La scomodità del giornalismo

| 6 Dicembre 2020 | Tag:, , , , , ,

“Allora prima di parlarvi di clima e ambiente voglio parlarvi di lavoro,  anzi di alcuni mestieri in particolare.  Esistono una serie di professioni che sono così un po’ sgradevoli,  per esempio l’avvocato:  usiamo l’avvocato quando vogliamo separarci dal coniuge,  oppure quando ci troviamo di fronte a un reato; oppure  il medico, quando siamo  di fronte ad una malattia;  per non parlare dell’operatore funerario,  detto anche becchino,  un professionista di cui speriamo di doverci servire  fra moltissimi anni; e poi c’è il giornalista.  Il giornalista deve essere scomodo e antipatico per definizione. Perché non deve parteggiare per nessuno,  neppure per te.  Mi chiamo Sergio Ferraris e faccio il giornalista”.

 

 

Con una prolusione come questa, non poteva certo mancare l’applauso, e infatti così è andata sul palco del TedX di Coriano, in quel di Rimini, lo scorso 10 ottobre, per il “nostro” Sergio Ferraris,  protagonista di un recente intervento con pubblico in sala – nonostante l’epidemia in corso –  dedicato a clima e ambiente. Il nostro sodale e associato, è intervenuto sui temi scientifici  a lui cari,  non tralasciando però l’argomento principale della nostra attività di ricerca e studio qui a bottega,  che è il giornalismo. Del resto già la scheda di presentazione  di Ferraris rilasciata online dagli organizzatori del TedX spiegava in modo indiscutibile le aree di competenza e di interesse del nostro collega e amico:

 

 

Completamente estraneo alla captatio benevolentiae, totalmente distante dal desiderio di compiacere, profondamente nemico di ogni sorta di compromesso, naviga nel mare delle informazioni scientifiche per restituire il dato statistico ai propri lettori, per dimostrare l’evidenza fornita dall’attività di ricerca, per impedire il dilagare delle informazioni parziali, errate, false. Sergio Ferraris disconosce le mezze parole e quelle che scrive in qualità di giornalista le pubblica on e offline in 15 testate scientifiche. Cofondatore della Federazione italiana dei media ambientali, Sergio è quotidianamente impegnato nella divulgazione di notizie che trasformano le azioni dell’Uomo in scelte sostenibili per la Terra,  scrive di scienza e tecnologia, mettendo caparbiamente in relazione i problemi ecologici con quelli sociali. Si occupa di questioni energetiche, con particolare attenzione alle fonti rinnovabili, al clima, alla ricerca nel settore delle energie verdi e alle problematiche legate al  nucleare e alle fonti fossili.  Ferraris si interessa anche di economia circolare, e di problemi sociali e del lavoro, nella convinzione che non siano possibili soluzioni ai problemi ambientali senza l’economia sociale. È direttore della rivista QualEnergia di Legambiente, del portale QualEnergia.it e collaboratore, per le questioni energetiche, del mensile di Legambiente La Nuova Ecologia.

 

 

Insomma: “con l’espressione un pò così e con quell’aria un pò così…”,  come direbbe l’avvocato cantautore di Asti, pure se non siamo o veniamo da Genova – aggiungiamo noi  – anche Sergio, che è torinese di origine ma vive e lavora a Roma, si è mostrato al pubblico degli intervenuti all’appuntamento pubblico riminese. Per riflettere sulle dichiarazioni di Ferraris e provare a indagare più da vicino i temi ambientali assieme a quelli del giornalismo, noi da questo intervento al TedX di Coriano, da parte del nostro “compagno di ricerche”, abbiamo, come al solito, provato ad estrarre alcuni passaggi, a nostro avviso particolarmente significativi, e Ve li riportiamo di seguito, ringraziandoVi anticipatamente per la pazienza e l’interesse manifestato. ;) In calce all’articolo troverete anche il video integrale dell’evento. Grazie ancora e alla prossima!

 

 

 

Ma prima di lasciare la parola a Sergio proviamo ad aggiungere  ai concetti  di informazione, giornalismo e dati,  espressi da Ferraris nella sua prolusione,  alcuni altri argomenti degni di nota,  estratti da un saggio che abbiamo studiato di recente e che si intitola “Nuova era oscura”, ed è stato scritto dall’artista/giornalista James Bridle:

 

“i dati non sono qualcosa che viene liberamente concessa, ma qualcosa da estorcere con la forza o da espellere nei momenti di panico, come una seppia spaventata che prova a nascondersi da un predatore.

La capacità dei politici, dei policy maker e dei tecnocrati attuali di parlare in termini tanto positivi di «nuovo petrolio dei dati» dovrebbe suonarci inaccettabile, visto ciò che sappiamo sul cambiamento climatico; è solo che siamo già diventati insensibili all’ipocrisia dei loro discorsi. Il problema dei dati/petrolio continuerà a essere un pericolo immane ben oltre l’arco delle nostre vite: ci vorranno secoli per estinguere il debito che abbiamo contratto sinora, e non siamo nemmeno prossimi a percepirne gli effetti più ineluttabili e devastanti.

 

In questo senso, più che al petrolio l’informazione assomiglia all’energia atomica: una risorsa illimitata che però contiene un immenso potere distruttivo, e che si collega a eventi violenti in maniera persino più esplicita di quanto faccia il petrolio stesso. L’«informazione atomica» potrebbe però costringerci ad affrontare questioni esistenziali sul tempo e sulla contaminazione in modi che la cultura del petrolio, che ribolle nelle nostre vite da secoli, è riuscita in gran parte a evitare”.

 

 

 

Un passaggio, questo di Bridle, particolarmente azzeccato a nostro avviso, per continuare nell’esplorazione dell’intervento di Ferraris al TedX. Un passaggio in cui si parla di giornalismo, di dati, e anche, in qualche modo, di ambiente ed energia, anche se – ovviamente –  solo in forma di  metafora. Ma veniamo proprio ai dati sull’ambiente e sul clima, estraendoli dall’intervento di Ferraris:

 

 

allora adesso parleremo di clima il primo dato essenziale il 98,840073 per cento dei climatologi mondiali dicono che il cambiamento climatico è di origine umana e su questo non si discute se usiamo il metodo scientifico 

 

qualche dato allora nel 1971, quasi 50 anni fa, l’energia prodotta sul pianeta da fonti fossili era l’86,1 del totale;  nel 2018 ultimo dato disponibile a livello planetario, l’energia prodotta da fonti fossili sul pianeta era l’80,8. 6 punti di differenza in 50 anni.  Nel 1971 emettevamo 14 miliardi di tonnellate di CO2 in atmosfera, nel 2018 ne abbiamo emessi 34 miliardi di tonnellate,  quasi triplicando la quantità e nel frattempo abbiamo anche triplicato il nostro consumo di energia 

 

abbiamo un solo pianeta a disposizione e il futuro non è che sia particolarmente invitante 

 

nel 2050 avremo 10 miliardi di persone sul pianeta,  attualmente siamo 7,5 miliardi,  e questi 2 miliardi e mezzo in più vorranno vivere, muoversi, vestirsi, mangiare come tutti noi.  Ed è un diritto che dovranno avere.  Questo però  implica il fatto che noi dovremmo generare ancora più energia e saremo legati comunque alle fonti fossili per farlo.

Gli effetti climatici sono ovunque, anche in Italia, pensate semplicemente alle ondate di calore.  Io sono nato nel 1960 ho appena compiuto 60 anni,  all’epoca c’erano le olimpiadi a Roma e  le ondate di calore –  ossia le notti con più di 25 gradi centigradi –  erano tre, in un anno;  nel 2018 sono state 26, e i climatologi dicono che nel 2030 saranno 34.  Sappiamo e vediamo che effetto producono le ondate di calore sui ghiacciai.

 

Questi sono numeri e non si possono nascondere.  Del resto  io faccio il giornalista, sono antipatico,  e questi sono numeri scientifici, controllabili.

 

Cosa possiamo fare?

 

La prima cosa: emettere meno CO2 possibile,  con tutti i metodi possibili e, anche, con quelli impossibili. Ma la cosa più importante è che dobbiamo adattarci. La parola  d’ordine è adattamento,  ed è una parola che non dice nessuno. 

 

 

A proposito di adattamento, ci viene in aiuto ancora una volta, un passaggio estratto dal saggio di James Bridle “Nuova era oscura”, che vorremmo aggiungere come integrazione alle spiegazioni che ci darà fra qualche riga lo stesso Sergio Ferraris. Dice Bridle:

 

 

In contrasto e in opposizione ai racconti nichilisti sul peccato originale e alle immagini dis/utopiche del futuro, una corrente dell’attivismo ambientalista propone invece la nozione di “custodia”. La custodia si assume piena responsabilità per i prodotti tossici della cultura atomica, anche e soprattutto laddove siano stati creati per il nostro apparente beneficio. È basata sul principio di limitare al massimo i danni nel presente e sulla nostra responsabilità verso le generazioni future, tuttavia non dà per scontato che siamo in grado di conoscerli né di controllarli. In questo senso, la custodia ci impone sia un cambiamento sia una presa di coscienza e di responsabilità per ciò che abbiamo già creato, sottolineando come la semplice sepoltura in profondità dei materiali radioattivi ci preclude tali possibilità esponendoci al rischio di contaminazioni su scala massiccia. In un certo senso, il concetto di custodia si allinea con quello di  nuova era oscura: un luogo in cui il futuro è profondamente incerto e il passato viene messo irrevocabilmente in discussione, ma in cui siamo ancora in grado di interloquire direttamente con ciò che abbiamo davanti, di pensare con lucidità e di agire secondo giustizia. La custodia esige che questi principi richiedano un impegno morale capace di andare ben oltre le capacità del puro pensiero computazionale: un impegno in grado di confrontarsi con una realtà sempre più oscura come la nostra, e che vi si adatti dall’interno.

 

 

Un concetto davvero affascinante, a nostro avviso, quello di “custodia”, dalle molteplici implicazioni e che sposa molto bene le riflessioni successive di Ferraris, estratte dal suo intervento al TedX di Coriano, in cui il nostro amico e collega si concentra proprio sul ruolo dell’informazione e dei giornalisti:

 

 

“… per adattarsi bisogna conoscere,  per conoscere ci si deve informare,   e per informarsi è necessario  leggere, e in particolare leggere quello che scrivono  i giornalisti ambientali,  sempre un po’ antipatici con tutti questi dati.  Mi spiace dirvelo ma avrete bisogno del sottoscritto o di persone che facciano il mio mestiere.  Avrete bisogno di me per scoprire se la casa dei vostri sogni che state acquistando finirà sott’acqua  in un prossimo futuro.  Avrete bisogno di me per capire quali fonti di energie rinnovabili scegliere mettere sul tetto per non rimanere senza energia elettrica durante un black out.  Avrete bisogno di me per capire come non subire gli effetti degli eventi estremi del clima che si manifestano anche in Italia.  Avrete bisogno di me per apprendere anche come reagisce il vostro corpo alle ondate di calore e come difendervi da esse.  Avrete bisogno di me per capire quali studi dovrà fare vostro figlio in connessione, anche, con i cambiamenti climatici. Avete bisogno di informazioni.  Avete bisogno di un giornalista per orientarvi all’interno di uno scenario enorme di informazioni che avete a disposizione. 

 

E allora vi chiederete  come lo scelgo un giornalista,  come ci suggerisce  Ferraris? Tre  semplici regole: 

 

  1. Non deve mai parlare in prima persona, deve far parlare i fatti, non le cose che pensa non le proprie opinioni.
  2. Deve mettere in relazione cause ed effetti deve darmi gli strumenti per capire non un ragionamento precostituito. Il giornalista deve darvi gli strumenti.
  3. Terza cosa, la più importante, non deve annoiarvi.  Un giornalista deve farmi arrivare fino alla fine del racconto tutto d’un fiato senza interruzione,  deve appassionare.
    E poi, usate una cosa antica, ma sempre molto utile: il passaparola.  

 

Un mio amico mi disse che doveva cambiare l’automobile e voleva comprarla nuova. Allora il sottoscritto, che è uno che non ha mai posseduto in vita sua un’autovettura nuova, gli disse che un’autovettura usata aveva dei vantaggi sia ambientali, sia economici – ho messo assieme ambiente ed economia –  vantaggi ambientali perché più si allunga la vita di un oggetto meno CO2 viene  prodotta –  la produzione di una sola automobile causa  5.000 tonnellate di co2 di emissioni –   e vantaggi economici perché un’auto usata la paghi il 60% in meno.  Il mio amico mi disse:  ma quante sono 5 mila tonnellate di CO2. Avevo  usato un’unità di misura che per me era scontata ma per lui no. Quanta CO2 emette la tua macchina ora, gli ho chiesto?  Abbiamo fatto dei calcoli e abbiamo scoperto che la sua vettura emette:  130 grammi per  chilometro.  Allungando la vita di una vettura con 8 anni di anzianità  a 15, si  risparmiano 2640 tonnellate di CO2 di emissioni, pari a 15 milioni di chilometri percorsi.  Qualche settimana dopo incontro nuovamente il mio amico che entusiasta mi dice:  mi hai convinto,  ho comprato un’autovettura usata di sei anni,  ma ti assicuro la farò arrivare a 15.

 

 

Ecco io faccio il giornalista, faccio articoli e non so chi li legge, non so che reazioni abbiano le persone che leggono i miei articoli.  

Mi son reso conto,  con questo passaparola diretto con un mio lettore, un mio ascoltatore;  di quanto sia potente il passaparola.  E mi sono anche reso conto,  che noi giornalisti non siamo niente senza di Voi.  Il pubblico.

Il mio lavoro senza di Voi non serve,  per cui se Voi avete bisogno di noi per affrontare l’adattamento,  noi giornalisti abbiamo bisogno di Voi, sempre. 

Se vogliamo vincere sul serio la sfida climatica abbiamo bisogno di un lettore che prenda il nostro articolo, lo porti al bar,  lo faccia vedere agli amici. Abbiamo bisogno di lettori che condividano l’articolo sui social, magari anche commentandolo aspramente,  e che ci incalzino quando vedono qualche errore.

Insomma Voi avete bisogno di noi,  e noi giornalisti abbiamo bisogno di Voi per vincere la battaglia del clima”.

 

 

 

 

 

 

 

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