5G – Dove eravamo rimasti?

| 18 Ottobre 2020 | Tag:, , , , , , , , , ,

“I comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici con riferimento a siti sensibili individuati in modo specifico, con esclusione della possibilità di introdurre limitazioni alla localizzazione in aree generalizzate del territorio di stazioni radio base per reti di comunicazioni elettroniche di qualsiasi tipologia e, in ogni caso, di incidere, anche in via indiretta o mediante provvedimenti contingibili e urgenti, sui limiti di esposizione a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici, sui valori di attenzione e sugli obiettivi di qualità, riservati allo Stato ai sensi dell’articolo 4.”

Quello che avete appena letto è l’Art. 38, comma 6, del Decreto Legge n.76, del 16 Luglio 2020, contenente “Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale.”

Un decreto che in tanti, semplificando ulteriormente, hanno descritto come una norma che stabilisce che le amministrazioni comunali non possono vietare l’installazione della rete 5G sul proprio comune. Ecco qualche titolo:

  • Corriere.it: Antenne 5G, con il Decreto Semplificazioni i sindaci non possono bloccarle
  • Repubblica.it: Sindaci contro il 5G, l’Antitrust fa un assist al Governo. Ma si va verso lo scontro d’autunno
  • Il Fatto Quotidiano: 5G, governo contro gli enti locali: oltre 200 sindaci fermano l’installazione delle antenne, ma il dl Semplificazioni vieta le ordinanze
  • Wired: Il decreto semplificazioni frena i Comuni no-5g
  • Huffington Post: Decreto Semplificazioni: “I sindaci non potranno vietare l’installazione del 5G”

 

A dispetto del titolo del decreto e di quelli che abbiamo appena riportato da alcune testate giornalistiche del mese di Luglio, la questione del 5G è complicata. Cosa, per altro, confermata dallo stesso testo dell’articolo “incriminato”. E’ evidente che si aprirà un contenzioso, ma la questione da porre, a nostro avviso, non può essere – proprio in virtù della complessità del tema – se si sia a favore o contro il “protocollo di quinta generazione“; il terreno del confronto deve essere necessariamente molto più ampio e sfaccettato: bisogna indagare meglio la questione dell’inquinamento elettromagnetico e degli impatti sulla salute; bisogna ragionare meglio sulla reale necessità di alcuni servizi; bisogna capire quale sia il modello di società al quale puntare.

Il tema è evidentemente tornato al centro delle cronache proprio con il Decreto Legge citato in apertura. Per questo – per preparare il terreno ad una serie di  approfondimenti che condivideremo nelle prossime settimane – a noi è parso utile riproporre alcuni degli argomenti e degli interventi sul 5G che negli ultimi tre anni hanno trovato spazio nella nostra casa che è LSDI,  e dentro ai nostri appuntamenti dal vivo, durante  il festival digit.

 

Nel Luglio del 2017 cominciavamo a scrivere della sperimentazione che stava partendo in cinque città italiane. Cominciavamo cioè a porci il problema e ad entrare in un mondo che doveva essere studiato per non subirlo.

A Novembre e Dicembre dello stesso anno, ampliando il perimetro della discussione con la questione algoritmica, dicevamo questo:

Con l’avvento dell’ultimo protocollo di tramissione dei dati medesimi, quel 5g, di cui si sente già parlare e per il quale il nostro Paese è ruscito a conquistarsi la possibilità di essere l’unico sperimentatore europeo fino al 2020 – Prato, Bari, L’Aquila, Milano e Matera sanno i luoghi della sperimentazione –  il mondo si riempirà molto più di ora di sensori che parleranno sempre di più fra loro realizzando quello che già da molti studiosi è stato definito l’internet delle cose.

Questo ulteriore upgrade tecnologico farà sì  che la mole di dati prodotti dai dispositivi resi intelligenti dai sensori e dalla rete ultraveloce sarà enormemente maggiore e ci costringerà a fare in modo che tutti questi dati debbano obbligatoriamente essere processati direttamente dalle intelligenze artificiali perché noi non saremo più e in nessun modo in grado di gestirli. Stiamo parlando di un futuro vicinissimo e in parte già in essere, non di uno scenario fantascientifico.

 

Con l’avvento del 5g le operazioni automatiche saranno la maggioranza. Come, ad esempio, quelle necessarie per guidare con assoluta precisione e perfezione un veicolo lanciato a forte velocità nel traffico. Dovremmo dunque fidarci? No non direi, anzi dobbiamo sin da ora pretendere di comprendere sempre meglio e sempre di più come funzionano questi meccanismi. Non la complessità scientifica. Non formule e calcoli complicati, bensì l’architettura della macchina, il suo funzionamento complessivo, il modo in cui vengono prese le decisioni attraverso l’applicazione degli algoritmi.

“Quando automatizziamo sempre più decisioni, capire come l’intelligenza artificiale “pensa” è sempre più importante.

 

Dopo tre anni e più, ci chiediamo: ci stavamo facendo le domande giuste? Quali erano gli altri ambiti da esplorare? Quali le altre questioni da porsi? Come si poteva stare ancora meglio dentro una rivoluzione che proprio in quei mesi avviava le sue sperimentazioni in alcune città Italiane?

Così a Settembre del 2018:

L’era del protocollo di trasmissione dei dati denominato 5G non sarà soltanto il periodo in cui con l’adozione dell’ennesimo e più moderno sistema denominato di “Quinta Generazione” migliorerà l’efficenza e quindi il servizio per noi tutti. Con l’avvento di questo specifico nuovo standard di trasmissione fra poco meno di 2 massimo tre anni, il nostro mondo cambierà radicalmente e per l’ennesima volta. Le città saranno completamente ricoperte da sensori, e gli oggetti, praticamente tutti gli oggetti,  comunicheranno fra loro e in automatico. Questo significherà un uso sempre più massiccio e inderogabile dell’intelligenza artificiale. La mole di dati da gestire sarà troppa e sempre più complessa per poter essere affidata ai nostri umani cervelli. Niente di male, se tutto il processo sarà gestito in modo consapevole e informato da ciascuno di noi.

 

Qui si riconosce l’impronta che abbiamo sempre voluto dare ai nostri studi: i processi vanno gestiti in modo consapevole e informato. Consapevolezza e informazione che si deve pretendere dagli organi decisionali, dai giornalisti – per i quali sul 5G abbiamo dedicato un intero digit, lo vedremo tra un po’ – e, quindi, dai cittadini. Avendo sempre bene in testa l’obiettivo che non può che essere la gestione del Bene Comune; e per cercare di centrare questo nobile obiettivo la funzione d’uso del giornalismo è ora più che mai necessaria.

Ecco perché è utile riportare un brevissimo brano di un intervento (siamo sempre a Settembre del 2018)  del Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato:

 

“Alle Autorità della concorrenza spetta il compito di tutelare l’apertura dei mercati e l’integrazione economica non già in base ad astratte ideologie pro mercato, ma dimostrando nei fatti come il loro intervento serva a fare sì che siano valorizzate le virtù dei mercati e repressi i loro vizi, per realizzare quella che Jean Tirole, in un libro recente, ha definito l’Économie du Bien Commun”.

 

 

In ogni occasione in cui abbiamo parlato di Bene Comune ci siamo sempre riferiti in primis all’informazione stessa come Bene Comune e abbiamo inteso quella del giornalismo come funzione che contribuisce a rendere “informazione” la mole incredibile di dati (che l’infrastruttura 5G moltiplicherebbe a dismisura) per comprendere meglio le “cose del mondo” in un percorso che tiene (dovrebbe sempre tener) conto di tutte le facce possibili di quelle “cose”. Il passo ulteriore lo si compie quando quelle “cose”, che sono l’oggetto della funzione giornalistica, sono a loro volta beni comuni (parliamo di salute, di ambiente, di sicurezza etc…)

 

Quindi, quando il 5G entrerà in funzione (almeno per come adesso lo si sta ancora immaginando), si porrà ancor più il problema dei processi automatici necessari alla gestione di tutti questi dati,  e delle decisioni, altrettanto automatiche, che in base all’analisi dei dati verranno prese. A questo problema se ne sommeranno almeno un altro paio: chi sarà il proprietario di quegli automatismi? Quali saranno i domini dei dati su cui opereranno le decisioni algoritmiche?  Saranno i domini dei Beni Comuni?

 

Per intenderci pensiamo alla Datacrazia di Singapore, o alla gestione del lockdown in Cina. In questi due casi i domini dei dati sono Beni Comuni (sicurezza e salute) e il detentore della decisione algoritmica è il Governo. A proposito del caso Singapore De Kerckhove, già nel 2017, ci parlava dell’esistenza di un controllo permanente che produce delle “vite previste”; un controllo a sua volta capace di generare pace sociale, in qualche modo artificiale, che – con quello che De Kerckhove chiama fascismo elettronico – annulla l’autonomia, la memoria, il sé, le culture (perché col controllo appiattisce le diversità).

Gli algoritmi – diceva Angelo Marcello Cardani, Presidente dell’Autorità Garante delle Comunicazioni, nella sua relazione di Luglio del 2018, ne parlavamo qui non sono neutri sillogismi di calcolo, ma opinioni umane strutturate in forma matematica che, come tali, riflettono, in misura più o meno rilevante, le precomprensioni di chi li progetta, rischiando di volgere la discriminazione algoritmica in discriminazione sociale”

” il grado di neutralità e di trasparenza degli algoritmi, sia con riferimento alle operazioni di gerarchizzazione e di indicizzazione delle news, sia con riguardo al potere di indurre i cittadini a determinati comportamenti (acquisti, stili di vita, opinioni). Posto che gli algoritmi non saranno mai neutrali, l’attenzione va concentrata sul tema della trasparenza, si tratti dei meccanismi che presiedono alla formazione dei suggerimenti, piuttosto che dei margini di errore che il calcolo probabilistico determina.

Dopo aver preparato il terreno nel 2017 e nel 2018, nel 2019 è arrivato un appuntamento molto importante: il #digit19 di Prato, insieme a Milano, l’Aquila, Matera e Bari sede di studi e sperimentazione sul 5G su alcuni interessanti Use Cases.

 

Nell’evento di Prato la prima questione (di un elenco che proviamo a fare senza pretendere di comprendere tutte le tematiche in gioco), quella del danno da esposizione ai campi elettromagnetici, fu posta da alcuni manifestanti anti-5G. Questa la cronaca di quella inaspettata apertura:

Nella due giorni del 14 e 15 marzo scorso abbiamo assistito nell’ordine:  ad un picchettaggio con assalto al treno da parte di una numericamente scarsa ma molto combattiva pattuglia di anti-5g che prima hanno protestato, con banchino accluso, davanti alla sede universitaria e poi sono intervenuti personalmente al dibattito in corso nell’aula magna del PIN portando contenuti – forse un pochino fuori tema –  ma che hanno comunque arricchito l’evento in corso. Contenuti e domande alle quali i relatori del convegno hanno provato a rispondere. Del resto la funzione precipua  del convegno, gratuito e aperto a tutti, rimane la formazione dei giornalisti, e il tema in discussione: il 5g appunto; doveva essere illustrato in modo chiaro ed esaudiente proprio ai giornalisti. Certo i rischi per la salute di tutti i sistemi che emettono onde elettromagnetiche, di cui il 5g fa parte, ma di cui fanno parte il 98% dei sistemi a scambio di emissioni di onde dello spettro della luce visibile e invisibile che si chiama proprio elettromagnetismo, ci sono eccome.

Quella dei rischi per la salute non può essere una guerra tra tifoserie; perché è spesso questa l’impressione che si ricava leggendo posizioni scientifiche e il loro opposto. Il lavoro che si tenterà di fare è capire se e come i risultati scientifici presentati dagli uni e dagli altri siano tra di essi confrontabili, ovvero se i parametri in gioco – quelli stabiliti dalla legge (quelli, per intenderci, che il Decreto Legge non permette siano rivisti al ribasso) – sono contemplati dall’una e dall’altra parte. Per capirsi: è giusto opporsi al 5G sulla base di uno studio di dieci anni fa quando non era ancora in operatività il 4G? Di contro: su quali basi si fondano le posizioni opposte? Possiamo davvero stare tranquilli?

 

Una seconda questione fu la latenza, che la rete 5G abbasserebbe drasticamente. A parlarci delle possibili applicazioni fu Alessio Beltrame, della Fondazione Ugo Bordoni. Beltrame raccontava come in campo medico e in quello della sicurezza stradale i bassissimi valori di latenza potevano fare la differenza negli interventi a distanza e nella guida automatica delle auto (tempi bassissimi tra rilevamento della condizione di pericolo e reazione, per esempio di frenata). Lorenzo Mucchi invece parlò dell’utilità della bassa latenza in ambito geologico; è il caso dell’utilizzo di sensori usa e getta che possono essere disseminati su un terreno a rischio frana (ogni sensore è capace di localizzarsi rispetto a tutti gli altri, creando una griglia virtuale che permette poi l’apprezzamento degli spostamenti in tempo reale. L’aggregazione e l’invio di dati può essere fatto in tempo reale soltanto con una rete 5G con capacità di banda e bassa latenza); oppure quello del monitoraggio strutturale degli edifici e prevenzione delle emergenze.

 

Quali argomenti dovranno essere messi in campo in tutti i contenziosi che si apriranno in seguito al Decreto Legge 76/2020? Non certamente quello della latenza in sé. Ogni Sindaco dovrà chiedersi se valga la pena oppure no posare antenne per garantire servizi utili alla collettività, cioè alla salvaguardia del Bene Comune.

 

La posa delle antenne. La questione fu posta dall’Assessora di Prato Benedetta Squittieri: la sperimentazione del 5G a Prato – diceva nel suo intervento – serviva anche per capire come comportarsi nella regolamentazione sulla posa delle Antenne. Un intervento importante perché conteneva anche un appello al decisore centrale affinché garantisse strumenti agli enti locali per affrontare il problema dell’inquinamento elettromagnetico e della posa delle antenne.

E’ evidente che il Decreto non è sufficiente. Quale strumento potrebbe servire? Un approfondimento merita certamente il tema del Piano Regolatore Digitale; un tema non nuovo in questi spazi. Avevamo infatti raccontato del Convegno tenutosi a Milano nel Maggio dello scorso anno, dal titolo “Dati alla mano serve più democrazia”; da questo evento è partito un progetto comune fra soggetti pubblici e privati, primo fra tutti il Comune di Milano, che prevede la creazione di “un piano regolatore dell’intelligenza artificiale e delle reti di connettività per la città di Milano”. Un progetto che dobbiamo anche alla caparbietà di un altro amico di LSDI e digit, Michele Mezza; promotore di un’altra iniziativa, più recente, a Napoli: il Protocollo sul Governo delle trasformazioni digitali siglato tra Comune e Sindacati il cui ruolo veniva riconosciuto anche dall’Assessora Squittieri come necessario nella “vertenza” avviata dalla trasformazione digitale delle imprese e dalla relativa necessità di riqualificazione professionale di lavoratori (sostituiti tecnologicamente dalle macchine).

 

Tema complesso, quello dell’Impresa e dell’impulso all’economia, che ha a che fare con il modello di mondo che si desidera e la cui definizione, molto spesso, parte da presupposti sbagliati su quali siano i reali bisogni da soddisfare. Una definizione che, se non opportunamente bilanciata da considerazioni che mettono realmente al centro il cittadino, rischia di compromettersi sull’altare della sostenibilità sociale. Un esempio può essere quello del Massive IoT, altra questione trattata a Prato lo scorso anno.

 

Ma a cosa ci servirà? Pensiamo alla connessione veicolo-umano; connessione tra elettrodomestici; all’automatizzazione servizi domestici. Bene, giudichi il lettore cosa serve e cosa no! Giudichi il lettore cosa ci potrà davvero aiutare e cosa invece ci deresponsabilizzerà rispetto ai più elementari doveri da cittadini. Se si aiuta in modo automatico ad attraversare la strada, a chi avremo salvato la vita? Ad una persona in grado di  ragionare con il proprio cervello o a chi sentirà sempre più la necessità di essere teleguidato? Magari anche in cabina elettorale? Esageriamo, probabilmente, ma –  credeteci – il passo è breve se il tessuto culturale che si sta ordendo è quello per cui appare normale chiedere la censura ad una autorità superiore (che sia Facebook o un Governo poco importa). La soluzione semplice, si sa, non è sempre la migliore. Di sicuro è la più veloce e – per dirla con il nostro Piero Dominici – più asimmetrica. Con tutte le conseguenze del caso.

Ci sono tante altre applicazioni dell’IoT che, invece, rappresentano un notevole passo avanti. Ma qui la questione è: occorre davvero il 5G?

 

Chiudiamo con una riflessione su un brano tratto da Homo Deus di Yuval Noah Harari (altri estratti li avevamo proposti qui).

Se il datismo conquisterà il mondo, che cosa accadrà a noi umani? Probabilmente all’inizio il datismo accelererà la ricerca umanista nel campo della salute, della felicità e del potere. Il datismo si diffonde grazie alla promessa di esaudire le aspirazioni umaniste. Per ottenere l’immortalità, la beatitudine eterna e i divini poteri della creazione, abbiamo bisogno di elaborare immensi quantitativi di dati, di gran lunga superiori alle capacità del cervello umano. Quindi gli algoritmi lo faranno al posto nostro. Tuttavia quando l’autorità sarà trasferita dagli umani agli algoritmi, i progetti umanisti diventeranno irrilevanti. Quando abbandoneremo la visione del mondo antropocentrica in favore di quella datocentrica, la salute e la felicità umana potrebbero apparire molto meno importanti. Perché darsi tanta pena per macchine che elaborano dati ormai obsolete, quando modelli assai più avanzati sono già disponibili? Stiamo lottando per ingegnerizzare “Internet-di-Tutte-le-Cose” nella speranza che faccia godere a tutti buona salute, una gioia sempiterna e un potere illimitato. Tuttavia quando  “Internet-di-Tutte-le-Cose” sarà in funzione e governerà il mondo, gli umani potrebbero passare dalla condizione di ingegneri a quella di chip, e poi a quella di dati, e alla fine potrebbero dissolversi in un fiume di dati come una zolla di terra dentro un corso d’acqua impetuoso.

 

Una distopia. Che però ci prepariamo ad accogliere quando connetteremo persone e cose. A quel punto succederà davvero che l’uomo non sarà più distinguibile dalla macchina. Cosa staremo salvando, quindi, dall’incidente? Un essere umano disumanizzato e, quindi, utile a che cosa? O a chi? Sappiamo che spesso la tecnologia arriva prima della sua funzione, ed è l’evoluzione tecnologica che guida quella sociale. D’altra parte l’evoluzione tecnologica è nelle mani di qualcuno che  ha una sua propria visione del mondo e delle cose – giusta o sbagliata che sia,  – condivisibile o meno. Creare dal basso una consapevolezza laica su questi temi permetterà di avere una altrettanto forte controparte politica che prenderà delle decisioni (già, la geo-politica, un altro tema centrale).

Questo è il compito che proviamo a svolgere qui a bottega anche grazie al Vs prezioso aiuto. Grazie per l’attenzione e alla prossima :)

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