Guerra civile

| 1 Novembre 2020 | Tag:, , , , , , , ,

Ve lo confessiamo, quando abbiamo inventato questo titolo e poi l’abbiamo scritto,  e poi visto pubblicato, ci siamo sentiti un pochino super. Chi non conosce la saga degli Avengers, e i lunghi tomi, scritti e disegnati, e poi i capitoli cinematografici della “Civil war”?  Coi Capitani America, i Thor, gli Iron Man che scorrazzano in lungo e in largo per i cieli e le praterie del mondo, mentre scagliano martelli e scudi e raggi repulsori a destra e a manca per proteggere la civiltà e la democrazia. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbero stati i fumetti a inorgoglirci e commuoverci,  mentre la realtà prossima ventura, la nostra unica e ineluttabile realtà di popolo/mondo globale,  ci atterrisce e terrorizza?  Scrive Nicola Zamperini:

 

 

“Con la caduta della Bastiglia la Francia scoprì la meraviglia della libertà di stampa. Nel 1791 si stampavano oltre 150 giornali di tutti gli schieramenti politici

 

François Furet descriveva la nascente opinione pubblica, nella Francia post 1789, come una potenza nuova, e aggiungeva che: “la stampa fu per la borghesia rivoluzionaria una grande scuola di tirocinio politico”.

 

 

Riflettiamo noi: la funzione del giornalismo. Sovente da queste colonne abbiamo scritto di come sia necessario abbandonare gli schemi triti e inutili della “vecchia editoria”, e ripristinare al più presto la corretta “funzione d’uso del giornalismo”. Una funzione d’uso che riporta di volata alla definizione dello storico francese Furet che mette proprio la libera  stampa come fulcro per la corretta formazione dell’opinione pubblica addirittura dentro la Rivoluzione Francese, o meglio, alla base della epocale rivoluzione che così tanto ha cambiato l’assetto del mondo intero e non solo della Francia,  alla fine del 1700. Una funzione d’uso che si esplica mettendo in grado le persone di formarsi liberamente una corretta opinione. Concorrere a formare l’opinione pubblica. Mettendo a disposizione delle persone tutte le informazioni possibili su ogni determinato fatto. Non una selezione mirata. Non una scelta metodica. Non un ambiente selezionato. Non una bolla di opinioni concordi. Non una serie di suggerimenti e consigli che appagano il nostro ego più profondo. La stampa è discontinuità, approfondimento, sovente anche elemento di forte disturbo, destabilizzazione.

 

Come abbiamo scritto, proprio qui,  cinque anni fa, quando il mondo del giornalismo si divise sulla necessità o meno di pubblicare la foto del bambino siriano “immigrato clandestinamente”, trovato morto sulla spiaggia turca di Bodrum, prendendo a prestito le parole dell’allora direttore della Stampa, Mario Calabresi:

 

 

“Si può pubblicare la foto di un bambino morto sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figlio nipoti? Fino a ieri sera ho sempre pensato di no.

Ma per la prima volta non mi sono sentito sollevato, ho sentito invece che nascondervi questa immagine significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente, che qualunque altra scelta era come prenderci in giro, serviva solo a garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza. Così ho cambiato idea: il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli. Non si può più balbettare, fare le acrobazie tra le nostre paure e i nostri slanci, questa foto farà la Storia come è accaduto ad una bambina vietnamita con la pelle bruciata dal napalm o a un bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia. E’ l’ultima occasione per vedere se i governanti europei saranno all’altezza della Storia. E l’occasione per ognuno di noi di fare i conti con il senso ultimo dell’esistenza”.

MarioCalabresi

 

 

Qui il nostro resoconto dettagliato su tutta la vicenda e il documento completo aggiunto dopo la chiusura della piattaforma storify:

 

 

Ma riprendiamo a leggere l’articolo di Nicola Zamperini –  che trovate integralmente sul suo blog Disobbedienze, a questo link:

 

http://www.nicolazamperini.com/facebook-le-elezioni-presidenziali-usa-e-la-sordina-alla-guerra-civile/

 

e che ovviamente Vi invitiamo ad andare a scoprire nella sua interezza e complessità, sul blog Disobbedienze e sul canale Telegram che porta lo stesso nome e titolo. Dice ancora Zamperini:

 

“…oggi i social network rappresentano uno spazio consistente in cui prende corpo il dibattito pubblico, un ecosistema complesso in cui si formano consenso e conflitto: un luogo importante della politica. È un dato innegabile, incontrovertibile. Ed è altrettanto innegabile l’assenza di neutralità di questi spazi, e quindi un effetto diretto degli algoritmi dei social network sulla vita politica, sui comportamenti collettivi. Lo ripeto: un effetto diretto

 

Facebook ha infatti stabilito che, in vista dei risultati elettorali delle presidenziali USA del prossimo 4 novembre, farà di tutto “per ridurre le possibilità di violenza o disordini civili”. Non solo, il social network adotterà le misure di emergenza necessarie a rallentare la diffusione di quei contenuti virali che possono infiammare il pubblico. 

 

 

Eccoci qua, a confrontarci ancora una volta con la corretta “funzione d’uso del giornalismo” e la del tutto presunta, e sicuramente fasulla, anzi meglio, certamente inesistente:  “neutralità tecnologica”.  Una credenza assai diffusa, quest’ultima,  e del tutto infondata, come il comportamento assunto dal social network più affollato del pianeta e molto ben riportato e  descritto da Nicola Zamperini,  spiega chiaramente. Ma prima di continuare ad estrarre qualche passaggio dal testo del giornalista romano, permetteteci sulla “neutralità tecnologica” di inserire un passaggio molto ben scritto e a nostro avviso perfettamente calzante sul tema,  estratto dal libro di Eric Sadin “La siliconizzazione del mondo”:

 

 

In questi ultimi anni si sono studiati a lungo gli algoritmi, magari esagerandone l’importanza della meccanica, le serie di equazioni che orientano i nostri gesti sempre più in profondità, senza considerarne al contempo la topografia dei giochi di potere e di influenza su un piano di insieme. È tempo di alzare gli occhi dal microscopio e analizzare i processi attraverso cui il potere tecnologico cerca di governare ogni settore della società, di sviluppare una “industria della vita” sostenuta da vari elementi, primo fra i quali la politica. Questa complicità attiva, indifferente all’assenso informato dei cittadini, è un affronto alla democrazia e chiama tanto all’analisi quanto alla mobilitazione e al confronto.

 

Si è mai vista una tecnologia etica? Uno scanner per tomografie computerizzate non è portatore di nessuna dimensione etica, risponde a una funzione ritenuta necessaria e va benissimo così. E l’etica non sta nemmeno nel suo utilizzo, affermarlo è solo un modo per scaricarne la responsabilità sull’individuo, nella speranza che corregga da solo il sistema. Nella fattispecie, l’etica risiede esclusivamente nella capacità di poterci determinare liberamente nei confronti di schieramenti tecnico-economici, né più né meno. In questo senso, da una ventina d’anni a questa parte siamo stati per l’appunto sistematicamente alienati dalla nostra attitudine etica, così da restare abbacinati e pronti a privilegiare il nostro bisogno di comfort rispetto all’imperativo pienamente etico di far valere, in atto, una virtuosa politica di noi stessi.

 

Oggi bisogna essere in grado di operare una distinzione netta. Da una parte chi partecipa, in un modo o nell’altro, piú o meno deliberatamente, alla generalizzazione e alla banalizzazione di un modo d’essere eminentemente restrittivo, che si presume incarni il futuro. Dall’altra chi intende rimanere in ascolto delle memorabili tracce dell’eredità del passato, in grado di ispirare una invenzione del quotidiano che celebri l’irriducibile, indefinita complessità del mondo e dei viventi. Sono questi ultimi a situarsi nel presente e nel futuro, non certo chi sogna un “futuro regressivo” destinato in ultima istanza a soddisfare solo i suoi propri interessi gretti e meschini. L’atteggiamento di chi non nomina la desolazione, né opera positivamente per fabbricare strumenti di comprensione e di azione che siano portatori di un germe di speranza, è da condannare. Questo libro intende tracciare i confini di una simile distinzione e fornire le armi per spostarli.

 

 

 

Tornando invece ad occuparci di giornalismo, e libera e corretta formazione della pubblica opinione, estraiamo un altro significativo passaggio dall’articolo del giornalista e scrittore romano autore, fra le altre cose,  del “Manuale di disobbedienza digitale” :

 

 

Non sappiamo quali saranno gli strumenti tecnici con cui Zuckerberg attuerà questa decisione. Al Wall Street Journal un anonimo impiegato del social network ha detto che «non si tratta di una soluzione automatizzata», e che anzi richiede un intervento umano. Assisteremo, insomma, allo spettacolo di una intelligenza umana che manipolerà l’intelligenza artificiale e ingannerà – a suo insindacabile giudizio – l’imprevedibile l’astuzia della Storia, agendo sull’algoritmo della più importante piazza di confronto e dibattito del paese, riducendo il volume degli altoparlanti che inneggiano alla rivolta, spegnendo le luci e diluendo la rabbia nel flusso ininterrotto della conversazione non sovversiva, di decine di milioni di persone indifferenti (laddove esistano davvero). L’esito atteso dovrebbe essere “niente conflitti”.

Eccola l’evidenza di cui parlavo. Se davvero Zuckerberg pensasse che la sua creatura non ha alcun effetto sulla società americana, e sulla vita politica americana, si sarebbe tranquillamente tirato indietro. Di fronte al rischio di disordini avrebbe detto: che volete da me? L’algoritmo di Facebook non c’entra nulla; se sentite in giro tintinnar di sciabole, pericoli di colpi di stato o di guerra civile non rivolgetevi a Facebook.

Avrebbe nella migliore delle ipotesi fatto finta di niente

 

 

 

Non crediamo proprio, anche noi qui a bottega, che il buon Zuck farà finta di niente, tutt’altro, agirà eccome.  E grazie al suo agire, i  miliardi di utenti iscritti al social di Menlo Park, potrebbero fare anch’essi, eccome se lo potrebbero e pesantemente:  la differenza, in questa attesa e così importante tornata elettorale. Ahinoi. Del resto sono ormai, purtroppo, anni che Facebook, partecipa in modo più o meno diretto, alla formazione del consenso elettorale in varie parti del mondo. Ci riferiamo naturalmente all’oramai celeberrimo scandalo Cambridge Analytica, ma anche ad altri episodi più o meno gravi e rilevanti, via via denunciati in altri Paesi del mondo e che hanno visto “interventi”, di vario tipo, dentro alla pubblica opinione  nel bel mezzo di altre tornate elettorali. Come parzialmente ammesso in più occasioni dagli stessi vertici di Facebook, e come riporta in un altro passaggio del suo articolo lo stesso Nicola Zamperini:

 

 

Facebook ha detto di aver commesso errori e di aver avuto un ruolo nell’eccidio della minoranza Rohingya in Myanmar. Non una completa ammissione di responsabilità, sebbene un rapporto indipendente abbia confermato che il social network è stato «sfruttato da coloro che cercano di diffondere odio e violenza» nel paese. 

 

 

A questo proposito apriamo il libro della ex dipendente di Cambridge Analytica,  Brittany Kaiser,  “La dittatura dei dati”,   ed estraiamo alcune sue riflessioni finali, per proporvele a questo punto della narrazione.  Concludendo il resoconto delle sue gesta, la Kaiser,  una delle principali voci di denuncia e rendicontazione dello scandalo,  dichiara,  parlando del futuro prossimo dell’Umanità:

 

 

E adesso, cosa ci aspetta? È ancora possibile avere elezioni libere e giuste, e il pieno controllo delle nostre vite? Diamo un’occhiata ai protagonisti di questa vicenda, per capire dove dobbiamo essere più vigili.

Cambridge Analytica e SCL Group non ci sono più, ma questo cosa significa? Molti miei colleghi sono ancora là fuori, offrono servizi di consulenza elettorale e lavorano nel campo dell’analisi dei dati. Tra questi c’è anche Alexander Nix che, stando ai giornali, ha incontrato l’ex primo ministro Theresa May subito dopo le sue dimissioni e il nuovo primo ministro Boris Johnson. Considerate le infinite inchieste parlamentari condotte dall’ICO, mi preoccupa il pensiero di dove possa essere arrivata la campagna della Brexit.

 

Facebook, nonostante i suoi tentativi maldestri di rattoppare i buchi, non ha fatto alcun progresso riguardo alle norme sulle fake news, né riesce ancora a impedire a determinati algoritmi di diffondere false informazioni, o a bloccare malintenzionati che sfruttano la piattaforma per intercettare gli utenti. Sono quindi ancora del tutto impreparati alle prossime elezioni. Di recente ho condiviso il palco con Ya’el Eisenstat, che dopo una carriera nella CIA, in cui ha svolto attività di controterrorismo e contropropaganda, è stata assunta da Facebook per garantire l’integrità delle elezioni. Se ne è andata dopo sei mesi, dal momento che né Mark né Sheryl sono disposti a mettere in pratica le sue proposte per proteggere i cittadini in vista delle nuove elezioni.

In ambito legislativo, quest’anno abbiamo ricevuto un’ondata di supporto che potrà permetterci di attuare cambiamenti reali, tuttavia le leggi non riescono ancora a stare al passo con i progressi della tecnologia.

 

La scelta è nostra: la Casa Bianca è occupata da un uomo con un probabile atto di accusa sigillato che lo attende. Se perde le prossime elezioni, potrebbe andare in prigione. Insomma, pensateci: si è rifiutato di collaborare con Mueller e nel frattempo continua a diffamarlo sui social. Farà qualsiasi cosa pur di rimanere al potere.

E poi abbiamo un uomo a Menlo Park, anche lui per nulla disposto a rinunciare al potere: di recente ha annunciato il lancio di Libra, un sistema di pagamenti fondato sulla tecnologia della blockchain che vorrei supportare, ma non posso. Libra è un consorzio di grosse società come Facebook, Uber e Visa, intenzionate ad avviare un loro sistema finanziario che permetterà un aumento ancora maggiore degli abusi legati ai dati. Immaginate un mondo distopico in cui vi vengano venduti gli stessi prodotti a prezzi diversi perché i venditori sanno quanti soldi avete sul vostro conto bancario. Sta già succedendo, e Libra ci condurrà in un mondo connesso che non è certo quello che abbiamo sognato, ma che somiglia piuttosto a un incubo.  Infine, c’è ancora un flusso gigantesco di dati non regolati da norme e non tracciabili. Una volta là fuori, non possono più tornare indietro. Dobbiamo esigere dei cambiamenti, dobbiamo esigere che ci vengano riconosciuti i diritti sui nostri dati, prima che il sistema crolli del tutto.

 

È giunto il momento. Dobbiamo rimettere insieme i pezzi delle nostre vite digitali e impegnarci a proteggere il nostro futuro.

 

 

I tempi sono stretti, oramai sempre più stretti, come dice anche la Kaiser, e i margini di azione sempre più risicati.  Ma ancora qualcosa si può fare, e certamente il giornalismo, o meglio la “funzione d’uso del giornalismo”, potrebbe aiutarci, e  parecchio a fare qualcosa. Il giornalismo potrebbe agire da facilitatore per  le nostre azioni future. Potrebbe essere una sorta di garanzia a  tutela dei prossimi interventi che vorremmo mettere in campo. Per  salvaguardare noi stessi, la società,  e la nostra Umanità;  intesa come consesso mondiale unito,  ma anche come, sforzo congiunto per “continuare ad essere e restare umani”. Come dice la canzone.  Voi che ne pensate?

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