Tutti insieme verso il futuro passato

| 6 Settembre 2020 |

Correva l’anno 2005 e il mondo stava per vivere l’ennesimo scossone. Un forte boato echeggiò dentro le redazioni di giornali, radio e tv. La notizia era di quelle che faceva accapponare la pelle: Il New York Times ha unificato redazione on line e redazione “di carta”. Si scherza lo sapete, ma viene spontaneo riflettere su tutte le implicazioni che allora e oggi – sigh – ancora e chissà per quanto, almeno in Italia, questo fatto portava e “porta” con sé. A vederla ora, questa notizia, dopo 15 anni, la considerazione che sorge spontanea e immediata è: sono stati davvero bravi e lungimiranti laggiù a New York.  E i numeri del successo ottenuto –  non da molto a onor del vero –  stanno lì a dimostrare la visione degli editori e dei giornalisti americani. Ma sorgono spontanei altri commenti all’annuncio epocale di 15 anni fa, partito anche, dalle nostre colonne. E non sono commenti positivi, purtroppo. Riguardano, come appare chiaro visti i risultati poco confortanti italiani,  l’andamento della parabola digital/giornalistica nel Bel Paese e le decisioni che negli ultimi quindici anni sono state prese in tal senso nelle redazioni dei nostri principali organi di informazione. Alcuni dei quali – occorre dirlo –  a quindici anni dall’annuncio del New York Times, ancora non si sono proprio adeguati alla bisogna.  Dall’articolo curato dal nostro mentore e fondatore Pino Rea nell’agosto di quell’anno oramai lontano; articolo formato in buona parte,  come spesso accade su questa bacheca,  da estratti e segnalazioni di altre riflessioni giornalistiche sull’argomento,  realizzate da altri commentatori illustri e informati; ci viene spontaneo estrarre un passaggio scritto dal nostro maestro e che spiega con grande incisività un passaggio che invece ancora ha da “venì”,  per dirla col poeta, nonostante apparisse scontato già tanti anni fa:

 

 

Ma (a parte i pochi addetti ai lavori) si tratta di una novità molto importante. Anche sul piano sindacale e contrattuale, perché viene a cadere qualsiasi possibile alibi da parte degli editori su una presunta “minore intensità” professionale del giornalismo on line.

 

 

 

L’articolo dell’agosto del 2005 si intitolava “La vittoria del web”, è bene sottolinearlo, ed è reperibile per una lettura integrale  a questo link : http://www.lsdi.it/2005/la-vittoria-del-web/

Fra gli esperti e i loro articoli sul tema, citati nel nostro pezzo, estraiamo un altro passaggio a nostro avviso molto importante, tratto da un articolo scritto per l’occasione da uno dei massimo esperti di cultura digitale e grande giornalista, Mario Tedeschini Lalli:

 

 

Se veramente la testata giornalistica arriverà (come ritengo debba) a considerare se stessa come “indifferente al mezzo”, ne consegue che la redazione ora unificata dovrà valutare di volta in volta quale mezzo o quale mix di mezzi sia opportuno utilizzare per veicolare quella specifica informazione. Potrebbe e dovrebbe darsi, cioè, che un determinato servizio, una determinata inchiesta esca contemporaneamente in una forma sul giornale di carta e in altre forme sul web. La parola chiave qui è “contemporaneamente”: il sito web non è più solo un luogo di “aggiornamento” o “anticipazione”, è anche il luogo dove si narra differentemente e forse per pubblici diversi la stessa storia. Per esempio, aggiungendo documentazione (=trasparenza) al pezzo scritto, immagini, animazioni, interattività, ecc. ecc.

 

 

Allora, anche qui da noi eravamo, allineati –  magari non in anticipo –  anzi, forse già un pochino di ritardo, ma insomma ancora abbastanza sincronici con l’andamento generale dei fatti – digitali –  del mondo. E valeva davvero la pena – oggi possiamo dirlo col senno di poi – rimanere allineati con l’andamento generale, valutare con attenzione e acume il cambiamento in atto e dare vita anche qui a casa nostra ad una rivoluzione inevitabile, che ci avrebbe permesso di scongiurare –  è sempre il senno di poi che parla –  il tremendo bagno di sangue che invece ha vissuto e sta vivendo anche oggi il mondo del giornalismo e dell’editoria. In questo nostro breve compendio di segnalazioni d’altri tempi vorremmo infatti aggiungere sul tema –  o meglio su temi limitrofi a questo e con esso in grande sintonia  –  un altro paio di estratti da altrettanti articoli dello stesso anno. Il primo – sempre a firma del nostro fondatore –  ci portava a ragionare sul ruolo dei media, e su una particolare distorsione di questo ruolo; una variazione in negativo e  particolarmente perniciosa. La riflessione di Pino Rea partiva dalla traduzione di un articolo del giornalista e professore americano Saul Landau pubblicata su Articolo 21 nell’agosto del 2005. E che trovate per intero a questo link: http://archivio.articolo21.org/1093/editoriale/il-ruolo-dei-media.html

Il professore statunitense fra le altre cose,  ne argomentava una,  in particolare,  sulla quale vi vorremmo invitare a riflettere:

 

 

Dopo che negli ultimi decenni pochi giganti multinazionali ne hanno conquistato il controllo, le priorità dei media – sostiene Landau – sono venute di pari passo modificandosi, sviando i lettori e i telespettatori dalle preoccupazioni politiche e indirizzandoli verso lo shopping. I mass media – argomenta Landau – distraggono i cittadini distorcendo le loro priorità, attraverso l’invio di 3600 messaggi giornalieri, che li inducono a fare i conti con la loro personale inadeguatezza a spendere. Il succo di questo fuoco di fila di messaggi è: “Tu, consumatore (non cittadino), sei inadeguato per l’aspetto, per l’abbigliamento, per il tipo di auto che guidi, per il deodorante che usi, e per ogni altro motivo. Ma puoi affrontare i problemi del tuo grasso eccessivo, della tua eccessiva magrezza, della tua eccessiva gioventù, della tua eccessiva vecchiaia, acquistando prodotti per ogni segmento del tuo corpo, della tua mente e della tua vita esteriore”.

 

 

 

A quindici anni di distanza e dopo l’avvento massiccio delle OTT, dopo Cambridge Analytica, e con l’arrivo di una cosuccia chiamata economia delle piattaforme e di un’altra “quisquiglia o pinzellacchera”, denominata “capitalismo della sorveglianza”, l’ammonimento di Landau ci pare davvero illuminante e profetico, non trovate anche Voi?  Guardate  come ragiona di un argomento davvero molto simile, quindici anni dopo, un’economista di calibro internazionale:

 

 

La capacità di inferire la personalità di un utente fa in modo che social media, siti di commercio online e perfino i server pubblicitari possano essere modificati su misura per riflettere i tratti della personalità di quell’utente e presentare le informazioni in modo che questi si dimostri più ricettivo.

Si possono presentare degli ads su Facebook basandosi sulla personalità dell’utente.

Si potrebbero evidenziare recensioni di prodotti con tratti di personalità simili a quelli dell’utente, per accrescere la sua fiducia e fargli percepire una sensazione di utilità.

(Shoshana Zuboff Il capitalismo della sorveglianza)

 

Questo, permetteteci l’inciso, era il concetto che già agli inizi degli anni 10 del 2000 poneva Eli Pariser nel suo “saggio spartiacque” The Filter Bubble: il concetto in questione era/è quello del “profilo persuasivo”, che così riassumevamo in un nostro articolo di qualche anno dopo (il pezzo intero è a questo link http://www.lsdi.it/2015/filter-bubble-dal-pozzo/ ):

Il profilo persuasivo è quello che lavora sui nostri comportamenti, sulle modalità con cui ci avviciniamo ai contenuti (ciò che cerchiamo, che condividiamo, che compriamo. Per ritornare al paradigma semplificato Google-Facebook-Amazon), sulle nostre dinamiche di ricerca, condivisione e acquisto. Il filtro, insomma, non lavora soltanto sul prodotto (inteso in senso lato), ma anche sulla dinamica con cui, in Rete, ci approcciamo ad esso.

 

E il giornalismo – vero asse portante per distinguere, per argomentare, per formarsi un’opinione in modo libero e sovrano – il giornalismo in tutto questo, dove è rimasto? Come abbiamo detto all’inizio, da noi, in Italia, nonostante la decisione epocale del New York Times, e gli ottimi risultati che questa scelta ha originato, non è che sia poi successo molto. E i dati di vendita dei prodotti editoriali di informazione a pagamento stanno lì a certificare l’errore marchiano commesso dagli editori e dai giornalisti nostrani. I segnali, come abbiamo visto, erano forti e chiari. E ripetuti. Ad esempio, sempre attingendo al nostro archivio del 2005, e per concludere la narrazione odierna, siamo andati a pescare un altro spunto interessante, tutto rivolto proprio alla nostra professione. Si tratta di un altro articolo realizzato da Pino Rea che introduce un altro tema particolarmente scottante in epoca di “rivoluzione digitale”, quello della funzione del giornalismo (professionale sottolinea l’articolo, ma come abbiamo poi visto nel tempo, è proprio lo “scopo del giornalismo” a fare da frangiflutti, non chi lo produca). L’articolo introduceva un libro uscito in quel periodo a firma di Fabrizio Tonello, intitolato, “Il giornalismo americano”,  qui il link all’articolo completo http://www.lsdi.it/2005/il-giornalismo-professionale-diventera-solo-materia-per-gli-storici/

Il titolo del pezzo, certamente provocatorio,  era: “Il giornalismo professionale diventerà solo materia per gli storici?”.  E fra i passi da estrarre e conservare a futura memoria, permetteteci di proporVi questi passaggi:

 

 

la stessa categoria “giornalismo” non è più adeguata a descrivere la frammentazione dei formati e dei messaggi. La moltiplicazione di canali televisivi, la crescita di Internet, il successo della radio parlata, la proliferazione di prodotti paragiornalistici ci dovrebbero indurre a discutere di “vari giornalismi”, molti dei quali hanno una parentela assai vaga con quell’industria di raccolta organizzata delle notizie di interesse generale che eravamo abituati a conoscere.

 

 

Secondo Tonello, infatti, i recenti sviluppi dell’economia della comunicazione (la nascita di Internet, le concentrazioni in grandi gruppi multimediali e la ricerca di profitti sempre più alti) vanno tutti non in direzione di un giornalismo “obiettivo”, che ricerca la precisione e la contestualizzazione, bensì verso la crescita dell’infotainment. Non – quindi – verso un giornalismo preciso e autorevole, ma verso una pluralità di voci che sconfina nella Babele. Già dieci anni fa le testate che fungevano da canali di orientamento della discussione politica si trovavano spiazzate dall’ascesa dei nuovi media, come le tv all news e le news letter su Internet, in grado di determinare quali saranno i temi importanti, grazie alla velocità con cui intervengono e alla ripetitività che caratterizza i loro formati.

 

 

Che dire? Val forse la pena di cominciare ad uscire dal passato e provare ad affrontare in modo coerente e opportunamente critico il presente prima di naufragare per sempre nell’impossibilità di un futuro? Ai posteri la sentenza, dai Vs cronisti dal passato per oggi è tutto, a risentirci la prossima settimana, e grazie dell’attenzione ;)

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