non trascurabile verso lo smantellamento dei tre dogmi che gli ‘’eretici digitali’’ dovrebbero puntare a rompere: quelli posti dal potere, quelli della ‘’gente della rete’’ e i ‘’dogmi del giornalismo’’. </p>
<p>Il volume prende in esame in profondità questi tre fasci di questioni per aprire il campo a delle ipotesi di superamento delle diverse crisi in atto. Sì, anche quella del digitale, ‘’un ‘nuovo universo’ che, appena arrivato, rischia già di scomparire, ingoiato dagli establishment, normato da una politica letteralmente ‘ignorante’, condizionato e riconquistato da vecchi e soprattutto nuovi padroni e doganieri’’. </p>
<p>Come potrebbe salvarsi? Secondo i due autori, ‘’potrebbe salvarsi alleandosi con una vecchia tigre: il giornalismo, inteso non come industria ma come pratica e cultura del  Racconto’’.</p>
<p><strong><br />
‘’Riavviare’’ il giornalismo</strong></p>
<p>Un giornalismo spazzato dal vento dell’ eresia e ‘’rifondato’’, anzi  ‘’riavviato’’ come un computer che riparte dopo l’ inserimento di nuovi programmi (un intero, ampio capitolo, il nono, è dedicato proprio al’’reboot del giornalismo’’), con i giornalisti ‘’chiamati a rimettersi in gioco e ad abbandonare rassicuranti e morenti rendite di posizione’’. Mentre ‘’il contenuto, il giornalismo come insieme di criteri del mestiere e di rigore professionale, di capacità di racconto dei meccanismi del potere, va rimesso al centro di un universo digitale del quale non ha più esclusiva di rappresentazione’’ (p. 171).</p>
<p>Si tratta – spiegano gli autori – ‘’di realizzare un modello aperto, dove il valore della testata – la credibilità e il rapporto di fiducia con i lettori che essa rappresenta – sia recuperato e presente in ogni frammento dell’ informazione’’ (p. 172).<br />
Naturalmente i passi da fare sono molti e i dubbi anche. Massimo Russo e Vittorio Zambardino li analizzano ampiamente con un lavoro che dà conto di tutta la complessità del reale. E se ad alcune questioni che il dibattito di questi ultimi anni ha posto è possibile dare una risposta, anche sulla base delle diverse esperienze di nuovo giornalismo tentate finora – e di cui il nono capitolo del libro dà ampiamente conto -, altrik problemi restano ancora aperti e potranno trovare ‘’risposte solo cammin facendo’’ (p. 190). </p>
<p>Una per tutte : ‘’come sostenere i costi del giornalismo di qualità senza togliere senso alla rete, senza tornare indietro ai tempi (…) dei recinti chiusi di inizio anni Novanta’’?</p>
<p>Non c’ è ancora una risposta esaustiva, anche se è chiaro che ‘’reboot e ricerca di nuove strade di valorizzazione dovranno procedere appaiate’’. Perché, alla fine, ‘’senza valore, senza buon giornalismo, non c’ è né ci sarà nulla per cui valga la pena di pagare’’ (p. 223)</p>
<p><strong>Conclusioni…</strong></p>
<p> ‘’I fondamenti dell’ eresia sono tutti qui: una rete libera contro la politica normalizzatrice, una cultura che cambia il giornalismo dal di dentro, la rete che fa crescere soggetti nuovi che sparigliano il tavolo e cambiano i termini del discorso. Per il momento l’ Italia ha nuovi quotidiani di carta, creature deboli. Ma noi ci speriamo ancora. Rubiamo (a Victor Hugo, ndr) un buon concetto: ‘Nulla è più forte di una idea il cui tempo sia venuto’ ‘’ (p. 227).</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p><em>*Massimo Russo è direttore di <a href="http://www.kataweb.it/">kataweb.it</a> e da cinque anni cura il blog <a href="http://www.cablogrammi.it">Cablogrammi.<br />
</a><br />
Vittorio Zambardino è inviato di <a href="http://www.repubblica.it/">Repubblica.it</a> per la cultura digitale e cura il blog <a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/">Scene digitali.<br />
</a><br />
La conversazione – avvertono i due autori &#8211; continua online su <a href="http://www.ereticidigitali.it">www.ereticidigitali.it</a> . Dove sono già stati pubblicati i primi quattro capitoli del libro.</p>
<p>Eretici digitali è anche in libreria (vedi<a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850329076/scheda"> qui</a>).</p>
<p>Eretici digitali è ora anche un Premio giornalistico, istituito insieme al Festival internazionale del giornalismo di Perugia (vedi <a href="http://partecipativo.info/cultura-digitale/un-premio-agli-eretici-digitali/">http://partecipativo.info/cultura-digitale/un-premio-agli-eretici-digitali/</a>). </em> </p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Freelance: perché io valgo&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 07:18:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Rea</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Copertina-12passi1.PNG"></a> <strong> ‘’I 12 passi del recupero’’</strong> dallo stato di depressione che coglie molti  giornalisti autonomi  – Lsdi ha curato l’ edizione italiana di questo ‘’Manifesto’’ realizzato da un freelance canadese in stile ‘’alcolisti anonimi’’ per far uscire i ‘’pigisti’’ (quelli che chiamiamo collaboratori esterni) dalla percezione di disadattamento, di inferiorità e di ambiguità che spesso li paralizza. E convincerli a ‘’liberare’’ tutto il ‘’loro potenziale’’ –‘’ Freelance è bello’’  insomma &#8211; Un punto di vista molto ‘’imprenditoriale’’ e parecchio lontano dal taglio, forse troppo sindacalese, che caratterizza il dibattito in corso in Italia sul giornalismo autonomo – L’ opuscolo di <strong>Nicolas Ritoux</strong>, giornalista francofono, è comunque utile lo stesso: sia perché è divertente e sia perché ci può aiutare a chiederci,  anche sul filo dell’ ironia: ma fosse vero che, come ormai giurano tanti guru della Rete, ‘’il futuro del giornalismo è imprenditoriale’’? – Certo, sapendo bene che per ora, purtroppo, bisogna fare i conti con quelli che hanno nelle mani il grosso dell’ impresa giornalistica:  gli editori. Gli editori italiani. E che il sindacato, anche per i freelance, è ancora uno strumento indispensabile </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;- </p>
<p>Il futuro del giornalismo è imprenditoriale? Lo pensano in molti negli ultimi tempi. Jeff Jarvis, scrittore, giornalista e docente alla Scuola di Giornalismo della New York University, ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Copertina-12passi1.PNG"><img src="http://www.lsdi.it/wp-content/Copertina-12passi1.PNG" alt="Copertina-12passi" title="Copertina-12passi" width="300" class="alignright size-full wp-image-3486" /></a> <em><strong> ‘’I 12 passi del recupero’’</strong> dallo stato di depressione che coglie molti  giornalisti autonomi  – Lsdi ha curato l’ edizione italiana di questo ‘’Manifesto’’ realizzato da un freelance canadese in stile ‘’alcolisti anonimi’’ per far uscire i ‘’pigisti’’ (quelli che chiamiamo collaboratori esterni) dalla percezione di disadattamento, di inferiorità e di ambiguità che spesso li paralizza. E convincerli a ‘’liberare’’ tutto il ‘’loro potenziale’’ –‘’ Freelance è bello’’  insomma &#8211; Un punto di vista molto ‘’imprenditoriale’’ e parecchio lontano dal taglio, forse troppo sindacalese, che caratterizza il dibattito in corso in Italia sul giornalismo autonomo – L’ opuscolo di <strong>Nicolas Ritoux</strong>, giornalista francofono, è comunque utile lo stesso: sia perché è divertente e sia perché ci può aiutare a chiederci,  anche sul filo dell’ ironia: ma fosse vero che, come ormai giurano tanti guru della Rete, ‘’il futuro del giornalismo è imprenditoriale’’? – Certo, sapendo bene che per ora, purtroppo, bisogna fare i conti con quelli che hanno nelle mani il grosso dell’ impresa giornalistica:  gli editori. Gli editori italiani. E che il sindacato, anche per i freelance, è ancora uno strumento indispensabile</em> </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;- </p>
<p>Il futuro del giornalismo è imprenditoriale? Lo pensano in molti negli ultimi tempi. Jeff Jarvis, scrittore, giornalista e docente alla Scuola di Giornalismo della New York University,  scriveva qualche giorno fa sul suo Buzzmachine.com, che<a href=" http://www.buzzmachine.com/2009/11/01/the-future-of-journalism-is-entrepreneurial/"> ‘’ The future of journalism is entrepreneurial&#8221; </a> ed Eric Sherer, giornalista francese esperto di informazione digitale,  spiegava su Mediawatch.afp, che , ‘’ancora tabù fino a poco tempo fa, l’ idea di trasformarsi da giornalista a ‘’imprenditore’’ sta guadagnando sempre più terreno’’ e analizzava una serie di importanti esperienze compiute in merito. (vedi Lsdi, <a href="http://www.lsdi.it/2009/10/20/giornalista-imprenditore-un-ossimoro/">Giornalista-imprenditore: un ossimoro?</a> ). </p>
<p>E Nicolas Ritoux, collega canadese (Montreal), è andato oltre invitando i suoi colleghi freelance (i ‘’pigistes’’*, nel gergo giornalistico francofono) a fare dell’ imprenditorialità una bandiera e una filosofia professionale.</p>
<p><span id="more-3477"></span><br />
Una sorta di ‘’programma di recupero’’ in 12 passi diretto a combattere l’ intossicazione dai ‘’ tanti pregiudizi e idee preconcette sul lavoro dei freelance, non solo fra i colleghi dipendenti, ma anche al nostro stesso interno’’, spiega Ritoux.<br />
<a href="http://www.pigistesanonymes.com/Pigistes-Anonymes-ebook.PDF">‘’Les 12 étapes du rétablissement’’ </a> – ‘’I 12 passi del recupero’’, come l’ abbiamo titolato noi presentando l’ edizione italiana – è costruito ironicamente sulla falsariga dei manuali di sostegno psicologico per gli alcolisti anonimi, tanto che viene firmato come <a href="http://www.pigistesanonymes.com/">‘’Pigistes anonymes’’</a>**.</p>
<p>Si tratta, appunto, di disintossicarsi, secondo Ritoux, dalla percezione generalizzata di disadattamento, di inferiorità e di ambiguità che caratterizza spesso  i freelance convincendoli a ‘’liberare’’ tutto il ‘’loro potenziale’’. </p>
<p><strong>Dichiarazione di indipendenza</strong></p>
<p>Freelance è bello,  insomma, dice questo Manifesto dell’ orgoglio di giornalisti autonomi.  ‘’Noi siamo eccellenti e lo sappiamo’’ è il titoletto del secondo ‘’passo’’.  </p>
<p>‘’ Mentre i media si trasferiscono inesorabilmente verso il web e il giornalismo si ‘’de-istituzionalizza’’ al di fuori delle redazioni e delle testate tradizionali, il lavoro autonomo sta diventando il modello dominante per la nuova generazione di giornalisti’’, dice il Manifesto. E quindi bisogna abbracciare senza timidezze una forte autocoscienza imprenditoriale. La strada per uscire da una percezione di presunta minorità e autovalorizzarsi in pieno.</p>
<p>‘’Dichiariamo l’ indipendenza’’ (passo 3), ‘’Facciamoci ammirare’’ (passo 5), ‘’Abbandoniamo gli ideali di purezza’’ (passo 10), ‘’Il nostro nome è un marchio (11). E per finire, ‘’Facciamo del lavoro autonomo una garanzia di qualità’’ (passo finale).</p>
<p>Ritoux è molto esplicito: ‘’In quanto imprenditori – dice spiegando a Lsdi il senso del suo lavoro – non dobbiamo pensare come se fossimo in qualche modo dei salariati ‘a distanza’ o sotto altre forme di dipendenza da un ‘padrone’, perché è una filosofia votata alla sconfitta. I salariati e i sindacati se ne fottono di noi, anche se dicono ogni volta che la nostra situazione è centrale. D’ altronde, appena i giornalisti a tempo indeterminato si trovano in cattive acque, la prima cosa che fanno è reclamare dai loro editori la soppressione delle nostre collaborazioni. E quindi Know Your Enemy’’.  </p>
<p>‘’Assumendo lo statuto di imprenditore – continua Ritoux – si vedono le cose in modo diverso. In particolare si capisce che quello che produciamo ha un valore e che questo valore è negoziabile e fluttuante, secondo il cliente e le modalità. Troppi freelance non osano avventurarsi in questo territorio e accettano tutto quello che i loro clienti gli propongono… Ma io raccomando di mettersi in una posizione di parità spiego nell’ ebook’’.  </p>
<p>Certo, astrattamente è convincente. Prima o poi dovremo cominciare a chiederci anche qui in Italia se è vero che, come assicurano tanti guru della Rete, ‘’il futuro del giornalismo è imprenditoriale’’. E vedere come concretamente si potrà praticare questa imprenditorialità. </p>
<p>Non sappiamo bene come stanno le cose in Québec.  Qui da noi però, purtroppo, bisogna fare i conti con quelli che hanno nelle mani il grosso dell’ impresa giornalistica:  gli editori. Gli editori italiani.  </p>
<p>E allora, anche per i freelance, probabilmente il sindacato è ancora uno strumento indispensabile.   </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;.<br />
- *Al contrario che in Francia, dove i ‘’pigistes’’, i giornalisti ‘’à la pige’’, al pezzo, sono considerati alla stregua dei salariati, in Canada vengono ritenuti dei lavoratori autonomi.<br />
** Sarebbe ‘’freelance anonimi’’, ma in italiano l’ assonanza scompare e quindi abbiamo preferito lasciare la denominazione originale.<br />
&#8212;-</p>
<p><strong>L&#8217; edizione italiana dei &#8221;I 12 passi del recupero&#8221; è scaricabile su <a href='http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-12passi-definitivo.pdf'>Lsdi-12passi-definitivo</a>.</strong> </p>
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		<title>Media etnici Usa: 3.000 testate in 13 lingue per 60 milioni di immigrati</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 15:22:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Rea</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/SandipRoy.jpg"></a>  Sandip Roy, un collaboratore di <strong>New America Media</strong> (il principale consorzio del settore, con 2.000 media associati) nel corso di un suo giro in Italia parla di crisi economica e speranze del settore – La grande rivoluzione simbolica dell’ elezione di Obama e la campagna per una riforma delle leggi sull’ immigrazione (nella foto: Roy, al centro, nella sede dell&#8217; Ast)  </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-  </p>
<p>Anche i media etnici Usa (circa 3.000 testate in 13 lingue diverse, che raggiungono 60 milioni di cittadini) stanno subendo i contraccolpi della crisi economica e, nonostante la forte crescita in termini di audience (cinque anni fa i cittadini raggiunti erano circa 51 milioni), il calo della pubblicità si fa sentire nettamente.</p>
<p>E’ il quadro della situazione dei media etnici negli Stati Uniti emerso nel corso di un incontro che Sandip Roy*, editor di <a href="http://www.newamericamedia.org ">New America Media</a>** &#8211; consorzio di media etnici nato nel 1996 che rappresenta oggi oltre 2.000 delle 3.000 testate, ha avuto a Firenze nella sede dell’ Associazione stampa toscana, nell’ ambito di una serie di iniziative organizzate dal<a href=" http://www.cospe.it/italiano/dettaglioComunicato.php?id=838"> Cospe</a>.</p>
<p>Roy ha rilevato che comunque grossi gruppi economici, soprattutto nel campo della grande distribuzione, stanno guardando con attenzione alla rete di media etnici che copre tutti gli Stati Uniti e che raggiungono come si è visto varie decine]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/SandipRoy.jpg"><img src="http://www.lsdi.it/wp-content/SandipRoy-300x200.jpg" alt="SandipRoy" title="SandipRoy" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-3418" /></a> <em> Sandip Roy, un collaboratore di <strong>New America Media</strong> (il principale consorzio del settore, con 2.000 media associati) nel corso di un suo giro in Italia parla di crisi economica e speranze del settore – La grande rivoluzione simbolica dell’ elezione di Obama e la campagna per una riforma delle leggi sull’ immigrazione (nella foto: Roy, al centro, nella sede dell&#8217; Ast) </em> </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-  </p>
<p>Anche i media etnici Usa (circa 3.000 testate in 13 lingue diverse, che raggiungono 60 milioni di cittadini) stanno subendo i contraccolpi della crisi economica e, nonostante la forte crescita in termini di audience (cinque anni fa i cittadini raggiunti erano circa 51 milioni), il calo della pubblicità si fa sentire nettamente.</p>
<p>E’ il quadro della situazione dei media etnici negli Stati Uniti emerso nel corso di un incontro che Sandip Roy*, editor di <a href="http://www.newamericamedia.org ">New America Media</a>** &#8211; consorzio di media etnici nato nel 1996 che rappresenta oggi oltre 2.000 delle 3.000 testate, ha avuto a Firenze nella sede dell’ Associazione stampa toscana, nell’ ambito di una serie di iniziative organizzate dal<a href=" http://www.cospe.it/italiano/dettaglioComunicato.php?id=838"> Cospe</a>.</p>
<p>Roy ha rilevato che comunque grossi gruppi economici, soprattutto nel campo della grande distribuzione, stanno guardando con attenzione alla rete di media etnici che copre tutti gli Stati Uniti e che raggiungono come si è visto varie decine di milioni di cittadini/consumatori. Forte interesse anche da parte delle banche e non a caso – ha spiegato Roy – ‘’la Bank of America è stata fra i nostri primi sponsor’’.</p>
<p><span id="more-3417"></span><br />
Certo, ha aggiunto, se il bacino dei media di lingua ispanica è cospicuo e gode di una sua notevole forza di richiamo, per le testate in altre lingue la situazione è diversa visto che il mercato è piuttosto frammentato.</p>
<p>Parallelamente all’ ambito economico, il peso dei media etnici continua a crescere anche sul piano politico. </p>
<p>‘’L’elezione di Obama, anche per la sua storia personale, analoga a quella di milioni di immigrati, è stata una grande rivoluzione simbolica – ha rilevato Roy -, perché ha rafforzato il senso di appartenenza e di inclusione. Ed è stato un fatto altrettanto importante sul piano simbolico che il nuovo presidente abbia concesso a una tv araba la sua prima intervista e che alla Casa Bianca i giornalisti dei media etnici vengano trattati allo stesso livello di quelli dei media mainstream’’.</p>
<p>‘’Tutto questo – ha concluso Roy – ha ora creato una grandissima aspettativa fra le comunità etniche sulla strategia di Obama e i media etnici sono in prima fila nella campagna molto pressante che viene condotta per una riforma delle leggi sull’ immigrazione’’. </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212; </p>
<p>* Sandip Roy, oltre a lavorare per la NAM è anche conduttore dello show radiofonico ‘’New America Now’’ che si occupa di dare voce alle comunità etniche e ai loro media. E’ inoltre co-conduttore di uno show che trasmette telefonate in diretta dagli ascoltatori chiamato “Your Call” (la tua telefonata) e commentatore per l’edizione del mattino della National Public Radio. Emigrato dall’India, Sandip Roy vive a San Francisco. </p>
<p>**NAM è un esempio importante e un&#8217;esperienza positiva e di un settore molto avanzato negli Stati Uniti (60 milioni sono le persone che leggono testate e media etnici). New America Media, raccogliendo notizie da tutte le testate, si è infatti trasformata in una vera e propria<a href="http://news.newamericamedia.org/news"> agenzia di informazione</a> anche per i media mainstream, aumentando sempre di più l&#8217;incidenza sulla società USA, sia dal punto vista culturale che economico grazie ad una sempre maggiore raccolta pubblicitaria. </p>
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		<item>
		<title>L’ altra faccia della pubblicità</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2008/l%e2%80%99-altra-faccia-della-pubblicita/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 Nov 2008 07:05:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Rea</dc:creator>
				<category><![CDATA[La pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.lsdi.it/wp-content/pubblicita.jpg' title='pubblicita.jpg'></a>  In un intervento di Giovanni Boccia Artieri una riflessione su “Memorie future dalla pubblicità”  </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;- </p>
<p>L&#8217; altra faccia della pubblicit&#224;, quella della creativit&#224;,  della responsabilit&#224; e del rischio culturale. </p>
<p>Perduti come siamo, molti di noi, nei paesaggi spesso rozzi  e sbrigativi che il mondo dei media assegna alla pubblicit&#224; e sommersi dai  ruoli apocalittici che molto discorso sul giornalismo le disegna, ogni tanto fa  piacere respirare un po&#8217; di aria diversa.</p>
<p>E&#8217; il caso di un intervento di Giovanni Boccia Artieri (  docente di &#8220;Teoria dell&#8217;informazione&#8221;, &#8220;Sociologia dei new media&#8221;, &#8220;Teoria  della comunicazione e cultura dei media&#8221; e &#8220;Comunicazione pubblicitaria&#8221;&#160; all&#8217; <a href="http://www.uniurb.it/it/portale/index.php?mist_id=0&#38;lang=IT&#38;tipo=IST&#38;page=0">Universit&#224;  degli Studi di Urbino &#8220;Carlo Bo&#8221;</a> ) che traccia sul suo blog,<a href="http://mediamondo.wordpress.com/2008/11/19/memorie-future-dalla-pubblicita/"> mediamondo</a>, delle &#8220;Memorie future dalla pubblicit&#224;&#8221;. </p>
<p>
<p>Riecheggiando le parole di <a href="http://www.adci.it/dev/soci.asp?tipo=alfa&#38;val=B&#38;ID=29">Pasquale  Barbella</a> ,&#160; Boccia Artieri ricorda  quando<strong> </strong></p>
<p><strong>il sogno delle merci aveva del miracoloso</strong>, perch&#233; esse rendevano accessibile l&#8217;immaginario nelle case: attraverso  le nuove forme, la matericit&#224;, il packaging&#8230; le font utilizzate per parlarne, le immagini  sfavillanti che animavano le strade incrociando dai manifesti lo sguardo di chi  le attraversava&#8230;
  &#160;
  Quel miracolo ora &#232; consumato&#8230;&#160; </p>
<p>Questa funzione deve  mutare la propria poetica nel momento in cui le merci non sono pi&#249; nuove: ha]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.lsdi.it/wp-content/pubblicita.jpg' title='pubblicita.jpg'><img src='http://www.lsdi.it/wp-content/pubblicita.jpg' width="250" alt='pubblicita.jpg' /></a> <em> In un intervento di Giovanni Boccia Artieri una riflessione su “Memorie future dalla pubblicità” </em> </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;- </p>
<p>L&rsquo; altra faccia della pubblicit&agrave;, quella della creativit&agrave;,  della responsabilit&agrave; e del rischio culturale. </p>
<p>Perduti come siamo, molti di noi, nei paesaggi spesso rozzi  e sbrigativi che il mondo dei media assegna alla pubblicit&agrave; e sommersi dai  ruoli apocalittici che molto discorso sul giornalismo le disegna, ogni tanto fa  piacere respirare un po&rsquo; di aria diversa.</p>
<p>E&rsquo; il caso di un intervento di Giovanni Boccia Artieri (  docente di &ldquo;Teoria dell&rsquo;informazione&rdquo;, &ldquo;Sociologia dei new media&rdquo;, &ldquo;Teoria  della comunicazione e cultura dei media&rdquo; e &ldquo;Comunicazione pubblicitaria&rdquo;&nbsp; all&rsquo; <a href="http://www.uniurb.it/it/portale/index.php?mist_id=0&amp;lang=IT&amp;tipo=IST&amp;page=0">Universit&agrave;  degli Studi di Urbino &ldquo;Carlo Bo&rdquo;</a> ) che traccia sul suo blog,<a href="http://mediamondo.wordpress.com/2008/11/19/memorie-future-dalla-pubblicita/"> mediamondo</a>, delle &ldquo;Memorie future dalla pubblicit&agrave;&rdquo;. </p>
<p><span id="more-1792"></span>
<p>Riecheggiando le parole di <a href="http://www.adci.it/dev/soci.asp?tipo=alfa&amp;val=B&amp;ID=29">Pasquale  Barbella</a> ,&nbsp; Boccia Artieri ricorda  quando<strong> </strong></p>
<p><strong><em>il sogno delle merci aveva del miracoloso</em></strong><em>, perch&eacute; esse rendevano accessibile l&rsquo;immaginario nelle case: attraverso  le nuove forme, la matericit&agrave;, il packaging&hellip; le </em><em>font </em><em>utilizzate per parlarne, le immagini  sfavillanti che animavano le strade incrociando dai manifesti lo sguardo di chi  le attraversava&hellip;</em><br />
  &nbsp;<br />
  Quel miracolo ora &egrave; consumato&hellip;&nbsp; </p>
<p><em>Questa funzione deve  mutare la propria poetica nel momento in cui le merci non sono pi&ugrave; nuove: ha  ancora senso sognare caff&egrave; in paradiso quando costa 1 euro al bar o ce lo  sorbiamo svogliatamente la mattina schiacciando distrattamente cialde in una  macchina automatica? E&rsquo; ancora possibile trattare un&rsquo;automobile come se nessuno  di noi ne avesse l&rsquo;esperienza? (&hellip;)</p>
<p>Dobbiamo cambiare prospettiva &ndash; continua Gboccia &#8211; , se no non riusciremo mai a  rispondere alla domanda che creativi stranieri, come ricorda Barbella, ci fanno  &#8211; di solito quando ci si reca a Cannes:</em>&ldquo;Come  si spiega il degrado pubblicitario di un paese che ha alle sue spalle una  civilt&agrave;, un patrimonio artistico, una sensibilit&agrave; estetica che tutti ci  invidiano?&rdquo;</p>
<p>La risposta, sottolinea Giovanni Boccia Artieri, 
    </p>
<p><em>&egrave; politica: ha a che fare con la  mutazione del corpo della societ&agrave; che riguarda gli individui cos&igrave; come le  imprese. Dalla crescente scarsa considerazione per le attivit&agrave; intellettuali  (studio e scuola comprese) ad una discutibile concezione del marketing che </em><br />
  &ldquo;ha  preso piede in ogni settore della comunicazione, dalla televisione alla politica. Un marketing ottuso e sbrigativo, determinato a  raggiungere con qualsiasi mezzo i suoi obiettivi immediati: vendere qualche  materasso in pi&ugrave;, far lievitare di mezzo punto una audience, strappare un  appalto o un applauso, al massimo vincere un&#8217; elezione&rdquo;.
</p>
<p><em>Il richiamo non pu&ograve; essere che forte  per chi si occupa di comunicazione: la responsabilit&agrave; &egrave; grande. Non &egrave; tanto  pensarsi come creativi, copy, pubblicitari, comunicatori, ma come operatori  culturali&hellip;.</em></p>
<p>  (continua<a href="http://mediamondo.wordpress.com/2008/11/19/memorie-future-dalla-pubblicita/"> qui</a>)<br />
&nbsp;&nbsp; </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il giornalismo dopo internet: un mestiere “al ribasso”?</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jun 2008 06:08:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Rea</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[professione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>  <strong>« Le journalisme après internet » </strong>, un libro di un ricercatore francese, <strong>Yannick Estienne</strong>, compie una immersione profonda nelle viscere del giornalismo online come viene praticato in Francia – Ne emerge (spiega un’ ampia nota editoriale di <strong>Narvic</strong> su <strong>“Novovision”</strong>, di cui pubblichiamo la traduzione) il quadro di “un giornalismo asservito, dai contorni vaghi”,  un giornalismo banalizzato fra « la professionalizzazione dei lettori e la de-professionalizzazione dei giornalisti », sotto l’ egemonia del marketing e testimone dello sbriciolarsi definitivo del “muro del danaro”, quella separazione tradizionale fra il redazionale e il promozionale su cui è stata costruita la stampa moderna e la coscienza del giornalista professionale – L’ online come laboratorio del giornalista del futuro, caratterizzato da un profilo professionale ibrido, a mezza strada fra il manager e il giornalista – E la cultura partecipativa come una sorta di “astuzia” della logica commerciale, che strumentalizza la carica libertaria delle origini per puntare invece a un doppio obbiettivo: fidelizzare l’ internauta e metterlo al lavoro, sub-appaltandogli una parte del carico di informazione  </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;- </p>
<p>Un lavoro di taglio etnografico, una immersione nelle viscere del  giornalismo online, come lo si fa oggi nei siti di informazione francesi. Una  inchiesta sul campo, che svela il mondo invisibile della bassa manodopera dell&#8217;  editoria sul web, quei &#8220;giornalisti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://novovision.free.fr/IMG/cache-150x232/Estienne-150x232.jpg" alt="La copertina del libro" /> <em> <strong>« Le journalisme après internet » </strong>, un libro di un ricercatore francese, <strong>Yannick Estienne</strong>, compie una immersione profonda nelle viscere del giornalismo online come viene praticato in Francia – Ne emerge (spiega un’ ampia nota editoriale di <strong>Narvic</strong> su <strong>“Novovision”</strong>, di cui pubblichiamo la traduzione) il quadro di “un giornalismo asservito, dai contorni vaghi”,  un giornalismo banalizzato fra « la professionalizzazione dei lettori e la de-professionalizzazione dei giornalisti », sotto l’ egemonia del marketing e testimone dello sbriciolarsi definitivo del “muro del danaro”, quella separazione tradizionale fra il redazionale e il promozionale su cui è stata costruita la stampa moderna e la coscienza del giornalista professionale – L’ online come laboratorio del giornalista del futuro, caratterizzato da un profilo professionale ibrido, a mezza strada fra il manager e il giornalista – E la cultura partecipativa come una sorta di “astuzia” della logica commerciale, che strumentalizza la carica libertaria delle origini per puntare invece a un doppio obbiettivo: fidelizzare l’ internauta e metterlo al lavoro, sub-appaltandogli una parte del carico di informazione </em> </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;- </p>
<p>Un lavoro di taglio etnografico, una immersione nelle viscere del  giornalismo online, come lo si fa oggi nei siti di informazione francesi. Una  inchiesta sul campo, che svela il mondo invisibile della bassa manodopera dell&rsquo;  editoria sul web, quei &ldquo;giornalisti asserviti&rdquo;, dal profilo &ldquo;ibrido&rdquo;, senza  prestigio, senza autonomia, sottomessi a una logica commerciale e ai margini  dei canoni deontologici professionali. <br />
  E&rsquo; cos&igrave; che Narvic, sul suo blog <a href="http://novovision.free.fr/?Le-journalisme-apres-internet">Novovision</a>,  definisce <em>&laquo;&nbsp;Le  journalisme apr&egrave;s internet&nbsp;&raquo; (</em>Il giornalismo dopo internet), un libro di Yannick Estienne  &ndash; un ricercatore che si situa deliberatamente ai margini della cultura  tecno-escatologica secondo cui internet avrebbe provocato una rottura radicale  di cui non si riesce ancora a capire la portata -, edito da L&rsquo;Harmattan e  apparso qualche mese fa.<br />
  In attesa di leggere il libro (ed eventualmente di tradurne le  parti pi&ugrave; significative), riteniamo utile riportare alcuni brani dell&rsquo; ampia  recensione che ne ha fatto Narvic, convinti che alcuni dati di base siano  comuni anche al nostro paese, anche se il quadro italiano &egrave; ancora molto povero  di analisi e di &ldquo;racconti&rdquo; soprattutto.<br />
  Nonostante gli sforzi di &ldquo;apertura&rdquo; fatti dal sindacato dei  giornalisti nei confronti dei nuovi giornalismi, mancano delle voci su che cosa  succede nelle redazioni online: sia quelle dei media tradizionali, sia quelle  alla base delle testate nate interamente per e nel web.<br />
  La recensione a questo libro mette molta carne al fuoco e  potrebbe spingere anche qualcuno a raccontare la vita della produzione  giornalistica online. Per esempio qualcuno dei redattori di lastampa.it. <br />
  Sarebbe interessante capire ad esempio &ndash; come scrive il <strong>BdS </strong> (bentornato!) &ndash; &ldquo;perch&egrave; qualcuno cancella alcune informazioni sulla situazione  della redazione internet del giornale torinese&rdquo;.<br />
  &nbsp;<br />
  &rdquo;Nell&#8217;articolo del Barbiere intitolato<a href="http://www.ilbarbieredellasera.com/article.php?sid=16846"> &quot;www.la  stampa.it. Sedici a tavola&quot;</a> si descriveva la situazione redazionale  del sito e i problemi giuslavoristici e professionali irrisolti.</p>
<p>  L&#8217;articoletto riportava il link alla pagina <a href="http://www.lastampa.it/common/_info/credits.asp">http://www.lastampa.it/common/_info/credits.asp</a> che illustrava la composizione della redazione del sito nome per nome e invece  nelle ore successive all&#8217;articolo del Barbiere qualcuno ha fatto sparire i nomi  di tutti i redattori&rdquo;.<br />
  E&rsquo; un segnale significativo, non vi pare?</p>
<p>- &#8211; - &#8211; - </p>
<p><span id="more-1367"></span></p>
<p><em>&laquo;&nbsp;Le  journalisme apr&egrave;s internet&nbsp;&raquo;</em>, di Yannick Estienne, L&rsquo;Harmattan, 2007, 313 p., 31 &euro;.<br />
Nota di lettura di Narvic (da <a href="http://novovision.free.fr/?Le-journalisme-apres-internet">Novovision</a>) </p>
<p>Un lavoro di taglio etnografico, una immersione nelle viscere del  giornalismo online, come lo si fa oggi nei siti di informazione francesi. Una  inchiesta sul campo, che svela il mondo invisibile della bassa manodopera dell&rsquo;  editoria sul web, quei &ldquo;giornalisti asserviti&rdquo;, dal profilo &ldquo;ibrido&rdquo;, senza  prestigio, senza autonomia, sottomessi a una logica commerciale e ai margini  dei canoni deontologici professionali.</p>
<p>  Ma secondo Estienne il giornalismo online &egrave; anche <em>&laquo;&nbsp;un  laboratorio sul giornalismo del futuro&raquo;</em>, <em>&laquo;&nbsp;sotto l&rsquo; egemonia del  marketing&nbsp;&raquo;</em>, che a poco a poco cancella le frontiere fra  professionista e appassionato, fra pubblicit&agrave; e redazionale, fra informazione e  divertimento, che anticipa una revisione in profondit&agrave; della cultura del  mestiere,&nbsp; <em>&laquo;&nbsp;le cui ambizioni  pedagogiche e civiche devono essere riviste al ribasso&nbsp;&raquo;</em> in nome della  logica consumerista.</p>
<p>  L&rsquo; autore propone una analisi molto efficace di questa sorta di <em>&laquo;&nbsp;astuzia  della ragion &lsquo;partecipativa&rsquo;&nbsp;&raquo;</em>, che consisterebbe oggi nel recuperare,  anche strumentalizzandola, la cultura libertaria del &ldquo;citizen journalism&rdquo;  associata agli strumenti del Web 2.0, per confortare <em>&laquo;&nbsp;la posizione dei  media commerciali come attori ineludibili dell&rsquo; informazione su internet&nbsp;&raquo;</em>&#8230; </p>
<h3>&nbsp;</h3>
<h3>Un giornalismo asservito, dai contorni vaghi </h3>
<p>I mestieri dell&rsquo; informazione online sono <em>&laquo;&nbsp;giovani ed  estremamente labili&nbsp;&raquo;</em>, ma soprattutto segnati, come rivela questo  libro, da una indifferenziazione fra attivit&agrave; di informazione e di  comunicazione che non finisce di crescere. In questo quadro <em>&laquo;&nbsp;la  indeterminatezza regna tanto pi&ugrave; diffusamente sulle frontiere professionali che  il giornalismo online non pu&ograve; che essere definito senza nettezza&raquo;</em>.<br />
  Si sviluppano online delle pratiche dell&rsquo; informazione <em>&laquo;&nbsp;che  si situano giusto a margine del giornalismo&nbsp;&raquo;</em>, <em>&laquo;&nbsp;in un  contesto estremamente instabile&nbsp;&raquo;</em>, che le rende fragili e <em>&laquo;ne  contrasta la strutturazione&nbsp;&raquo;</em>&nbsp;: webmaster, webmaster editoriale,  responsabile di progetto&#8230; Appaiono pratiche <em>&laquo;&nbsp;ibride&nbsp;&raquo;</em> che <em>&laquo;&nbsp;incorporano  tre dimensioni: tecnica, editoriale e commerciale-gestionale&nbsp;&raquo;</em>.</p>
<blockquote><p> <strong>La separazione fra pratiche del giornalismo e pratiche  della comunicazione si situa a fondamento della legittimit&agrave; della professione  di giornalista (&#8230;). Ora questa separazione formale riposa su basi sempre meno  solide e queste frontiere sono ancora pi&ugrave; fragili su internet che su altri  media. Malgrado una volont&agrave; chiaramente espressa di dissociare i giornalisti  dagli altri professionisti dell&rsquo; informazione su intrnet &ndash; prosegue Novovision  &ndash; una qualche forma di indifferenziazione si impone, tanto i territori dei  giornalisti online sono mobili. </strong>
</p>
</blockquote>
<p>L&rsquo; assegnazione della Carta professionale di giornalista a questi  giornalisti online non &egrave; avvenuta senza difficolt&agrave;, tanto che <em>&laquo;&nbsp;la  Commissione</em> [incaricata della loro assegnazione, ndr] <em>riafferma in  continuazione il mito del giornalismo &lsquo;puro&rsquo;, separato dalla comunicazione e  dal commercio, &lsquo;impuri&rsquo;&nbsp;&raquo;.</em></p>
<p>  E inoltre, poich&eacute; questa Carta non viene assegnata secondo dei  criteri professionali (il lavoro fatto &egrave; o non &egrave; di tipo giornalistico?), ma su  criteri giuridici (statuto giuridico del datore di lavoro) ed economici (quanta  parte dei guadagni dell&rsquo; aspirante giornalista derivano da un&rsquo; azienda  editoriale),&nbsp; <em>&laquo;&nbsp;molti redattori  del web non possono pretendere di ottenere la Carta stampa e devono rinunciare  ai vantaggi materiali e alla sicurezza e al prestigio che essa procura &raquo;</em> e <em>&laquo;&nbsp;si  trovano buttati fuori dallo spazio giornalistico, in una zona indeterminata del  mondo dell&rsquo; informazione-comunicazione&nbsp;&raquo;</em>.</p>
<p>  Le offerte di lavoro <em>&laquo;&nbsp;relative ad attivit&agrave; editoriali  online &nbsp;&raquo;</em> mostrano <em>&laquo;&nbsp;una forte ambiguit&agrave;&nbsp;&raquo;</em>, tra il  tipo di lavoro a cui corrispondono, la denominazione che gli viene data e lo  status che gli &egrave; legato, accentuando cos&igrave; <em>&laquo;&nbsp;gli effetti di interferenza  fra i confini&nbsp;&raquo;</em>.</p>
<p>  Internet viene spesso percepito dai giovani assunti <em>&laquo;&nbsp;come  un buon &ldquo;imbuto&rdquo; d&rsquo; ingresso nel giornalismo&nbsp;&raquo;</em>, secondo il principio  secondo cui <em>&laquo;&nbsp;il giornalismo online porta dovunque ma a condizione di  uscirne&nbsp;&raquo;</em>. D&rsquo; altronde <em>&laquo;&nbsp;una parte importante della popolazione  di lavoratori dell&rsquo; informazione online che &egrave; emersa con lo svilippo di  internet ha lasciato le file del giornalismo dopo la crisi&nbsp;&raquo;</em>.</p>
<p>  La <em>&laquo;&nbsp;specializzazione&nbsp;&raquo;</em> del giornalista <em>&laquo;&nbsp;online&nbsp;&raquo;</em> ha sempre <em>&laquo;&nbsp;difficolt&agrave; a imporsi come tale nel campo giornalistico &raquo;</em>. <em>&laquo;&nbsp;Poco numerosi, invisibili e sconosciuti al pubblico, essi dispongono  di pochissimo potere (&hellip;) e svolgono spesso un lavoro, se non ingrato, quanto  meno con poco valore aggiunto.&nbsp;&raquo;</em> Non hanno <em>&laquo;&nbsp;la coscienza di  far parte di un gruppo&nbsp;&raquo;</em> e quindi non hanno <em>&laquo;&nbsp;n&eacute;  rappresentanti, n&eacute; portavoce, n&eacute; organi rappresentativi&nbsp;&raquo;</em>.</p>
<p>  L&rsquo; inchiesta di Yannick Estienne &ndash; prosegue Narvic &ndash; rivela <em>&laquo;&nbsp;un  potente distacco fra due grandi categorie: i giornalisti delle aziende internet </em>&nbsp;[testate al 100% internet] <em>ei  giornalisti delle testate derivate </em>([legate a un media tradizionale]&nbsp;&raquo;.
  </p>
<blockquote><p><strong>I giornalisti dei siti web dei media tradizionali  desiderano come prima cosa affermare la propria legittimit&agrave; agli occhi dei loro  pari dei media tradizionali. Mentre per i giornalisti delle testate web al  100%, la priorit&agrave; sembra essere quella di costituire le basi di quella  legittimit&agrave; che &egrave; loro negata.</strong> </p></blockquote>
<p>
  I rapporti fra i giornalisti di questi  due settori sono <em>&laquo;&nbsp;tesi&nbsp;&raquo;</em>&nbsp;: sentimenti di <em>&laquo;&nbsp;mancanza  di considerazione&nbsp;&raquo;</em> e di <em>&laquo;&nbsp;riconoscimento professionale&nbsp;&raquo;</em> per gli uni, <em>&laquo;&nbsp;sfiducia e scetticismo&nbsp;&raquo;</em> per gli altri, che  associazione volentieri i primi <em>&laquo;&nbsp;alle minacce che pesano sul  giornalismo&nbsp;&raquo;</em>&#8230;</p>
<blockquote><p>  <strong>Se  fra i manager si parla sempre di pi&ugrave; di sviluppare sinergie fra carta e web,  fra le redazioni dei giornali e quelle dei siti le paratie sembrano ancora  solide e la comunicazione fra le persone e i settori resta difficile. </strong></p>
</blockquote>
<p>La natura reale del lavoro effettuato dal giornalista online  contribuisce ampiamente ad alimentare questa frustrazione, a fare di lui <em>&laquo;&nbsp;un  giornalista asservito&nbsp;&raquo;</em>. Le redazioni web sono piccolo, fanno  soprattutto un lavoro di desk, di <em>&laquo;&nbsp;giornalismo &lsquo;seduto&rsquo;&nbsp;&raquo;</em>,  che non va mai sul campo e non dispone di mezzi per fare inchieste: <em>&laquo;&nbsp;l&rsquo;  essenziale del loro lavoro si articola intorno ad informazione di seconda  mano&nbsp;&raquo;</em>. Viene realizzato con i criteri del <em>&laquo;&nbsp;just-in-time&nbsp;&raquo;</em>,  con una forte richiesta di <em>&laquo;&nbsp;reattivit&agrave;&nbsp;&raquo;</em> e di <em>&laquo;&nbsp;produttivit&agrave;&nbsp;&raquo;</em>,  in una posizione molto spesso assoggettata alla macchina. </p>
<p><em>&laquo;&nbsp;L&rsquo; essenziale del lavoro di editorializzazione del  giornalista Web consiste nel selezionare e nel gerarchizzare l&rsquo; informazione  fornita dal supporto originale, le agenzie di stampa e i service esterni&nbsp;&raquo;.</em> Non richiede mai un lavoro reale di scrittura o di produzione di articoli,  attivit&agrave; che resta considerata come la pi&ugrave; interessante e carica di valore nel  mestiere di giornalista: online il giornalista non firma&hellip;</p>
<h3>&nbsp;</h3>
<h3>Un giornalismo banalizzato</h3>
<p><em>&laquo;&nbsp;Nell&rsquo; epoca del &ldquo;giornalismo Web 2.0&rdquo;&nbsp;&raquo;</em>, <em>&laquo;&nbsp;il  magistero dei giornalisti professionisti &egrave; sconvolto &raquo;</em> da un <em>&laquo;&nbsp;fenomeno  che nasce dai primordi di internet: l&rsquo; indifferenziazione crescente fra  giornalismo professionale e giornalismo non-professionale. Giornalista,  dilettante, pubblico: queste categorie si accavallano perdendo a poco a poco la  loro pertinenza&nbsp;&raquo;</em>.<br />
  Con lo sviluppo dell&rsquo; <em>&laquo; autopubblicazione online e il  &ldquo;fenomeno blog&rdquo; &nbsp;&raquo;</em>, <em>&laquo;&nbsp;le frontiere dei territori del  giornalismo professionale tendono a mischiarsi sempre di pi&ugrave; &raquo;</em>.</p>
<blockquote><p> <strong>&laquo;&nbsp;Giornalismo collaborativo&nbsp;&raquo;, &laquo;&nbsp;giornalismo  partecipativo &raquo; o &laquo;&nbsp;citizen journalism &raquo;, queste espressioni designano  spesso lo stesso fenomeno: l&rsquo; associazione, ritenuta feconda, fra giornalisti,  collaboratori occasionali e &laquo;&nbsp;semplici&nbsp;&raquo; lettori. Si parla gi&agrave; di  giornalismo &laquo;&nbsp;pro-am&nbsp;&raquo; (professionale-amatoriale). Ma tali concetti  suggeriscono uno scivolamento surrettizio verso una concezione del giornalismo  in cui i giornalisti professionisti non sono pi&ugrave; necessari.</strong></p></blockquote>
<p>
  In alcuni progetti l&rsquo; autore vede quasi  una forma di linguaggio doppio: &nbsp;</p>
<blockquote><p><strong>Se i giornalisti &ldquo;cittadini&rdquo; incarnano l&rsquo; avvenire del  giornalismo, consentono prima di tutto alla catena di essere alimentata con  contenuti gratuiti o a costo minimo (&hellip;). L&rsquo; obbiettivo principale &egrave; di riuscire  a fare economie sui costi fissi (locali, personale, ecc.), grazie a contributi  e collette, mettendo la retorica partecipativa al servizio di un progetto di  natura commerciale.</strong></p></blockquote>
<p>
  Le possibilit&agrave; offerte da internet in materia di  autopubblicazione contribuiscono allora a un doppio movimento: <em>&laquo;&nbsp;la  professionalizzazione dei lettori e la de-professionalizzazione dei giornalisti&nbsp;&raquo;</em>.</p>
<p>  Il lettore diventa sempre pi&ugrave; competente nella ricerca di  informazione, e nel processo &ldquo;redazionale&rdquo;, <em>&laquo;&nbsp;competenze che fanno  parte per tradizione del lavoro dei professionisti dell&rsquo; informazione: raccogliere,  verificare, approfondire le notizie diffuse dalla stampa o da altre fonti di  informzione.&nbsp;&raquo;</em></p>
<blockquote><p><strong>Di fronte allo sviluppo dell&rsquo; autopubblicazione e all&rsquo;  evoluzione dei comportamenti dei loro lettori, i giornalisti del web possono  legittimamente temere di venire alla fine privati della loro esperienza e di  dover abbandonare il loro ruolo tradizionale di <em>gate keeper</em>. (&#8230;) Il  giornalista in qualche modo concede (loro) dei segreti di fabbricazione.</strong></p>
</blockquote>
<p>  E anche al di l&agrave; di questa <em>&laquo;&nbsp;banalizzazione del giornalismo&nbsp;&raquo;</em>, <em>&laquo;&nbsp;la forma che sembra prendere il giornalismo online suscita delle  inquietudini rispetto al rischio di dequalificazione del lavoro giornalistico&nbsp;&raquo;</em>&nbsp;:  rimessa in discussione della sua autorit&agrave;, condivisione delle suo competenze,  declino del suo &ldquo;carisma&rdquo;&hellip;</p>
<h3>&nbsp;</h3>
<h3>L&rsquo; egemonia del marketing</h3>
<p>Fenomeno gi&agrave; ben conosciuto dai ricercatori, <em>&laquo;&nbsp;l&rsquo; egemonia  crescente delle logiche economiche e del marketing nella stampa&nbsp;&raquo;</em> (<em>&laquo;conversione  al management dei gruppi di direzione dei giornali, crescita della dipendenza  dalla pubblicit&agrave;, intensificazione delle battaglie di concorrenza e della  ricerca dell&rsquo; audience, ecc.&nbsp;&raquo;</em>), sembrano esprimersi nella stampa e  nel giornalismo online in maniera ancora pi&ugrave; intensa e <em>&laquo;&nbsp;contribuiscono,  per certi versi, ad accelerare il movimento&nbsp;&raquo;</em>. La stampa online, <em>&laquo;&nbsp;un  laboratorio per il giornalismo del futuro&nbsp;&raquo;</em>&#8230;</p>
<blockquote><p> <strong>Se il marketing editoriale si diffonde in tutti i settori  della stampa, l&rsquo; approccio orientato al marketing sembra essere, a ben vedere,  costitutivo della stampa online</strong>. </p></blockquote>
<p>
  Le riviste di carta avevano gi&agrave; ben conosciuto il fenomeno dei <em>&laquo;&nbsp;contenitori  pubblicitari &raquo;</em>, <em>&laquo;&nbsp;quelle pubblicazioni in cui l&rsquo; informazione non &egrave;  che un pretesto per la pubblicit&agrave;&nbsp;&raquo;</em>, che inondano oggi le edicole.  Come ha scritto Erik Neveu, le riviste e la stampa specializzata costituiscono <em>&laquo;&nbsp;il  laboratorio delle logiche di marketing sulla scrittura e il lavoro  redazionale&nbsp;&raquo;</em>&nbsp;[<a href="http://novovision.free.fr/?Le-journalisme-apres-internet#nb1" title="[1] Erik Neveu, La sociologie du journalisme, La D&eacute;couverte, (&#8230;)&#8221;>1</a>].</p>
<p>  Acclimatata online sotto forma di webzine tematiche (donna, uomo,  salute, cucina, auto, viaggi&hellip;), questa logica da marketing vi si dispiega senza  ostacoli: <em>&laquo;&nbsp;in questo tipo di webzine, le paratie tradizionali fra lo  spazio promozionale e lo spazio redazionale sono praticamente abolite&nbsp;&raquo;</em>.</p>
<p>  Una sorta di riconciliazione fra stampa e pubblicit&agrave; segna sul  web una svolta importante e contribuisce ad eliminare una barriera: <em>&laquo;&nbsp;fin  dagli anni &lsquo;70, il pubblico e i giornalisti non hanno mai dissimulato la loro  ostilit&agrave; alla pubblicit&agrave;, spesso associata, nell&rsquo; immaginario sociale, al lucro  e alla propaganda&nbsp;&raquo;</em>. D&rsquo; altronde, <em>&laquo;&nbsp;l&rsquo; idea che esiste una  incompatibilit&agrave; fondamentale fra la funzione del giornalista e la funzione  mercantile &egrave; ancora molto diffusa in seno alla societ&agrave; francese.&nbsp;&raquo;</em></p>
<p>  Ma su internet, <em>&laquo;&nbsp;il carattere invadente e intrusivo  della e-pub si afferma &raquo;</em> e <em>&laquo;&nbsp;rosicchia terreno sullo spazio  redazionale&nbsp;&raquo;</em>. <em>&laquo;&nbsp;L&rsquo; integrazione della pubblicit&agrave; all&rsquo; interno  del contenuto ha compiuto un passo ulteriore con l&rsquo; arrivo della pubblicit&agrave;  della &ldquo;contestuale&rdquo;.&nbsp;&raquo;</em></p>
<blockquote><p><strong>Queste pubblicit&agrave; perfettamente mirate che, attivate dall&rsquo;  internauta, si piazzano nel senso stesso del contenuto editoriale dei siti,  rappresentano l&rsquo; ultima avanzata della distruzione totale del &ldquo;muro del danaro&rdquo;,  la separazione tradizionale fra il redazionale e il promozionale. Per i  giornalisti online, &egrave; in gioco nient&rsquo; altro che il mantenimento a un livello  minimo di questa distinzione, su cui &egrave; costruita la stampa moderna.</strong>
</p>
<p><strong>Che il &ldquo;muro del danaro&rdquo; crolli, nessuno se l&rsquo; immagina  realmente. Tuttavia, il flusso va avanti a mano a mano che convergono le  logiche giornalistiche e le logiche commerciali. </strong></p></blockquote>
<p>
  Fenomeno ancora pi&ugrave; insidioso, la possibilit&agrave; per il giornalista,  sconosciuta fino ad allora, di sapere con esattezza e quasi in tempo reale le  caratteristiche della sua audience online (attraverso gli strumenti di  misurazione dei visitatori, i sistemi di annotazione da parte dei lettori&hellip;)  portano in germe la minaccia di una influenza determinante sulla definizione  della politica editoriale: la vittoria del marketing editoriale.<br />
  Altra minaccia, verso cui spinge, in modo del tutto insidioso, la  logica del marketing applicata all&rsquo; informazione: lo sviluppo dell&rsquo;  infotainement. 
</p>
<blockquote><p><strong>Sembra abbastanza chiaro che la concezione &ldquo;pratica&rdquo; e  &ldquo;ludica&rdquo; dell&rsquo; informazione ha guadagnato terreno con l&rsquo; arrivo di internet.</p>
<p></strong><strong>Lo sviluppo dei novi media non ha fatto che confermare lo  spostamento del centro di gravit&agrave; dell&rsquo; informazione cartacea verso il polo  &ldquo;pratica&rdquo; e &ldquo;divertimento&rdquo;. </strong></p>
<p>  <strong>In un tale contesto &egrave; difficile mantenere una distinzione  netta fra una informazione destinata a formare il cittadino e a nutrire la  democrazia, da un lato, e una informazione pi&ugrave; pratica, che serve a guidare il  consumatore e a sostenere la crescita del mercato del consumo, dall&rsquo; altro  lato.</p>
<p>  </strong><strong>Il lavoro di giornalista si orienta verso la creazione di  messaggi divertenti, utili e rasserenanti, allo scopo di accompagnare i lettori  nella loro vita di consumatori.</p>
<p>  </strong><strong>La stampa online &egrave; un potente agente messo al servizio  della produzione e della riproduzione del modo di vita consumerista.</strong></p>
</blockquote>
<h3>&nbsp;</h3>
<h3>Il laboratorio del giornalismo del futuro </h3>
<blockquote><p><strong>Oggi, a dispetto dei discorsi che loro stessi possono fare,  i giornalisti non sono pi&ugrave; realmente in grado di dichiararsi estranei alle  preoccupazioni commerciali e di gestione.</p>
<p></strong><strong>Un profilo professionale ibrido, a mezza strada fra il  manager e il giornalista, sta emergendo. </strong></p>
</blockquote>
<p>  Da questo punto di vista, la riappropriazione delle logica  &laquo;&nbsp;partecipativa&nbsp;&raquo;,venuta fuori dal web libertario delle origini, da  parte del web commerciale pu&ograve; essere vista come una deviazione, o meglio, <em>&laquo;&nbsp;una  strumentalizzazione</em>&nbsp;&raquo;.</p>
<blockquote><p><strong>L&rsquo; economia della stampa online ha attribuito all&rsquo;  internauta un valore mercantile. In questa prospettiva, la partecipazione serve  un doppio obbiettivo: fidelizzare l&rsquo; internauta e metterlo al lavoro. </strong><br />
  <strong>Grazie ai dispositivi di partecipazione dell&rsquo; internauta  alla produzione dell&rsquo; informazione, una parte del lavoro di informazione &egrave;  sub-appaltata al consumatore stesso. </strong><br />
  <strong>La volont&agrave; di fidelizzazione del pubblico si accorda sempre  di pi&ugrave; con la ricerca di identificazione col &ldquo;marchio&rdquo;. </strong><br />
  <strong>Il &ldquo;giornalismo partecipativo&rdquo; starebbe allora al  giornalismo come la &ldquo;democrazia partecipativa&rdquo; e il &ldquo;management partecipativo&rdquo;  stanno alla democrazia rappresentativa e all&rsquo; impresa:&nbsp; dei concetti che puntano a rigenerare in  profondit&agrave; delle istituzioni in crisi.</p>
</blockquote>
<p>  </strong>Dunque,<em> &laquo;i giornalisti online funzionano come un laboratorio  in cui tutta una generazione di giornalisti nati culturalmente coi nuovi media  sperimenta un nuovo rapporto col &ldquo;mestiere&rdquo;.&nbsp; </em></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>A giugno Agoravox-Italia, mentre nasce in Belgio una Fondazione</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2008 10:47:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Rea</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Agoravox]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo partecipativo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>  Fra un mese partirà in versione sperimentale l’ edizione italiana di una delle testate di giornalismo partecipativo più note in Francia – La notizia è stata data a Orvieto durante il <strong>Premio Luigi Barzini</strong> dal fondatore di Agoravox, Carlo Revelli, che in una intervista a Lsdi annuncia anche la nascita imminente di una Fondazione – Nella conversazione i problemi delle nuove forme di editoria giornalistica, dalle Fondazioni, appunto, al nuovo mecenatismo, e la questione del futuro dei giornali e del giornalismo</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;- </p>
<p><strong>A met&#224; giugno sar&#224; online la versione beta di  Agoravox Italia</strong>, il sito di  giornalismo partecipativo creato in Francia da Carlo Revelli con la  collaborazione di Joel de Rosnay, che dopo tre anni di atttivit&#224; conta ora un  milione di visitatori al mese, 35.000 &#171;&#160;reporter&#160;&#187; e 1.000 moderatori  che filtrano e &#171;&#160;passano&#160;&#187; per la pubblicazione ogni mese circa 700  dei 1.100 articoli che arrivano alla redazione.</p>
<p>L&#8217;annuncio della versione  italiana &#232; sul sito <a href="http://www.agoravox.it/">http://www.agoravox.it</a>,  dove viene spiegato soltanto che Agoravox Italia comincer&#224; in beta (versione  sperimentale). Non vengono forniti altri particolari.&#160;&#160;&#160; </p>
<p>Un&#8217;anticipazione della notizia  &#232; stata data durante il <a href="http://www.orvietonews.it/index.php?page=notizie&#38;id=17363&#38;data=1210176300">Premio  Luigi Barzini</a> che ha visto Carlo Revelli ospite alla conferenza sul  tema&#160;: &#171;&#160;Inviato speciale in Internet. La professionalit&#224; del  giornalista di fronte alla]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.agoravox.it/images/logo-agoravox-italia.gif" width="200" alt="Il logo di Agoravox Italia" /> <em> Fra un mese partirà in versione sperimentale l’ edizione italiana di una delle testate di giornalismo partecipativo più note in Francia – La notizia è stata data a Orvieto durante il <strong>Premio Luigi Barzini</strong> dal fondatore di Agoravox, Carlo Revelli, che in una intervista a Lsdi annuncia anche la nascita imminente di una Fondazione – Nella conversazione i problemi delle nuove forme di editoria giornalistica, dalle Fondazioni, appunto, al nuovo mecenatismo, e la questione del futuro dei giornali e del giornalismo</em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;- </p>
<p><strong>A met&agrave; giugno sar&agrave; online la versione beta di  Agoravox Italia</strong>, il sito di  giornalismo partecipativo creato in Francia da Carlo Revelli con la  collaborazione di Joel de Rosnay, che dopo tre anni di atttivit&agrave; conta ora un  milione di visitatori al mese, 35.000 &laquo;&nbsp;reporter&nbsp;&raquo; e 1.000 moderatori  che filtrano e &laquo;&nbsp;passano&nbsp;&raquo; per la pubblicazione ogni mese circa 700  dei 1.100 articoli che arrivano alla redazione.</p>
<p>L&rsquo;annuncio della versione  italiana &egrave; sul sito <a href="http://www.agoravox.it/">http://www.agoravox.it</a>,  dove viene spiegato soltanto che Agoravox Italia comincer&agrave; in beta (versione  sperimentale). Non vengono forniti altri particolari.&nbsp;&nbsp;&nbsp; </p>
<p>Un&rsquo;anticipazione della notizia  &egrave; stata data durante il <a href="http://www.orvietonews.it/index.php?page=notizie&amp;id=17363&amp;data=1210176300">Premio  Luigi Barzini</a> che ha visto Carlo Revelli ospite alla conferenza sul  tema&nbsp;: &laquo;&nbsp;<em>Inviato speciale in Internet. La professionalit&agrave; del  giornalista di fronte alla sfida delle nuove tecnologie</em>&nbsp;&raquo;. Oltre a  presentare Agoravox Francia, Revelli ha illustrato, insieme a Francesco Piccinini &ndash; project manager della versione  italiana -, come sar&agrave; Agoravox Italia.&nbsp;  Per ora non ci sono immagini o preview e l&rsquo;attesa da parte del popolo  della rete inizia a crescere.</p>
<p><strong>Revelli annuncia intanto la nascita imminente di  una Fondazione</strong>, come aveva anticipato  Lsdi nel gennaio scorso &#8211; vedi <a href="http://www.lsdi.it/2008/01/27/una-fondazione-forse-in-italia-per-agoravox/">Una  Fondazione (forse in Italia) per Agoravox .</a></p>
<p>La Fondazione avr&agrave; sede  in Belgio, spiega Revelli, con cui abbiamo tracciato un bilancio di questa  esperienza di giornalismo partecipativo. L&rsquo; intervista &ndash; realizzata prima che  la notizia della versione italiana di Agoravox divenisse ufficiale &#8211; allarga lo  sguardo anche ai problemi delle nuove forme di editoria giornalistica: i  problemi del mercato, del nuovo mecenatismo, delle Fondazioni, insomma la  questione dei modelli economico-industriali che dovrebbero sostenere la nuova  editoria. </p>
<p><span id="more-1295"></span> <img src="http://www.agoravox.fr/images/fondation1.gif" alt="Una Fondazione per Agoravox" /> <strong>Domanda -</strong> A che punto &egrave;  la decisione sulla Fondazione?</p>
<p><strong>Risposta -</strong> Siamo in  dirittura d&rsquo;arrivo. La Fondazione nascer&agrave; in Belgio perch&eacute; avr&agrave; una  connotazione europea e internazionale. </p>
<p><strong>D &ndash;</strong> Perch&eacute; una  Fondazione?</p>
<p><strong>R -</strong> Sar&agrave; lo strumento con  il quale Agoravox vuole&nbsp;:</p>
<p>- Garantire  l&rsquo;indipendenza editoriale ed economica. <br />
  &#8211; Restituire il media ai  suoi redattori.<br />
  &#8211; Confermare il nostro  impegno in favore della libert&agrave; d&rsquo;espressione.<br />
  &#8211; Preservare il giornale  da qualsiasi pressione o minaccia, sia di natura politica che economica. <br />
  &#8211; Resistere alle  &laquo;&nbsp;sirene&nbsp;&raquo; degli investitori e del &laquo;&nbsp;profitto a qualsiasi  costo&nbsp;&raquo;. </p>
<p>E&rsquo; una scelta chiara di  autonomia ed indipendenza per preservarci dalle derive che ci potrebbero  spingere verso un&rsquo;informazione che non risponde alle richieste del lettore ma a  quelle dell&rsquo;editore (rivelato o meno).</p>
<p><strong>D -</strong> Sono passati tre anni  dalla nascita di Agoravox&hellip;</p>
<p><strong>R &#8211; </strong>Sono passati tre anni  ma &egrave; tutto il panorama partecipativo che si &egrave; trasformato. Agoravox &egrave; stato il  pioniere europeo di questa esperienza che non si limita, solo, ad una nuova  forma di trasmissione della notizia ma che contribuisce alla sua costruzione e,  in senso pi&ugrave; ampio, allarga le forme di partecipazione alla vita pubblica.</p>
<p><strong>D -</strong> I risultati rispetto  a quando partisti?</p>
<p><strong>R -</strong> Oggi Agoravox conta  un milione di visitatori al mese. Ha 35.000 reporters e 1000 moderatori che  verificano gli articoli. Ogni mese pubblichiamo circa 700 articoli dei 1100  ricevuti.</p>
<p>Oltre alle tre edizioni  nazionali (Francia, Belgio e Uk), abbiamo cinque portali tematici dedicati a:  sviluppo sostenibile(Naturavox), salute (Carevox), sport (Sportvox), moda  (Orserie) e un portale video (Agoravox TV). Il lancio in Italia &egrave; imminente&#8230;</p>
<p><strong>D -</strong> La differenza  rispetto ad altre esperienze, tipo <em>Rue89</em>?</p>
<p><strong>R &#8211; </strong><em>Rue89</em> nasce come una esperienza di un gruppo di giornalisti di  Lib&eacute;ration, Agoravox nasce da un&rsquo;assoluta indipendenza editoriale e  politico-partitica, in cui le opinioni pi&ugrave; distanti contriubuiscono al  confronto ed alla diffusione delle notizie. </p>
<p>Io non voglio  privilegiare un punto di vista, un&rsquo; inquadratura, per dirla in termini  cinematografici, della realt&agrave;, voglio che pi&ugrave; punti di vista mi facciano capire  quello che succede. Non voglio un&rsquo; informazione di parte ma parti che  costruiscano un&rsquo; informazione.</p>
<p><img src="http://www.agoravox.fr/IMG/vignettes/75_auton3221.jpg" alt="Carlo Revelli" />
<p><strong>D -</strong> Ma perch&eacute; partisti? Che volevi fare?&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </p>
<p><strong>R &#8211; </strong>Volevo che l&rsquo;informazione  diventasse &laquo;&nbsp;democratica&nbsp;&raquo;. Volevo fare emergere la &laquo;&nbsp;versione  reale&nbsp;&raquo; e non quella &laquo;&nbsp;ufficiale&nbsp;&raquo;. Volevo che l&rsquo; informazione  non fosse pi&ugrave; &laquo;&nbsp;profetica&nbsp;&raquo;, top-down ma che portasse il contributo  di chi ha visto e vissuto quello che spesso &egrave; narrato a posteriori e non in  diretta.</p>
<p><strong>D -</strong> Dopo 300 anni i  giornali stanno finendo? Finiranno? </p>
<p><strong>R &#8211; </strong>I giornali stanno  cambiando, non finiranno. La necessit&agrave; di sapere e di essere informati, la  necessit&agrave; di informare non scema con gli anni. Cambia non finisce. </p>
<p><strong>D -</strong> E i mecenati &ndash; come  qualcuno pensa o auspica &#8211; possono davvero tornare sulla scena? </p>
<p><strong>R -</strong> Il punto &eacute; capire chi  sono i mecenati oggi. Fortunatamente, soprattuto nel Web 2.0, stanno nascendo  nuove forme di mecenatismo in relazione a progetti come Linux, Ubuntu, Firefox,  Wikipedia perch&eacute; sono legati ad una necessit&agrave; di tutela e preservazione di  esperienze che hanno cambiato quelli che sembravano sistemi consolidati. </p>
<p>Linux ha messo in crisi  Microsoft (oggi i computer Dell hanno una versione con OS Linux e una con OS  Windows), Firefox ha scalfito il monopolio IE, Wikipedia ha rivoluzionato il  concetto di enciclopedia. </p>
<p><strong>D -</strong> Parallelamente al  mercato? O lentamente sostituendolo?</p>
<p><strong>R -</strong> L&rsquo;obiettivo &eacute;  differente. Una Fondazione nasce per preservare un know-how specifico, renderlo  disponibile al pubblico e continuare le ricerche in un determinato settore  senza snaturare la mission che ti ha fatto accumulare il bagaglio di conoscenze </p>
<p><strong>D -</strong> E la Fondazione  rispetto al mercato che posizione avrebbe? </p>
<p><strong>R -</strong> La Fondazione sarebbe  &laquo;&nbsp;fuori mercato&nbsp;&raquo;, &egrave; uno strumento che serve a catalizzare  organizzazioni, istituzioni, investitori che vogliono contribuire al progetto  Agoravox senza la pretesa di ottenere alcun lucro.</p>
<p><strong>D &ndash;</strong> Citizen journalism,  giornalismo partecipativo&hellip; Noi di Lsdi preferiamo chiamarlo giornalismo  diffuso. Che ne dici? E il giornalismo professionale? </p>
<p><strong>R &#8211; </strong>Sono d&rsquo;accordo.  Giornalismo diffuso &eacute; il termine che meglio ritrae questa forma di giornalismo  che non &eacute; in contrasto con il giornalismo professionale. Un cittadino che con  la sua telecamera riprende quanto accade sotto il suo palazzo non &eacute; in  &laquo;&nbsp;competizione&nbsp;&raquo; con il giornalista che quotidianamente cerca notizie  e lavora fino a notte tarda in redazione&nbsp;; cosi&rsquo; come un cittadino che  evita un furto non &eacute; in competizione con la polizia. Noi vogliamo far  collaborare giornalisti professionisti e giornalisti &laquo;cittadini&raquo; per realizzare  vere e proprie inchieste partecipative.</p>
<p><strong> D &#8211; </strong>E i giornalisti?  Sempre di meno e pagati molto e bene, o sempre di pi&ugrave; e pagati, mediamente,  meno?&nbsp; </p>
<p><strong>R -</strong> I giornalisti in  Italia sono circa 30.000, di cui solo 12.000 hanno un regolare contratto credo.  Ricorderei, pero&rsquo;, che tra i 18.000 senza contratto ci sono molti  &laquo;&nbsp;giornalisti&nbsp;&raquo; che non esercitano la professione. Ma una cifra che  pende verso il precariato significa che &eacute; complicato fare informazione di  qualit&agrave;. Per citare l&rsquo;ex Presidente della  Repubblica Ciampi&nbsp;:</p>
<p>    <em>&laquo;&nbsp;I giornalisti  devono tenere la schiena dritta&nbsp;</em>&raquo;, ma come si puo&rsquo; denunciare se si &egrave;  sotto lo schiaffo continuo di un licenziamento?</p>
<p><strong>D -</strong> E l&#8217;  editore-industriale? Deva cambiare &lsquo;&rsquo;cultura&rsquo;&rsquo;, farsene una nuova&hellip;.?</p>
<p><strong>R -</strong> L&rsquo;editore deve  fornire notizie. Il giornale dovrebbe fornire informazioni al pubblico, il  pubblico compra il giornale e la pubblicit&agrave; puo&rsquo; essere interessata agli spazi  pubblicitari sul giornale perch&eacute; accede al suo pubblico. Purtroppo, sempre pi&ugrave;  spesso, questa logica &eacute; sovvertita e si rincorre la pubblicit&agrave;.</p>
<p>  <strong>D -</strong> Non &egrave; assurdo e  pericoloso affidare tutte le risorse alla pubblicit&agrave;? Come sostituire  abbonamento/vendite? Si pu&ograve;?</p>
<p><strong>R &#8211; </strong>Si pu&ograve; se si fa  informazione di qualit&agrave;, informazione che d&agrave; un valore aggiunto. Il pubblico &egrave;  interessato a leggere e sapere ma non &egrave; interessato a rileggere ci&ograve; che gli  viene ripetuto con le stesse parole, senza aggiungere nulla. </p>
<p><strong>D &#8211; </strong>Il rapporto materiale  con la carta? Kindl?-s&igrave; vabene-ma non &egrave; la stessa cosa&hellip;.. </p>
<p><strong>R -</strong> La carta si conserva,  &egrave; vero, ma non riesce per&ograve; a stare dietro alla velocit&agrave; delle notizie che  giungono. Ma la carta, internet, sono un supporto,&nbsp;quello che conta &egrave; la  notizia, chi la d&agrave; e qual &egrave; il valore aggiunto che ha il lettore nel  leggerla.&nbsp;&nbsp; </p>
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		<title>L’ indipendenza sta diventando un lusso</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2008/l%e2%80%99-indipendenza-sta-diventando-un-lusso/</link>
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		<pubDate>Sun, 02 Mar 2008 07:41:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Rea</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[indipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[UK]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>  E’ il pericolo che denuncia la Ricerca dell’ Università di Cardiff  su “Qualità e indipendenza del giornalismo britannico” di cui avevamo già dato notizia e di cui presentiamo ora una ampia sintesi in lingua italiana – Per la prima volta uno Studio tenta di quantificare con dati oggettivi concetti come la “qualità”, misurando la dipendenza delle redazioni dal materiale preconfezionato dagli Uffici stampa e dalle agenzie di stampa, che si stanno appropriando sempre di più il ruolo di agenda-setting del dibattito pubblico</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-  </p>
<p>La grandissima parte dei giornalisti britannici svolge ora un lavoro maggiore in meno tempo, un trend che inevitabilmente aumenta la loro dipendenza dall&#8217; informazione già prodotta e limita le possibilità di indipendenza.
- Mentre il numero di giornalisti nella stampa nazionale è rimasto pressoché costante, infatti, essi ora producono almeno 3 volte di più di quanto facessero 20 anni fa.

Per quanto riguarda i contenuti, la produzione della stampa nazionale britannica di qualità dipende pesantemente da “articoli preconfezionati&#8221;, provenienti sia da Uffici stampa che dalle agenzie.
- Almeno il 60% degli articoli di stampa e il 34% dei servizi radiotv provengono interamente o prevalentemente da materiali &#8220;preconfezionati&#8221;.</p>
<p>Sono due dei dati principali della ricerca compiuta dall’ Università di Cardiff di cui abbiamo dato notizia il 7 febbraio scorso (<a href="http://www.lsdi.it/2008/02/07/dal-giornalismo-al-%e2%80%9cchurnalism%e2%80%9d-produzione-di-massa-di-ignoranza/">Dal giornalismo al “churnalism”, produzione di massa di ignoranza</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.kingston.gov.uk/paper_web.jpg" alt="Giornali Uk" /> <em> E’ il pericolo che denuncia la Ricerca dell’ Università di Cardiff  su “Qualità e indipendenza del giornalismo britannico” di cui avevamo già dato notizia e di cui presentiamo ora una ampia sintesi in lingua italiana – Per la prima volta uno Studio tenta di quantificare con dati oggettivi concetti come la “qualità”, misurando la dipendenza delle redazioni dal materiale preconfezionato dagli Uffici stampa e dalle agenzie di stampa, che si stanno appropriando sempre di più il ruolo di agenda-setting del dibattito pubblico</em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-  </p>
<p>La grandissima parte dei giornalisti britannici svolge ora un lavoro maggiore in meno tempo, un trend che inevitabilmente aumenta la loro dipendenza dall&#8217; informazione già prodotta e limita le possibilità di indipendenza.<br />
- <em>Mentre il numero di giornalisti nella stampa nazionale è rimasto pressoché costante, infatti, essi ora producono almeno 3 volte di più di quanto facessero 20 anni fa.<br />
</em><br />
Per quanto riguarda i contenuti, la produzione della stampa nazionale britannica di qualità dipende pesantemente da “articoli preconfezionati&#8221;, provenienti sia da Uffici stampa che dalle agenzie.<br />
- <em>Almeno il 60% degli articoli di stampa e il 34% dei servizi radiotv provengono interamente o prevalentemente da materiali &#8220;preconfezionati&#8221;.</em></p>
<p>Sono due dei dati principali della ricerca compiuta dall’ Università di Cardiff di cui abbiamo dato notizia il 7 febbraio scorso (<em><a href="http://www.lsdi.it/2008/02/07/dal-giornalismo-al-%e2%80%9cchurnalism%e2%80%9d-produzione-di-massa-di-ignoranza/">Dal giornalismo al “churnalism”, produzione di massa di ignoranza</a> </em>).</p>
<p><strong>The quality and independence of British journalism”</strong> è il titolo del lavoro, di cui proponiamo una ampia sintesi in italiano.<br />
Lo facciamo anche per illustrare i metodi di lavoro seguiti dal gruppo della Scuola di giornalismo, media e studi culturali dell’ Università di Cardiff, guidato dal professore Justin Lewis, che ha realizzato il lavoro, la prima ricerca empirica seria sull’ indipendenza del giornalismo, almeno in UK. </p>
<p>Lo Studio, a parte tutte le altre considerazioni, è veramente interessante perché tenta di valutare e di quantitificare con strumenti oggettivi delle caratteristiche apparentemente astratte come qualità e indipendenza del giornalismo. </p>
<p>La via scelta è quella di misurare il grado di dipendenza della produzione redazionale da soggetti esterni alle redazioni stesse, come gli apparati di Pubbliche relazioni e uffici stampa e i notiziari delle agenzie di stampa. </p>
<p>Il giudizio che ne viene fuori è fortemente negativo, non tanto per l’ utilizzo in sé stesso del materiale di Uffici stampa o agenzie – che sono fonti importanti come le altre – ma per la forte dipendenza, anche in giornali di alta tradizionale editoriale, dal “materiale preconfezionato” che arriva da quelle fonti. </p>
<p>Una dipendenza che trova le sue radici nella progresiva accelerazione dei ritmi di lavoro dovuta al massiccio aumento della foliazione e quindi a una necessità produttiva più che triplicata in 20 anni, visto che il numero medio di dipendenti nelle redazioni si è anche lievemente ridotto.</p>
<p>Al di là del valore in termini di notiziabilità del materiale preconfezionato, quello che emerge dalla ricerca è il ruolo sempre più ampio di agenda-setting su questioni di interesse pubblico che esso svolge.  </p>
<p><em>Il pericolo che la Ricerca segnala </em> – commentano gli autori della ricerca &#8211; <em>è che i più alti  valori dell’ integrità giornalistica stiano diventando un lusso.<br />
</em><br />
&#8212;&#8212;- </p>
<p>La Sintesi della Ricerca può essere scaricata in PDF da: <a href='http://www.lsdi.it/wp-content/lsdi-cardiff.pdf' title='lsdi-cardiff.pdf'>lsdi-cardiff.pdf</a></p>
<p>Il testo integrale della ricerca (eng) è su:  <a href="http://www.cf.ac.uk/jomec/library/doc_lib/Quality_Independence_British_Journalism.pdf">http://www.cf.ac.uk/jomec/library/doc_lib/Quality_Independence_British_Journalism.pdf</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Un megarchivio per una informazione ultralocale</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2008/un-megarchivio-per-una-informazione-ultralocale/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Jan 2008 07:17:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pino Rea</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[iperlocale]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> E’ stato appena lanciato negli Stati Uniti EveryBlock, un aggregatore di informazioni che consente di cercare notizie a livello ultralocale, inserendo in un motore di ricerca il codice postale o l’ indirizzo – Notizie che ‘’coprono’’ fino ai livelli di strada, di isolato o di quartiere  &#8211; Per ora il sito funzionerà con le tre principali città Usa,New York, Chicago e San Francisco &#8211; In una intervista a Poynter.org il suo ideatore, Adrian Holovaty, spiega come funziona e perché – La ‘’geocodificazione’’ e l’ ‘’iperlocale’’ </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;  </p>
<p><a href="http://www.everyblock.com">EveryBlock.com</a>, è un nuovo sito creato da <a href="http://www.poynter.org/profile/profile.asp?user=10076">Adrian Holovaty </a> che consente di cercare resoconti di cronaca e informazioni varie attraverso gli indirizzi e i codici postali. Il sito – spiega Al Thompkins su <a href="http://www.poynter.org/column.asp?id=2&#038;aid=136307">Poynter.org </a> –, lanciato nel pomeriggio di mercoledì, è  stato messo a punto dallo stesso team che ha lavorato a <a href="http://www.chicagocrime.org">chicagocrime.org</a>, un progetto di giornalismo pionieristico che il New York Times aveva definito  ‘’una delle migliori idee del 2005’’. </p>
<p>Il sostegno finanziario per EveryBlock.com viene dalla <strong>Knight Foundation</strong>, che avrebbe investito nell’ iniziativa 1,1 milioni di dollari.</p>
<p>*** </p>
<p>L’ idea di Chicagocrime.org (analoga per certi versi a quella di <strong>Homicide Report</strong>, <a href="http://www.lsdi.it/versp.php?ID_art=863 ">vedi Lsdi</a>)  era stata quella di costruire un database con tutte le vicende di cronaca nera della città]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://s3.amazonaws.com/chicagocrime/img/chicagocrime-logo.gif" alt="Il logo di Chicagocrime" /> <em>E’ stato appena lanciato negli Stati Uniti EveryBlock, un aggregatore di informazioni che consente di cercare notizie a livello ultralocale, inserendo in un motore di ricerca il codice postale o l’ indirizzo – Notizie che ‘’coprono’’ fino ai livelli di strada, di isolato o di quartiere  &#8211; Per ora il sito funzionerà con le tre principali città Usa,New York, Chicago e San Francisco &#8211; In una intervista a Poynter.org il suo ideatore, Adrian Holovaty, spiega come funziona e perché – La ‘’geocodificazione’’ e l’ ‘’iperlocale’’ </em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;  </p>
<p><a href="http://www.everyblock.com">EveryBlock.com</a>, è un nuovo sito creato da <a href="http://www.poynter.org/profile/profile.asp?user=10076">Adrian Holovaty </a> che consente di cercare resoconti di cronaca e informazioni varie attraverso gli indirizzi e i codici postali. Il sito – spiega Al Thompkins su <a href="http://www.poynter.org/column.asp?id=2&#038;aid=136307">Poynter.org </a> –, lanciato nel pomeriggio di mercoledì, è  stato messo a punto dallo stesso team che ha lavorato a <a href="http://www.chicagocrime.org">chicagocrime.org</a>, un progetto di giornalismo pionieristico che il New York Times aveva definito  ‘’una delle migliori idee del 2005’’. </p>
<p>Il sostegno finanziario per EveryBlock.com viene dalla <strong>Knight Foundation</strong>, che avrebbe investito nell’ iniziativa 1,1 milioni di dollari.</p>
<p>*** </p>
<p>L’ idea di Chicagocrime.org (analoga per certi versi a quella di <strong>Homicide Report</strong>, <a href="http://www.lsdi.it/versp.php?ID_art=863 ">vedi Lsdi</a>)  era stata quella di costruire un database con tutte le vicende di cronaca nera della città su cui poter compiere ricerche attraverso una serie di categorie. Alcune classiche, come il tipo di delitto, la strada, la data. Altre più complesse, come il codice postale, il quartiere, lo scenario (ad esempio: pompa di benzina, stazione ferroviaria, ecc.), e il distretto di polizia. Tutte le categorie sono provviste di mappe stradali con ulteriori indicatori – i colori diversi ad esempio – che corrispondono a reati diversi: droga, furto, lesioni, aggressioni, ecc.</p>
<p>Con EveryBlock.com lo stesso dovrebbe avvenire con notizie e informazioni di tutti i generi.  </p>
<p>Holovaty  &#8211; spiega Tompkins &#8211; ha sviluppato applicazioni web molto innovative per  washingtonpost.com, Lawrence.com e LJWorld.com. E’ nel National Advisory Board del Poynter Institute e Tompkins lo ha intervistato chiedendogli di spiegare come funziona il sito e come le redazioni possono utilizzare quello che lui ha fatto.  </p>
<p>(Segue<em> il testo dell&#8217; intervista</em>)<br />
<span id="more-1034"></span></p>
<p><strong>Tompkins</strong>: Che cosa fa EveryBlock?</p>
<p><img src="http://www.poynter.org/media/profile/10076/20051109_151540_17398.jpg" alt="Holovaty" /> <strong>Holovaty</strong>: EveryBlock filtra e raccoglie un insieme di notizie locali attraverso gli indirizzi, in modo che si possa avere traccia di quello che sta succedendo a livello di isolate, quartieri e dell’ intera città. Noi compiliamo le notizie, le classifichiamo per parametri geografici e toponomastici e alla fine presentiamo una bella e semplice interfaccia che consente alle persone di vedere le notizie nel loro specifico contesto. </p>
<p>T.: Come funziona?</p>
<p>H.: Ci sono due modi principali di leggere le notizie su EveryBlock – per indirizzo e per tipo. Si può cercare per singoli indirizzi, quartieri o codici postali, oppure per tipo di vicenda: ispezioni nei ristoranti, articoli di giornali o blog, reati, licenze edilizie, ecc. </p>
<p>T.: Come opera il lavoro di raccolta/classificazione dei dati? </p>
<p>H.: Abbiamo una sofisticata collezione di programmi che raccolgono notizie e informazioni navigando nel web in lungo e in largo. Abbiamo scritto poi qualche algoritmo che ci permette di scoprire dei dati con un ragionevole margine di sicurezza, e nello stesso tempo classifichiamo manualmente le informazioni nei casi in cui il computer non ce la fa. Questa è un’ area di sperimentazione in corso.</p>
<p>T.: Quali città avete incluso?</p>
<p>H.: Puntiamo in alto e cominciamo a uscire in tre delle maggiori città Usa, Chicago, New York e San Francisco.  E poi aggiungeremo le altre. </p>
<p>T.: Hai detto che non consideri EveryBlock come un concorrente dei media tradizionali. Come fai a dirlo quando tutti sono in concorrenza con tutti e su tutto?</p>
<p>H.: E’ naturale. Da un certo punto di vista, anche YouTube, MySpace e, alla fine, tutti I siti web sono dei concorrenti dei media tradizionali. Ma io non considero EveryBlock  in questi termini perché noi inludiamo solo notizie che hanno a che fare con delle situazioni specifiche, non che riguardano tutta la città o l’ intera nazione.<br />
Su EveryBlock puoi vedere quando la tua pizzeria preferita ha subito una ispezione, ma non troverai mai un’ analisi dei budget in campo per le Olimpiadi di Chicago del 2016.<br />
EveryBlock può essere quindi complementare alle tradizionali organizzazioni redazionali. </p>
<p>T.: Come pensi che le redazioni possano applicare le tue idee e i tuoi codici al loro lavoro?</p>
<p>H.: Ci interessa divulgare il concetto di notizie &#8220;geocodificate&#8221; (<strong>geocoding news</strong>)– che significa poi classificare i fatti e gli articoli attraverso la loro localizzazione. Attualmente lo facciamo navigando nei siti di informazione e applicando poi sia degli algoritmi che il lavoro editoriale umano, ma sarebbe il massimo per tutti se le redazioni lo potessero fare da sole. Ci interessa sviluppare una sorta di criterio di classificazione/standard per segnalare  delle localizzazioni granulari nelle vicende.</p>
<p>T.: Perché, secondo te, l’ ‘’iperlocale’’ è così importante?</p>
<p>H.: Per essere onesti, io preferisco evitare di usare questa parola, anche perché ormai significa poco. Qualcuno la usa riferendosi ai quartieri, altri all’ intera area suburbana. Penso che sia più importante il concetto di notizia locale specifica (adress-specific news), perché le persone tendono ad essere più interessate alle notizie che accadono vicino a loro. Ecco, alla fine è molto semplice!</p>
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