Giornalismo, dati e contagio

| 4 Ottobre 2020 | Tag:, , , , , , , , ,

Le tre T della strategia contro il contagio – tracing, testing, treatment – qui a bottega erano state evocate in epoca non sospetta con delle differenze rispetto a quelle divenute celeberrime. Per noi  le tre t raccontavano: il Tracciamento, la Temperatura e i Tamponi e quindi dalle nostre strategie mancavano le “cure”, i trattamenti, che invece  nelle tre  T “originali” erano ben presenti.  Sbagliare è utile quanto centrare il bersaglio, talvolta. E sovente, aiuta.

 

Passata l’estate, finito il lockdown, ripresa la scuola; noi tutti in Italia, e più di noi, fino ad oggi  almeno, nel resto d’Europa e del mondo, ci siamo ritrovati ancora alle prese con l’epidemia, e con il contagio da covid 19 in forte crescita. I numeri che arrivano da paesi molto vicini a noi come Francia e Spagna, oppure l’Inghilterra, e anche da paesi che in prima battuta sembravano quasi immuni al contagio come la Germania,  sono pesanti e ci pongono, noi come loro, ancora molto a rischio in attesa di una cura e di un vaccino. Questi dati numerici ci inducono a riflettere attentamente sui meccanismi di diffusione del virus e sulla estrema difficoltà nel contenere l’espansione del contagio senza ricorrere a misure estreme come la chiusura di luoghi pubblici e attività,  in modo totale e protratto nel tempo, trasformando ancora una volta le nostre città in enormi deserti urbani.

 

Come sapete, soprattutto se siete nostri frequentatori assidui, qui non ci occupiamo di epidemie, e nemmeno di studi scientifici. Ci piace molto però ragionare sul mondo post rivoluzione digitale,  partendo dal nucleo principale dei nostri studi che è il giornalismo e più in generale la comunicazione.

 

A riportarci a parlare della pandemia sono giunti oggi due forti stimoli provenienti dal nostro settore di appartenenza primario che è il giornalismo. Due opere di grande valore e spessore: un’inchiesta televisiva e un libro hanno destato la nostra attenzione e ci hanno spinto a riprovare a ragionare di covid 19 e di possibili scenari, presenti e futuri.

Nelle settimane del lockdown abbiamo scritto in più occasioni della pandemia, provando a tracciare itinerari possibili o quanto meno probabili per il futuro.

 

I pezzi in questione, se qualcuno volesse rivederli sono questi in ordine di apparizione:

Il Paese è fermo

 

Il Paese è fermo

 

 

 

Making sense

Making sense

 

Io, noi, tutti, e gli altri ancora

Io, noi, tutti e gli altri ancora

 

Le parole che ti ho detto

Le parole che ti ho detto

 

 

Stati di tracciamento progressivo

Stati di tracciamento progressivo

 

Fase due e giornalismo

Fase due e giornalismo

 

 

Costruire o distruggere comunità

Costruire o distruggere comunità

 

 

Tornare ma dove

Tornare ma dove

 

 

A stimolare le nostre riflessioni in quegli articoli erano state molte suggestioni e letture di vari contributi sul tema, in particolare due erano gli autori che più di tutti avevano contribuito ad orientare i nostri pensieri scritti: Paolo Giordano, romanziere e scienziato, autore de La solitudine dei numeri primi; che è stato forse il primo in Italia a parlare del legame fra la matematica e l’epidemia e in particolare del “famigerato R con zero”,   in  epoca non sospetta, in questo articolo del 25 febbraio scorso sul Corriere della Sera:

 

 

https://www.corriere.it/cronache/20_febbraio_25/matematicadel-contagioche-ci-aiutaa-ragionarein-mezzo-caos-3ddfefc6-5810-11ea-a2d7-f1bec9902bd3.shtml

 

 

L’altro pensatore che ha maggiormente influenzato i nostri scritti sulla pandemia è stato il gesuita economista francese, Gael Giraud, che forniva in un articolo su Civiltà Cattolica indicazioni davvero utili e importanti per affrontare l’epidemia e soprattutto la ripartenza post covid:

 

 

https://www.laciviltacattolica.it/articolo/per-ripartire-dopo-lemergenza-covid-19/

 

 

 

Stavolta come anticipato a solleticare la nostra attenzione e indurci a voler riprendere il filo delle nostre riflessioni sulla pandemia,  sono state l’inchiesta televisiva realizzata da Riccardo Iacona e i colleghi della redazione di Presa Diretta e il nuovo libro di Michele Mezza, uscito da pochissimo e che si intitola: Il contagio dell’algoritmo.  Iniziamo dal programma di approfondimento giornalistico di Rai Tre in onda il lunedì sera in prima serata, e in particolare dalla  puntata del 31 agosto scorso intitolata  “Mai più eroi” .  Qui il link alla piattaforma di rai play dove è possibile riverderla per intero:

 

https://www.raiplay.it/video/2020/08/Presa-Diretta—Mai-piu-eroi-1a788266-b5dd-419d-a520-84c92f269135.html

 

La parte che ci interessa in particolare è quella relativa al confronto fra i metodi operativi usati per contrastare il contagio nelle tre regioni divenute poi simbolo – nel male e nel bene –  della lotta italiana al covid 19. L’analisi e la comparazione giornalistica  dei metodi adottati in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna per opporsi alla diffusione del virus,  realizzata dai colleghi di Presa diretta, è una sorta di manuale del perfetto giornalista d’inchiesta. Un lavoro egregio che oltretutto chiarisce in modo non banale, e forse per la prima volta in Italia, luci ed ombre delle strategie adottate nelle regioni maggiormente colpite dal contagio nella prima fase di diffusione del virus. Come al solito lasciamo siano direttamente i giornalisti che hanno realizzato il lavoro a raccontare questi passaggi dell’inchiesta, estraendo, alcune parti dei testi dei servizi dalla “sbobinatura” dei  contenuti della puntata:  a nostro giudizio, particolarmente significativi.

 

 

Lombardia

 

La provincia di Lodi ha avuto un incremento di decessi del 300% rispetto all’anno passato

 

Quando è crollata la prima linea dei medici, perché ammalati, le persone si sono riversate negli ospedali. E così il virus ha colpito il personale sanitario nei reparti e nei pronti soccorsi.

Lo ha raccontato una infermiera che ha preferito rimanere anonima: i dispositivi erano contati, non c’erano percorsi per i pazienti, non c’erano protocolli precisi da seguire.

 

Le risorse umane e materiale erano insufficienti per gestire l’emergenza nelle prime settimane: così molti pazienti sono stati lasciati a casa, perché mancavano i posti negli ospedali.

Lo ha denunciato per primo il sindaco di Bergamo Gori: persone che hanno chiamato il pronto soccorso ma nessuno è andato a prenderli, così sono morte

 

L’Istat certifica che a Bergamo sono morte più di seimila persone: così tante che per portare via le salme era dovuto intervenire l’esercito

 

A marzo è successo qualcosa che non era mai accaduto, da quando esiste il sistema sanitario, cioè che nessuno prendesse in carico un paziente bisognoso di cure.

 

… gli ospedali erano pieni e rifiutavano i ricoveri e così le persone morivano a casa. Senza nemmeno poter ricevere cure palliative, morfina o altro…

 

Su questa pagina Facebook sono raccolte le denunce dei familiari delle vittime: le foto di migliaia di persone, i ricordi, l’affetto di chi ricorda e la rabbia di chi rimane.

 

Le persone che hanno aperto queste pagine hanno oggi un grande bisogno di verità e giustizia, da qui le denunce presentate alla procura di Bergamo: perché vogliono che le loro storie non finiscano nel silenzio.

Non vogliono colpire gli operatori, ma la mala gestione dell’emergenza

 

Alcuni medici dell’ospedale di Bergamo, il papa Giovanni XXII, ci avevano visto lungo: avevano denunciato (in una lettera pubblica) la situazione di stress in cui dovevano lavorare, il sovraffollamento, la mancanza di mascherine e tute

 

si doveva prevenire prima, bloccando i contagi prima sul territorio.

Sbagliato ospedalizzare tutti, affollare i pronti soccorsi, senza protezioni: tutto questo è stato esplosivo.

 

Il 4 aprile 2020 i vertici dell’ordine dei medici in Lombardia hanno denunciato le carenze nella gestione dell’emergenza: l’abbandono del territorio, l’ospedalizzazione dei malati, un piano pandemico regionale che è rimasto fermo al 2006.

 

 

Veneto

 

 

In Veneto hanno preso decisioni operative diverse: all’ospedale di Schiavonia, dove è stato ricoverato il paziente uno, hanno fatto il primo tampone al paziente che era arrivato in ospedale con una polmonite.

Si sono resi conto, dal tampone, che il virus circolava da tempo: si è deciso così di mettere in sicurezza l’ospedale, chiudendolo (con un cordone di carabinieri) anche ai visitatori, per 24 ore.

Nei giorni successivi alla messa in sicurezza dell’ospedale, su input del presidente Zaia, comincia la tamponatura degli abitanti di Vo’ Euganeo: 3000 persone tamponate nel giro di sette giorni – racconta la direttrice dell’ASL 6.

Ad inizio di marzo la popolazione di questo paese viene sottoposta ad una seconda tamponatura, con risultati straordinari: se a fine febbraio erano risultati positivi al test il 3% della popolazione, con una tasso di contaminazione che avrebbe portato in pochi giorni la percentuale al 60%, a marzo la % era crollata allo 0,25%, con una manciata di positivi rimasti in regime di isolamento. Il fattore R0 era stato abbattuto del 98%: l’epidemia era stata soffocata sul nascere.

 

Quello di Vo’ Euganeo è diventato un caso scuola in tutto il mondo: il 42,5% dei positivi di questo paese erano asintomatici, dunque le situazioni più subdole da identificare.

 

E’ molto semplice. Se c’è un cluster si chiude tutto, si fa il tampone a tutti, si ritorna dopo 9 giorni, si rifà il tampone a tutti. Si isolano i casi positivi e il cluster è chiuso. A Vo’ non c’è stato più nessun caso di trasmissione endogena. La ricetta ce l’abbiamo, sta sotto gli occhi di tutti, bisogna che ce ne rendiamo conto. Ad ottobre e novembre se abbiamo un nuovo cluster cosa facciamo, tutte le stupidaggini fatte fino ad adesso? Oppure aggrediamo quel cluster come si deve?

 

La differenza tra Lombardia e Veneto l’ha fatta la medicina sul territorio: i dipartimenti di prevenzione, i laboratori per le analisi, l’assistenza domiciliare che raggiunge più persone, si sono messe in quarantena più persone. La mortalità, di medici e pazienti, in Veneto è stata molto bassa.

E, infine, il piano pandemico regionale, è stato rivisto e aggiornato e non è rimasto nel cassetto.

 

 

Emilia Romagna

 

 

Piacenza è stata la prima città colpita dal virus: come in Lombardia, l’ospedale della città si è riempito, tanto che l’esercito ha dovuto costruire un nuovo ospedale da campo.

In questa regione hanno richiamato i medici in pensione, i medici e tutto il personale sanitario hanno subito un forte stress, come in Lombardia.

 

Per tutto il mese di marzo al Sant’Orsola di Bologna si sono costruite dal nulla nuove terapie intensive, poi a fine marzo la regione Emilia Romagna ha impresso una svolta:

“ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti, ma tutta sta gente che arriva con questi sintomi pesantissimi, aveva alle spalle giorni di malattia, otto o nove giorni di febbre a casa. Ma perché dobbiamo lasciar morire a casa, andiamo fuori dall’ospedale e andiamo a prenderli a casa, vediamo se prendendoli prima, riusciamo ad assisterli meglio, facendo la ventilazione non invasiva prima. Li prendiamo quando hanno una piccola alterazione della funzione respiratoria e li mettiamo subito sotto osservazione. Da quando abbiamo cominciato ad uscire dall’ospedale, superando il paradigma – sto ad aspettarti coi letti in terapia intensiva pronti, al vengo a prenderti a casa, oppure vieni qua che ti valuto prima che cominci ad avere la sensazione di affanno, – abbiamo visto sparire i pazienti che arrivavano respirando con le punte dei polmoni. Li abbiamo visti sparire ai primi di aprile. La sensazione è che questo andarli a prendere precocemente, abbia cambiato il nostro ingaggio con la malattia.”

 

Hanno schierato le truppe fuori dagli ospedali, in ambulatori dotati di poche apparecchiature: la ricetta è stata vincente, perché ha liberato i pronto soccorso.

Le persone finite in quarantena non sono state abbandonate, ma sono state seguite giorno per giorno, dal personale delle ASL, che ha usato i dati degli infetti per le analisi epidemiologiche.

La regione ha anche rafforzato i laboratori per i test con i tamponi.

 

Come il Veneto, anche la regione Emilia Romagna aveva una struttura di prevenzione sul territorio funzionante, su cui nel periodo dell’emergenza hanno solo dovuto investire, come personale.

 

E’ a questo punto che vorremmo innestare nella narrazione il secondo contributo giornalistico di grande spessore che abbiamo preso in esame oggi. Si tratta, appunto,  dell’ultimo libro di Michele Mezza, uscito proprio in questi giorni e che qui a bottega abbiamo avuto il piacere di poter leggere in anteprima. Il significato del volume viene riassunto molto bene nella prefazione al volume dalla sociologa Enrica Amaturo:

 

 

“… il senso del libro che avete tra le mani: lontano da una apocalittica opposizione al mondo digitale, ci offre invece importanti spunti di riflessione su come essere meglio preparati al cambiamento che già ci ha travolti. Siamo tutti consapevoli di come il potenziamento delle infrastrutture digitali e l’incremento delle potenzialità di accesso di tutti alla banda larga siano uno degli assi strategici per la ripartenza del nostro paese dopo la pandemia; anche lavorare per accrescere la consapevolezza digitale dei cittadini, però, sarà uno dei compiti principali da assolvere per garantirne salute, sicurezza ed emancipazione sociale…”

 

Proviamo dunque ad aggiungere, propellente, a questo profluvio di notizie che abbiamo isolato e messo in evidenza nella prima parte dell’articolo, grazie al grande lavoro d’inchiesta svolto dalla redazione di Presa diretta. Proviamo a chiarire meglio, attingendo al testo di Michele Mezza, il ruolo che hanno avuto, e continueranno ad avere i dati nella gestione di questo fenomeno globale che è la pandemia di covid 19. Estraiamo dunque,  come al solito,  una serie di passaggi dal libro, a nostro avviso particolarmente significativi, e lasciamo che siano le parole del collega e amico Michele Mezza a fare il resto:

 

 

… una premessa: nulla di quello che leggerete in queste pagine potrà essere usato contro il mondo digitale. Chi scrive è fermamente convinto che stiamo vivendo una straordinaria stagione di emancipazione sociale, in cui potenze tecnologiche e diffusione dei saperi potranno accorciare le distanze e limitare le distorsioni di una società ancora ingiusta e irrazionale. Ma proprio perché pensiamo che questa nuova alba delle intelligenze sia l’opposto di un crepuscolare tramonto di umanesimo, vogliamo contribuire alla sua civilizzazione offrendo elementi e spunti per vitalizzare questo nuovo scenario computazionale con la carica di una maggiore condivisione sociale, dove ogni tecnica si risolva nel simmetrico sistema di controllo e di limitazione della sua proprietà. Ci sembra l’unico modo per rendere la prolungata pandemia una sfida di crescita e smentire la tremenda previsione di un grande storico come Lewis Mumford che nel suo saggio Tecnica e cultura (Il saggiatore, Milano 1961) ci avvertiva che «la guerra è il dramma supremo di una società completamente meccanizzata».

 

 

Mezza riepiloga, così come hanno fatto i colleghi di Presa Diretta, l’esperienza sul campo di medici, virologi e amministratori pubblici nelle pratiche di gestione e contenimento dell’epidemia, durante le prime pesanti settimane di diffusione del virus nel nostro Paese. In particolare esamina il Veneto e quello che è successo nei territori della regione  divenuti improvvisamente zone  rosse e dice, fra le altre cose:

 

 

Non solo è stato importante che in un presidio, tutto sommato marginale quale era l’ospedale territoriale che serviva un comune come Vo’, ci fossero professionalità come quelle del professor Crisanti e della sua équipe, ma anche che queste professionalità abbiano potuto elaborare in pochissimo tempo una strategia organica e completa condividendola con i vertici regionali.

In questo triangolo – fra università, da cui proveniva il professor Lavezzo, ospedale, dove operava il team del professor Crisanti, e vertice amministrativo – rintracciamo un modello di governo in grado di reggere la contrapposizione con un fenomeno micidiale, diffuso e veloce quale la pandemia.

Ancora più chiara appare questa specificità del sistema Veneto quando il professor Lavezzo coglie la peculiarità del modello regionale, ossia la distribuzione territoriale:

«aver potuto assistere un numero consistente di pazienti a domicilio, allentando la pressione negli ospedali, e riducendo, proporzionalmente, gli effetti di promiscuità e di contagio sanitario, è stato l’altro elemento che ha reso la regione più resiliente all’attacco virale e soprattutto meno vulnerabile nelle sue infrastrutture mediche».

 

Derrick de Kerckhove definisce questo fenomeno un chiaro caso di intelligenza connettiva, un processo reticolare che integra le capacità diffuse creando una massa potenziale distribuita. Questo è il driver di una territorializzazione dell’assistenza che ora deve diventare un paradigma sociale, non solo per la sanità, ma essenzialmente per la sanità.

Perché in Veneto la distanza tra Vo’ e il vertice regionale, nonostante non sia mancata la vischiosità di intermediazioni burocratiche e anche di contesa politica, si è superata con una telefonata, e invece a pochi chilometri, in Lombardia, il Pirellone, sede della Regione, è apparsa incolmabile anche a realtà come Lodi e Codogno che distano 20-30 chilometri?

 

Le nuove pratiche sanitarie ci dicono che il virus è contrastabile, e già all’inizio lo era, innanzitutto nei primi giorni, con terapie farmacologiche che mirano a prevenire formazioni trombotiche più che attendere l’infiammazione polmonare. Un indirizzo che sposta nella casa del paziente il teatro di cura, sollecitando un’articolazione sul territorio dell’apparato ospedaliero.

 

se stiamo andando incontro, come sembra, a uno scenario in cui tracciamento dei comportamenti, monitoraggio della sintomatologia e rapido intervento farmacologico a domicilio del paziente costituiranno la formula per vincere contro la minaccia dell’infezione, allora si tratta di armare una strategia politico-sociale adeguata, tutta protesa ad animare le risorse territoriali, e capace di produrre e orchestrare sinergie tra queste e il capitale umano del territorio.

 

 

Qui non si tratta di app

 

 

se il calcolo prevale sui calcolati appare naturale che l’«Economist» del 2 aprile del 2020 chieda a gran voce che si ritorni comunque a produrre costi quel che costi, con un articolo che riduce il rischio di possibile recrudescenza del contagio a un grim calculus. Quell’articolo pone di fatto la necessità di società senza stato, in cui sicurezza e Pil diventano due valori inversamente proporzionali, la cui somma deve sempre essere compatibile con le ambizioni sociali: se cala l’una deve almeno aumentare l’altro. La sanità come sistema previsionale e non curativo ci deve incoraggiare a combinare questi valori economici nella nostra cartella clinica.

Uscire quanto prima dal lockdown, e comunque da un regime vigilato di sicurezza sanitaria, è un calcolo rischioso, ma inevitabile, scriveva ancora nella fase nefasta dell’epidemia il settimanale di punta delle tecnocrazie d’impresa europee.

Una strategia, questa del grim calculus, seguita da interi stati, dagli Usa al brasile, da Israele alla svezia, uniformati nella proclamazione del relativismo patologico del virus.

 

se anche la ricerca, come i capitali d’investimento, diventa impaziente, freneticamente volta a un risultato di mercato, al successo per i suoi autori, è ovvio che tutto allora si gioca sulla potenza di processamento dei dati, a prescindere dalla loro attendibilità.

Il dato valida se stesso, in quanto massa, dunque attendibile perché quantitativamente rilevante, e non per l’insieme dei singoli casi, che non sono più minimamente controllati.

si governa solo se si possono citare e brandire dati che giustificano e promuovono le decisioni.

 

 

Mai affermazione fu più errata come dice lo stesso Mezza e come sostiene,  da tempo immemorabile, un altro grande amico di digit, Piero Dominici, sociologo e grande esperto di complessità: i dati non sono dati di fatto: 

“Una cosa è certa: i dati non parlano mai da soli, è il ricercatore/osservatore a farli parlare, che deve saper farli parlare (sempre chiarendo la nota metodologica) e attribuirgli uno o più significati sulla base delle correlazioni possibili e di eventuali nessi di causalità. Come detto, occorre prestare molta attenzione alle retoriche ed alle narrazioni che puntualmente si sviluppano nel dibattito pubblico e che tendono soltanto a semplificare argomenti che semplici non sono”.

Lo abbiamo detto in più occasioni, aiutati dai testi di Dominici, lo ribadisce molto bene in questo suo ultimo libro Michele Mezza:

 

 

 

 il dato dunque non va comunicato, ma decifrato e dettagliatamente contestualizzato

Ed è attorno a questa contestualizzazione che dovrebbe esercitarsi la dialettica sociale

 

Lo stato, inteso come servizio pubblico, si trova del tutto inerme dinanzi all’aggressione del virus perché privo della potenza di calcolo, sequestrata da soggetti privati.

Come si fa ad afferrare la dinamica del contagio, le specifiche reazioni nei diversi contesti ambientali, le reali cause della diffusione precoce in alcune aree mentre in altre gli effetti appaiono molto rallentati e mitigati, se non si dispone di set di dati stabili e accreditati?

 

Il contagio è mappabile, prevenibile come chiedeva Pueyo, solo combinando i dati in rete dei social e delle piattaforme con le celle telefoniche e i dati dei servizi local. Non a caso il Gdpr, il regolamento europeo, contempla un unico caso per sospendere i vincoli di privacy individuale e autorizzare l’uso delle black box degli Ott: epidemia.

 

normalità oggi significa proprio connettere rischio universale a salvezza universale.

E quando avremo avviato questa normalità, dovremo avere la certezza che un eventuale nuovo allarme – come ci rammentano le ricorrenti emergenze persino in paesi forti come la Corea del sud – sia sempre sostenuto e supportato da procedure e calcoli autorevoli e completi, senza rinunciare ad alcuna risorsa, come quella costituita dai server dei grandi service provider globali. La credibilità della capacità di prevenzione e analisi sarà la base della democrazia.

 

La partita si gioca esclusivamente sulla rete, che non è più la protesi della nostra vita, ma l’unico ambito per assicurarci di poterla vivere la nostra vita.

 

Grazie per lo splendido lavoro a Riccardo Iacona e a tutti i componenti della redazione di Presa Diretta,  grazie a Michele Mezza autore de: “Il contagio dell’algoritmo”; e grazie a Voi per la pazienza e l’attenzione, alla prossima ;)

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