E la luna l’è una lampadina *

| 28 Luglio 2021 | Tag:, , , , , , , ,
Contro il logorio dall’arricchimento smodato, astro-magnati unitevi!  Per dare una nuova scossa tecnologica al pianeta Terra sembra ci voglia una nuova corsa verso lo spazio. Fioccano, così,  missioni miliardarie e viaggi luculliani su astronavi private sparate fuori dall’atmosfera terrestre. Anche se più che missioni spaziali interplanetarie sembrano più una serie di passeggiatine digestive,  e più che un nuovo avanzamento tecnologico per l’Umanità sembrano più un gioco di società per pochi selezionatissimi soggetti. I quali,  non ci regalano congegni super-tecnologici,  e nemmeno ci portano verso mete sconosciute e nuove eccezionali scoperte,  bensì  riempiono,  per l’ennesima volta,  d’oro e diamanti – anche i bitcoin sono graditi – tasche e caveau.  Parliamo dunque di questa nuova corsa verso il cosmo intrapresa dal genere umano, anzi, facciamocela raccontare da un gradito ospite d’onore che abbiamo il piacere di tornare ad avere sulle nostre colonne. Si tratta dello scrittore, giornalista e comunicatore Nicola Zamperini, che  ci ha appena concesso di poter pubblicare in forma integrale sul questo sito un suo recente articolo uscito sul  blog Disobbedienze; un pezzo dedicato appunto ai voli spaziali per miliardari solisti, intitolato: “Lo spazio neo-feudale”. MetteteVi comodi dunque,  e godeteVi assieme a Noi il vibrante e denso contributo del nostro caro amico e collega, che fotografa in maniera perfetta, a nostro avviso, lo stato delle cose, e buona lettura ;)
I voli spaziali dei miliardari digitali americani poco hanno a che fare con il turismo spaziale. Per niente con la colonizzazione extramondo, un po’ con la ricerca di terre rare, molto con l’applicazione di tecnologie in ambito militare, ma riguardano soprattutto le inedite relazioni – internazionali – che le grandi aziende tecnologiche hanno con gli Stati nazionali. A partire dagli Stati Uniti.
La notizia è che anche Jeff Bezos è andato nello spazio per qualche minuto. Timbrando, dopo la SpaceX di Elon Musk e la Virgin Galactic di Richard Branson, una specie di cartellino dei miliardari in orbita.
Chi legge da qualche tempo Disobbedienze sa che definisco le grandi aziende tecnologiche statunitensi come Meta-nazioni digitali, perché rivestono un ruolo e occupano uno spazio geopolitico che la definizione di azienda non è più in grado di rappresentare.
Amazon, Google, Facebook sono dei quasi-Stati con territori digitali e clienti-utenti-cittadini, prospettive di sviluppo e interessi politici, capi di Stato e relazioni con gli Stati nazionali tradizionali.
In questo quadro la contesa tra Elon Musk e Jeff Bezos per chi manda più razzi nello spazio è una contesa che attiene al piano delle relazioni che loro due, e le rispettive meta-nazioni digitali, intessono con gli Stati Uniti.
In un recente processo relativo all’acquisizione di Solar City, azienda che produce e stocca energia elettrica prodotta dal sole, Elon Musk ha dichiarato che l’obiettivo di Tesla “non è essere un’azienda automobilistica. Ci sono molte case automobilistiche. Ma un’azienda di auto elettriche che è parte di un futuro energetico sostenibile”. Le aziende tecnologiche non sono mai solo quello che sembrano. Sono sempre qualcos’altro. In questo caso Musk sembra costretto a svelarlo: Tesla è una enorme piattaforma di raccolta dati attorno alla mobilità elettrica.    
Allo stesso modo il cosiddetto turismo spaziale non è per niente quello che sembra. Intanto perché, come nel caso delle aziende della Silicon Valley, società come SpaceX (di proprietà di Musk)  e Blue Origin (di Jeff Bezos) sono potute nascere grazie agli investimenti fatti dalla NASA (quindi dal governo degli Stati Uniti in passato).
Perdonate un piccolo riassunto che racconta come sono andate le cose.
Qualche anni fa la NASA ha lanciato una competizione fra diverse aziende per progettare e realizzare i voli commerciali che servivano a raggiungere la ISS, la Stazione spaziale orbitante. L’Agenzia spaziale americana ha pagato gli studi preliminari e ha messo sul piatto la propria esperienza. Ai privati rimaneva il rischio d’impresa, nel caso specifico attiene al pericolo che qualche razzo esploda o caschi nell’Oceano, cosa che è avvenuta.
Una volta poi che SpaceX ha realizzato il primo volo di prova con successo, la NASA ha offerto un contratto per 11 voli, cui sono seguiti molti altri contratti.
La NASA e il Pentagono hanno speso 2,8 miliardi di dollari, in 52 contratti con la società guidata da Musk negli ultimi 14 anni, e solo 496,5 milioni di dollari in contratti con Blue Origin nello stesso periodo. Insomma quelli di SpaceX sono stati bravi, ma è la NASA che ha creato le condizioni. Dal canto suo Jeff Bezos ha venduto 1 miliardo di azioni Amazon all’anno, per finanziare la sua iniziativa spaziale, con la speranza che le commesse governative possano farlo rientrare dell’investimento.
Dollari spesi per replicare quanto è accaduto con le start-up nella Silicon Valley.
Sentite cosa dice Jeff Bezos: con Blue Origin “voglio costruire l’infrastruttura che consenta un dinamismo e l’esplosione imprenditoriale di migliaia di aziende nello spazio, simile a quella cui ho assistito negli ultimi 21 anni su Internet”.
Questa lunga premessa serve intanto a fare chiarezza su un primo punto: Musk ha sfruttato gli investimenti del governo degli Stati Uniti per lanciare la sua società spaziale, come aveva fatto con Tesla, godendo di incentivi fiscali. Bezos ha investito del suo, ma senza le risorse del governo Blue Origin non campa di turisti spaziali, inesistenti al momento. Nulla di nuovo, ma è sempre utile togliere qualche strato alla patina dello storytelling che arriva da laggiù.
Gli Stati Uniti contano su un modello di sviluppo molto semplice, in alcuni settori, un modello che il presidente Dwight Eisenhower aveva definito “complesso militar industriale”. Quando l’industria era sinonimo di pezzi di ferro tutto appariva più chiaro, oggi che l’industria è sinonimo di digitale, sembra più sfumato.
La sostanza però rimane la stessa, solo che oggi non c’è più bisogno delle guerre tradizionali che spaventavano Eisenhower, il complesso militar-industriale si nutre di guerre inedite, condotte in altri teatri, con strumenti differenti, con attori che mutano, alcuni sono gli stessi di sempre. Accanto alle aziende della Difesa dobbiamo considerare le aziende della tecnologia, compresa quella spaziale.
La relazione tra queste società e il governo degli Stati Uniti è una relazione complessa. Un po’ parenti serpenti: si combattono ma hanno sempre bisogno gli uni delle altre, in un rapporto di interdipendenza. Ad esempio, senza le grandi aziende tecnologiche sarebbe difficile per le tante agenzie di spionaggio statunitensi spiare mezzo mondo (ricordate le rivelazioni di Edward Snowden).
Certo le meta-nazioni digitali hanno ormai conquistato una propria soggettività politica e internazionale. Hanno un ruolo globale riconosciuto, risorse pressoché illimitate cui è più semplice accedere rispetto ai bilanci pubblici, i loro fondatori – tra gli uomini più ricchi del pianeta – sono personaggi di spicco, conosciuti in tutto il mondo, con visione strategica e ambizioni sfrenate da esibire sul palcoscenico mediale. Andare in orbita significa per loro dare seguito allo sforzo iniziale della NASA, e quindi degli Stati Uniti che intendono acquisire di nuovo un ruolo centrale nel settore, ma a condizione di giocare una propria partita, e non solo di business.
E tale è la loro proiezione pubblica, e politica, che le meta-nazioni digitali possono essere considerate attori protagonisti del cosiddetto “sistema neo-feudale”, che alcuni politologi ritengono essere l’assetto delle relazioni internazionali presenti.
Un tempo, durante la Guerra fredda, la corsa allo spazio era riservata soltanto a USA e URSS, oggi i soggetti della nuova corsa allo spazio sono proprio le meta-nazioni digitali. Piattaforme globali, di raccolta dati, costruite su sistemi di e-commerce e logistica, o sulla produzione e sullo stoccaggio di energia elettrica e di macchine elettriche, dalle enormi risorse finanziarie e tecnologiche, con il bagaglio di conoscenze e risorse per rispondere a sfide immani. Pensate ai big data che scaturiscono dalla mole mostruosa di sensori applicati alla struttura delle navi spaziali, e a ogni singola componente dei missili, alla quantità di informazioni processate per ogni singolo viaggio. Capacità di cui nemmeno la NASA ormai dispone, e che solo poche aziende al mondo posseggono. Ecco la missione di Amazon web services, la divisione cloud dell’azienda di Bezos, è proprio ospitare e processare dati in quantità immani.
A queste condizioni, e con questa suddivisione di compiti, le compagnie digitali-spaziali si integrano alla perfezione con gli Stati Uniti e con gli interessi nazionali degli Stati Uniti, i quali, nel sistema neo-feudale, fanno un po’ la parte dell’Impero fino alla pace di Westfalia. Lasciano ai regni e ai principi, più o meno locali, il presidio di alcuni settori, ad esempio quello dei vettori spaziali e della tecnologia digitale applicata alla spazio, in cambio  ottengono applicazioni militari e la supremazia del proprio sistema-impero rispetto alla Cina.
John Hulsman e Boris Liedtke hanno scritto in “The Return of the Feudal World?”:  “il successo dello Stato-nazione ha dato origine a nuove sfide per le quali la struttura dello Stato-nazione non può più fornire risposte accettabili”, tra queste c’è la corsa allo spazio.
Agli Stati Uniti servivano attori intermedi, ma sufficientemente potenti, dotati, ricchi, che fornissero risposte nel settore dei vettori spaziali.
Ovviamente questo modello di integrazione tra soggetti in ottica neo-feudale è il modello americano che si contrappone a quello cinese. Nel caso statunitense c’è spazio per una partnership, in cui le meta-nazioni digitali conseguono vantaggi politici, di propaganda, e – in prospettiva- di business. Gli Stati Uniti, come detto, trattengono le eventuali applicazioni militari di tutta la partita. Ad esempio, il motore di Blue Origin alimenterà un nuovo razzo che Lockheed Martin e Boeing hanno progettato per le forze armate statunitensi. Altri aspetti potrebbero invece interessare le meta-nazioni digitali: nei prossimi 7 anni verranno messi in orbita – secondo Meagan Crawford, cofondatore e amministratore del fondo di investimento SpaceFund – circa 50.000 satelliti. Che non serviranno a colonizzare lo spazio, a portare milioni di persone su altri pianeti e nemmeno a fare turismo a centinaia di chilometri dalla terra, ma a vendere e comunicare, che spesso sono sinonimi.
Potrebbe sembrare tutto paradossale ma non lo è.
Se ci pensate le meta-nazioni digitali, come i principi per gli Imperi nel sistema feudale, erano necessarie scocciature. A volte creavano problemi ma quando c’era da fare la guerra o imporre tasse erano indispensabili. La relazione di Joe Biden con Facebook o Amazon non è differente: creano problemi ma sono indispensabili se non vuole che gli USA soccombano, nella competizione globale e multilaterale in cui la Cina è il primo, ma non l’unico avversario.
PS. Un professionista dell’industria aerospaziale che mi ha aiutato a scrivere questo articolo, mi ha mandato un messaggio pochi minuti dopo l’atterraggio del fondatore di Amazon: “ho appena visto il video del primo volo di Blue Origin, con i Bezos, la nonnetta e il figlio di papà olandese: sembra il più bell’ottovolante del mondo! Ma certo affermare che si tratti di un volo spaziale ce ne vuole. Per dire, Yuri Gagarin si è fatto un’orbita intorno alla terra e 2 ore di volo: quello è un volo spaziale. Bezos l’hanno sparato in alto ed è ricaduto quasi sullo stesso posto, 11 minuti di volo compresi 4 meravigliosi minuti senza gravità: ma 4 minuti!

Nicola Zamperini

* citazione e ricordo del grande Enzo Jannacci: Maestro ci manchi moltissimo !!!
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