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	<title>LSDI &#187; Redazione</title>
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	<description>Libertà di Stampa / Diritto all'Informazione</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 14:31:25 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
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		<title>Quotidiani, anche in Svizzera arriva il paywall</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 14:31:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="/assets/NZZ.gif"></a>Un’ unica redazione per tutti i tipi di piattaforma,  un paywall per l’ online, un direttore commerciale:  molti i cambiamenti in vista alla Neue Zürcher Zeitung, il quotidiano che  potrebbe fare da apripista in Svizzera per un  nuovo modello di giornale online.</p>
<p></p>
<p>Lo segnala  Bettina Buesser sull’ <a href="http://it.ejo.ch/5848/nuovi-media/la-nzz-a-passo-spedito-verso-il-paywall">Osservatorio europeo di giornalismo</a>, sottolineando i movimenti che da alcuni mesi stanno agitando la redazione della testata zurighese, delineando una imminente<strong> </strong>“strategia di convergenza” redazionale e di instaurazione di un  sistema di pagamento dell’ informazione online.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Secondo Peter Hogenkamp, responsabile della sezione media digitali NZZ,  non si può parlare di sorpresa – riporta l’ Ejo -. “Da quando sono in carica, è sempre stato chiaro che la strategia della NZZ è rivolta alla convergenza e che avremmo introdotto un paywall.” La strategia è stata decisa in maggio e ora il consiglio di amministrazione ha solo confermato il calendario per metterla in atto. “Tra l’altro, questa scadenza è solo indicativa, abbiamo visto altri impiegano due anni per portare a termine un simile progetto.“</p>
<p>&#160;</p>
<p>Hogenkamp si tratterà di un “metered paywall”, in stiel New York Times, che determinerà la quantità di contenuti che l’utente potrà scaricare gratuitamente. “Il cliente che in un arco di tempo definito, per esempio un mese, vorrà scaricare più articoli di quanto stabilito dovrà registrarsi. Per esempio dopo dieci o quindici articoli, il]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/assets/NZZ.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11898" title="NZZ" src="http://www.lsdi.it/assets/NZZ-300x117.gif" alt="" width="300" height="117" /></a>Un’ unica redazione per tutti i tipi di piattaforma,  un paywall per l’ online, un direttore commerciale:  molti i cambiamenti in vista alla <em>Neue Zürcher Zeitung</em>, il quotidiano che <em> </em>potrebbe fare da apripista in Svizzera per un  nuovo modello di giornale online.</p>
<p><span id="more-11895"></span></p>
<p>Lo segnala  Bettina Buesser sull’ <a href="http://it.ejo.ch/5848/nuovi-media/la-nzz-a-passo-spedito-verso-il-paywall">Osservatorio europeo di giornalismo</a>, sottolineando i movimenti che da alcuni mesi stanno agitando la redazione della testata zurighese, delineando una imminente<strong> </strong>“strategia di convergenza” redazionale e di instaurazione di un  sistema di pagamento dell’ informazione online.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo Peter Hogenkamp, responsabile della sezione media digitali <em>NZZ</em>,  non si può parlare di sorpresa – riporta l’ Ejo -. “Da quando sono in carica, è sempre stato chiaro che la strategia della NZZ è rivolta alla convergenza e che avremmo introdotto un paywall.” La strategia è stata decisa in maggio e ora il consiglio di amministrazione ha solo confermato il calendario per metterla in atto. “Tra l’altro, questa scadenza è solo indicativa, abbiamo visto altri impiegano due anni per portare a termine un simile progetto.“</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Hogenkamp si tratterà di un “<em>metered paywall</em>”, in stiel New York Times, che determinerà la quantità di contenuti che l’utente potrà scaricare gratuitamente. “Il cliente che in un arco di tempo definito, per esempio un mese, vorrà scaricare più articoli di quanto stabilito dovrà registrarsi. Per esempio dopo dieci o quindici articoli, il numero non è stato ancora deciso. Se, poniamo,  l’utente scaricherà più di 20 articoli in totale, gli si chiederà di sottoscrivere un abbonamento per un certo  periodo di tempo. Saranno esclusi i possessori di un abbonamento al giornale stampato o online.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gabriele Siegert, professoressa di Economia e Management dei media  all’Università di Zurigo, valuta positivamente il concetto paywall della <em>NZZ </em>e ritiene sensata l’introduzione a tappe del pagamento: “Sino ad ora i contenuti online erano gratuiti, e non si può dunque costringere di punto in bianco l’utente a rinunciare a ciò di cui poteva disporre gratuitamente: è necessario “svezzarlo” a poco a poco.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche la strategia di pagamento è avveduta: “È sicuramente un vantaggio non dover pagare ogni singolo download, bensì pagare un abbonamento quando si è raggiunta una soglia prefissata. Una volta pagato l’abbonamento, l’utente non soffre più”. Nel corso del 2012 si vedrà quanti utenti dell’offerta online della <em>NZZ</em> accetteranno la “sofferenza” che il pagamento di un canone comporta e rimarranno fedeli a <em>nzz.ch</em>.</p>
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		<item>
		<title>Internet, il digital divide colpisce forte anche gli Usa</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/internet-il-digital-divide-colpisce-forte-anche-gli-usa/</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 13:18:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Usa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Infografica1.gif"></a>
Oltre 100 milioni di famiglie americane non hanno l’ accesso alla banda larga. E’ il segnale macroscopico che anche nei paesi più avanzati esiste un ‘’digital divide’’ rilevante.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Mashable.com, uno dei più famosi siti dedicati ai nuovi media e al mondo digitale, illustra il gap americano attraverso una <a href="http://mashable.com/2012/02/05/digital-divide-infographic/">splendida infografica</a>.</p>
<p></p>
<p>&#160;</p>
<p>L’ infografica, realizzata da  <a href="http://www.onlineitdegree.net/" target="_blank">OnlineITdegree.net</a>, contiene delle informazioni sorprendenti sulle differenze che esistono nell’ accesso a internet negli Stati Uniti: fra città e aree rurali, fra gruppi etnici (che tra l’ altro sono ancora più accentuate rispetto a dieci anni fa), e soprattutto fra ricchi e poveri.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Ma in più la grafica mostra anche la posizione non invidiabile degli Usa nella scala dei paesi tecnologicamente più avanzati: solo al 12° posto per accesso e al 14° per penetrazione della banda larga.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Infografica1.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11889" title="Infografica1" src="http://www.lsdi.it/assets/Infografica1-300x250.gif" alt="" width="300" height="250" /></a><br />
Oltre 100 milioni di famiglie americane non hanno l’ accesso alla banda larga. E’ il segnale macroscopico che anche nei paesi più avanzati esiste un ‘’digital divide’’ rilevante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mashable.com, uno dei più famosi siti dedicati ai nuovi media e al mondo digitale, illustra il gap americano attraverso una <a href="http://mashable.com/2012/02/05/digital-divide-infographic/">splendida infografica</a>.</p>
<p><span id="more-11888"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ infografica, realizzata da  <a href="http://www.onlineitdegree.net/" target="_blank">OnlineITdegree.net</a>, contiene delle informazioni sorprendenti sulle differenze che esistono nell’ accesso a internet negli Stati Uniti: fra città e aree rurali, fra gruppi etnici (che tra l’ altro sono ancora più accentuate rispetto a dieci anni fa), e soprattutto fra ricchi e poveri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma in più la grafica mostra anche la posizione non invidiabile degli Usa nella scala dei paesi tecnologicamente più avanzati: solo al 12° posto per accesso e al 14° per penetrazione della banda larga.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Come sarà il giornalismo di domani? Un blog cerca di spiegarlo</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/come-sara-il-giornalismo-di-domani-un-blog-cerca-di-spiegarlo/</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 12:51:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[La professione]]></category>
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		<category><![CDATA[Università Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Faremonotizia.gif"></a>
Come sarà il giornalismo di domani? Se lo chiede anche <a href="http://faremonotizia.wordpress.com/">Faremonotizia</a> , un blog collettivo degli studenti del <a href="http://www.giornalismo.unimi.it/" target="_blank">Master in Giornalismo Walter Tobagi</a>, dell’Università degli Studi di Milano, che prefigura ‘’un modello più moderno di giornalista: con meno privilegi e maggiori responsabilità, davanti a un pubblico sempre più informato e coinvolto’’.</p>
<p>
&#160;</p>
<p>&#8221;Crediamo che questa professione non sia destinata a sparire – spiega il blog -. Ma che debba cambiare, meglio se in fretta’’.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Come? Per ora hanno provato a chiederlo a una serie di giornalisti affermati. Fra cui Luca Telese («Il cronista del futuro? Dovrà trovare le notizie che mancano»), Fabrizio Gatti («Senza inchieste la democrazia sarebbe più povera» ) e Beppe Severgnini («Il segreto sarà l’eccellenza e l’originalità»).</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Faremonotizia.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-11892" title="Faremonotizia" src="http://www.lsdi.it/assets/Faremonotizia.gif" alt="" width="235" height="111" /></a><br />
Come sarà il giornalismo di domani? Se lo chiede anche <a href="http://faremonotizia.wordpress.com/">Faremonotizia</a> , un blog collettivo degli studenti del <a href="http://www.giornalismo.unimi.it/" target="_blank">Master in Giornalismo Walter Tobagi</a>, dell’Università degli Studi di Milano, che prefigura ‘’un modello più moderno di giornalista: con meno privilegi e maggiori responsabilità, davanti a un pubblico sempre più informato e coinvolto’’.</p>
<p><span id="more-11891"></span><br />
&nbsp;</p>
<p>&#8221;Crediamo che questa professione non sia destinata a sparire – spiega il blog -. Ma che debba cambiare, meglio se in fretta’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come? Per ora hanno provato a chiederlo a una serie di giornalisti affermati. Fra cui Luca Telese («Il cronista del futuro? Dovrà trovare le notizie che mancano»), Fabrizio Gatti («Senza inchieste la democrazia sarebbe più povera» ) e Beppe Severgnini («Il segreto sarà l’eccellenza e l’originalità»).</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Il New York Times sbarcherà anche su Pinterest (ma non sa ancora come)</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/il-new-york-times-sbarchera-anche-su-pinterest-ma-non-si-sa-ancora-come/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 22:10:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Pinterest.gif"></a></p>
<p>Liz Heron, responsabile del settore dei social media per il New York Times, ha annunciato qualche giorno fa a Londra che la testata avrà presto una sua presenza su <a href="http://pinterest.com/">Pinterest</a>, la nuova piattaforma sociale che in appena nove mesi ha <a href="http://www.webnews.it/2012/02/08/pinterest-10-milioni-utenti/?ref=post">superato i 10 milioni di visitatori</a>.</p>
<p>&#160;</p>
<p></p>
<p>‘’Stiamo ancora cercando di mettere a fuoco che cosa i cittadini vogliono trovare su Pinterest e di capire quindi come possiamo offrire qualcosa di nuovo’’, ha spiegato la dirigente del NYT, considerata la delle testate più ‘’social’’ del panorama editoriale Usa.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Pinterest, almeno nella sua fisionomia attuale, è una piattaforma di socializzazione intorno ad oggetti di consumo.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Anche se per ora il tempo che gli utenti (soprattutto in Usa) dedicano al nuovo servizio non è rilevante &#8211;  circa 90 minuti al mese, contro le 7 ore di Facebook -, Pinterest, secondo <a href="http://www.webnews.it/2012/02/08/pinterest-10-milioni-utenti/#ixzz1lpTpMkmx">Webnews.it</a>,  <strong>‘’ha tutte le carte in regola per diventare un fenomeno di massa’’</strong>.</p>
<p>Per ora il bacino d’utenza è costituito soprattutto da una rappresentanza femminile di età compresa fra i 18 e i 34 anni, ma le caratteristiche commerciali del sito, secondo gli osservatori, dovrebbero far avvicinare presto anche il pubblico maschile.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Pinterest.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11884" title="Pinterest" src="http://www.lsdi.it/assets/Pinterest-300x232.gif" alt="" width="300" height="232" /></a></p>
<p>Liz Heron, responsabile del settore dei social media per il <em>New York Times</em>, ha annunciato qualche giorno fa a Londra che la testata avrà presto una sua presenza su <a href="http://pinterest.com/">Pinterest</a>, la nuova piattaforma sociale che in appena nove mesi ha <a href="http://www.webnews.it/2012/02/08/pinterest-10-milioni-utenti/?ref=post">superato i 10 milioni di visitatori</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-11881"></span></p>
<p>‘’Stiamo ancora cercando di mettere a fuoco che cosa i cittadini vogliono trovare su Pinterest e di capire quindi come possiamo offrire qualcosa di nuovo’’, ha spiegato la dirigente del NYT, considerata la delle testate più ‘’social’’ del panorama editoriale Usa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pinterest, almeno nella sua fisionomia attuale, è una piattaforma di socializzazione intorno ad oggetti di consumo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche se per ora il tempo che gli utenti (soprattutto in Usa) dedicano al nuovo servizio non è rilevante &#8211;  circa 90 minuti al mese, contro le 7 ore di Facebook -, Pinterest, secondo <a href="http://www.webnews.it/2012/02/08/pinterest-10-milioni-utenti/#ixzz1lpTpMkmx">Webnews.it</a>,  <strong>‘’ha tutte le carte in regola per diventare un fenomeno di massa’’</strong>.</p>
<p>Per ora il bacino d’utenza è costituito soprattutto da una rappresentanza femminile di età compresa fra i 18 e i 34 anni, ma le caratteristiche commerciali del sito, secondo gli osservatori, dovrebbero far avvicinare presto anche il pubblico maschile.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Sport e giornalismo digitale, la pallavolo da anni all&#8217; avanguardia</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/sport-e-giornalismo-digitale-la-pallavolo-da-anni-all-avanguardia/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 14:37:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apertura]]></category>
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		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>
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		<category><![CDATA[Fabrizio Rossini]]></category>
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		<category><![CDATA[Volley]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Volley.gif"></a>In una intervista a Lsdi Fabrizio Rossini, resposabile della comunicazione nella Lega serie A di Volley, racconta la precoce e convinta adesione del suo settore a internet e agli strumenti della Rete &#8211; Sin dal 1997-1998, quando non c&#8217; erano i blog e i social network o You Tube erano ancora lontani &#8211; Volleyball.it è stato uno dei primi siti sportivi nati in Italia -Un pubblico &#8220;giovane e altamente scolarizzato&#8221; &#8211; Partite seguite da centinaia di account Twitter &#8211; Il problema del &#8221;filtro&#8221;

&#8212;&#8211;</p>
<p>a cura di <strong>Marco Renzi</strong></p>
<p>Il mondo dell&#8217;informazione analogica nostrana combatte quotidianamente per cercare di resistere alla progressiva invasione degli &#8220;ultracorpi digitali&#8221;, senza tenere conto che il fenomeno in atto  non rappresenta certamente  un atto di guerra e anzi con molta probabilità potrebbe invece essere l&#8217; ancora di salvezza per evitare un irresistibile quanto ineluttabile tramonto della &#8220;nobile professione&#8221;.</p>
<p>Ma ci sono settori del giornalismo italiano in cui la contaminazione digitale è apprezzata e le risorse in essa contenute vengono utilizzate al meglio da tempo lontano.</p>
<p>Uno di questi settori, &#8220;incredibile dictu&#8221;, è  il giornalismo sportivo. Ne abbiamo parlato con uno specialista di giornalismo e comunicazione in ambito sportivo:  Fabrizio Rossini responsabile della comunicazione presso la <a href="http://www.legavolley.it/">Lega Volley di Serie A</a>.
<strong><a href="http://www.lsdi.it/assets/Rossini.jpg"></a> d &#8211; <strong>Chi è Fabrizio Rossini?</strong></strong></p>
<p>F.R. &#8211; Sono un giornalista, anzi meglio sono stato un giornalista a]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.lsdi.it/assets/Volley.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-11872" title="Volley" src="http://www.lsdi.it/assets/Volley.gif" alt="" width="365" height="97" /></a>In una intervista a Lsdi Fabrizio Rossini, resposabile della comunicazione nella Lega serie A di Volley, racconta la precoce e convinta adesione del suo settore a internet e agli strumenti della Rete &#8211; Sin dal 1997-1998, quando non c&#8217; erano i blog e i social network o You Tube erano ancora lontani &#8211; Volleyball.it è stato uno dei primi siti sportivi nati in Italia -Un pubblico &#8220;giovane e altamente scolarizzato&#8221; &#8211; Partite seguite da centinaia di account Twitter &#8211; Il problema del &#8221;filtro</em>&#8221;<br />
<span id="more-11869"></span><br />
&#8212;&#8211;</p>
<p>a cura di <strong>Marco Renzi</strong></p>
<p>Il mondo dell&#8217;informazione analogica nostrana combatte quotidianamente per cercare di resistere alla progressiva invasione degli &#8220;ultracorpi digitali&#8221;, senza tenere conto che il fenomeno in atto  non rappresenta certamente  un atto di guerra e anzi con molta probabilità potrebbe invece essere l&#8217; ancora di salvezza per evitare un irresistibile quanto ineluttabile tramonto della &#8220;nobile professione&#8221;.</p>
<p>Ma ci sono settori del giornalismo italiano in cui la contaminazione digitale è apprezzata e le risorse in essa contenute vengono utilizzate al meglio da tempo lontano.</p>
<p>Uno di questi settori, &#8220;incredibile dictu&#8221;, è  il giornalismo sportivo. Ne abbiamo parlato con uno specialista di giornalismo e comunicazione in ambito sportivo:  Fabrizio Rossini responsabile della comunicazione presso la <a href="http://www.legavolley.it/">Lega Volley di Serie A</a>.<br />
<strong><a href="http://www.lsdi.it/assets/Rossini.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11873" title="Rossini" src="http://www.lsdi.it/assets/Rossini.jpg" alt="" width="156" height="250" /></a> d &#8211; <strong>Chi è Fabrizio Rossini?</strong></strong></p>
<p>F.R. &#8211; Sono un giornalista, anzi meglio sono stato un giornalista a 360 gradi nei primi anni della mia carriera. Abusivo, poi collaboratore precario come si conviene per quotidiani e periodici per anni,  ho poi scoperto il giornalismo sportivo e mi sono specializzato in contenuti specifici sul mondo della pallavolo, lavorando per quasi nove anni come redattore e in seguito dirigendo un mensile di volley tuttora in edicola che si chiama &#8220;Pallavolo Supervolley&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In quegli anni ho approfondito le questioni più tecniche relative al giornale in quanto la redazione era molto piccola ed era necessario saper fare di tutto e ho scoperto e usato da subito i supporti digitale per migliorare la qualità del lavoro. Poi ho cominciato a occuparmi di eventi sportivi. In particolare qualche match internazionale di pallavolo come ufficio stampa a gettone per la Federazione Italiana Volley e subito dopo sono entrato in Lega Pallavolo dove mi sono occupato di comunicazione e sviluppo, dove ho messo mano ad alcune innovazioni in campo tecnologico legate al mondo digitale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per due anni e mezzo ho diretto l&#8217;ufficio stampa della Federazione Internazionale Volley, un esperienza davvero molto interessante in cui mi sono trovato anche ad organizzare la partecipazione della nostra nazionale alle Olimpiadi e ad altri eventi di risonanza globale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oggi lavoro come responsabile comunicazione presso la Lega Pallavolo di Serie A a Bologna, dove la tecnologia è sempre stata di casa, e dove l&#8217;attenzione per il mondo digitale è sempre stata spiccata. Ad esempio abbiamo cominciato a studiare una web tv già molti anni fa, abbiamo creato il nostro sito da più di un decennio, al punto da essere uno dei primi siti sportivi della rete. In particolare  la Lega Femminile, diretta all&#8217;epoca da Massimo Righi, attuale Amministratore Delegato della Lega Maschile di volley, aprì una bacheca on line nel 1997.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come si coniuga il rapporto fra giornalismo digitale e sport?</strong></p>
<p>F.R. &#8211; Lo sport, forse proprio per la sua stessa natura, è stato uno dei primi settori a capire la reale portata del giornalismo digitale. Le prime e-mail dei giocatori di pallavolo, le prime interviste fatte tramite posta elettronica, erano già cosa avanzata quando invece altri giornali, altri media non erano così avanti. In particolare lo sport di cui mi occupo io, la pallavolo, è sempre stato uno sport  molto improntato alle novità. Si parla di cose fatte attorno al 1997/98, quasi 15 anni fa, un&#8217;epoca lontanissima, quasi preistorica, se paragonata ai rapidissimi &#8220;tempi&#8221; della rete.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In quegli anni c&#8217;erano ancora pochi siti sportivi on line, i blog non esistevano, per non parlare di strumenti più sofisticati come i social network o i siti di condivisione di video.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nonostante questo la rivista cartacea presso la quale lavoravo, all&#8217;inizio come redattore e poi come direttore responsabile, già utilizzava la posta elettronica per realizzare le interviste. Per noi giornalisti di pallavolo l&#8217;utilizzo della rete fu immediato. Non a caso uno dei portali di riferimento della nostra disciplina che si chiama Volleyball.it è stato uno dei primi siti sportivi nati in Italia. Il portale è stato messo in rete nel 2000, copiando un sistema americano. Questa propensione fra gli adetti ai lavori e gli appassionati di pallavolo c&#8217;è sempre stata, a mio avviso, forse anche perchè il nostro pubblico è sempre stato un pubblico di &#8220;smanettoni&#8221;. Non si tratta di un pubblico ingessato e forse anche più &#8220;agè&#8221; come può succedere per altri sport. Le ricerche di mercato eseguite nel corso degli anni hanno definito il pubblico del volley come : &#8220;giovane e altamente scolarizzato&#8221;.</p>
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<p><strong>Una provocazione da giornalista a giornalista, o ancora meglio da giornalista digitale ad esperto di comunicazione con il pallino della rete quale tu sei. Come è possibile che lo sport abbia scoperto e dialogato così da vicino con il giornalismo digitale sin dal &#8217;97 o addirittura prima, e ad oggi 15 anni dopo il giornalismo ufficiale quasi ancora non conosca o meglio riconosca, i cugini digitali?</strong></p>
<p>F.R. &#8211; Da quanto ho visto, per quello che ho potuto scoprire seguendo il volley, i giornalisti più giovani sono stati rapidissimi nella propria conversione da analogici a digitali ad ogni livello sia per le testate mainstream che per quelle minori.  Tempi più lenti ci sono stati per la mia generazione, quella approdata alla professione  con le macchine da scrivere. Maggiore difficoltà a digerire il giornalismo digitale hanno avuto proporzionalmente i professionisti in attività da ancora più anni, ma non è stata solo una questione anagrafica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ricordo con precisione i primi contratti con i fotografi, dopo l&#8217;arrivo del digitale,  e in particolare con i siti su cui pubblicare il loro materiale. I fotografi facevano resistenza a sottoscrivere contratti con le testate digitali perchè non riuscivano a capire che fine avrebbero fatto le loro foto una volta che fossero state inserite in un medium digitale. Le domande ricorrenti erano: &#8221; Come potrò controllare chi userà le mie foto? Chi mi garantirà che le foto non saranno scaricate dai tifosi senza pagare? &#8220;. Oggi questo tipo di dubbi nel nostro settore sono stati superati, ma c&#8217;è stata una lunga fase in cui si leggeva il panico negli occhi degli addetti ai lavori quando si doveva ragionare di sfruttamento dei diritti, gestione dei contenuti e delle immagini in mancanza di regole certe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è un mistero che anche oggi, grandi giornalisti sportivi abbiano ancora una certa difficoltà con la posta elettronica. Ho visto nella pallavolo molta più rapidità che in altri sport nel capire la qualità oltre alla maggiore velocità che il web e il giornalismo digitale potevano offrire. Non a caso oggi stanno fiorendo  numerosi blog dedicati a questo sport che fino a qualche anno fa non esistevano e noto una curiosità:  i grandi gruppi editoriali ancora oggi dimostrano di avere non poche diffocoltà a gestire i blog dei loro stessi giornalisti presenti sulle loro piattaforme on line; perchè, a mio avviso, sono un oggetto strano, difficilmente collocabile e classificabile, e noto che solo ora gli stessi editori mainstream stanno cercando di dare loro una collocazione più organica rispetto all&#8217;impaginazione dei media on line.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tramite questi nuovi spazi editoriali anche sport cosiddetti &#8220;minori&#8221;, come il nostro, riescono a veder realizzate e in tempi strettissimi  proposte editoriali che un tempo venivano regolarmente bocciate nelle riunioni di redazione del mattino dei quotidiani. E&#8217; anche un modo, a parer mio, per gli stessi giornalisti di riappropriarsi in qualche modo del proprio ruolo. Il fatto di poter avere un altro supporto dove far uscire le notizie,  aiuta tantissimo,  e permette di scrivere tante bellissime storie che non troverebbero posto per ragioni di spazio in un giornale.</p>
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<p><strong><a href="http://www.lsdi.it/assets/Volley2.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11874" title="Volley2" src="http://www.lsdi.it/assets/Volley2-300x105.gif" alt="" width="300" height="105" /></a>Quale credi che sia il potere del web?</strong></p>
<p>F.R. &#8211; La grande domanda è quanto filtro possono e devono fare i giornalisti professionisti alle informazioni diffuse on line per fare in modo che in rete circolino dati attendibili e verificati e non &#8220;fuffa&#8221; incontrollabile. E&#8217; necessario insistere sulla qualità di quello che si fa. La prossima battaglia sarà sui numeri, come si è battagliato per anni su auditel, audiradio e audipress, ora è giunto il momento di confrontarsi sull&#8217;affidabilità di google analytics rispetto ad altri strumenti similari. Adesso, grazie alla rete, c&#8217;è talmente tanto materiale diffuso che si corre il rischio  di avere un&#8217;immensa quantità di dati fruibili ma non accessibili perchè non raggiungibili o consultabili da tutti.  Quando tutti comunicano tutto, il caos è a portata di mano.  Servono professionisti capaci e preparati che scovino le notizie e le pubblichino ma anche che indirizzino gli appassionati verso luoghi &#8220;digitali&#8221; affidabili cui poter fare  riferimento. Saranno i numeri a fare la differenza come sempre, ma la professionalità giocherà un ruolo importante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Giornalismo digitale e sport dunque in grande sintonia,  e per gli esperti di comunicazione quali sono i modi per sfruttare al meglio questo connubio?</strong></p>
<p>F.R. Mi viene in mente proprio in questi giorni in cui la Penisola è flagellata dal maltempo che ha penalizzato parecchio anche gli eventi sportivi, la scelta fatta dal nostro amministratore delegato. Un tweet  per informare nel modo più rapido e capillare la stampa specializzata e i tifosi che il nostro era l&#8217;unico sport, anzi meglio l&#8217;unica serie A, che, nonostante la neve, non aveva rinviato le proprie partite.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Poi abbiamo replicato questo tweet in un comunicato stampa ufficiale in serata, ma l&#8217;informazione è arrivata molto prima e capillarmente in questo modo. Questo ad esempio è stato, a mio avviso, un corretto sfruttamento degli strumenti digitali.  Quando è arrivato il nostro tweet io mi trovavo a bordo campo a Modena ad una nostra partita e ho visto materialmente i giornalisti che hanno ricevuto &#8220;il cinguettio&#8221; rilanciare il comunicato attraverso le loro reti in tempo reale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un altro aspetto della progressiva digitalizzazione dei giornalisti sportivi va ricercato, secondo me, nella dotazione di strumenti in loro possesso oggi. Mi spiego meglio. Tutti i giornalisti del quotidiano sportivo più letto e diffuso del Paese, la Gazzetta dello Sport, sono provvisti di videocamera e non meno del 90 per cento dei giornalisti che seguono il nostro sport è parimenti equipaggiato. Questo trestimonia in modo inequivocabile, a mio avviso,  una evoluzione precisa e specifica del mestiere giornalistico verso i contenuti digitali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un altro esempio di forte commistione degli ambiti digitale con quelli sportivi arriva dall&#8217;analisi del regolamento olimpico per la diffusione delle notizie. Regolamento in cui da almeno 2 edizioni, dunque non meno di 8 anni, hanno fatto la loro apparizione norme specifiche sulla divulgazione delle notizie da parte di blog e bloggers, siano essi gestiti da professionisti dell&#8217;informazione o dagli stessi atleti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>E i social network?</strong></p>
<p>F.R. &#8211; Siamo stati un poco lenti, come Lega Pallavolo di Serie A, ma il motivo per cui ci siamo avvicinati tardi ai media sociali è costituito dal fatto che non volevamo metterci in competizione e neppure intralciare lo splendido lavoro intrapreso sui network sociali da molti dei nostri club sportivi, anche perchè noi in quanto  Lega siamo un consorzio di club, quindi lavoriamo espressamente per le trenta società che compongono la serie A di pallavolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non volevamo che si creasse un filone di fan della Lega Pallavolo ovvero del campionato nazionale in alternativa o peggio in contrapposizione a quello delle squadre di club. Anche la nostra attività su twitter è  circoscritta e limitata a pochi interventi e  commenti.</p>
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<p>Preferiamo continuare a lavorare in aree web più istituzionalizzate e rodate come il nostro sito, che per fortuna è molto seguito, e lì postare interventi e commenti più articolati. A proposito di web e pallavolo vorrei ricordarti che già nel 1995 una delle nostre squadre più rappresentative, la Sisley Treviso, creò un vero e proprio portale già nel 1995 che si chiamava The Mall, sviluppato dal Benetton Group, e la Sisley ne faceva parte. The Mall fu uno dei primi interventi on line di una squadra di sport italiana.</p>
<p>Io credo che i confini siano ancora da tracciare. Attualmente siamo ancora in una fase di strano Eden in cui c&#8217;è di tutto e di più e arriveremo a un momento in cui inevitabilmente dovremo fare un piccolo passo indietro, creando nuovi e più efficienti filtri, cercando di dare un po&#8217; di ordine  alla enorme quantità di informazioni che circola on line.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C&#8217; è la bellezza di aver potuto sdoganare il mondo dell&#8217; informazione in ambito sportivo grazie agli strumenti digitali. C&#8217;è la bellezza di poter comunicare in maniera estremamente rapida indirizzando le informazioni in modo preciso cosa che per uno sport come il nostro dove le azioni durano  3 secondi e mezzo non era possibile fare con altri strumenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stanno nascendo fra i tifosi piattaforme di twitting  in tempo reale delle nostre partite in cui gli appassionati commentano punto a punto il nostro sport.</p>
<p>La prossima frontiera sarà quella di creare un osservatorio un po&#8217; più attento a quello che succede on line perchè attualmente tutti possono fare tutto e,  inevitabilmente, qualcuno dovrà intervenire a fare un poco d&#8217;ordine, non certo l&#8217;elenco dei buoni e dei cattivi, ma a distiguere con precisione l&#8217;informazione sportiva dal commento dell&#8217;amatore o del tifoso. Forse la professione giornalistica declinata ed esercitata in ambito digitale potrebbe essere uno degli strumenti da utilizzare per mettere ordine nel mare magno del web, senza per questo limitare in alcun modo l&#8217; uso e l&#8217; accesso alla rete da parte degli utenti.</p>
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		<title>Il New York Times? &#8221;Giornalismo canaglia&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 13:37:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[giornali Usa]]></category>
		<category><![CDATA[New York Times]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/NYT.jpg"></a>Stephen Lendman, giornalista del ProgressiveRadioNetwork e ricercatore della sinistra radicale Usa, attacca duramente il quotidiano newyorkese &#8211; Il giornale, sostiene, per sua natura ‘’rifiuta la verità e la completezza dell’ informazione’’ ed è ‘’schierato, ipocrita e irresponsabile’’, soprattutto nel campo della strategia militare – </p>
<p></p>
<p>Un attacco pesante dopo le posizioni ‘’filo-imperiali’’ assunte di fronte alla crisi siriana e alle difficoltà della missione di pace messa a punto dalle Nazioni Unite
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<p><strong>NEW YORK TIMES-STYLE JOURNALISM </strong></p>
<p>by <strong>Stephen Lendman</strong>*</p>
<p>(traduzione a cura di Elena Baù)</p>
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<p>Come altre  grandi canaglie del mondo dei media, anche i giornalisti, i commentatori e gli editorialisti del New York Times non superano l’ esame. Sono schierati, ipocriti ed irresponsabili, in particolare per quanto riguarda le tematiche legate alla politica militare.</p>
<p>Questa linea di condotta risale al 1896, quando la famiglia Ochs-Sulzberger prese il controllo del giornale. Da quel momento, il Times si è impegnato nel censurare, manipolare e reprimere l’  autenticità e l’ integrità dell’ informazione.</p>
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<p>Un primato vergognoso, che include:</p>
<p>&#160;</p>
<p>-          sostegno agli interessi delle classi ricche e del potere;</p>
<p>-          appoggio privilegiato agli interessi delle multinazionali a scapito delle esigenze dei cittadini;</p>
<p>-          incoraggiamento delle guerre imperiali;</p>
<p>-          insabbiamento di temi scottanti come crimini governativi e aziendali, elezioni truccate, influenza del sistema duopolistico americano, crescita senza precedenti del divario esistente tra classi abbienti e indigenti, peggioramento dello stato dei diritti civili e]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/NYT.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11861" title="NYT" src="http://www.lsdi.it/assets/NYT-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><em>Stephen Lendman, giornalista del ProgressiveRadioNetwork e ricercatore della sinistra radicale Usa, attacca duramente il quotidiano newyorkese &#8211; Il giornale, sostiene, per sua natura ‘’rifiuta la verità e la completezza dell’ informazione’’ ed è ‘’schierato, ipocrita e irresponsabile’’, soprattutto nel campo della strategia militare – </em></p>
<p><span id="more-11858"></span></p>
<p><em>Un attacco pesante dopo le posizioni ‘’filo-imperiali’’ assunte di fronte alla crisi siriana e alle difficoltà della missione di pace messa a punto dalle Nazioni Unite<br />
</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>&#8212;&#8211; </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>NEW YORK TIMES-STYLE JOURNALISM </strong></p>
<p>by <strong>Stephen Lendman</strong>*</p>
<p>(traduzione a cura di <em>Elena Baù</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come altre  grandi canaglie del mondo dei media, anche i giornalisti, i commentatori e gli editorialisti del New York Times non superano l’ esame. Sono schierati, ipocriti ed irresponsabili, in particolare per quanto riguarda le tematiche legate alla politica militare.</p>
<p>Questa linea di condotta risale al 1896, quando la famiglia Ochs-Sulzberger prese il controllo del giornale. Da quel momento, il Times si è impegnato nel censurare, manipolare e reprimere l’  autenticità e l’ integrità dell’ informazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un primato vergognoso, che include:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>-          sostegno agli interessi delle classi ricche e del potere;</p>
<p>-          appoggio privilegiato agli interessi delle multinazionali a scapito delle esigenze dei cittadini;</p>
<p>-          incoraggiamento delle guerre imperiali;</p>
<p>-          insabbiamento di temi scottanti come crimini governativi e aziendali, elezioni truccate, influenza del sistema duopolistico americano, crescita senza precedenti del divario esistente tra classi abbienti e indigenti, peggioramento dello stato dei diritti civili e dei servizi sociali;</p>
<p>-          sostegno al cambio di regime in paesi come Afghanistan, Iraq, Libia, Iran, e Siria, alla faccia della legislazione internazionale che lo proibisce esplicitamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il record del “giornale dei record” è produrre disinformazione mascherata da informazione corretta, stile <strong>fatti ed opinioni</strong>. Il suo slogan &#8211; “<em>Tutta l’informazione degna di essere stampata</em>” &#8211; delude sotto il profilo della verità e della completezza.</p>
<p>Ad esempio, la guerra del <em>Times</em> contro l’ Iran è di lunga data. Quella contro la Siria, invece, è più recente, ma in entrambi i casi il quotidiano si è schierato a favore del cambio di regime. Il 31 gennaio, un suo commentatore, <a href="http://www.nytimes.com/2012/02/01/world/middleeast/syria-and-iran-feel-pressure-of-sanctions.html">Rick Gladstone</a>, in un articolo intitolato &#8220;As Syria Wobbles Under Pressure, Iran Feels the Weight of an Alliance&#8221;, lanciava un attacco contro i due paesi affermando:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli insorti filo-occidentali e anti-Assad hanno intensificato “le pressioni (su di lui) perché si dimetta…” Di conseguenza, “anche il suo principale sostenitore in Medio Oriente si trova sotto assedio, il che va a minare un’alleanza una volta potente e da diverso tempo anti-americana”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se Assad cadesse, “Tehran perderebbe il suo canale per fornire supporto militare, finanziario e logistico a Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza”. Entrambi i gruppi dell’opposizione israeliana, “considerati da Washington quali organizzazioni terroristiche, possiedono vasti arsenali di missili e altre armi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non ci sono prove a convalida delle accuse contro Iran, Siria, Hezbollah e Hamas. Intanto, vengono calpestati i diritti di cui un paese sovrano dovrebbe godere, la normativa internazionale, la guida legittima del governo libanese da parte di Hezbollah e l’ elezione democratica di Hamas in Palestina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nessuno dei due paesi sposa la causa del terrorismo. Né l’Iran, né la Siria. Al contrario, Washington e Israele costituiscono gravi minacce sul piano del terrore: entrambi possiedono rischiosi armamenti nucleari e minacciano attacchi preventivi contro pericoli immaginari, dato che quelli reali non si trovano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma non secondo quello che pensa il Times, che alimenta la paura allo scopo di favorire i conflitti e un cambio di regime al di fuori della legalità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vari servizi ed articoli d’opinione promuovono “l’agenda imperiale” di Washington: nel 2011, essa vedeva al primo posto la Libia.  Prima c’erano stati Afghanistan ed Iraq. Ora è il turno di Siria ed Iran.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 31 gennaio, un articolo di <a href="http://www.nytimes.com/2012/02/01/world/middleeast/battle-over-possible-united-nations-resolution-on-syria-intensifies.html?ref=todayspaper">Neil MacFarquhar</a>, giornalista del Times, era intitolato: “Onu,  pressione concentrata sulla Russia per il suo rifiuto di condannare la Siria”. In esso, si sosteneva che:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Entrambe le parti “si sono bloccate sulla bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza proposta dal Marocco (che appoggia Washington) e che chiedeva (ad Assad) di lasciare il potere come primo passo di una transizione verso la democrazia’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Venivano quindi del tutto ignorate le questioni legate al diritto internazionale. Tra l’altro, la Convenzione di Montevideo del 1933 proibisce esplicitamente di interferire negli affari interni di altri paesi. E così pure la Carta delle Nazioni Unite. Gli stati che adottano tale condotta sono penalmente perseguibili. E nessuno è più colpevole in questo campo di Washington, Israele, e i loro intriganti alleati della NATO. Al contrario, la Siria e  l’ Iran non minacciano nessuno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eppure MacFarquhar ha accusato la Russia di bloccare le azioni del Consiglio di Sicurezza, mentre la risoluzione di Mosca contro Washington replicava il modello già visto nel caso libico. Molte accortezze linguistiche lasciano un ampio margine di interpretazione in relazione all’opzione militare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Russia è determinata ad impedire ogni azione bellica. Il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha affermato che “la Russia non sosterrà nessuna imposizione sulla Siria”. Egli si oppone fermamente alle risoluzioni anti-Assad, definendole “un&#8217; altra replica del disastro libico”. La visione della Cina è simile. Entrambe hanno il potere di veto nel Consiglio di Sicurezza, e Lavrov ha promesso di servirsene.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lui ed altri hanno fortemente criticato le insurrezioni aizzate dall’esterno in Siria. Il Primo Ministro del Qatar Sheik Hamad bin Jabr-al Thani ha falsamente accusato Assad  di aver “fallito nel compiere qualsiasi sforzo serio di collaborazione con noi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il resoconto  <a href="http://www.foreignpolicy.com/files/fp_uploaded_documents/120131_1306_001.pdf">Report</a> degli osservatori siriani contraddice al Thani, che aveva invitato a far parte della missione membri troppo vecchi e/o troppo malati per eseguire il compito prefissato. Il capo della missione, Mohammed Ahmed Mustafa al-Dabi, ha invece dato atto ad Assad della collaborazione fornita, dicendo fra l’ altro:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Purtroppo, alcuni degli osservatori credevano che in Siria la loro fosse una visita di cortesia. In alcuni casi, gli esperti incaricati non erano qualificati per il lavoro richiesto, mancavano di esperienza, e non erano in grado di compiere il loro dovere responsabilmente”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 18 gennaio, il Segretario Generale della Lega Araba, il Generale Nabil Elaraby, ha sospeso la missione, sostenendo che la violenza era stata sradicata e archiviando così sia la questione della competenza sollevata da Al-Dabi, sia i resoconti relativi alla cooperazione di Assad.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E ha ignorato anche “un documento riservato della missione’’, che era stato invece rivelato dal sito <a href="http://turtlebay.foreignpolicy.com/">Turtle Bay</a> e che sottolineava la carenza di osservatori e l’inadeguatezza di staff ed equipaggiamenti. Che di fatto rendeva la missione fallace sin dal principio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 30 gennaio, il vice ministro degli Esteri russo Gennady Gatilov ha insistito sul fatto che i membri del Consiglio di Sicurezza dovrebbero essere informati dei risultati conseguiti. Washington e i suoi alleati faccendieri hanno rispedito il messaggio al mittente. E hanno definito a priori un fallimento gli sforzi della Lega Araba, sostenendo che il loro Rapporto non aggiungeva nulla di nuovo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nelle conclusioni si raccomanda comunque ai governi arabi di continuare la mediazione per la risoluzione pacifica del conflitti. Ha scritto Al-Dabi:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“La missione…rileva la forte oppressione, l’ ingiustizia e l’ oppressione patita dai cittadini siriani. Eppure sono convinto che la crisi siriana debba essere risolta pacificamente, nel contesto arabo, e non internazionalizzata, in modo che i siriani possano vivere una pace sicura e stabile e realizzare le riforme e i cambiamenti desiderati”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al-Dabi ha anche fortemente criticato l’ inettitudine e l’ indifferenza degli osservatori della missione, dopo che aveva raccomandato di rafforzarne la composizione con l’aggiunta di altri 100 membri, “preferibilmente giovani con una formazione militare, 30 veicoli blindati, giubbotti antiproiettile, veicoli provvisti di fotocamera incorporata e binocoli dotati di visori notturni”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma ha aggiunto:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Va sottolineato che le carenze di prestazioni saranno affrontate e risolte con ulteriore pratica e addestramento, se Dio vuole”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ed ha chiarito che nessuna missione può pensare di affrontare un conflitto in espansione armando fino ai denti gli insorti contro il governo di Assad. A Homs e Daraa, ad esempio, i componenti dell’opposizione utilizzano “bombe termiche e mezzi corazzati anti-missili” procurati da governi stranieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al-Dabi ha poi dichiarato: “La missione è stata testimone di atti di violenza contro le forze governative e i cittadini, che hanno portato alla morte e al ferimento di molte persone. Fra questi attacchi, quello sferrato ad un autobus di civili col bilancio di otto persone uccise e vari feriti, tra i quali donne e bambini”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I responsabili erano i ribelli stranieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Times e altre canaglie del mondo dei media occidentali hanno citato le motivazioni che avevano spinto Anwar Malek, uno degli osservatori, ad abbandonare la missione. E l’ ha definita una “farsa”, dicendo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Quello che ho visto è stato un disastro umanitario. Il regime non sta commettendo solo un solo crimine di guerra, ma una serie di delitti contro il suo popolo. I cecchini sono ovunque e sparano sui civili. Le persone vengono sequestrate, i prigionieri torturati e nessuno viene rilasciato”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma Al-Dabi ha replicato affermando che “Malek non ha lasciato l’hotel per sei giorni e non è sceso sul terreno con il resto della squadra, con la scusa che era malato”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In altre parole, non ha visto nulla e ha mentito. Ma le canaglie mediatiche questo l’ hanno ignorato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ ormai prassi consolidata dare sostegno all’ imperialismo illegale americano a scapito dei paesi non belligeranti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Washington e i suoi alleati opportunisti accusano Assad di manipolare la missione di monitoraggio per guadagnare il tempo necessario a schiacciare i ribelli armati. Al-Dabi ha dissentito, affermando che la missione è di vitale importanza per la stabilità della Siria, aggiungendo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Qualsiasi interruzione dei lavori della missione dopo un inizio così breve rischia di minare i risultati positivi – anche se incompleti &#8211; realizzati finora. E potrebbe provocare il caos generale se le parti non si dimostreranno qualificate e pronte a imboccare il processo politico predisposto per la soluzione della crisi siriana”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lui, Assad, e la maggior parte dei siriani vogliono una soluzione pacifica. Washington, gli alleati calcolatori e i principali furfanti mediatici promuovono la guerra e il cambio di regime.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I civili, ovviamente, sono quelli che soffrono maggiormente e in modo angoscioso fin dai primi mesi del 2011. Washington e gli alleati complici se ne dividono la colpa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Assad è stato ingiustamente condannato per i loro crimini. Non aspettiamoci spiegazioni dai giornalisti, editorialisti ed opinionisti del New York Times. La verità e la completezza dell’ informazione non sono il loro pane quotidiano.</p>
<p>&#8212;&#8212;</p>
<p><em>*Stephen Lendman vive a Chicago.  Ricercatore al Centre for Reserch on Globalization, autore di alcuni libri su questioni internazionali, ha vinto nel 2008 il Project Censored Award, dell’ University of California a Sonoma. Collabora con il “<a href="http://www.progressiveradionetwork.com/the-progressive-news-hour">Progressive Radio Network</a>’’</em>.</p>
<p>Il suo blog è <a href="http://sjlendman.blogspot.com/">http://sjlendman.blogspot.com</a>.</p>
<p>Può essere raggiunto via mail a <a href="mailto:lendmanstephen@sbcglobal.net">lendmanstephen@sbcglobal.net</a>.</p>
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		<title>Volunia, il social browser ‘’tutto italiano’’, sbatte contro la Rete</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/volunia-il-social-browser-tutto-italiano-sbatte-contro-la-rete/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 08:40:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Volunia2.jpg"></a>Si parla di flop, di fallimento annunciato, di disfatta epica (epic fail), anche se la stampa tradizionale cerca di sfumare l’ accoglienza disastrosa che la nuova piattaforma ha ricevuto negli ambienti digitali.
Fra i critici più lucidi Luca Conti che, su Pandemia, ha intitolato <a href="http://www.pandemia.info/2012/02/07/volunia-bocciato-alla-prova-su-strada.html">‘’Volunia bocciato alla prova su strada’’ </a> le sue considerazioni sul nuovo ‘’motore di ricerca social’’, tutto italiano, messo a punto da Massimo Marchiori e presentato lunedì (qui <a href="http://www.unipd-cmela.it/volunia/">un video</a> della presentazione) in pompa magna.</p>
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<p>Conti ha analizzato le performance di Volunia attraverso una serie di prove tecniche concrete e i risultati non sono incoraggianti per il nuovo motore di ricerca.</p>
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<p><strong>Il nazionalismo serve a poco – commenta Conti -</strong>. O il prodotto funziona e soddisfa l’aspettativa creata, oppure finisce presto nel dimenticatoio senza appello. La curiosità e la notorietà sono fondamentali per stimolarne la prova, ma se sotto il cofano il motore non romba si va poco lontano. Volunia purtroppo non soddisfa le aspettative.</p>
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<p>In particolare, osserva Pandemia &#8211; alla prova della rilevanza, che è ciò che l’utente cerca prima di tutto, Volunia anzi è severamente bocciato.Lentezze, incongruità, vuoti.</p>
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<p>In ogni caso, più che un motore di ricerca classico, Volunia è ‘’una piattaforma per cominciare a navigare e commentare siti, navigando, con gli altri membri della community (e in futuro degli amici?). Ogni volta che clicco su un]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Volunia2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11855" title="Volunia2" src="http://www.lsdi.it/assets/Volunia2.jpg" alt="" width="500" height="282" /></a>Si parla di flop, di fallimento annunciato, di disfatta epica (<em>epic fail</em>), anche se la stampa tradizionale cerca di sfumare l’ accoglienza disastrosa che la nuova piattaforma ha ricevuto negli ambienti digitali.<br />
Fra i critici più lucidi Luca Conti che, su Pandemia, ha intitolato <a href="http://www.pandemia.info/2012/02/07/volunia-bocciato-alla-prova-su-strada.html">‘’Volunia bocciato alla prova su strada’’ </a> le sue considerazioni sul nuovo ‘’motore di ricerca social’’, tutto italiano, messo a punto da Massimo Marchiori e presentato lunedì (qui <a href="http://www.unipd-cmela.it/volunia/">un video</a> della presentazione) in pompa magna.</p>
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<p><span id="more-11845"></span></p>
<p>Conti ha analizzato le performance di Volunia attraverso una serie di prove tecniche concrete e i risultati non sono incoraggianti per il nuovo motore di ricerca.</p>
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<p><strong>Il nazionalismo serve a poco – commenta Conti -</strong>. O il prodotto funziona e soddisfa l’aspettativa creata, oppure finisce presto nel dimenticatoio senza appello. La curiosità e la notorietà sono fondamentali per stimolarne la prova, ma se sotto il cofano il motore non romba si va poco lontano. Volunia purtroppo non soddisfa le aspettative.</p>
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<p>In particolare, osserva Pandemia &#8211; alla prova della rilevanza, che è ciò che l’utente cerca prima di tutto, Volunia anzi è severamente bocciato.Lentezze, incongruità, vuoti.</p>
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<p>In ogni caso, più che un motore di ricerca classico, Volunia è ‘’una piattaforma per cominciare a navigare e commentare siti, navigando, con gli altri membri della community (e in futuro degli amici?). Ogni volta che clicco su un risultato e navigo, ho una barra di fianco a me per lasciare un commento e vedere quelli altrui. Ho una barra in testa che mi dice chi altro è sulla pagina. Posso fare una ricerca sui membri di Volunia con visibilità pari a quella della ricerca.</p>
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<p>In breve, Volunia vuole vincere dove altri fino ad ora hanno fallito, vedi Google Sidewiki, Flock, Rockmeit e altri. Ci riuscirà? Se la strategia è attirare l’utente e fidelizzarlo con il motore di ricerca, per poi farlo navigare loggato a Volunia e commentare il web in compagnia – commenta Conti -, credo fallirà miseramente. Non c’è nazionalismo che tenga.</p>
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<p>Capisco che promuovere un servizio come semplice social browsing, invece di motore di ricerca, spegne la fantasia dell’immaginario collettivo del Davide contro Golia/Google, dell’Italiano che si batte nell’arena dei motori di ricerca (uno degli ambiti più competitivi sul web, da sempre), ma tutta la stampa ottenuta oggi non serve a nulla, se non ad attirare utenti che resteranno delusi e non torneranno molto presto.</p>
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<p>Un merito a Volunia bisogna riconoscerlo. Usandolo – aggiunge &#8211; mi ha fatto rendere conto come Google non sia un banale motore di ricerca, ma un servizio web che funziona e che ti aiuta a cercare, con i suggerimenti di ricerca, con il correttore automatico in caso di errore di digitazione, con i risultati universali (pagine, notizie, immagini, video insieme), con le notizie fresche, con una grafica essenziale ma funzionale. Lo usiamo tutti i giorni e pensiamo sia sempre stato così, ma non è vero. Google è una macchina da guerra che ha il monopolio in Italia e in Europa perché è stato il più bravo a fornire un servizio dove altri hanno fallito, proprio in termini di rilevanza.</p>
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<p>Per favore – conclude Luca Conti -, <strong>non chiamare Volunia un motore di ricerca</strong>, perché non c’è concorrenza e, considerando gli investimenti richiesti per essere innovativi, non sarà competitivo su questo fronte né tra un mese, né tra un anno’’.</p>
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		<title>Affidabilità dell&#8217; informazione, potenzialità e insidie nell’ era del web 2.0</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 15:03:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Mediact11.gif"></a>Al giro di boa  del secondo anno  MediaACT, progetto europeo di ricerca sulla correttezza e trasparenza dell’ informazione giornalistica che coinvolge undici Università, tra cui quella di Milano.  Per fare il punto sulla ricerca, confrontarsi e discutere si sono incontrati il 27 e 28 gennaio in Svizzera, a Lugano, esperti di media ed i ricercatori dei paesi consorziati. Per LSDI qui di seguito il progetto, l’ incontro, immagini ed alcune interviste ed il resoconto sul seminario “(Social) Media Accountability in the Arab World” tenutosi a margine dell’incontro</p>
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<p>di <strong>Antonio Rossano</strong></p>
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<p><strong>IL PROGETTO</strong></p>
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<p>Accountability è la parola magica:  tradotta in italiano sta per “accuratezza” o “correttezza”, ma anche in un certo senso per “affidabilità” . E “Accountability  and Transparency of the Media” è la frase sintetizzata nell’acronimo “MediaACT”,  progetto di ricerca comparativa europeo sui sistemi di “accountability” dei media, quali indicatori del pluralismo dei mezzi di informazione in Europa, del quale <a href="http://www.lsdi.it/2011/giornalismo-una-ricerca-europea-su-trasparenza-e-accountability/">avevamo già parlato</a>.</p>
<p>Sistemi che variano, di paese in paese, e secondo diversi gradi di istituzionalizzazione, dai tipici “Press Councils” di stampo anglosassone , di tipo associativo ed autoregolamentale, agli ombudsman, a sistemi istituzionali come l’italiano Ordine dei Giornalisti.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Il progetto raggruppa 11 università europee (Germania,Francia, Italia, Finlandia, Austria, Svizzera, Polonia, Olanda, Romania, Estonia, Inghilterra) e due outsider arabe (Tunisia e Giordania) ed è finanziato, nell’ambito del Settimo Programma Quadro della Comunità Europea,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Mediact11.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11718" title="Mediact1" src="http://www.lsdi.it/assets/Mediact11-300x170.gif" alt="" width="300" height="170" /></a><em>Al giro di boa  del secondo anno  MediaACT, progetto europeo di ricerca sulla correttezza e trasparenza dell’ informazione giornalistica che coinvolge undici Università, tra cui quella di Milano.  Per fare il punto sulla ricerca, confrontarsi e discutere si sono incontrati il 27 e 28 gennaio in Svizzera, a Lugano, esperti di media ed i ricercatori dei paesi consorziati. Per LSDI qui di seguito il progetto, l’ incontro, immagini ed alcune interviste ed il resoconto sul seminario “(Social) Media Accountability in the Arab World” tenutosi a margine dell’incontro</em></p>
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<p><span id="more-11714"></span></p>
<p>di <strong>Antonio Rossano</strong></p>
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<p><strong>IL PROGETTO</strong></p>
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<p>Accountability è la parola magica:  tradotta in italiano sta per “accuratezza” o “correttezza”, ma anche in un certo senso per “affidabilità” . E “Accountability  and Transparency of the Media” è la frase sintetizzata nell’acronimo “MediaACT”,  progetto di ricerca comparativa europeo sui sistemi di “accountability” dei media, quali indicatori del pluralismo dei mezzi di informazione in Europa, del quale <a href="http://www.lsdi.it/2011/giornalismo-una-ricerca-europea-su-trasparenza-e-accountability/">avevamo già parlato</a>.</p>
<p>Sistemi che variano, di paese in paese, e secondo diversi gradi di istituzionalizzazione, dai tipici “Press Councils” di stampo anglosassone , di tipo associativo ed autoregolamentale, agli ombudsman, a sistemi istituzionali come l’italiano Ordine dei Giornalisti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il progetto raggruppa 11 università europee (Germania,Francia, Italia, Finlandia, Austria, Svizzera, Polonia, Olanda, Romania, Estonia, Inghilterra) e due outsider arabe (Tunisia e Giordania) ed è finanziato, nell’ambito del Settimo Programma Quadro della Comunità Europea, per circa 1,5 milioni di euro. È partito a febbraio del 2010 ed avrà una durata di circa 3 anni e mezzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I tre obiettivi principali del progetto di ricerca sono:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>•    Investigare la qualità e la quantità degli “accountability systems” come prerequisito per una analisi pubblica sulla indipendenza dei media in tempi in cui è forte la loro concentrazione<br />
•    Comparare l’efficacia dei sistemi di accountability sui media esistenti e sui nuovi media online tra le diverse culture giornalistiche e sistemi mediatici in Europa e dintorni<br />
•    Sviluppare raccomandazioni per i politici dell’Unione Europea ed incentivare professionisti ed utenti dei media ad utilizzare attivamente i sistemi di accountability</p>
<p><strong>LA CONFERENZA</strong><br />
<em>“Media Accountability: Potentials and Pitfalls in the Era of Web 2.0</em>” è il titolo di questa due giorni che si è tenuta il 27 e 28 gennaio, presso l’Università della Svizzera Italiana a Lugano.</p>
<p>Sono i tradizionali mezzi di “accountability” dei media, quali Press Councils o Ombudsman adatti alle nuove necessità etiche di una crescente comunità partecipativa del web? Come i sistemi di accountability si evolvono e si adattano ai cambiamenti dei sistemi mediatici? Possono nuovi processi di accountability “web-based” costituire un complemento o compensare le mancanze dei sistemi tradizionali e di autoregolamentazione dei media? Come in particolare le organizzazioni dei media reagiscono ai cambiamenti introdotti da Internet? Sono più trasparenti i processi decisionali all’interno delle redazioni? Ci sono sostanziali differenze tra i vari paesi in relazione ai nuovi media on-line e ai processi di media accountability?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questi alcuni dei quesiti e dei temi sui quali si è discusso e su cui è già stato pubblicato <a href="http://www.mediaact.eu/81.html">un primo libro</a>.  Hanno partecipato i rappresentanti delle undici università europee consorziate e delle due arabe, tra cui Giampietro Mazzoleni dell’Università di Milano, Susanne Flenger dell’ Erich Brost Institut di Dortmund, coordinatrice del progetto, Stephan Russ-Mohl dell’Università della Svizzera Italiana che ospitava la conferenza ed esperti di altri paesi tra i quali Scott Maier dell’Università dell’Oregon.<br />
La ricerca è giunta ad analizzare oltre il 50% delle schede raccolte in un survey somministrato online ad oltre 2000 giornalisti in 13 paese. I ricercatori di MediaACT hanno individuato nella ripartizione in tre modelli culturali e di accountability proposti da Hallin e Mancini (vedi più avanti intervista prof. Russ-Mohl) aggiungendo una “prospettiva” est-europea ed una “prospettiva” araba,  una basilare ripartizione per poter giungere ad una analisi comparativa tra i vari modelli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Comparazione che peraltro, in questa fase dell’analisi, non sembra essere l’oggetto primario di studio, che è al contrario la conoscenza, quanto più approfondita possibile, dei vari modelli oggetto della ricerca. Capire cosa i giornalisti “pensano” e come reagiscono agli stimoli dei nuovi sistemi “impliciti” di accountability forniti dal web, tra cui i social media, è il punto su cui si stanno concentrando gli sforzi dei ricercatori.<br />
Appare peraltro evidente che, sebbene la crescita dei nuovi sistemi di accountability non sia uguale in una così ampia e variegata area di osservazione, in tutti i paesi i giornalisti dovranno sempre più tener conto dell’interazione con il pubblico, interazione che se tra il pubblico all’interno dei social media è già molto avanzata, stenta a decollare nel rapporto tra giornalisti e pubblico, in una sorta di “interactive divide” come lo definisce Colin Porlezza, uno dei ricercatori che più avanti abbiamo intervistato.</p>
<p>In ogni caso la sensazione percepita nel parlare con gli studiosi è che  social media, blog e sorveglianza attiva del pubblico attraverso la rete sono un fenomeno importante: strumenti  quali (Watch-)Blogs, siti di fact checking, gli stessi social media oppure forme alternative come CORRIGO che attraverso il crowdsourcing provano a sviluppare nuove forme di controllo della qualità giornalistica. Resta comunque  determinante, in molti di questi paesi, la pregnanza dei sistemi di accountability tradizionali e l’autoregolamentazione professionale.<br />
La partecipazione al progetto di due paesi arabi, Tunisia e Giordania e le recenti rivoluzioni della “primavera araba” hanno giocato un ruolo fondamentale nella conferenza e nelle intenzioni dei suoi organizzatori, tanto che la tavola rotonda di apertura è stata incentrata proprio su questo argomento e, avendovi partecipato, ne produciamo di seguito una relazione completa e documentata che riteniamo sia interessante per i contenuti, alcuni dei quali a nostro avviso sorprendenti, che sono emersi.<br />
<strong>LA TAVOLA ROTONDA:( SOCIAL) MEDIA ACCOUNTABILITY IN THE ARAB WORLD</strong></p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Mediact2.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11719" title="Mediact2" src="http://www.lsdi.it/assets/Mediact2-300x164.gif" alt="" width="300" height="164" /></a>Interessante, probabilmente al di là dello stesso oggetto della discussione, per le esperienze raccontate e gli aspetti particolari trattati dai partecipanti, con la moderazione di Marcello Foa, CEO del primo gruppo editoriale svizzero Timedia, la tavola rotonda si è tenuta venerdì 27 gennaio. Erano relatori: Everette Dennis (Northwestern University, Qatar), Riadh Ferjani (Université Paris II), Philip Madanat (Madanat Consulting, Jordan), Silvia Naef (University of Geneva).<br />
Ad introdurre e ad aprire la conferenza Dennis Everett, Dean della Northwestern University in Qatar . Dennis, riferendosi ai media tradizionali, dice che prima dell’avvento del web 2.0, il nocciolo della questione “accountability” è sempre stato quello di analizzare come, quando e in quale misura le persone erano in grado di replicare ai media. Nelle varie analisi condotte in larga parte negli Stati Uniti con qualche sviluppo anche in Europa l’accuratezza, la libertà dei media e il potere di censura dei regimi sono stati investigati con l’aiuto di quattro modelli di riferimento, necessari affinchè i media possano operare nelle giuste condizioni di accountability:</p>
<p><em>- The market place model</em><br />
<em>- Self regulatory model, self regulation, ethic codes and other approaches</em><br />
<em>- Fiduciary model – Regulatory agencies</em><br />
<em>- Litigation model property.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con l’avvento dei media digitali questo quadro è cambiato. Persone e istituzioni si sono trovate investite di un potere e di capacità che prima erano impensabili.<br />
I media tradizionali sono stati soppiantati dai nuovi media e improvvisamente gli strumenti di accountability che eravamo abituati ad utilizzare sono sembrati lenti e poco efficaci. L’informazione non è più quella one way dei media tradizionali e gli utenti finali oggi si trovano in grado di correggere errori, comunicare, pubblicare, creare communities, incoraggiare  le rivoluzioni ma anche di creare disinformazione. (Questo uno dei pericoli dell’ “accountability” dal basso).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dunque la comunicazione oggi passa attraverso i social media e questo porta Dennis ad entrare nel vivo del discorso e a parlare della Primavera Araba in Libia dove secondo Dennis la rivoluzione è ancora in corso e la situazione è esplosiva. Anche se dalla Turchia all’Egitto alla Libia le rivoluzioni si sono susseguite come fossero tutte uno stesso fenomeno in realtà, sebbene unite da fattori comuni, hanno ognuna la propria specificità. Per dirla con le parole di un famoso giocatore di baseball Americano”Our similarities are different”. Inoltre secondo il professore il ruolo dei social media nelle primavera arabe è stato sicuramente importante ma non è stato l’unico fattore. Anche perchè la penetrazione di internet in Libia è solo del 6%!!!! Pensiamo piuttosto all’influenza che ha avuto Al Jazeera e la tv satellitare ma anche le radio e i media internazionali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Mediact3.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11720" title="Mediact3" src="http://www.lsdi.it/assets/Mediact3-300x209.gif" alt="" width="300" height="209" /></a>E per dare meglio l’idea della Libia e dell’attuale situazione del sistema mediatico e della sua accountability, Dennis racconta di una conferenza tenutasi a dicembre 2011 in Qatar alla quale fu invitato un gruppo di rappresentanti del Consiglio Nazionale di Transizione della Libia. Così ci descrive Dennis l’incontro con i Libici, brandendo il documento che alleghiamo in foto, e che rappresentava la nuova organizzazione dei media in Libia, secondo il CNT:<br />
<em>“Il gruppo era vivace e interessante ma nessuno dei partecipanti di formazione era un giornalista o un addetto al settore, erano avvocati, insegnanti e contadini. Improvvisamente ci rendemmo conto che per loro “Libertà di espressione” non era niente più che uno slogan&#8221;.</em></p>
<p>Il rappresentante della delegazione esordì dicendo che insomma lui era a favore di questa storia della libertà di espressione e che durante la rivoluzione ha aiutato volentieri, giornalisti, reporter e persone a trovare le notizie. Ma oggi queste stesse persone criticano il consiglio nazionale di transizione e questo non ci piace, dobbiamo mantenere un certo controllo sui media. Qualcuno in quell’occasione disse “Dice le stesse cose che diceva Gheddafi”.”<br />
Per Silvia Naef, docente alla sezione di Studi Arabi dell’Università di Ginevra, specializzata nelle rappresentazioni visuali del monodo arabo, la accountability è stata garantita dalle TV satellitari, come Al Jazeera ed Al Arabiya, mentre i social network sono stati uno dei modi per stare in contatto con la popolazione.  Le immagini hanno avuto, per la prima volta, un impatto importante sull’opinione pubblica. Migliaia di immagini, foto e video sono transitati attraverso i canali satellitari e i social media; ma l’effetto incredibilmente più sconvolgente lo hanno ottenuto i disegni murali nelle strade: non tanto per quello che rappresentavano, ma per il fatto che questi popoli, per la prima volta potevano scrivere sui muri.</p>
<p>Alla domanda di Foa sull’influenza dei social media nella “Arab spring”, Riadh Ferhani , attualmente docente all’Università di Parigi dopo aver svolto la parte iniziale della carriera in Tunisia, suo paese natale, ha dato una risposta duplice: se da un lato in Tunisia vi erano poche migliaia di account su Twitter e quella è stata definita “Twitter Revolution”, Facebook ha svolto un ruolo senza dubbio importante. La censura di Ben Ali è riuscita, con mezzi e sistemi forniti da multinazionali americane come Microsoft, Cisco, etc, a bloccare, emails, chiudere blogs e controllare le attività dei principali attivisti. Anche Facebook è stato oggetto di censura a partire dal 2009. Prima della rivoluzione la Tunisia era nella Top ten dei paesi con maggiore percentuale di accessi a Facebook ed anche il regime ne traeva, fortemente, il suo vantaggio: alle presidenziali del 2009, la pagina fan di Ben Ali contava 200.000 fan.<br />
La media accountability, in quel tipo di situazione, è davvero difficile da gestire e le informazioni che giungevano dal basso, dai blogger e da Facebook, erano un importante contraltare alla propaganda di regime che fluiva attraverso i media mainstream. Nel 2010 un gruppo di blogger ha lanciato una campagna su blogs e social media dal titolo “Let me free”, pubblicando centinaia di foto di persone che avevano un cartello, appunto con la scritta “Let me free” e fra queste è stata molto rilanciata la foto “fake” di Mark Zuckerberg. A conferma di quanto sosteneva la Naef sull’importanza delle immagini in quel contesto, Ferhani ha descritto un&#8217;altra campagna , sempre basata su immagini, che è stata lanciata attraverso la rete e che è stata definita “Semiotic Guerrilla”: se la bandiera della Tunisia di Ben Ali era il simbolo del potere e di quel governo, i blogger hanno iniziato a pubblicare immagini di quella bandiera, scure, a lutto, con colori che dessero una percezione  negativa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Mediact4.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11721" title="Mediact4" src="http://www.lsdi.it/assets/Mediact4-300x160.gif" alt="" width="300" height="160" /></a>Philip Madanat ha invece messo a fuoco la forza delle radio locali e delle comunità digitali. Mentre i conduttori radiofonici durante le rivolte imparavano che cosa poter dire e che cosa non poter dire e i giornali imparavano a far intendere tra le righe, gruppi underground emergevano e utilizzavano gli spazi pubblici in rete. Nell’incontro con una blogger a Beirut prima delle Rivolte arabe Philip si senti’ dire: “Per la prima volta sentiamo che possiamo mettere nell’angolo il regime e che stiamo diventando più forti di lui. Qualcosa accadrà presto”. Era il 2010.<br />
E dunque durante le rivolte il ruolo delle radio è stato determinante. Se anche è stato facile mettere a tacere le frequenze via etere non è stato lo stesso per quelle digitali che invece hanno potuto giocare un ruolo decisivo nell’ influenzare le decisioni e il coinvolgimento delle persone.<br />
In Siria sta accadendo la stessa cosa ma sembra non interessi l’opinione pubblica e  media occidentali, nessuno ne parla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>LE DOMANDE – Stephan Russ-Mohl </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Mediact5.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-11722" title="Mediact5" src="http://www.lsdi.it/assets/Mediact5.gif" alt="" width="162" height="167" /></a>Stephan Russ-Mohl è professore di Media e Giornalismo presso l’Università della Svizzera Italiana a Lugano, fondatore dell’Osservatorio Europeo di Giornalismo ed è il coordinatore per la Svizzera del progetto MediaACT.<br />
<strong>Prof. Russ-Mohl, adesso siete alla fine del secondo anno di ricerca per il progetto MediaACT, si inizia a vedere la luce alla fine del tunnel? Qual’è lo stato della ricerca e quali le principali difficoltà riscontrate?</strong><br />
C’è sempre una luce alla fine del tunnel. Siamo ancora a metà del lavoro di valutazione dei dati che abbiamo raccolto in così tanti paesi dove i giornalisti hanno risposto ad un questionario somministrato on-line.<br />
Il progetto è focalizzato su una precisa questione: come possono essere i media “accountable” senza che siano censurati. La libertà di stampa è fondamentale per la democrazia. Ogni democrazia necessita di un “mercato” delle idee e anche il giornalismo deve fare la sua parte.<br />
D’altra parte è necessario che i media siano credibili ed affidabili e che le persone li possano considerare attendibili. “Accountability”, questo progetto,  tenta di individuare comparativamente come questi obiettivi possano essere raggiunti  in Europa e nei paesi arabi che partecipano. Il raggiungimento di questi obiettivi dipende anche dai prerequisiti culturali e dalle attitudini dei giornalisti e parte di questo progetto consiste nell’individuare queste attitudini.<br />
<strong>Nel giugno del 2011, MediaACT ha pubblicato un <a href="http://www.mediaact.eu/fileadmin/user_upload/policy_brief.pdf  ">primo breve documento</a> delle attività svolte, nel quale sono stati indicati 5 modelli culturali di “accountability”: il modello “pluralista/polarizzato” di Italia e Francia, il modello “democratico nord-europeo” presente in paesi come Germania ed Austria,  il modello “liberale” inglese, la prospettiva est europea e quella araba. È stato possibile individuare un sistema di comparazione tra queste?</strong><br />
In primo luogo bisogna dire che tre di questi “modelli culturali” sono stati sviluppati da un ricercatore italiano, Paolo Mancini ed un collega americano, Daniel Hallin ( <a href="http://www.cattaneo.org/archivi/biblio/pdf/Hallin-Mancini_2004_(Agostini).pdf ">Comparing Media Systems  </a>- ndr) e sono stati intensamente discussi negli ultimi anni. Ma procedendo nel progetto ci siamo resi conto che essi non ci erano davvero utili.<br />
In realtà, le società in evoluzione hanno molti elementi in comune che possono essere comparati, pertanto anche le società dell’Europa dell’est possono oggi essere comparate ai paesi arabi post-rivoluzione, anche se, per precisione, bisogna dire che il nostro progetto è partito prima della “primavera araba”. Se guardiamo ai tre modelli di Hallin e Mancini, che prendono in considerazione solo le democrazie occidentali, possiamo quindi capire che non ci possono aiutare molto. In questo senso anche i risultati delle “survey” non sono utili per un quadro generale: essi infatti raccolgono il modo di pensare dei giornalisti sulla “media accountability” e questa percezione può essere molto diversa da una situazione reale. Mentre alcuni possono essere molto fiduciosi, altri possono risultare del tutto scettici ; tuttavia è importante per noi sapere quello che i giornalisti pensano in relazione a queste problematiche perché anche questo può contribuire a comprendere se un modello di media accountability può funzionare o meno.<br />
<strong>Quindi è  più importante capire come funzionano questi modelli, piuttosto che compararli…</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sicuramente vanno inquadrati in uno schema comparativo, ma la realtà è abbastanza più complessa e variegata rispetto alla schematizzazione tripolare di Hallin e Mancini  e quindi il lavoro che stiamo portando avanti è di penetrare quanto più a fondo possibile in ciascuna realtà… abbiamo trovato anche più di tre modelli possibili in Europa…<br />
<strong>Magari più di tre in un solo paese…!</strong><br />
Infatti… basta guardare la Svizzera (la Svizzera è un paese quadrlingue: italiano, francese, tedesco e romancio che portano ciascuna una diversa cultura e diversa economia e mercato dell’informazione ndr) o l’Italia : c’è una diversa cultura tra il sud dell’Italia e Milano o.. la Padania!<br />
<strong>Gli strumenti per la Accuratezza e la Trasparenza delle informazioni in paesi così diversi, sono caratterizzati da diversi livelli di “istituzionalizzazione”. Avete dei primi risultati sui diversi gradi di efficacia di questi strumenti in relazione ai vari livelli di istituzionalizzazione? (<em>si pensa in questo caso alla presenza o meno nei vari paesi di istituzioni, come ad esempio il nostrano Ordine dei Giornalisti, ed alla eventuale loro efficacia nella Media Accountability, ndr</em>)</strong><br />
Si, abbiamo già pubblicato un libro nel quale vi è una interessante panoramica in cui sono indicate che tipo di istituzioni  ci sono in ciascun paese che partecipa al progetto: per esempio la Svizzera è conosciuta per la efficacia del suo Consiglio della Stampa (istituzione di tipo associativo non-governativa basata su un codice di autoregolamentazione professionale ndr) e la Svizzera è anche il paese con il più alto numero al mondo di ombudsman nelle testate anche se questo non è dovuto alle “buone intenzioni” degli editori, ma perché una legge impone che ogni broadcast ne abbia uno. Ma anche la legge è limitata: se l’ombudsman non riceve il supporto dell’ editore, del management o dei giornalisti, evidentemente la sua funzione è relativa, resta solo una regola formale.<br />
<strong>E quindi questa forma volontaria associativa del Consiglio della Stampa Svizzero è diversa da istituzioni come quelle che abbiamo in Italia…</strong><br />
Lei sta parlando dell’ “Ordine”… Bene, su questo argomento devo dire che l’Italia ha una posizione molto particolare in tutto il mondo occidentale, È una istituzione che non è riscontrabile in alcun altro paese, direi una sorta di “reliquia storica”, un eredità di Mussolini. Tuttavia è necessario dire che oggi l’Ordine italiano gioca un ruolo differente, ma rimane da chiedere ai molti esperti italiani se sia una istituzione necessaria per l’accuratezza e la trasparenza delle informazioni in quel paese.</p>
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<p><strong>LE DOMANDE – Marcello Foa </strong></p>
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<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Mediact6.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-11724" title="Mediact6" src="http://www.lsdi.it/assets/Mediact6.gif" alt="" width="209" height="213" /></a><em>Marcello Foa, giornalista, Docente di giornalismo internazionale presso l’Università della Svizzera Italiana e cofondatore dell’ Osservatorio Europeo di Giornalismo, è CEO di Timedia, primo gruppo editoriale della Svizzera Italiana</em><br />
<strong>Prof. Foa, Lei è un esperto di “tecniche di spin-doctoring”e nei suoi articoli e nelle sue conferenze, ricorre l’idea che le rivolte della primavera araba siano state, almeno in parte, azionate da poteri forti internazionali: anche queste eventuali influenze pongono un problema di accuratezza e trasparenza dell’ informazione, come viene affrontato questo aspetto a livello accademico , nel MediaAct?</strong><br />
Questo problema non viene affrontato! Non viene affrontato  perché non c’è una categoria accademica che consenta di affrontarlo in maniera ortodossa. Trovo che uno dei difetti del mondo accademico sia quello di segmentare l’intero scibile umano secondo modelli precostituiti e gli argomenti che sono “a cavallo” o fuori da queste categorie vengono ignorati perché non c’è lo specialista o perché non fa parte dei programmi di insegnamento. In questo caso è la comprensione dei meccanismi “non dichiarati” della comunicazione che a livello accademico sfuggono..<br />
<strong>..anche perché sono difficilmente “misurabili”…</strong><br />
Infatti. Però questo è un limite: a chi vuol capire come veramente vanno le cose viene a mancare un parametro fondamentale.<br />
Prof. Foa. Lei oggi è CEO del primo gruppo editoriale (Timedia) della Svizzera Italiana; come è percepita e come viene affrontata la questione della &#8220;Media Accountability&#8221; nel suo gruppo , con particolare riferimento al Corriere del Ticino che ne è forse la parte principale ?<br />
Il Corriere del Ticino ha costruito la propria reputazione sulla credibilità delle notizie che pubblica. Da sempre la redazione osserva criteri rigorosi nella selezione delle fonti e nella citazione dei nomi delle persone coinvolte in vicende giudiziarie. Per cui, rispondendo alla sua domanda, è una testata molto sensibile alla questione del Media Accontability.<br />
<strong>Quale il rapporto tra Timedia ed il Consiglio Svizzero della Stampa ed il suo parere su questa istituzione, anche in relazione al fatto che Lei, in Italia, è iscritto all&#8217;Ordine dei GIornalisti?</strong></p>
<p>Rapporto positivo, siamo membri del Consiglio con le nostre testate. La mia esperienza è limitata a pochi mesi (ho assunto l&#8217;incarico nell&#8217;agosto 2011) per cui mi è difficile esprime un giudizio più articolato, anche in rapporto all&#8217;Ordine dei Giornalisti.</p>
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<p><strong>LE DOMANDE – Giampietro Mazzoleni </strong></p>
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<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Mediact7.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-11725" title="Mediact7" src="http://www.lsdi.it/assets/Mediact7.gif" alt="" width="214" height="211" /></a><em>Giampietro Mazzoleni, Professore Ordinario di Sociologia della Comunicazione e Comunicazione Politica all’ Università di Milano, è il responsabile per l’Italia del consorzio MediaACT.</em><br />
<strong>Prof. Mazzoleni, la questione della “Media Accountability” investe direttamente le istituzioni, governative e non governative, che attengono al mondo della stampa. In questi  giorni, in Italia, il governo sta discutendo l’ipotesi di abolizione o trasformazione degli ordini professionali, tra i quali anche l’Ordine dei Giornalisti. Lei che ne pensa?</strong><br />
La situazione è in grande movimento di sicuro e penso che sia comunque un movimento verso approdi che non possono essere che positivi. È vero che l’ordine è un istituzione un po’ unica almeno nel quadro europeo, però almeno ha garantito anche una certa accountability al proprio interno, fondamentalmente con autodisciplina rispetto ad imposizioni dall’esterno che invece troviamo magari altrove.<br />
Questa funzione antica dell’ordine dovrebbe essere preservata in questo cambiamento che sta avvenendo e che non sappiamo come sarà perché è necessaria anche una legge visto che l’ordine è stato istituito da una legge. Io vedo sviluppi verso quelle forme che troviamo anche nei paesi nordici, quella del Press Council, che ha funzioni di moderazione, di controllo e di autodisciplina che in Italia ha svolto egregiamente l’ordine dei giornalisti.<br />
<strong>Quindi diciamo una evoluzione da una funzione di controllo dall’ alto ad una forma di autodisciplina non “sanzionatoria”…</strong><br />
Che potrebbe essere affidato a Press Councils o qualche forma analoga, più o meno collegata all’Autorità per le Comunicazioni, anche se poi bisogna discutere tutti gli aspetti legali perché tutte le imposizioni dall’esterno che hanno a che fare con la libertà di stampa sono sempre da trattare con molta cautela.<br />
Dal mio punto di vista, ma questo è anche il parere di molti studiosi italiani ed europei , è necessario preservare l’autoregolamentazione…</p>
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<p><strong> LE DOMANDE – Colin Porlezza</strong></p>
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<p><em><a href="http://www.lsdi.it/assets/Mediact8.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-11726" title="Mediact8" src="http://www.lsdi.it/assets/Mediact8.gif" alt="" width="208" height="211" /></a>Colin Porlezza, è ricercatore ed assistente presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’ Università della Svizzera Italiana e collabora al coordinamento per la Svizzera del MediaACT project</em></p>
<p><strong>I social media stanno cambiando in tutto il mondo il modo di fare informazione ed il giornalismo. Lei pensa che possano aiutare (o obbligare) i giornalisti ad una informazione più accurata e trasparente?</strong><br />
Penso che a medio termine i social media sicuramente aiuteranno a rendere più trasparente il giornalismo, soprattutto perché obbligheranno i giornalisti  non solo ad essere più trasparenti, quanto a rispondere alle richieste del pubblico, perché la comunicazione  non è più, come fino a dieci anni fa , monodirezionale . Cambia un po’, non solo il modo di fare comunicazione che è bidirezionale, ma il modo stesso di fare giornalismo: bisogna far vedere come si lavora, da dove provengono le informazioni e come, alla fine, l’articolo viene prodotto.</p>
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<p>Tuttavia, al momento, la percezione dei giornalisti è ancora che i social media hanno poca influenza nel giornalismo e quindi c’è ancora una sorta di “digital divide” nel quale una parte dei giornalisti permangono, ma anche un “interactivity divide” tra giornalisti e pubblico .<br />
Ma i giornalisti, alla lunga, non potranno sfuggire a questo cambiamento e dovranno per forza adattarsi e, con loro, tutte le strutture organizzative dei media.</p>
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		<title>Una giornata su Facebook di un internauta Usa</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 10:09:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://socialmediatoday.com/tmonhollon/440122/facebook-facts-whats-average-day-facebook "></a> Gli internauti americani <a href="http://www.marketingprofs.com/charts/2011/6070/visitors-stay-on-facebook-far-longer-than-on-any-other-top-website ">dedicano a Facebook più tempo che a qualsiasi altro sito</a>. Non solo FB è il secondo in classifica come audience, preceduto solo da Google, ma sorpassa di gran lunga ogni altro sito nella classifica dei 10 siti web più popolari, secondo i dati diffusi da Nielsen, con più di 7 ore e 45 minuti al mese spesi in media da ciascun utente.</p>
<p>Una curiosa infografia, realizzata da <a href="http://jess3.com/">JESS3</a>, racconta che cosa fa l’ utente medio in un giorno. </p>
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&#160;</p>
<p>(Clicca sull’ immagine accanto per visualizzare l&#8217; infografia completa) </p>
<p>&#160;</p>
<p>(via <a href="https://plus.google.com/u/0/108320994925183511486/posts">Manlio Mannozzi</a>, via <a href="http://socialmediatoday.com/tmonhollon/440122/facebook-facts-whats-average-day-facebook Socialmediatoday.com">Socialmediatoday</a>)</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://socialmediatoday.com/tmonhollon/440122/facebook-facts-whats-average-day-facebook "><img src="http://www.lsdi.it/assets/Facebook.gif" alt="" title="Facebook" width="559" height="606" class="alignleft size-full wp-image-11829" /></a> Gli internauti americani <a href="http://www.marketingprofs.com/charts/2011/6070/visitors-stay-on-facebook-far-longer-than-on-any-other-top-website ">dedicano a Facebook più tempo che a qualsiasi altro sito</a>. Non solo FB è il secondo in classifica come audience, preceduto solo da Google, ma sorpassa di gran lunga ogni altro sito nella classifica dei 10 siti web più popolari, secondo i dati diffusi da Nielsen, con più di 7 ore e 45 minuti al mese spesi in media da ciascun utente.</p>
<p>Una curiosa infografia, realizzata da <a href="http://jess3.com/">JESS3</a>, racconta che cosa fa l’ utente medio in un giorno. </p>
<p><span id="more-11828"></span><br />
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<p>(Clicca sull’ immagine accanto per visualizzare l&#8217; infografia completa) </p>
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<p>(via <a href="https://plus.google.com/u/0/108320994925183511486/posts">Manlio Mannozzi</a>, via <a href="http://socialmediatoday.com/tmonhollon/440122/facebook-facts-whats-average-day-facebook Socialmediatoday.com">Socialmediatoday</a>)</p>
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		<title>A scuola di applicazioni mobili</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 09:43:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[applicazioni mobili]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>
Pino Bruno pubblica sul <a href="http://pinobruno.globalist.it/2012/02/follow-app-a-scuola-di-applicazioni-mobili/">suo blog</a> una intervista a Nicholas Caporusso, uno degli animatori di Follow-up, una scuola  di applicazioni, completamente gratuita, che fa capo alla Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bari. </p>
<p></p>
<p>Il primo seminario ha avuto come tema: &#8216;Cosa vuol dire essere imprenditore&#8217;. Il prossimo sabato 11 febbraio, secondo seminario. Tema: &#8216;Dall’idea, al business, al mercato&#8217;.</p>
<p>&#160;</p>
<p>I particolari su <a href="http://www.qiris.org/follow-app/">http://www.qiris.org/follow-app/</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/9pB872jQjJo" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
Pino Bruno pubblica sul <a href="http://pinobruno.globalist.it/2012/02/follow-app-a-scuola-di-applicazioni-mobili/">suo blog</a> una intervista a Nicholas Caporusso, uno degli animatori di Follow-up, una scuola  di applicazioni, completamente gratuita, che fa capo alla Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bari. </p>
<p><span id="more-11824"></span></p>
<p>Il primo seminario ha avuto come tema: &#8216;Cosa vuol dire essere imprenditore&#8217;. Il prossimo sabato 11 febbraio, secondo seminario. Tema: &#8216;Dall’idea, al business, al mercato&#8217;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I particolari su <a href="http://www.qiris.org/follow-app/">http://www.qiris.org/follow-app/</a></p>
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