Rider del giornalismo

| 28 Settembre 2020 | Tag:, , , , , , ,

Parafrasando una battuta di origine incerta, e che noi attribuiamo col cuore,  ad un attore-genio, perduto,  e ad un film che dovrebbe essere inserito d’ufficio nella dieta mediatica del genere umano,  e che dice più o meno così: “Quando il gioco si fa duro: i duri cominciano a giocare”. Quante volte siamo stati sul punto di usare questa frase? Quante volte avremmo voluto, magari rimboccandoci le maniche, proferire termini di questo tipo e poi non abbiamo osato. Ebbene, mai come in questi “perigliosi frangenti“, potrebbe essere lecito arrivare a simili passi. Si scherza, lo sapete. Ma i frangenti sono davvero pericolosi e duri. Entrati come siamo nell’anno uno dell’epidemia, anzi peggio, della pandemia.  In attesa di capire come uscirne – davvero e per sempre – proviamo a riprogettare le nostre vite in modo diverso e “sicuro”, anche se tutto siamo fuorché certi di quello che il presente e l’immediato futuro  ci riserveranno.  Per noi che studiamo, lo stare chiusi in casa non ha rappresentato un grande sacrificio, abituati a starcene rintanati nei nostri antri polverosi, abbiamo usato questo tempo “immobile”, per studiare con maggior zelo e dedizione i nostri tomi e le nostre teorie. Per noi – ancora noi ma altri noi –  che siamo, invece,  abituati a confrontarci continuamente con le persone, i colleghi, gli altri studiosi, e tutti i curiosi sui temi del digitale dentro ai nostri appuntamenti digit: è  stata, invece, una stagione davvero dura. Rinunciare ai bagni di folla – si scherza – dei nostri appuntamenti live, è stata una sofferenza inaudita,  quasi impossibile da sopportare. E allora eccoci, ancora non certo sicuri del domani, ancora con grandi precauzioni e mettendo in pratica tutte le raccomandazioni e i nuovi costumi imposti dalle condizioni davvero particolari che tutto il mondo sta vivendo, ma eccoci di nuovo in versione “carne ed ossa”, su un palco, per ragionare assieme a chi vorrà intervenir:  di giornalismo, digitale, lavoro e  nuovi assetti sociali. Torniamo esattamente al punto in cui ci avete lasciato. Tornano i “rider dell’informazione“. Torniamo indossando l’ultimo adattamento dal vivo dei nostri studi qui a bottega. Dopo mesi di stop, riprendiamo la palla dove l’avevamo lanciata nel gennaio scorso, periodo in cui abbiamo messo in scena il nostro ultimo festival dal vivo: a Milano, Torino e Bologna. Per il nuovo appuntamento in presenza ci trasferiamo a Varese, ospiti del Festival Glocal, la manifestazione ideata da Marco Giovannelli e realizzata dalla redazione di Varese News, da sempre gemellata al nostro festival digit. Il panel è già su SIGEF, la piattaforma per la formazione professionale continua dei giornalisti italiani.

 

 

https://sigef-odg.lansystems.it/Sigefodg/dettagliocorso/19605

 

 

Le prenotazioni sono già possibili. I posti sono limitati. La partecipazione è libera e gratuita. I giornalisti che parteciperanno, porteranno a casa, non solo “l’illuminazione della conoscenza” – si scherza – ma anche un pacchettino di crediti professionali, molto utili, soprattutto in quest’epoca di “congelamento sociale”.  Sul palco del festival Glocal,  venerdì  13 novembre,  a Varese,  saliremo in tre, come nel nostro ultimo digitOnTour: Marco Dal Pozzo, studioso di editoria, Luca Corsato, artista, pittore e scienziato dei dati, e Marco Renzi, giornalista e teorico dei mondi digitali. L’argomento centrale delle due ore di panel sarà il giornalismo e i giornalisti. Raccontati in un modo unico e irripetibile. Come mai vi sarà capitato di sentire. In questi nostro mondo all digital, il lavoro dei giornalisti – lo sapete bene se siete assidui di questo blog – è a nostro avviso centrale e determinante, più che mai, per il presente e il futuro dell’Umanità. Si scherza, lo sapete, ma su questo argomento, meno che su altri. Perché è davvero fondamentale comprendere, a nostro avviso, il ruolo centrale del giornalismo in questo presente in cui l’umano sta per venire via via sempre più velocemente soppiantato dall’artificiale. Qualsiasi cosa questo voglia dire. Interpretatelo come meglio vi aggrada, non importa. Ma questo è lo scenario che abbiamo davanti a noi. Ed è lì che “i duri devono andare a giocare”.  Meglio saperlo, meglio affrontare la sfida con gli occhi aperti e la mente preparata. Un esempio? Diamo insieme un’occhiata ad un rapporto recentemente pubblicato sul sito del “world economic forum“, non la gazzetta del giocoliere ( con tutto il rispetto per i giocolieri e tutti gli artisti in generale ).

 

 

Qui il link al rapporto originale:

https://www.weforum.org/agenda/2020/09/social-media-planets-facebook-twitter-tiktok-youtube-instagram/

 

 

La domanda che vorremmo porre è questa: se l’universo social mondiale conta oggi quasi 4 miliardi di utenti, ovvero circa metà della popolazione del pianeta, quanto conta per Voi una “comunicazione corretta”? La questione del giornalismo e più in generale della comunicazione non può essere rimandata.  Se pensiamo che metà del pianeta passa il proprio tempo a scrivere, filmare, fotografare, chattare, googlare, costruire meme, – in altri termini – creare, selezionare, elaborare contenuti di ogni genere, ci rendiamo immediatamente conto di quanto questa produzione vada orientata, elaborata, lavorata, direzionata, scremata, sbobinata. Dunque se in ogni azienda pubblica e privata, in ogni ente, istituzione, casa privata,  – letteralmente – ovunque nel mondo;  si può usare un dispositivo collegato alla rete;  e questo nostro agire si ripete e ripeterà sempre di più costantemente;  e quando saranno le macchine a comunicare direttamente fra loro, e questo modo di fare si perpetuerà ancora e molto di più e in modo ancora più intenso. Non dovrebbe essere poi così difficile arrivare a pensare che c’è e ci sarà sempre di più un enorme lavoro, oltreché una gigantesca responsabilità,  per è e sarà in grado di lavorare con le informazioni, con i contenuti, con i dati, qualcuno direbbe –  ma commetterebbe un errore –  sui dati serve un ulteriore approfondimento; in modo professionale. Con le giuste competenze. Con la necessaria deontologia. Questo sarà certamente  uno  degli argomenti centrali del nostro panel di novembre a Varese.  E, continuando nel ragionamento, e anticipando alcuni dei temi di cui discuteremo con chi vorrà partecipare al convegno:  cosa producono queste azioni ripetute e insistite? A nostro avviso,  due tipi di “oggetti“: i dati appunto, – desunti dai nostri comportamenti – e contenuti ovunque.

Questo tipo di dati, servono in buona sostanza, ad ingrossare soprattutto, le mucche –  già belle grasse –  delle techno corporation. Se avete ancora dubbi leggetevi il saggio di Shoshana Zuboff: Il capitalismo della sorveglianza. E i nostri contenuti che fine fanno? Apparentemente non vanno da nessun parte e non servono a nessuno. Alimentano il chiacchiericcio diffuso del web. Quel rumore di fondo continuo che è,  di fatto,  lo stare connessi. In realtà proprio i nostri contenuti sono il carburante principale che alimenta le stesse piattaforme di proprietà delle medesime OTT, o techno-corporation di cui sopra. Del resto provate a togliere dal web le nostre chiacchiere e provate a vedere cosa resta.  Il panorama diventerà improvvisamente desolato e desolante. E allora come mai il giornalismo è in crisi, l’editoria vacilla, e solo le mucche delle OTT ingrassano?  Qui a bottega ci siamo fatti un’ideuzza e nel nostro digitOnTour che il 13 novembre prossimo approderà a Varese proveremo a spiegarvela. Intanto continuando a leggere il rapporto del “world economic forum” che fotografa i social di maggior successo planetario,  scopriamo ad esempio che fra i primi 20 social con il maggior numero di utenti unici,  più della metà (11)  hanno la propria base negli Stati Uniti;  6 arrivano dalla Cina;  e gli altri 4 sono suddivisi,  pari merito,  fra Giappone e Russia.  Nei 21 posti di questa speciale classifica mondiale dei social più affollati,  gli Stati Uniti, oltre ad essere il paese più presente,  vincono un’altra ipotetica statuetta aggiudicandosi i primi 4 posti della classifica e relative medaglie;  ed anche 5 dei primi 6 posti. Una sequenza interrotta al quarto posto dal “nemico” cinese We chat, ma che riprende subito con l’arrembante Instagram, destinato, a nostro avviso a breve, a scalare altre posizioni, piazzandosi molto presto, ancora più in altro in questa strana gerarchia. Ma vediamo tutta la classifica, nell’ordine troviamo:

 

 

 

  • Facebook     2,603 milioni    (Usa)

  • WhatsApp   2,000 milioni   (Usa)

  • YouTube      2,000 milioni   (Usa)    

  • Messenger   1.300 milioni   (Usa)     

  • WeChat      1.203  milioni    (Cina) 

  • Instagram  1.082  milioni   (Usa)

  • TikTok          800   milioni  (Cina)   

  • QQ               694  milioni     (Cina)   

  • Weibo          550  milioni     (Cina)    

  • Qzone         517 milioni      (Cina)

  • Reddit        430 milioni      (Usa)

  • Telegram   400 milioni      (Russia)  

  • Snapchat   397 milioni      (Usa)  

  • Pinterest    367  milioni    (Usa)    

  • Twitter      326 milioni     (Usa)   

  • LinkedIn   310 milioni    (Usa)   

  • Viber        260  milioni     (Jap) 

  • Line         187 milioni      (Jap)

  • YY           157 milioni    (Cina)

  • Twitch      140 milioni     (Usa) 

  • Vkontakte 100  milioni  (Russia)

 

Tutte all american salvo We chat che ruba appunto – e per il momento –  il quinto posto a Instagram e turba il totale monopolio delle techno – corporation americane dalla vetta,  e dal totale controllo della gran massa di utenti unici globali.  Va anche detto che tutte le posizioni di rincalzo dalla sette alla dieci sono tutte appannaggio della Cina.  Tornando alle posizioni di testa,  si nota, e come farne a meno, il quasi totale monopolio di Facebook (quattro social su sei: facebook, whatsapp, messenger, instagram) e Google che è proprietaria dell’altro social in classifica: youtube. In tutto fanno davvero un “sacco” di utenti unici e quasi tutti accasati con la compagnia diretta dal buon Mark e situata in quel di Menlo Park. Se poi in una mattina qualunque, delle prossime,  a Menlo Park dovessero “improvvisamente” decidere di candidarsi e vincere le prossime “democratiche e libere elezioni politiche americane“,  non fate finta di non sapere come,  e non capire cosa sia  successo. Non di solo pubblicità, vive l’uomo. E quei milioni di persone, tutte pronte ad ascoltare,  sono lì ed ora, non sul sito di un  quotidiano o di una televisione, o ancora meglio, di un partito politico. Come diceva il noto politico italiano, citando un aforisma non suo: “il potere logora, chi non ce l’ha”.

Come dite, la facciamo troppo facile?  Può essere –  del resto siamo giornalisti non scienziati – ma l’importanza del ruolo del giornalismo, crediamo emerga in modo sempre più manifesto e visibile, non credete anche Voi?

 

 

Ma andiamo ad estrarre un altro paio di dati, dal lavoro del sito “visual capitalist” cui il world economic forum ha commissionato la ricerca che stiamo sfogliano per Voi. Diamo un’occhiata ai numeri e ai fatturati di queste piattaforme. Ad esempio youtube, vero oggetto del desiderio della enorme galassia social, ha fatturato nel 2019 qualcosa come 15 miliardi di dollari arrivando in due anni – dal 2017 –  quasi al raddoppio degli incassi.  Una frase in particolare della ricerca riferita alla piattaforma video di Google, ci ha fatto particolarmente riflettere: “Youtube compete frontalmente  con la televisione tradizionale“. Fa davvero pensare, leggere un commento di questo tipo. Si tratta di un’affermazione probabilmente in parte vera, ma sulla quale è utile, a nostro avviso aprire una parentesi. Youtube non ha niente a che vedere con una tv tradizionale. Non ha un palinsesto. Non produce in proprio. Non si rivolge ad un’audience. Potrebbe – questo sì –  aver fornito elementi utili a chi ha poi avuto l’idea per un vero progetto di piattaforma da mettere in competizione con le televisioni tradizionali. Un soggetto chiamato Netflix.

 

 

Lì si che c’è e ci sarà sempre di più competizione con l’universo generalista.  E sembra, anche, che il risultato sia scontato.  E a favore dei nuovi competitor, algoritmici. Ma questo è un altro tema, su cui tornare molto presto.  Continuando ad osservare i dati della ricerca, notiamo ad esempio quanto siano volatili, e alcune volte anche fumose, le grandi masse di capitali che “girellano“,  dentro a questi nuovi mercati finanziari in cui operano i  “social“. Ad esempio le azioni di  snapchat – 400 milioni di utenti unici circa – oggi valgono circa  20 dollari, mentre nei suoi primi anni erano arrivate anche sotto i 4 dollari di valore.  Instagram rimane il grande successo del momento. Il social per immagini nonostante i numeri da capogiro,  ha ancora un fortissimo potenziale inespresso,  e viene considerato  una sorta di  cavallo di razza,  da poter sfruttare molto di più di quello che già non facciano i suoi attuali proprietari –  i signori di Menlo Park, come è risaputo, che l’hanno pagato all’epoca dell’acquisizione la non trascurabile cifra di 1 miliardo di dollari – e nonostante i  1.082 milioni di utenti unici, attuali. In particolare sono le forme narrative delle “stories” di Instagram ad essere ancora – secondo gli esperti –  un oggetto con un potenziale inespresso e non sfruttato al meglio. Un discorso a parte merita la piattaforma cinese Tik Tok, definita da tutti il social dell’anno. Le controversie “politiche” del social cinese le conosciamo tutti. Il diktat di Trump per chiudere lo sportello Usa del social cinese,  e le serrate trattative per spostare buona parte dell’azionariato e quindi della proprietà della piattaforma dalla Cina agli Stati Uniti, alimentano oramai le cronache dei quotidiani, anche nel BepPaese. Rimane solo da capire quale sarà la techno corporation americana che si aggiudicherà il parziale controllo della compagnia con gli occhi a mandorla. Intanto però Tik Tok, accusata da molti di essere un social di nicchia, o peggio ancora una specie di giocattolo per minorenni, ha raggiunto l’impressionante cifra di 800 milioni di utenti unici e fatturati pubblicitari a nove zeri. In questa classifica davvero particolare,  vanno poi segnalate le performance di Telegram, la chat di origine russa, divenuta poi negli ultimi anni,  in qualche modo dissidente e malvista dal regime, come i suoi creatori,  – 400 milioni di utenti –  una piattaforma che si migliora di mese in mese, accumulando utenti e fatturati davvero lusinghieri; e poi Twitter e Linkedln; la prima – forse una delle più longeve piattaforme social in attività  –  ancora alla ricerca di un vero e proprio modello di business, e dopo alterne vicende che l’hanno anche vista sul punto di soccombere, pare ora aver trovato una seconda giovinezza e mette assieme 326 milioni di utenti; la seconda è stata nell’ultimo anno una delle piattaforme con la maggiore crescita, e ha raggiunto i 310 milioni di utenti unici. L’ultima riflessione, Tik Tok a parte, va alle piattaforme cinesi. Oggetti sconosciuti ai più e che dovrebbero essere studiati da tutti noi con grande attenzione. Sia per comprendere le dinamiche di funzionamento di questi oggetti che sono in grado di raggiungere miliardi di utenti unici, lavorando – quasi esclusivamente – in casa e nei vicini mercati asiatici; sia per ragionare su altri modelli sociali –  magari anche peggiori di quelli proposti dalle Ott, che è tutto dire –  e quindi da tenere in grande considerazione e attenzione, per salvaguardare il bene comune di tutti noi, anche degli stessi cugini asiatici. Un bene comune sotto attacco perenne e vittima di minacce. Uno scenario che evoca  meccanismi più o meno visibili di controllo e uso della democrazia assoluta. Vedi alla voce Singapore, Hong Kong, e Pechino stessa. A buon intenditor poche parole. Grazie dell’attenzione e a presto ;)

 

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