Le parole che ti ho detto

Prosegue e si rafforza la nostra deriva. Storpiare un titolo per abbozzarne un altro. Pessimo esempio di cui dovremo pentirci o divertente esercizio di stile? Ai posteri o ai Vs commenti la sentenza. Questo titolo ci serve per introdurre un altro tipo di esercizio molto giornalistico che è quello dell’osservazione della realtà attraverso lo studio delle parole che la compongono. Avete mai fatto caso a come improvvisamente la nostra quotidianità fatta di termini noti e ripetuti,  improvvisamente sia squarciata e trasformata da vocaboli sconosciuti, mai usati, spesso appositamente costruiti; che condizionano forzatamente e completamente il nostro eloquio, i nostri scritti, i nostri dialoghi? Dunque in questo specifico periodo, ad esempio,  per colpa o per merito di chi non è dato sapere – ma poi chiederemo lumi ad una esperta del ramo – è tutto un florilegio di: “lockdown, distanziamento sociale, mascherine, quarantena, pandemia, tamponi, contenimento, soggetto asintomatico, smart working”.

 

Vabbè che domanda, siamo nel bel mezzo di un’epidemia, anzi di una “pandemia”, tanto per usare un’altra delle parole ricorrenti del periodo. Difficile non usare certi termini. Sì certamente, ma non del tutto. La risposta non è così scontata. Il ruolo dei termini in uso è decisivo e centrale; ma anche estremamente fluido, tutt’altro che banale. Istante per istante, crisi dopo crisi, un particolare momento storico o un fatto particolarmente eclatante