Stati e strati dell’informazione (appunti per non dimenticare) pt.2

| 9 Febbraio 2020 | Tag:, , , , , , , ,

Torniamo a Voi con la seconda parte del nostro personalissimo resoconto per estratti degli Stati generali dell’editoria voluti dal Governo leghista e pentastellato (che solo a parlarne pare di evocare il fantasma del pirata formaggino, ma tant’è); una serie di appuntamenti –  scherzi a parte –  davvero utili per configurare il presente e l’immediato futuro del comparto dell’informazione in Italia, ma che le vicissitudini politiche recenti, rischiano o forse, hanno già: vanificato. Per non dimenticare, come recita il nostro titolo, di quello che è emerso in questi incontri, abbiamo provato ad estrarre le dichiarazioni, i passaggi salienti degli interventi, le considerazioni più utili – a nostro avviso –  per mettere al più presto mano, ad una urgente e non rimandabile riforma dell’intero comparto. Partendo dal nostro ordine professionale, o forse meglio, dalla definizione della professione giornalistica; per poi passare alla intera filiera industriale del mondo dell’informazione. Gli spunti importanti emersi da questi incontri arrivano da tutte le parti. Non sono stati solo gli esperti  chiamati, ad aggiungere elementi utili al dibattito, ma come vedrete, tutti o quasi gli intervenuti, hanno inserito  spunti e riflessioni davvero importanti per la discussione. Apriamo dunque la seconda parte del nostro resoconto partendo da una dichiarazione  – celebre –  sul futuro dell’informazione, così come abbiamo fatto nel nostro primo articolo sul tema:

 

 

Emily Bell:

 

Stiamo assistendo a grandi trasformazioni sul fronte del potere e dei finanziamenti, che stanno mettendo il futuro dell’editoria nelle mani di poche persone che oggi controllano il destino di molti. I social media non hanno fagocitato solo il giornalismo: hanno fagocitato ogni cosa, dalle campagne politiche al sistema bancario, alle nostre storie personali, al settore dell’intrattenimento, della vendita al dettaglio fino al governo e alla sicurezza.

Due cose importanti sono già successe senza che facessimo abbastanza attenzione. Gli editori nel settore dell’informazione hanno perso il controllo sulla sua distribuzione. Le aziende che sviluppano social media e piattaforme tecnologiche hanno realizzato quello che gli editori non avrebbero potuto costruire neanche se avessero voluto, prendendone di fatto il posto. Le notizie oggi sono filtrate da algoritmi e piattaforme poco trasparenti e non prevedibili. Le piattaforme e le aziende di social media più importanti, come Google, Apple, Facebook, Amazon, ma anche Twitter, Snapchat e le aziende di messaggistica istantanea emergenti, hanno acquisito un potere enorme di controllare chi-mostra-cosa-a chi, e nel monetizzare la pubblicazione. In questo senso oggi il potere è concentrato tanto quanto mai in passato. I network prediligono le economie di scala e i grandi numeri, e così la nostra cura minuziosa del pluralismo svanisce di colpo, mentre le dinamiche del mercato e le leggi antitrust su cui si fa affidamento per risolvere anomalie come questa stanno fallendo nel loro intento.

 

 

Giornalismo radio televisivo

 

 

Marco Gambaro  Professore di Economia e Industria dei Media dell’Università Statale di Milano

La scelta, la selezione, la capacità di rappresentare le notizie sarà un problema critico di cui occorrerà molto discutere e questo porterà in qualche modo ad una ridefinizione dei profili professionali. L’idea che il giornalismo sia una professione prevalentemente umanistica si stempererà nel tempo perché anche gli umanisti dovranno saper lavorare coi dati molto più di quanto non si non sappia lavorare oggi perché lì si troveranno le notizie.

E’ necessario che le informazioni non siano biased (parziali); e siano invece: varie, disponibili a tutti, ricche, piene di alternative,  pluraliste, indipendenti.

Ho il problema che nei singoli mercati di riferimento, ci sia un certo numero di voci informative, che si pongano criticamente nei confronti dei governanti e  svolgano le inchieste di approfondimento. Ho il problema che tutte queste voci continuino ad esistere. Quando io faccio un radiogiornale in tre persone sto leggendo le agenzie sostanzialmente. Ho un problema di soglia e devo riuscire a mantenerlo.

 

 

Ruben Razzante, Professore di Diritto della Comunicazione per le imprese e i media e di Diritto dell’Informazione dell’Università Cattolica di Milano

La corte costituzionale con almeno cinque sentenze, che si sono succedute nell’arco di vent’anni, ha coperto i vuoti,  ha coperto le lacune legislative, ha ampliato la portata applicativa al sistema radiotelevisivo dell’articolo 21 della costituzione. Ha chiarito che il pluralismo radiotelevisivo non è una categoria aggiuntiva ma essenziale alla libertà di informazione. Non può esserci libertà di informazione se non c’è il pluralismo dell’informazione.Ha detto nella sentenza 826 dell’88 che il pluralismo ha due profili:  il pluralismo esterno e il pluralismo interno. Non basta che ci siano tanti editori occorre che ci sia in ogni contenitore un approccio pluralista.

Nel ’93 nella sentenza 112 del 24 marzo ha detto che l’informazione deve essere completa, corretta e continua Non bisogna lasciare le notizie in sospeso. Bisogna garantire continuità all’informazione. Bisogna scavare anche con il giornalismo d’inchiesta. Bisogna fare in modo che ci sia una continuità nell’aggiornamento e che il pubblico sappia quale sia la parola definitiva di quel caso,  come vada a finire quella storia. Questo problema con la rete è diventato drammatico. Adesso con i motori di ricerca noi troviamo delle notizie non aggiornate, noi troviamo degli allarmi ingiustificati dei quali abbiamo perso le tracce. Per esempio gli allarmi alimentari, gli allarmi sanitari.

Con la sentenza decalogo dell’84. La Cassazione ha dettato i tre principi cardine. Il  giornalista deve raccontare la verità; deve raccontarla con un principio di pertinenza cioè di aderenza all’interesse pubblico alla notizia;  e deve raccontarla anche con un principio di continenza quindi con un linguaggio non offensivo nei confronti delle persone protagoniste dei fatti.

Il tema non è quello di traslare pedissequamente in modo abbastanza meccanico i criteri di libertà, indipendenza e pluralismo pensati per i media tradizionali e quindi traslarli sul terreno del web,  bensì quello di aggiornarli riadattarli e poi eventualmente superarli introducendo dei nuovi criteri di responsabilità che possano meglio cogliere la complessità del web. Il cittadino è diversamente tutelato in un articolo sul web,  anziché in un articolo sul cartaceo o in un servizio radiotelevisivo.

La par condicio non è applicabile al web.

Il diritto all’oblio non è il diritto indifferenziato al colpo di spugna. Il Gdpr,  il regolamento europeo sulla privacy,  non disciplina il diritto all’oblio in ambito giornalistico;  come viene chiaramente spiegato nello stesso regolamento: quando il trattamento dati avviene per finalità informative sfugge a quel tipo di trattamento.

Il diritto all’oblio per i giornalisti non è un obbligo di rimozione ma è un obbligo di corretta contestualizzazione dei fatti storici, corretta ricostruzione dei fatti storici.

Nel web ci deve essere il racconto reale fino all’ultima evoluzione della vicenda. In caso di mancato aggiornamento della notizia si fa riferimento ad un provvedimento del garante della privacy del 24 gennaio del 2013 che ha stabilito che le redazioni devono intervenire nella url dell’indirizzo internet dell’articolo non aggiornato,  con una stringa di testo in neretto iniziale, per dire che: l’articolo che vi accingete a leggere contiene delle notizie non aggiornate perché alla fine della vicenda giudiziaria “mario rossi” è stato assolto.

L’obbligo delle redazioni online è quello di essere depositarie della memoria storica. C’è anche una sentenza della Corte suprema tedesca che definisce che l’archivio è un bene della collettività e non può essere nella disponibilità di chiede la cancellazione.

La rettifica è un principio giuridico ed è un principio deontologico: ristabilire il dominio della verità dei fatti, rettificare le notizie inesatte, chiedere scusa e riparare gli eventuali errori. E’ scritto nell’articolo 2 della legge 69 del ’63 la legge che ha istituito l’Ordine dei giornalisti e quindi la legge professionale dei giornalisti. E’ scritto nelle principali carte deontologiche e anche nel testo unico dei doveri del giornalista che proprio scolpisce quest’obbligo di rettifica, chiedere scusa, ammettere gli errori. Tutti possono sbagliare,  anche i giornalisti, purché poi nel web comincino ad essere aggiornate le notizie false.

 

Sigfrido Ranucci Report

Una notizia senza memoria è orfana diceva il mio direttore Roberto Morrione. E’ importantissimo mettere un freno a queste richieste di oblio. Perché altrimenti fra un po’ non si avrà più la possibilità di capire chi è che ha fatto dei danni al bene pubblico e alla collettività

 

Enrico Mentana  direttore Tg La7

L’ordine dei giornalisti è anacronistico perché proprio il web è lì a dimostrare che fa informazione chi apre un sito di informazione. Il regolatore però qualcosa deve fare, e può fare,  innanzitutto a livello sovranazionale, imponendo un tavolo di confronto con i gestori dei social network.

 

 

 

Noi siamo per: non confondere l’operato di una redazione giornalistica con il meccanismo di funzionamento di una non meglio precisata “funzione algoritmica” . Non è possibile paragonare l’attività degli algoritmi di ricerca di Google o di altre OTT con l’attività di una redazione giornalistica.

Innanzitutto perché non conosciamo i meccanismi di sviluppo e definizione dell’attività di questi algoritmi.

In secondo luogo perché la finalità di detti algoritmi è meramente economica e a beneficio dell’azienda che investe i propri capitali per migliorarli continuamente.

In terza battuta perché gli ambiti di  ricerca in cui questi, non meglio definiti algoritmi, ci assistono, sono decisi da noi utenti in prima persona e in funzione di nostre specifiche esigenze. Che questo accada secondo automatismi di cui non ci accorgiamo neppure, o per nostro volere, la dinamica che si sviluppa non ha niente a che vedere con l’attività di una redazione giornalistica strutturata e coordinata a produrre informazioni che devono obbligatoriamente rispondere a principi di legittimazione fissati da uno specifico ordinamento giuridico. Verità, pertinenza e continenza della notizia. La notizia pubblicata deve essere vera, e deve esserci altresì un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti. Il principio di continenza richiede la correttezza dell’esposizione dei fatti e che l’informazione venga mantenuta nei giusti limiti della più serena obiettività.  Non è possibile confondere i due ragionamenti. Non fa bene al dibattito e non spiega un bel niente anzi, confonde e complica i fatti. Facciamoci spiegare dai padroni delle OTT come lavorano e quali sono le basi da cui muovono le attività dei programmatori che sviluppano i codici che compongono i famigerati algoritmi. Convinciamoli a sviluppare questi codici in modo trasparente e secondo una logica condivisa di servizio al bene comune. E proteggiamo e sosteniamo la libera circolazione delle notizie attraverso il lavoro della stampa professionale per una corretta formazione dell’opinione pubblica.

 

 

Raccolta pubblicitaria, dalla carta al digitale

 

 

Ferruccio Sepe capo dipartimento per l’informazione e l’editoria

La pubblicità come arma di pressione sull’indipendenza di chi fa informazione

 

Graziana Pasqualotto vice presidente UNA, aziende della comunicazione unite

Il vero tema è quello dei colossi digitali internazionali quelle che definiamo le big tech.

Le big tech si sono strutturate e continuano a sviluppare servizi che vanno a rispondere puntualmente alle esigenze di immediatezza, di velocità,  di personalizzazione dei messaggi, di localizzazione del consumatore che è quello che i clienti ci chiedono ogni giorno. L’importante però sarebbe che questi signori volessero accettare di farsi misurare

 

Fabrizio Tomei Chief digital di Speed la concessionaria del gruppo Poligrafici Editoriale

Il sistema dei giornalisti, i comitati di redazione.  Tutto un sistema che tutela e garantisce al cittadino un’informazione libera. Questo sistema di tutele costa. Costa mantenere un regime di giornalisti che rispondono ad un ordine, ad un’etica. Nell’online puro non succede,  perché molte start up, molti siti di informazione, possono accedere a delle forme contrattuali giornalistiche diverse dalle nostre, ovviamente pagando molto meno i giornalisti. Pagando molto meno tutto. Quindi a discapito della qualità.

I programmatic buying, che sono la nuova forma di raccolta pubblicitaria, che ormai credo sia intorno al 40% della raccolta totale,  e che si basa sul dato. Però su 100 milioni di impression erogate, solo 5 milioni sono magari su siti di qualità, e il resto viene disperso ovunque e su qualunque tipo di sito.

Quindi credo che la riflessione debba essere fatta in questo senso:  o anche gli editori, che sostengono a caro prezzo il mantenimento in vita del sistema, sono aiutati in qualche maniera dal Pubblico. Oppure l’informazione di qualità purtroppo verrà dimenticata  perché è difficile da sostenere.

 

Vittorio Meloni direttore generale di UPA

Non c’è modo di rimanere dentro il mondo dell’informazione, dell’editoria, mantenendo la stessa tipologia industriale che c’era prima che questa grande trasformazione digitale investisse il mondo. Quali sono gli elementi chiave di questa trasformazione?  Uno è sicuramente la cultura digitale. Senza un Paese che la fa sua, e che si preoccupa di far crescere anche la competenza dei cittadini nell’uso delle tecnologie digitali, lo spazio per questa espansione sarà ridotto. Per farlo servono le competenze e le infrastrutture

 

Enrico Bellini public policy manager di Google

Il motore di ricerca Google ogni mese fornisce 10 miliardi di click alle imprese editoriali in tutto il mondo

Soluzioni che per quanto riguarda l’editoria e il giornalismo ancora non ci sono

La direttiva europea sul Copyright fatta in questo modo; prendendo ad esempio due soluzioni quella tedesca e quella spagnola che non si sono rivelate vincenti, rischia di creare più problemi di quanti ne risolva. Di fronte alla garanzia di un nuovo diritto – anche qui chissà come e in che modalità accessibile – si vanno a comprimere altri diritti quale il diritto all’informazione dei cittadini. Abbiamo svolto un esperimento e abbiamo notato che questo tipo di direttiva potrebbe portare ad un calo di oltre il 40% del traffico generato verso gli editori.

 

 

Noi siamo per:  Quella che da sempre è stata la suprema divisione nel mondo dell’informazione fra i poteri, e i conseguenti rischi di pericolosa ingerenza fra gli stessi, viene superata, anzi peggio, azzerata, da un gravissimo errore di sistema che riguarda proprio la definizione del ruolo dei principali players dell’attuale sistema digitale, ovvero gli OTT.

Ogni tipo di trattativa, ogni tipo di collaborazione, ogni tipo di disputa, sanzione o legge, pensata o messa in atto nei confronti di questi soggetti parte sempre dallo stesso grave errore di fondo. La necessità di relazionarsi ad essi secondo le “loro” regole e non secondo regole oggettive, o ancora meglio, realizzando insieme un percorso totalmente condiviso e trasparente di comprensione, gestione, e riscrittura del mondo secondo nuove regole, tutte ancora da capire e forse da inventare, dentro a questa nostra nuova dimensione digitale. E allora, perdonate la retorica, ma facciamolo! Adoperiamoci al più presto per affrontare il problema dall’inizio.

 

 

I lavoratori poligrafici nella società dell’informazione

 

 

Pietro Gaviano lavoratore poligrafico rsu Uilcom

Io lavoro per un quotidiano che si chiama La Nuova Sardegna. Sono arrivato giovanissimo avevo 19 anni. Nell’85, La Nuova Sardegna vendeva più di 70 mila copie,  e noi poligrafici eravamo in 110. Oggi il mio giornale vende 29 mila copie e siamo in 52 poligrafici. L’azienda in cui lavoro ha attivato gli ammortizzatori sociali. Noi siamo da quattro anni “in solidarietà”

 

Ferruccio Sepe capo dipartimento editoria e informzione

Siamo in una fase molto difficile resa ancora più difficile dal fatto che stiamo parlando di un bene pubblico dall’altissimo valore sociale. Un bene essenziale per il buon funzionamento della democrazia.

Al centro del dibattito  c’è la necessità di un intervento statale,  anche nelle forme di sostegno alle trasformazioni.

Quella che definiamo piccola editoria non è così piccola nel Sistema Paese Italia.  Secondo i nostri dati, le 172 aziende che finanziamo con il contributo diretto, cubano quasi 90 milioni di copie in un anno. In assenza del giornale locale o di uno dei giornali locali,  non c’è nessun automatismo che i lettori passino ad un giornale nazionale. La chiusura di una voce locale è una perdita secca per la platea dei lettori.

 

Giulia Guida segretario nazionale Cgil Slc

Viviamo un momento particolare dove i cambiamenti dei processi e il modo di fare informazione sta modificando radicalmente il processo produttivo

Sappiamo benissimo che questo è un settore che da solo non può sostenersi

 

Roberta Musu segretario nazionale Uilcom

La qualità dei contenuti non è assicurata dalla tecnologia

Una trasformazione tecnologica che probabilmente non siamo stati in grado di gestire come Sistema Paese.

Non possiamo pensare di avere solo il digitale. Abbiamo bisogno di tutti i mezzi possibili di informazione per trasferire cultura, per trasferire le giuste conoscenze

Questa iniziativa deve avere un seguito e deve concretizzarsi in un tavolo strutturale di confronto su tutta la filiera

 

Luigi Ulgiati segretario Ugl settore carta e stampa

Probabilmente sopravviveranno  solo ed esclusivamente i grandi gruppi o i gruppi che addirittura provengono da altri paesi e che rischiano di monopolizzare il mercato. Non dobbiamo dimenticare che l’informazione passa anche attraverso la piccola editoria, i piccoli giornali, i piccoli presidi di democrazia che ci sono nei territori.

 

 

Noi siamo per:  Per dirla con Luca De Biase e usando una metafora assai calzante,  a nostro avviso, come fa lui nel suo oramai “vecchio” testo, non per questo meno attuale,  che si intitola:  “I media civici”:

“Si può tentare di affrontare la crisi dell’auto e contrastarla favorendo la sopravvivenza delle fabbriche di automobili, ma alla fine ci si deve domandare se l’automobile come l’abbiamo conosciuta sarà davvero una soluzione per la mobilità per un futuro sistema economico sostenibile. Sicché ha senso chiedersi se non convenga pensare a un modello di trasporto completamente nuovo: quello di un sistema di auto completamente elettriche che fanno rifornimento non ricaricando le batterie ma cambiandole in speciali stazioni di servizio che erogano l’energia vendendola a chilometro. Se si accetta l’idea che dalla crisi si esce non puntando tutto sul tentativo di aggiustare quello che non funziona ma attraverso il cambiamento, occorrono delle linee guida per la progettazione. “

 

 

Valorizzare la risorsa informazione oggi

 

Ferruccio Sepe capo dipartimento editoria e informazione

Un dato emerge: l’informazione che regge meglio, in questa crisi,  è l’informazione delle piccole edizioni, dei collegamenti ristretti col territorio, in cui la concorrenza dei grandi media,  dei grandi player del sistema editoriale, viene avvertita meno. Una nicchia che non è facile attaccare.

 

Mario Morcellini sociologo Università La Sapienza e commissario Corecom

 Il giornalismo che doveva dare elementi e vitamine contro le tossine del cambiamento,  è invece quello che ha patito di più i processi di cambiamento

Sulla disintermediazione molti di voi già sanno tutto.  Io vi chiedo però di ricordarvi che non è solo colpa dell’avvento del digitale,  altrimenti rischiamo di non capire la profondità storica di questi fenomeni. Ricordate  Manzoni: “spesso l’annuncio di una cosa la fa essere” nei “Tumulti del pane”,  forse una delle pagine più belle che siano state scritte sul riscatto del popolo ma anche sul rischio di populismo delle masse

La criticità del sistema informativo sta nel cambiamento tecnologico non elaborato culturalmente dai giornalisti

Dobbiamo farci carico della presa d’atto che un Paese che rinuncia alla risorsa dell’informazione locale subisce la globalizzazione invece che giocarsi la partita del protagonismo.

 

Marianna Sala Presidente Corecom Lombardia

L’informazione locale  si caratterizza per la prossimità, l’immediatezza, l’identità con il fruitore dell’informazione stessa,  e quindi suscita fiducia, oltre a informare contribuisce a rafforzare l’identità locale della comunità. L’informazione locale ha quindi un ruolo di connettività sociale fondamentale e aiuta il pluralismo della conoscenza che è alla base del nostro sistema democratico

Elementi comuni della crisi sono:  il crollo delle vendite e degli ascolti dei media tradizionali in favore dei nuovi mezzi legati però alle grandi piattaforme e non legati ai media e ai giornali online. Si calcola che il 70/80% della pubblicità digitale venga raccolta su Facebook Google e Amazon,  a discapito delle testate online locali.

Il calo del fatturato obbliga gli operatori di settore a cercare di tagliare i costi sulle redazioni e sui giornalisti professionisti che costano di più. Con il risultato che si va al di sotto di una soglia in cui è difficile mantenere un presidio informativo credibile.

 

Ivana Nasti dirigente Servizio ispettivo, Registro e Co.Re.Com

E’ notizia recente,  dell’iscrizione al roc delle concessionarie di pubblicità online. Gli introiti pubblicitari maggiori li troviamo lì.  E’ un’operazione complessa e delicata iscrivere al roc le più grandi concessionarie di pubblicità online,  non solo italiane, ma mondiali. Colossi come Facebook, Amazon, Google, Microsoft,  Dailymotion. Questi operatori sono ormai delle superpotenze, che hanno tutti i nostri dati personali. E’ un passo importante in un ambito, e in un momento  storico, in cui non c’è regolamentazione europea strutturata su questo punto. Cominciamo quindi con un censimento. Un censimento anche dei ricavi fatturati in Italia da questi operatori.

Una riflessione in prospettiva di riforma forse andrebbe fatta anche sulla disposizione dell’articolo 41 Tusmar (testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici) sulla pubblicità istituzionale delle pubbliche amministrazioni

 

Stefano Cuppi Presidente Corecom Emilia Romagna

Non dobbiamo però dimenticare che stanno nascendo nuovi soggetti editoriali, editori nativi digitali locali. Gli editori nativi digitali locali hanno delle caratteristiche completamente diverse dagli editori tradizionali. Io potrei creare in un paio d’ore una testata on line sportiva con un software che genera contenuti editoriali, do delle istruzioni, e la realizzo. Vi garantisco che fareste difficoltà, ad esempio in una testata sportiva, a capire se a fare il giornale è stata una macchina o un giornalista. Sono un editore digitale sportivo. E sono un ragazzo di 18 anni che non ha mai fatto nemmeno un corso per corrispondenza di giornalismo. Ma questo non mi impedisce di creare una testata con queste caratteristiche che può avere anche molto successo e arrivare a fare fatturati di tutto rispetto.

 

Adriana Lotti Agcom

I numeri economici sottostanti l’informazione locale sono abbastanza drammatici,  tanto che in un paio di regioni non esistono più quotidiani cartacei. Non si vede l’emergere di realtà dell’online in grado di compensare questa riduzione di informazione. Da questo studio si evince che il 70% delle testate online,  hanno tutte una matrice molto locale e stanno in qualche modo integrando o sostituendo i quotidiani locali, non solo sono sotto i 100mila euro, ma hanno un fatturato medio di 20 mila euro l’anno. Spesso si tratta di società, definiamole personali, nel senso che è la stessa persona che magari è anche  un giornalista professionista estromesso dal mondo tradizionale, che per passione, vocazione, – perché con 20mila euro l’anno non si giustifica un business – diventa imprenditore, e quindi direttore editoriale della propria testata oltre ad esserne spesso anche l’unico redattore.

 

 

 

Noi siamo per: Servono interventi, rapidi, efficienti, condivisi, e compresi, soprattutto dai professionisti del settore. Esiste la necessità di fare un’anagrafe del giornalismo locale,  dell’informazione locale. Esiste l’esigenza di potenziare il registro degli operatori della comunicazione. Il roc, una banca dati che costituisce un patrimonio di informazioni unico in Italia. E al quale, non senza difficoltà, si stanno iscrivendo le più grandi concessionarie di pubblicità online,  non solo italiane, ma mondiali. Colossi come Facebook, Amazon, Google, Microsoft, Dailymotion etc.etc. E grazie al quale si potrà molto presto, ad esempio, procedere ad un censimento anche dei ricavi fatturati in Italia da questi operatori.

 

 

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