Fare, baciare, lettera ed e-book

| 2 Agosto 2020 | Tag:, , , , , , ,

 

Direttamente dall’archivio di digit, la nostra manifestazione dal vivo, in cui ci occupiamo di formazione digitale per giornalisti e comunicatori, estraiamo alcuni video dal cilindro. In particolare in queste quattro settimane di agosto, pubblicheremo altrettanti video inediti, dell’edizione numero due del nostro festival, quella del 2013.  I video della seconda edizione del festival dedicato al giornalismo digitale, inventato da noi di Lsdi assieme a Paolo Ciampi nel lontano 2011 e andato in scena per la prima volta a Firenze nel luglio del 2012; per tutta una serie di motivi – molti dei quali indipendenti dalla nostra volontà – non sono mai stati resi pubblici. Siamo dispiaciuti assai per la lunga attesa. Ma ecco che finalmente e dopo una serie di aggiustamenti e revisioni, la maggior parte dei video dell’evento sono stati resi disponibili e con grande gioia li pubblicheremo. Lo faremo, almeno parzialmente, in questo agosto, così strano per noi, il nostro Paese e il mondo intero. Un periodo in cui il pianeta –  volente o nolente – si è scoperto digitale, suo malgrado, e obbligatoriamente; e tutti noi ci siamo ritrovati a fare i conti, quotidianamente, con i nostri saperi e la qualità effettiva, delle nostre competenze, digitali. Tutti argomenti che qui a bottega e dentro gli appuntamenti dal vivo di digit, abbiamo sempre provato ad affrontare, per cercare di orientare nel modo corretto la prua della barca del giornalismo, prima, e poi – più in generale – le informazioni e le pratiche di chiunque voglia muoversi e lavorare dentro a questo nostro mondo passato dalla propria “normale” dimensione analogica ad una meno normale ma decisamente più “intrigante” dimensione “calcolabile“.  Quella dell’essere tutti scrittori, giornalisti, poeti – anche santi e navigatori, ma non in questo specifico caso –  (si scherza); è  uno dei superpoteri che la dimensione digitale ha consegnato a ciascuno di noi. I blog, i siti web, più tardi le nostre bacheche social, ci hanno messo in grado di realizzare questo sogno, subito e in proprio – senza intermediari – o meglio, attraverso l’uso di strumenti che – furbissimi intermediari – hanno posto in essere per ciascuno di noi,  per intercettare – a proprio beneficio – altre cosette su cui edificare mastodontici imperi economici. Ma questo è un altro film di cui oggi non parleremo. Quale posto migliore che un festival dedicato ai temi del giornalismo e della comunicazione digitale per parlare di editoria. Dell’ultimo cruciale gradino da salire per diventare scrittori in tutto e per tutto. La pubblicazione in proprio – o quasi – dei nostri sudati lavori?  Nell’edizione 2013 di digit, una esperta di editing e publishing e anche marketing e distribuzione digitale – Maria Cecilia Averame – co- fondatrice a Genova con il marito Fabrizio Venerandi della casa editrice digitale Quinta di Copertina; è venuta a parlarci proprio di questo:

 

 

 

 

Fare un e-book può essere –  poteva già esserlo nel 2013, figuriamoci oggi – un’impresa molto facile, utile e remunerativa. Ad esempio, nel giornalismo,  una serie di articoli già pubblicati sul web, possono diventare i testi di un e-book. La cosa importante da ricordare, sempre –  come dice più volte nel suo seminario Maria Cecilia Averame – è che un libro digitale non è un libro di carta, scritto  in un formato diverso. Miglior sintesi del passaggio da “analogico” a “digitale”, non può esserci –  aggiungiamo noi. Traslare da un mondo preesistente ad un mondo nuovo e in formazione, comportamenti, usi e costumi “vecchi”,  è l’errore principale in cui molti, se non tutti noi, siamo caduti, almeno una volta. E l’editoria è certamente uno dei settori maggiormente penalizzati da questa errata impostazione. Un modo sbagliato di vedere e realizzare le cose che ci portiamo appresso da anni, decenni. Un approccio che tende a preservare sino alle estreme conseguenze il pregresso  – pensiamo ai giornali e agli editori,  ma anche ad alcuni giornalisti e anche alle stesse istituzioni del giornalismo –  che non si preoccupano, o peggio, condannano, senza appello, l’aprirsi alle novità in arrivo. Un approccio che visto oggi –  sette anni dopo –  è ancora presente in molte categorie, nel giornalismo certamente, e che in questi anni, ha prodotto danni sempre maggiori (un approccio – permetteteci un inciso – che abbiamo visto essere ancora molto diffuso nei mesi del lockdown: cioè l’idea che il digitale sia la traslazione online di ciò che si fa offline, ha, ad esempio,  generato,  la  diffusa repulsione per la didattica a distanza.  E’ stato detto che la DAD non serve, che è controproducente,  senza considerare  che la DAD, come abbiamo anche riportato anche qui, citando proprio Venerandi in un pezzo pubblicato a fine Aprile, è/deve essere un’altra storia. Un modo completamente diverso di approcciarsi al problema) . Un settore –  quello dell’editoria di informazione –  oggi ridotto al lumicino,  eppure ancora pervicacemente arroccato sulle proprie “assurde” posizioni di difesa ad ogni costo; di controllo, di egemonia, di  condanna e persecuzione del nuovo e del diverso. L’ultima crociata contro i “violatori di contenuti e di diritti editoriali” con tanto di inchieste e retate on e off line; e l’approvazione di una legge europea sul copyright che non tutela nessuno ma costringe tutti a cedere i diritti agli unici che non li vogliono; e la lenta, progressiva, e inevitabile sottomissione degli editori e insieme a loro dell’intero comparto della “stampa libera e indipendente”, alle techno corporation e per non fare nomi,  nello specifico a Google e Facebook;  stanno lì a dimostrare in modo inequivocabile l’inadeguatezza delle istituzioni – anche pubbliche –  e dei dirigenti del settore. L’errore di impostazione –  presente in molte categorie  non solo nel giornalismo –  oggi più che mai, condanna le novità senza conoscerle, dimenticandosi che intanto le novità sono diventate – anno dopo anno –  l’impostazione irrinunciabile  per il lavoro,  per le relazioni, l’approccio monolitico, e anche l’unico modello sociale ipotizzato (ma non l’unico possibile),  per milioni –  miliardi – di persone. Non è difficile scoprire che –  mentre molti di noi si arroccavano su posizioni indifendibili –  la cultura digitale –  o meglio l’abitudine, la consuetudine, i comportamenti digitali –  sono divenuti comportamenti tipici e difficilmente evitabili, per moltissimi di noi. Sono divenuti i nostri comportamenti. Viziati da una pregressa e profonda mancanza di conoscenza; vincolati a regole scritte da aziende private e non interessate al bene comune o al benessere di qualcuno che non sia il proprio amministratore delegato; e operativi ovunque nel mondo, anche in settori e segmenti del sapere sconosciuti e oscuri per la maggior parte di noi. Settori rigorosamente vincolati al regime più stretto e  completo di segretezza.

 

 

 

 

Grazie a Voi dell’attenzione e molte grazie a Maria Cecilia Averame per il contributo. Alla prossima ;)

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