Dopo tutto siamo ancora qui

| 27 Dicembre 2020 | Tag:, , , , , , , , ,

Un anno iniziato normalmente, addirittura con 3 appuntamenti digit, subito lì, a gennaio, forieri, si pensava, di tanti altri appuntamenti dal vivo col nostro piccolo festival, divenuto itinerante; e invece, poi, a febbraio-marzo, il botto: il virus epidemico, trasformatosi velocissimamente in pandemico. Un botto forte, un blocco completo, uno stare tutti fermi.  Niente si muove, e ogni cosa continua a scorrere,  la vita prosegue ugualmente,  ma anche in modo profondamente differente. Così diversa, e così radicalmente nuova, da farci pensare che niente – quando tutto questo finalmente potrà considerarsi davvero concluso –  sarà mai più come prima. Sono passati dieci mesi, sta arrivando –  finalmente – il vaccino, e con lui il vero finale di partita, nel devastante gioco al massacro che è stata, ed è ancora, la battaglia dell’intera Umanità contro il virus. Ma dopo,  niente sarà più come prima. Di questo possiamo essere certi. In meno di un anno siamo cambiati, tutti, e in modo radicale. Abbiamo imparato a non frequentarci di persona; abbiamo imparato a lavorare da casa, a studiare da casa, a fare spettacolo e intrattenimento da casa. Ci siamo convertiti in massa al digitale. Non più e non soltanto come fenomeno di moda, non per accontentare la nostra corsa al consumo, all’acquisto compulsivo. Siamo diventati digitali per esigenze vere e specifiche, e, oltretutto,  irrinunciabili. Siamo diventati digitali e senza neanche un attimo di tregua, abbiamo subito scoperto  i nostri limiti. Limiti enormi e invalicabili, soprattutto, se continueremo a pensare che la tecnologia sia qualcosa di neutro. Che la tecnologia sia inevitabile. Che il progresso sia solo una questione legata allo sviluppo tecnologico. All’invenzione di nuove macchine, di nuovi congegni, di nuovi oggetti.  Abbiamo, forse, invece, cominciato a capire che  questa tecnologia che “dovrebbe” essere abilitante, facilitante, da sola non basta e non serve. E che siamo noi a dover cambiare e non saranno le macchine che compriamo o i device che usiamo a spiegarci come fare. E a renderci digitali.

 

 

Prendiamo ad esempio il passaggio tecnologico obbligato – ??? – a cui stiamo assistendo negli ultimi mesi. L’arrivo del 5G e della banda larga ovunque. Siamo davvero sicuri che sia un’esigenza irrinunciabile per tutti noi? Siamo davvero certi che la velocità di trasmissione dei dati sia la priorità assoluta, oggi, per il genere umano? Se così fosse, come mai, in una relazione tecnica, di una commissione tecnica, della XVIII legislatura – del nostro governo – si prefigura l’accesso a incentivi pubblici per facilitare la diffusione del 5G sul territorio patrio? Incentivi pari alla non indifferente cifra di 1 miliardo e 300 milioni di euro, avete letto bene, 1 mld e 300.000.000 €. Voucher a pioggia alla cittadinanza tutta,  per convincere la medesima,  a decidere di passare alla nuova tecnologia,  spendendo pochissimo, anzi, quasi guadagnandoci. Questa procedura non Vi fa forse  venire in mente qualcosa d’altro? Chessò l’arrivo del digitale terrestre?  E gli incentivi economici per l’acquisto del “famigerato” decoder, ad esempio?

 

 

Che poi il digitale terrestre e l’arrivo massiccio di decoder digitali non è la sola analogia con il 5G.  Pensateci bene. Cosa ci avevano detto quando si preparava il passaggio televisivo dal segnale analogico a quello digitale? Non ci avevano forse fatto credere che grazie a questa trasformazione tecnologica, si sarebbero moltiplicati i canali e  sarebbero state abbattute in modo esponenziale le spese per le radio e le tv? Non dovevano moltiplicarsi gli spazi per le trasmittenti,  permettendo dunque l’arrivo nell’etere di tante altre radio e tv locali. Non stavano forse cominciando a nascere, in quel periodo e nel nostro Paese,  le televisioni di quartiere, o addirittura di condominio? Le tv  rionali al posto delle stracittadine, per garantire la moltiplicazione di spazi e servizi sul territorio,  alla portata di tutti, e a incremento comune del benessere della cittadinanza? Molti più posti di lavoro – anche nel giornalismo – ovviamente, visto la moltiplicazione delle voci.  Del resto sta scritto anche nella nostra Costituzione che la pluralità esalta e garantisce la democrazia, non certo il contrario. E invece, che cosa è successo per davvero, poco meno di un decennio dopo il passaggio al digitale terrestre?

 

 

 

Intanto sta accadendo  che,  proprio fra il 2020 e il 2021,  dovremo acquistare un nuovo decoder digitale. I nostri, quelli che ci avevano fatto forzatamente comprare dal 2008 al 2012,  sono già vecchi. Scaduti. Obsoleti (programmati o meno che fossero in precedenza). Nel senso che – vecchi e superati per davvero o per scelta di qualcuno – i decoder, in molti casi – quasi in tutti – gli stessi televisori,  sono già da buttare. E non importa se gli apparecchi televisivi medesimi,  non abbiamo ancora scoperto come smaltirli, efficientemente. E non importa se le discariche non differenziano in modo corretto i rifiuti elettronici. Meglio produrne di più e di nuovi di rifiuti elettronici,  che tenerci i nostri e farli invecchiare,  altrimenti:  l’economia si ferma. Certo, come no? Quante sciocchezze, in nome del denaro. Quante stupidaggini per far arricchire i soliti noti.

 

 

 

In seconda battuta l’etere digitale non si è arricchito di nuove voci e di nuove professionalità, com’era previsto. Anzi è accaduto proprio il contrario. In pochi anni, le private – radio e tv – sono morte quasi tutte. In tv sono rimasti solo i grandi monopolisti. Rai, Mediaset, La sette, Otto, Nove, per non far nomi.  E dove c’era un canale,  ora ce ne sono minimo 5. Talvolta 10, più frequentemente 20. E non importa che le tre reti di prima – puta caso –  ora,  nello sfavillio dei nuovi  15 o 20 canali aggiuntivi,  impieghino, come per magia, non più addetti, ma addirittura  meno. Meno giornalisti, meno tecnici, meno conduttori. Non importa che nel frattempo alcuni di questi “nuovi canali”, siano nati, vissuti e morti nello spazio di un mattino, e senza che nessuno se ne sia accorto, in molti casi. Non importa che nei canali rimasti non vi sia, o quasi,  alcuna offerta di qualità, siano scomparsi nel frattempo anche tutti gli spazi informativi – che la legge, e non la pruderie di qualche solone – garantivano ed esigevano,  per autorizzare le trasmissioni di tv e radio. Ora nei canali – cosiddetti privati – troviamo solo televendite. Di meglio, le televendite, prima riservate alle sole emittenti private di serie zeta, sono finite anche sui canali nazionali, persino nell’emittente di stato, che un tempo per proprio statuto,  non poteva trasmettere nemmeno la pubblicità di tabacchi e liquori. Figuriamoci le televendite!  Fateci caso, oramai in tv si “televendita” qualunque cosa, e più gli oggetti che ci propongono sono – osiamo un eufemismo – discutibili, per non dire totalmente inutili. E più c’è accanimento. Anche perché un oggetto inutile, costa poco o niente a chi lo propone,  e quindi qualunque cifra riescano a chiederci rappresenta per coloro che realizzano queste televendite: guadagni sicuri e luculliani.

 

 

E poi è arrivata la rete. Quella sì che ha sparigliato tutto. Oramai la tv è passata in secondo piano. Oramai ognuno si costruisce la propria dieta mediatica. Uno vale uno. Tutti possono scegliere liberamente. Tutti possono vedere tutto, quando vogliono, quanto vogliono, e dove vogliono. Ogni device è uno schermo. Ogni device è una tv personale, personalizzata e personalizzabile. Anche la pubblicità è ritagliata su misura. Addirittura su ciascuno di noi. Ancor prima che noi stessi ne sentiamo l’esigenza, nei casi più estremi. Trattasi di “capitalismo della sorveglianza” , ne abbiamo parlato svariate volte, anche nell’articolo che ha preceduto questo. Trattasi, permetteteci, di fregatura certa, anche in questo caso. E anche più subdola delle televendite.

 

 

Meglio soli che google

 

 

Un anno, quasi è passato, concluso. Siamo transitati dentro ad una delle bufere più sconvolgenti, più terrificanti, più devastanti mai arrivate sul pianeta. L’abbiamo affrontata e quasi risolta. Ora – piangendo i nostri morti –  dovremo provare a fare tesoro di questo sconvolgente periodo. Dovremo provare a smettere di agire solo per interesse, o per calcolo, o per paura, o per comando, legge, decreto e qualche tipo di imposizione. Perché non provare ad essere popolo, persone, umanità e non disumanità?

 

 

Intanto, buon anno, poi si vedrà.

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