Mai di sabato signora Lisistrata

| 11 Gennaio 2021 |

Proseguiamo nel gioco delle citazioni e dei titoli. Stavolta abbiamo evocato una commedia musicale italiana con il grande Gino Bramieri tratta da un musical teatrale di qualche anno prima,  che si ispirava al teatro greco e in particolare ad un testo di Aristofane.  In modo farsesco, prendendo a prestito i classici,  si discettava di guerra totale nucleare e di mogli delle opposte fazioni che con un artificio, che le vedeva unite in uno sciopero  globale del “sesso”,  – argomento assai ardito per l’epoca – convincevano i propri mariti – militari e politici – a smettere di guerreggiare e a tornare a più miti intendimenti per ristabilire la pace, almeno in famiglia, e far ritornare le consorti al talamo nuziale. Evocare lo spettro del conflitto globale nucleare e non fermarsi un attimo a pensare al disastro avvenuto dalle parti di Washington qualche giorno fa, non è proprio possibile. Lungi da noi l’idea di ragionare o peggio pontificare sui fatti del Congresso U. S. A. o sulla sorte del Presidente uscente.  Quello che vorremmo considerare  invece è l’atto censorio messo in pratica dai vertici di Twitter nei confronti del numero uno della Casa Bianca.  La censura è – a nostro avviso – un errore sempre e in ogni caso. Uno strumento gretto e inutile. Usare la violenza, ogni forma di violenza, è  un abominio. Imporre a forza le proprie idee,  evoca gli scenari più sinistri, quelli  delle dittature.  Di censura. Di mura e cancelli, e catene, e nuove gabbie al posto di conoscenza e comprensione abbiamo parlato spesso su questa bacheca.

 

 

In ogni caso e per sgomberare dal tavolo ogni dubbio e incertezza Vi possano essere venuti riguardo l’operato di Twitter nei confronti di Mr. President,  permetteteci di ricordarVi , mediante estratto, cosa prevede il regolamento del social cinguettante nel caso di incitazione alla violenza:

 

 

 

Le regole di Twitter

 

Qualsiasi account e account correlato svolga le attività indicate di seguito può essere soggetto a blocco temporaneo e/o sospensione permanente.

  • Minacce di violenza (dirette o indirette): Non puoi rivolgere minacce di violenza o incitare alla violenza, compresa l’intimidazione o l’incitazione al terrorismo.

     

 

 

 

Non sussistono dubbi dunque. Chi sbaglia paga e i cocci non  sono nemmeno  suoi. Siamo sarcastici, perdonate, ma ci riesce davvero difficile rimanere seri, davanti a  questa improvvisa decisione dei vertici dell’uccellino sociale, contro uno dei loro utenti più famosi. Anche perché andando a dare un’occhiata alle precedenti esternazioni del Presidente,  si trova di tutto e di più. Ovviamente con un tentativo di colpo di Stato da gestire, la questione,  per i vertici di Twitter,  si è fatta improvvisamente,  stringente, e  non rimandabile. Dopo le ripetute prese di distanza degli ultimi mesi dalle esternazioni del capo della Casa Bianca, i vertici del social blu,  hanno ora pensato bene di affondare il colpo  e cancellare del tutto l’account di Mr. Trump dopo i fatti del 6 gennaio a Washington. Meglio tardi che mai, in molti avranno pensato, tirando un sospiro di sollievo. Non è così che la pensiamo qui a bottega, come Vi abbiamo già anticipato, e non importa chi sia vittima  di questo provvedimento. La censura è un modo totalmente sbagliato di agire nei confronti di chiunque. E anche se il regolamento consente ai vertici delle techno corporation di agire in tal senso,  il comportamento censorio rimane sbagliato e ingiusto.

 

 

Ci sono alcuni termini della questione “Trump”, permetteteci di chiamarla così in estrema sintesi, che rimangono in ombra. Li  troviamo in un paio di nostri  post precedenti. In primis quello dedicato al crash epocale in cui è incappato Google alcune settimane fa:

 

 

Quando cade il mondo, non è facile pensare al presente. Non qui e non adesso. Non dopo che la peggiore delle premonizioni, a lungo evocata e prospettata si è appena realizzata. Quando un’azienda si trasforma in una infrastruttura e poi questa infrastruttura viene giù più o meno fragorosamente, trascinando con sé tutto il nostro mondo; le conversazioni, le lezioni, le sessioni di lavoro, le videochiamate, le mail, i documenti ancora non salvati, i nostri pensieri, i video, le nostre emozioni, i nostri scambi commerciali, i pagamenti, le bollette, le multe, persino le tasse. Quando tutto casca a terra e noi rimaniamo lì con il cerino in mano ad aspettare. Aspettare che torni la luce, e assieme alla luce anche il gas, e assieme al gas pure l’acqua, e assieme all’acqua anche la poltrona cui siamo seduti, il tavolo su cui poggiamo le stoviglie, la scrivania e i cassetti coi documenti e le lettere, e poi il pavimento e le mura della nostra casa, del nostro ufficio, della nostra scuola, e poi anche i nostri vestiti, tutti gli oggetti che abbiamo in tasca… Quando succede questo – anche per un solo minuto – e non ci rimane altro che aspettare, e non abbiamo neanche una candela da accendere per non stare al buio; forse è il momento di pensare a noi, al nostro presente e agli scenari futuri che ci si prospettano. Non esistono vie di fuga da un google crash o google down

 

 

E anche in un altro post – in questo caso dedicato a facebook – in cui ad un certo punto parlavamo di potere:

 

“l’utente accetta di utilizzare Facebook  a suo rischio e pericolo”

(cit. dalle condizioni d’uso di Facebook)

 

 

Se un giorno facebook e google decidessero di chiudere o peggio decidessero di non offrire servizi ad una determinata ditta provocherebbero la chiusura effettiva della stessa in pochi giorni. Il potere reale e il potere virtuale ormai sono diventati la stessa cosa , l’amministratore era nel suo diritto ma ha di fatto chiuso la ditta……… senza possibilità di scampo , così un giorno facebook e google potrebbero fare chiudere per esempio la Barilla eliminandola dalla rete. Penso che la questione dovrebbe essere considerata anche dal legislatore.

…internet non è un’azienda che può chiudere, se volete provare a cancellare qualcosa dalla rete rimarrete stupiti di quanto sia complicato. Il mondo virtuale non esiste. È tutto reale.

 

 

 

Il potere e il controllo sono i termini esatti della vicenda Twitter/Trump, non la censura,  e nemmeno il rispetto del contratto d’uso di Twitter o degli altri social nei confronti dei propri utenti. Quando un’azienda si trasforma in infrastruttura e poi diventa l’unica infrastruttura in città, anzi di più, l’unico modello sociale al mondo. Quando questa stessa azienda accumula potere e controllo in modo sempre più stringente e copioso, fino a diventare Meta Nazione. Quando questi agglomerati unici e rari di concentrazione di potere e controllo,  diventano talmente grandi e potenti,  da non essere più sottoposti a  regole e leggi preesistenti negli Stati e nelle Nazioni in cui operano. Quando questo accade – ed è accaduto e sta accadendo – il problema non sta nel regolamento di Twitter e nella sospensione o cancellazione dell’account del Presidente uscente degli Stati Uniti.  Il nodo della vicenda è la concentrazione smodata di potere raggiunta da queste entità senza che alcuno abbia avuto niente da obiettare. E’ la mancanza di giurisdizione sulle azioni di questi soggetti. E’ l’incapacità del sistema di tutelare le parti più deboli di esso: i nostri figli, i nostri nipoti, che nati dentro alla rivoluzione digitale non hanno la capacità di vedere questa anomala concentrazione di potere per quello che realmente è: ovvero una minaccia forte alla libertà personale di ciascuno.  Non possiamo permettere a queste meta nazioni digitali di far credere ai nostri figli e nipoti che l’unico modo per abitare il mondo post rivoluzione digitale sia usare i loro servizi – divenuti infrastruttura e poi modello mondo.   Il web, non sono  loro,  e  internet non è il web.  Queste fondamentali differenze dovremmo farle conoscere a tutti. Insegnarle a tutti. E batterci per mantenerle vive e presenti nei pensieri e nell’operato di ciascuno. La rivoluzione digitale non sta dentro un mero upgrade tecnologico, bensì in un cambiamento di approccio nei modi in cui ci relazioniamo con le cose e le persone del mondo. Come spiega molto bene Eric Sadin nel suo saggio “La siliconizzazione del mondo”:

 

 

A restare in ombra, per ingenuità o per cinismo, è il fatto che al di là di un modello industriale viene qui instaurato un modello di civiltà, fondato sull’accompagnamento algoritmico virtualmente ininterrotto della nostra esistenza.

 

Cediamo funzionalità amministrative, comunicative e culturali a una capacità di gestione algoritmica del nostro quotidiano e di organizzazione automatizzata della nostra società. La vocazione del digitale varca una soglia al di là della quale le sue prerogative vengono ampliate oltre misura, così da concedere un potere inusitato a coloro che lo foggiano.

 

Thomas Kuhn, nella sua opera sulle rivoluzioni scientifiche, distingue diversi regimi che separano l’evoluzione, anzi le rivoluzioni scientifica e politica, al di là di ogni causalità diretta e immediata. L’“innovazione” digitale, novello idolo della nostra epoca, modifica ormai e forgia a propria misura e senza alcun dibattito pubblico il quadro della cognizione e soprattutto quello dell’azione umana, o di quanto ne resta. Si tratta di un movimento industriale che affievolisce la possibilità di azione politica intesa come coinvolgimento individuale, volontario e libero a priori, nell’edificazione del bene comune.

 

Norbert Elias parlava di crollo della civiltà sotto il nazismo. Oggi a prodursi sono fenomeni di “decivilizzazione”, azionati da un insieme di forze che bisogna saper identificare.

Si istituisce una strana alleanza fra la punta più avanzata della ricerca tecnologica, il capitalismo più avventurista e d’assalto e i governi social-liberisti, che vedono nell’algoritmizzazione della società un’occasione storica perfettamente rispondente al nucleo del loro “progetto”: quello di una “amministrazione ottimale delle cose” (Saint-Simon).

 

Tecnologia, economia e politica si allineano a un medesimo orizzonte, a tutto vantaggio di un gruppo relativamente ristretto di persone che detengono un potere smisurato su un numero sempre piú ampio di nostre attività – alcune delle quali rientrano nella sfera della sovranità, come l’istruzione o la sanità – e che instaurano la mercificazione totale della vita e modellano il mondo a partire dai loro interessi esclusivi. Senza peraltro sottoporsi a nessun tipo di contraddittorio. Come è possibile una simile cecità? È probabile che questo deficit di consapevolezza sia legato a una sorta di entusiasmo allucinato, di ignoranza, cinismo, ma anche di passività dei cittadini. Attraversiamo un momento critico. Ben presto, infatti, nel corso del terzo decennio del Duemila, si manifesterà in maniera molto chiara o lo sviluppo frenetico di “innovazioni” che lucrano su ogni nostro minimo fiato, oppure una serie di salutari contestazioni insieme all’emergere di nuove modalità di vita attente e rispettose dell’integrità umana, decise a sottrarsi al predatore siliconiano e alla sua impresa totalitaria.

 

 

Riportiamo la barra del timone al centro. Torniamo ad occuparci dei problemi reali. Formiamo le conoscenze e le coscienze delle persone.  Pensiamo e professiamo il bene comune. Attenti e critici osservatori della realtà non sudditi omologati.

Grazie dell’attenzione e alla prossima ;)

 

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