Making sense

| 23 Marzo 2020 | Tag:, , , , , ,

Di decreto in decreto, di annuncio in annuncio, la crisi peggiore della storia dell’Umanità, e certamente di questo Paese in primis, si snoda con i suoi picchi – tremendi – e le sue anse, attese e molto gradite, da tutti. Siamo in uno stato di emergenza non c’è alcun dubbio, forse dovremmo sforzarci tutti di up-gradare ad un diverso stato di coscienza e conoscenza che ci permetta di riprendere in parte almeno il controllo della nostra vita anche in questo stato di apparente, ma costante, pausa infinita. Qui a bottega proviamo come sempre a studiare – altro non ci è concesso fare purtroppo – l’andamento di questo stato sociale. E ragionandoci sopra cerchiamo di proporre alcune visioni/interpretazioni del fare, dell’agire, e semplicemente del restare. L’idea è di essere d’aiuto, speriamo di riuscire nell’intento. Il nostro Marco Dal Pozzo al termine di un ragionamento che ha coinvolto tutto il nostro gruppo di lavoro, prova oggi ad analizzare l’esistente, partendo dalle misure economiche introdotte dal Governo per gestire questo scampolo d’emergenza. Probabilmente mentre stiamo scrivendo altre misure stanno per essere approvate o peggio sono appena state introdotte. Vedrete che però la sostanza dei fatti, rispetto alle tesi che proviamo a proporVi,  non varierà in modo evidente. Grazie come sempre dell’attenzione e alla prossima.

 

 

Commercio al Dettaglio di tessuti per l’abbigliamento, l’arredamento e di biancheria della casa; di filati per maglieria e merceria; di tende e tendine; di tappeti, di elettrodomestici; di mobili per la casa; di sistemi di sicurezza; di strumenti musicali e spartiti; di articoli di legno, sughero, vimini e articoli in plastica per uso domestico; di libri nuovi; di articoli di cartoleria e forniture per ufficio; di registrazioni musicali e video; di articoli sportivi, biciclette e articoli per il tempo libero; di giochi e giocattoli; di biancheria, maglieria, camicie; di pellicce a abbigliamenti in pelle; di cappelli, ombrelli, guanti e cravatte; di calzature e accessori; di articoli di pelletteria e da viaggio; di fiori e piante; di mobili per l’ufficio; di oggetti di artigianato; di articoli da regalo; di bomboniere, di bigiotteria; di articoli per le belle arti; di libri e altri articoli di seconda mano.

 

Queste sono alcune delle categorie ATECO (Attività Economiche) escluse dal DPCM dell’11 Marzo con cui il Governo ha consentito l’apertura solo degli esercizi che fanno commercio al dettaglio di generi alimentari e di prima necessità (individuate nell’allegato 1 dello stesso DPCM). Quelli nella lista, cioè, sono esercizi commerciali che devono rimanere chiusi. Inutile dire del danno economico che purtroppo subiranno gli esercenti e le loro famiglie.

 

C’è una questione di principio che questo scenario impone: come vanno giudicate le piattaforme di distribuzione online che invece quei beni li riescono a vendere? Non si innesca forse un meccanismo di concorrenza sleale, destinato a rendere ancor più cupo il futuro dei negozi di vicinato, già da tempo prostrati dalla rivoluzione digitale (anche perché, diciamola tutta, non si è sempre capaci di reagire ad un processo che non è puramente tecnologico)? E ancora: che condizioni di lavoro vengono garantite ai lavoratori della logistica che devo consegnare quei beni?

 

Il discorso è complicato, inutile dirlo e mette in gioco tante, tantissime variabili. Eccone una: vanno risarciti gli esercenti che sono stati costretti a chiudere? Dando per scontata la risposta positiva il punto è: come?

 

D’altro canto, se si osserva che molti degli esercizi per i quali è stata  imposta la chiusura sono in sofferenza a prescindere dal DPCM e dalle motivazioni che ne hanno indotto l’adozione, questo potrebbe essere per gli esercenti il tempo per ripensarsi e rilanciarsi anche grazie ad una forma di incentivo che, come detto, si potrebbe chiedere, attraverso gli opportuni strumenti legislativi, a chi invece in questo momento sta lavorando. 

 

Ecco, appunto: le attività per cui il DPCM dell’11 Marzo garantisce, direi richiede, l’apertura: ipermercati, supermercati, discount di alimentari, minimercati ed altri esercizi  non specializzati di alimentari vari; commercio al dettaglio di prodotti surgelati; quelli in esercizi non specializzati di computer, periferiche, attrezzature per le telecomunicazioni,  elettronica di consumo audio e video, elettrodomestici; quelli di prodotti alimentari, bevande e tabacco; di carburante; di apparecchiature informatiche e per le telecomunicazioni; di ferramenta,  vernici, vetro piano e materiale elettrico e termoidraulico; di articoli igienico-sanitari, di articoli per l’illuminazione, di giornali, riviste e periodici; Farmacie commercio al dettaglio di medicinali non soggetti a prescrizione medica; di  articoli medicali e ortopedici; di profumeria, prodotti per toletta e per l’igiene personale; di piccoli animali domestici; di materiale per ottica e fotografia; di combustibile per uso domestico e per riscaldamento; di saponi, detersivi,  prodotti per la lucidatura e affini; commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto effettuato via internet; di qualsiasi tipo di prodotto effettuato per televisione, di qualsiasi tipo di prodotto per corrispondenza, radio, telefono; esercizi commerciali effettuati per mezzo di distributori automatici.

 

Per queste attività, quindi, si sta verificando il fenomeno opposto: commercianti che da anni non vedevano entrare che una manciata di persone al giorno si ritrovano a dover gestire la coda distanziando i clienti; oppure – se pensiamo al settore specifico degli alimentari – assistiamo a  qualche piccola rivincita sulla grande distribuzione.

 

 

Due casi opposti: c’è chi ha dovuto chiudere, ma forse era già in crisi. E chi magari dalla quella stessa crisi si sta risollevando un po’. La questione è uscire dalla logica del contingente e ripensare un sistema che porti i frutti sul lungo periodo. Non siamo qui a chiedere al Governo misure strutturali rivedendo quelle adottate; il momento però ci sembra propizio per iniziare un ragionamento che porti ad una revisione del sistema complessivo in modo strutturale partendo magari da qualche lato debole di un Decreto, il Cura Italia, che ha dovuto risolvere l’emergenza.

 

Facciamo un esempio: il Titolo 1 del “Cura Italia” contiene le Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale. L’Articolo 6, addirittura, recita così:

 

“Fino al termine dello stato di emergenza, dichiarato con delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, il Capo del Dipartimento della protezione civile può disporre, nel limite delle risorse disponibili di cui al comma 10, anche su richiesta del Commissario straordinario di cui all’articolo 122, con proprio decreto, la requisizione in uso o in proprietà, da ogni soggetto pubblico o privato, di presidi sanitari e medico-chirurgici, nonché di beni mobili di qualsiasi genere, occorrenti per fronteggiare la predetta emergenza sanitaria, anche per assicurare la fornitura delle strutture e degli equipaggiamenti alle aziende sanitarie o ospedaliere ubicate sul territorio nazionale, nonché per implementare il numero di posti letto specializzati nei reparti di ricovero dei pazienti affetti da detta patologia.”

 

 

Buona misura contingente, ma c’è da chiedersi cosa succederà quando questa tempesta sarà passata. Perché è ovvio che questo Articolo, come dire, non può valere per sempre.

 

Facciamo un altro esempio puntuale che ci riguarda più da vicino. Pier Luca Santoro, riferendosi alla questione delle edicole, ha fatto notare quanto deleteria sia la misura presente del Cura Italia di stanziare fondi per i distributori locali: “E’ come finanziare il proprio assassino”, ha osservato il Project manager di Datamediahub, che ha seguito gli Stati Generali dell’Editoria al fianco dell’allora Sottosegretario Crimi. 

 

Torniamo al caso degli esercenti di vicinato: pensare ad una forma di risarcimento crediamo sia necessario; d’altra parte questa sarebbe una soluzione di cortissimo respiro, porterebbe beneficio solo per qualche mese: finita l’emergenza quegli esercenti si ritroverebbero al mese di Gennaio 2021, come se niente fosse successo e niente questo momento avesse insegnato.

 

Chi è che sta facendo concorrenza sleale alle attività che sono costrette a stare chiuse? Con chi gli esercenti si troveranno a dover fare i conti quando potranno riaprire? La questione è quanto mai complessa. Ma non complicata. Andrebbe soltanto analizzata con grande attenzione. Forse questo non è il momento giusto,  ma di sicuro in questo momento,  abbiamo – come mai prima d’ora – tutti gli elementi chiari davanti a noi e quindi il ragionamento ci sarebbe estremamente facilitato.

 

 

Ad un primo sommario controllo, il concorrente primario dei dettaglianti di quartiere è la grande distribuzione. Questione oramai antica nelle sue dinamiche. E tutt’altro che superata. Anzi se a questa prima “cannonata” ci aggiungiamo il prepotente e oramai quasi totale  monopolio assunto nelle pratiche d’acquisto delle persone dell’e-commerce,  rimane davvero difficile pensare a come possano sopravvivere i piccoli negozi. Sono le piattaforme dell’immensa distribuzione – perdonate la battutaccia –  ad essere diventate i capo fila di tutto. Padroni incontrastati del commercio di ogni tipo e forma, e ora dentro a questa imprevista e gravissima emergenza, ancora più potenti e monopolisti. Ma questo tipo di visione e di interpretazione dei fatti non ci può vedere soddisfatti. Si tratta di una interpretazione molto superficiale,  dettata dalla semplice lettura della copertina del libro del commercio. Se proviamo ad andare leggermente più in profondità,  ci accorgiamo che alcuni tentativi per rimediare alla disfatta del commercio al dettaglio sono stati fatti nel Paese. In Toscana va citato quello della creazione dei centri commerciali naturali. Una sorta di piccoli consorzi di botteghe artigiane e commercianti di vie, piazze o piccole aree di zone limitate, che si mettono insieme,  e organizzano momenti di rilancio delle proprie attività. In buona sostanza giornata promozionali, sotto forma di mercatini rionali, feste a tema, aperture notturne o festive programmate. Un bel tentativo, certamente, ma che non tiene conto, per l’ennesima volta, del passaggio epocale avvenuto nel mondo in questi ultimi decenni. La svolta digitale. I commercianti, gli artigiani, i piccoli dettaglianti, non potranno mai competere né con la grande distribuzione, tanto meno con i colossi delle piattaforme digitali. Però potranno e possono da subito,  accrescere le proprie potenzialità, comprendendo appieno il passaggio al digitale. In primis usufruendo essi stessi della possibilità di espandere i propri territori di commercio e vendita prodotti online attraverso le tecniche dell’ e-commerce. E in seconda battuta, comprendendo e valorizzando il proprio know-how in chiave digitale. Un artigiano, un commerciante, ha un patrimonio di conoscenze, di competenze, di originalità, che hanno un immenso valore e che nessuno può conoscere e utilizzare se non interloquendo direttamente con i singoli possessori di queste  informazioni. Ma come ben sappiamo tutti, oramai, attraverso il digitale e le tecniche di comunicazione del web, questa conoscenza può essere salvata, e condivisa. Aggiungendo eccellenza e affidabilità e quindi rinomanza ai singoli possessori di queste specifiche competenze. E di conseguenza rendendoli di nuovo competitivi sul mercato.Quindi se vogliamo davvero ridare speranza e dignità ai piccoli artigiani e commercianti locali, dobbiamo – pensiamo soprattutto alle amministrazioni locali come interlocutori privilegiati –  fornire loro tutti gli strumenti e l’accesso agli strumenti e alla conoscenza digitale.

 

Questo particolare momento di crisi potrebbe far nascere non solo decreti e principi di sussistenza, ma anche eccellenti spunti per avviare davvero e una volta per tutte, la riflessione generale e complessiva per arrivare a porre basi serie per il passaggio strutturale al digitale di cui questo Paese ha un dannato bisogno. Certo non si potrà fare subito, e nemmeno solo sulla scorta delle riflessioni di uno sparuto gruppo di osservatori indipendenti come è il nostro, ma forse vale la pena di tenerne conto, invece di scatenare come al solito la caccia ad un nuovo nemico.

 

 

Ma torniamo alle osservazione sul contingente e prendiamo in considerazione – anche se con difficoltà e con i distinguo necessari che abbiamo citato qui sopra – , quelle che al momento appaiono essere le due categorie del commercio, più  impegnate e beneficiate dall’attuale decreto/manovra emergenziale. Le piattaforme, assolute leader di mercato, e i punti vendita aperti che “godono” di un forte rilancio, a causa delle condizioni oggettive, e del fatto di essere i referenti di fiducia/del territorio delle persone che a loro si rivolgono.

 

 

Una buona soluzione strutturale (cioè di lungo periodo), quindi, potrebbe essere quella che mette insieme i punti forti dei due “concorrenti”: la consegna a domicilio dei prodotti e la fiducia. Ecco quindi il suggerimento di Luca Corsato, data scientist e grande amico di LSDI: e se gli esercizi di vicinato, nel momento in cui facessero consegne a domicilio, venissero incentivati ad assumere personale per la consegna e avere agevolazioni per affitti e utenze? E se venissero azzerate le tasse di proprietà ai proprietari di locali commerciali in caso di riduzione degli affitti per i locatari titolari di tali esercizi?

 

E’ una questione di metodo che, tuttavia, non deve trascurare il fenomeno (o, almeno, uno dei fenomeni) alla radice della crisi, quella che esisteva già a Gennaio, quando la curva del Covid 19 valeva ancora zero: sostituzione tecnologica del lavoro. Provare a diminuire i costi dei piccoli esercizi e aumentarne la qualità (in questi giorni la creatività italiana sta dando i suoi proverbiali frutti), per rimettere al centro la fiducia e il rapporto sociale, non è purtroppo la garanzia che questa crisi venga superata.

 

 

 

E i riders? La questione contingente è nota: Il DPCM dell’11 Marzo consente le consegne a domicilio; i riders, quindi, sono nella condizione di lavorare perché i proprietari delle piattaforme possono e vogliono garantire il servizio. Molti però, non riforniti degli opportuni dispositivi di protezione, hanno protestato (come anche tanti lavoratori hanno dovuto fare in alcuni siti produttivi, non chiusi nonostante l’emergenza sanitaria). Fortunatamente negli ultimi giorni qualcosa è stato fatto dai proprietari delle piattaforme, ma il problema rimane. Ed è un problema di tipo materiale: se non si consegna non si guadagna, a prescindere dal Covid 19. 

 

Il Reddito di Quarantena è una misura che alcuni stanno rivendicando in questo momento come indennizzo. Una misura comprensibile, necessaria, ma che, ancora una volta, rischia di far perdere di vista il nodo della loro condizione di lavoratori “poco” garantiti; un nodo che – a detta delle rappresentanze sindacali (citiamo CISL e CGIL– non è stato sciolto dalla Legge 2 Novembre, n. 128

 

Insistendo sul caso, paradigmatico ma ovviamente non esaustivo, dei riders, facciamo un banalissimo esercizio esplicativo di come, a parire dall’emergenza, si potrebbe pensare di risolvere in modo strutturale un problema preesistente allo scenario Covid 19: in Italia ci sono 700.000 esercizi commerciali e 10.000 riders, facciamo 50.000 per stare alle stime in eccesso. E se ciascun rider fosse assunto da una delle ipotetiche 50.000 associazioni (o altra forma opportunamente incentivata; ciascuna in media formata da 14 esercizi) di commercianti e artigiani in attività? 

 

 

Il messaggio che intendiamo dare è chiaro: c’è bisogno di tutti, in un quadro che necessita di una programmazione strategica che superi l’emergenza di queste settimane, di questi mesi.

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