Parliamo di noi e di Inpgi e di elezioni

| 26 Gennaio 2020 | Tag:, , , , , , , ,

Perdonate l’ardire ma per fare la cosa giusta ci sembrava corretto ragionare assieme a Voi del primo digitOnTour della nostra storia che si è svolto  nella scorsa settimana. Tre appuntamenti in tre diverse città, uno dopo l’altro in tre giorni 20, 21 e 22 gennaio, in cui  abbiamo provato a spiegare, ai giornalisti, ma non solo, che i dati non sono documenti, che per arrivare al dato serve una serie specifica e precisa di corretti passaggi. Che imparando la corretta gestione della filiera dei dati possiamo comprendere quasi senza sforzo le logiche (tutt’altro che divine per dirla con il sommo Battiato) che regolano il nostro mondo post rivoluzione digitale. E, fatto questo,   possiamo/potremmo, giornalisti e non, trovare molteplici occasioni di lavoro (qualcuno direbbe modelli di business), dentro i dati, con i dati, attraverso l’uso corretto di tali dati, o molto più semplicemente comprendendo che i dati –  quelli veri –  non sono altro che un modo – digitalmente evoluto e corretto – di tornare a fare il nostro mestiere di giornalisti e nello stesso tempo riuscire a farci pagare, spesso anche molto bene, senza bisogno di avere un editore alle spalle e/o davanti a noi.

 

Nei nostri incontri abbiamo anche individuato un problema dentro il mondo del giornalismo (non vorremmo prenderci troppo sul serio ma la nostra convinzione è che forse quello individuato non sia un problema fra tanti ma forse: IL PROBLEMA?),  e abbiamo anche capito assieme a chi ci è venuto a sentire,  che tale problema (scusate la ripetizione ma vale la pena di sottolineare che forse parliamo davvero de IL PROBLEMA) (mutatis mutandis) ben si adatterebbe  ad ogni categoria,  non solo a quella dei lavoratori dell’informazione.

 

E dunque eccoci qui a provare a spiegare intanto di quale problema stiamo parlando e nell’occasione parlare anche di altre piccolezze come le prossime elezioni dell’Inpgi e di come, una volta tanto, anche qui da noi, si pensi, non tanto e non solo di partecipare a tale elezioni, ma di porre l’accento sul senso che queste elezioni potrebbero avere per la nostra categoria.  IL PROBLEMA dunque, emerso in modo così chiaro nel corso del nostro primo digitOnTour dei giorni scorsi e di cui abbiamo amabilmente conversato con le persone che sono intervenute ai nostri corsi è: il riappropriarsi serenamente della propria funzione d’uso. Fare i giornalisti nell’epoca digitale, nell’era della disintermediazione, dentro l’ecosistema: non è più trovare le notizie. La corretta funzione per il giornalista post avvento della rete, è quella di certificare la filiera della produzione e della corretta distribuzione delle informazioni. Meglio ancora: la formazione dell’opinione pubblica. Che significa fuori da ogni metafora, stabilire una volta per tutte, che il nostro mondo è davvero ipercomplesso –  come dice il nostro associato, amico e grande esperto di complessità Piero Domenici – e che solo una corretta comprensione e decodifica di questo sistema complesso, che è il nostro mondo, ci permetterà di riaffermare i corretti valori in campo. Tradotto per la nostra professione, a nostro avviso significa, cominciare rapidamente a riconoscere nuove funzioni e capacità che ognuno dei professionisti del settore deve comprendere, e sviluppare, per affiancarle a quelle già in suo possesso.

 

Se le notizie si trovano ovunque e gratuitamente, se le informazioni circolano dappertutto, senza alcun controllo e in grande abbondanza, il giornalista deve mettere in campo la propria professionalità per governare i sistemi, i processi, i percorsi tracciati dai dati; non perdere tempo a cercare le notizie. O almeno riducendo di molto il tempo dedicato a quella che un tempo era la sua prima vocazione, il suo compito precipuo. Se, come appare statisticamente certificato, la notizia che ha circolato e si è diffusa maggiormente nel corso dell’ultima campagna presidenziale che ha incoronato Trump alla Casa Bianca,  è una notizia completamente fasulla; significa evidentemente che non sono le notizie a fare la differenza, ma la certificazione dei percorsi che permettono a queste notizie – non importa se vere/false o verosimili –  di diffondersi in questo nostro mondo super affollato di contenuti. Che ne dite? Vi torna il concetto?

 

 

 

Nella nostra cavalcata di tre giorni fra Bologna, Milano e Torino abbiamo poi scoperto che anche, e forse soprattutto, in questo nostro mondo digitale e tecnologico,  in cui le professioni dovrebbero cercare le loro nuove o vecchie funzioni d’uso, più che andare verso super-specializzazioni sempre più di nicchia, come invece il marketing sta provando a convincerci a fare da tempo;  anche i diritti e i doveri dei lavoratori,  devono essere serenamente e urgentemente,  ristudiati e riformulati,  per evitare l’accettazione pedissequa e forzata,  della nascita di una nuova classe di schiavi (magari pure muniti di computer, o bicicletta, o microfono, e/o strumenti vari, spesso anche molto tecnologicamente evoluti) strumenti utili e forse anche innovativi, ma che non ci emancipano anzi ci rendono succubi. Novelli pupazzi meccanici, automi per finta, ma controllati da un burattinaio nascosto. Come accadeva in passato con il Turco Meccanico. Immagine dell’antichità, che guarda caso proprio le stesse OTT hanno preso in prestito per definire alcuni loro addetti: i mechanical turk. Servono dunque nuovi diritti e soprattutto nuovi modelli sociali, (non solo di business),  che sottendano oltre che una buona operatività anche una piena soddisfazione economica del lavoratore.  E in questo,  nel nostro piccolo,  durante gli incontri del digitOnTour,  abbiamo presentato un progetto di modello etico del lavoro.

 

 

In tutto questo, passaggi nodali come gli Stati Generali dell’editoria e dell’informazione, realizzati dal Governo precedente, non possono rimanere lettera morta. Gli innumerevoli spunti e suggerimenti e le indicazioni,  uscite da quegli incontri, dove per la prima volta –  forse in assoluto per il nostro Paese –  tutti gli attori della filiera produttiva del comparto, si sono trovati seduti attorno allo stesso tavolo; non possono essere disattese. Torneremo fra breve e con un articolo specificamente dedicato, ad occuparci proprio dei risultati, degli input,  emersi da quelle consultazioni. Oggi a pochi giorni dalle elezioni per il rinnovo dei vertici dell’INPGI, vorremmo invece spendere tempo e parole,  per ribadire la nostra posizione sul tema: “allargamento dell’Inpgi”. Una posizione, la nostra,  che non sposa in alcun modo la presa di posizione che le istituzioni della nostra categoria hanno provato a proporre e poi a realizzare,  negli ultimi mesi, ovvero l’allargamento d’ufficio del numero degli iscritti all’ente di previdenza dei giornalisti aggiungendo “i comunicatori” ai giornalisti. La nostra proposta sulla vicenda è invece la proposta formulata,  molto prima della svolta “comunicatori”, dal nostro fondatore e mentore Raffaele Fiengo. Una proposta pubblica e che prevedeva e prevede,  che la platea degli associati Inpgi,  si allarghi si, ma a tutti coloro che producono “atti di giornalismo” e solo e soltanto, se queste persone si rendono disponibili a sottoscrivere poche e semplici regole. Poche ma ferree regole. In sostanza un singolo e preciso principio: aderire alle regole deontologiche. Aderire alle carte deontologiche. Sottoscrivere un patto di adesione e riconoscimento delle leggi e dei regolamenti che ordinano la teoria e la pratica della professione giornalistica. Non a caso la proposta di Raffaele Fiengo si intitola: giornalista per adesione.

 

 

Ebbene quando fra qualche settimana andrete/andremo a votare per rinnovare i vertici del nostro ente di previdenza,  sarebbe importante – a nostro avviso –  tenere conto di questa posizione. Una posizione che troviamo molto ben riassunta in questa lettera d’intenti che pubblichiamo di seguito,  e che è stata composta e firmata da due colleghi che si chiamano Michele Mezza e Marco Mele. Buona lettura, e buone elezioni.

 

A metà febbraio si gioca l’ultima partita per la previdenza dell’informazione. Siamo nel pieno della fase terminale di una lunga crisi che i giornalisti (e gli editori), colpevolmente hanno prima esorcizzato e poi banalizzato.

 

L’INPGI non è solo in una crisi contabile e finanziaria, ma subisce un avvitamento culturale e professionale.

 

Il deficit del suo bilancio, irrimediabile e irreversibile nel perimetro dato della categoria, è l’indicatore della miopia sindacale e politica dei giornalisti italiani, di chi li rappresenta e da chi pretende di rappresentarli. Sarebbe facile, parafrasando le mille cronache scritte o registrate dai giornalisti sulle crisi aziendali di questi trenta anni, cavarsela con la battuta “E’ il mercato, bellezza”. Un mercato che sta sostituendo, in tutto il mondo e in tutte le professioni, lavoro vivo con lavoro morto, come avrebbe detto un filosofo tedesco di metà Ottocento. Più prosaicamente si sta automatizzando l’attività artigianale e discrezionale dell’uomo. Quando è iniziato questo processo? Un anno fa? Cinque anni fa? Venti anni fa? Ancora prima, in realtà: Internet agisce ormai da 50 anni, le prime forme di intelligenza artificiale efficiente nel campo dell’informazione da almeno vent’anni.

 

Era così difficile capire cosa sarebbe accaduto? Era davvero così lontana la crisi dieci anni fa, quando si costruivano contratti sindacali e si tamponavano le prime lacerazioni nel sistema previdenziale con soluzioni del tutto arcaiche o inutili. O quando si avallavano centinaia e centinaia di prepensionamenti, spesso richiesti non solo dalle aziende ma anche dai comitati di redazione: per cacciare i “vecchi”. E uccidere, con l’Inpgi, le pensioni future di chi votava a favore di quegli accordi, sempre avallati dalla Fnsi. Operazioni di corto respiro, disastrose nel medio-lungo periodo. Ancora oggi si persevera. Con ultimatum dati al Governo o ad altre categorie, come quelle dei comunicatori o delle pr, ingiungendo di salvare l’Inpgi. Ma perchè? E per chi? Certo, sappiamo bene quanto conti avere una piena autonomia previdenziale per un mestiere sul confine degli equilibri costituzionali.

 

Ma occorre evitare di involgarire il tutto con sospetti di scelte corporative, o, ancora, peggio, di mera bottega o poltrona.

 

L’Inpgi si salva se non si parte dall’Inpgi.

 

La base contributiva deve essere allargata. Ma non (solo) per salvare le pensioni dei giornalisti. L’obiettivo deve essere quello di dare al Paese un sistema di informazione globalizzata e digitale, autonoma e sovrana, dove saperi e competenze possano combinarsi dando ai mestieri dell’informazione protagonismo e potere negoziale.

 

Va preso atto del fatto che oggi si produce informazione in molti modi. Uno di questi è il lavoro in redazione con un direttore responsabile. Uno fra i tanti. Un altro è diffondere comunicazione in territori, istituzioni e comunità. Un altro è promuovere relazione per rendere trasparenti servizi e produzioni o decisioni. Un altro è costruire sistemi che connettano cittadini e intelligenze per ottimizzare una città. O un sistema di servizi. Si tratta di profili, attività, tradizioni e culture diverse ma sempre più convergenti. Devono avere contratti paralleli ma affini, soprattutto devono avere una cultura e un’etica comune. Da qui dobbiamo partire per costruire un nuovo e più ampio mondo dell’informazione, senza monopoli o posizioni di rendita, con contratti coerenti, principi integrati, valori condivisi, previdenza integrata. In questa logica di revisione e ridefinizione dell’informazione, giornalisti, comunicatori, ma anche professionisti della P.A., o dei sistemi informatici e degli spazi sul Web potranno convergere non per necessità ma per realismo, rispondendo al bisogno di valorizzare la propria identità e professione rispetto ad un uso strumentale e misero dei processi tecnologici, visti solo come risparmio di lavoro e non come arricchimento di opzioni e libertà.

 

In occasione delle prossime elezioni i sottoscrittori di questa lettera voteranno per i candidati che  impegneranno a rispettare questo progetto: quello di una profonda ristrutturazione del contratto nazionale di lavoro dell’Informazione, che preveda un pluralismo di figure e contesti d’impresa; un pluralismo di identità e ambiti professionali; una stretta convergenza di valori e di principi etici; una graduale convergenza nei percorsi previdenziali. Si aprano la Fnsi e l’Ordine dei Giornalisti ad un dibattito stringente e operativo, ad esempio sull’accesso all’Albo e alla professione, che renda il caso Inpgi una straordinaria opportunità di innovazione dell’intero sistema Italia e non una emergenziale opera di soccorso contabile.

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