Un altro anno di Lsdi (Auguri di Natale)

| 22 Dicembre 2019 | Tag:, , , , , , , , , ,

Buongiorno, e buon Natale. Anche noi proviamo a prenderci una breve pausa per le feste, e come accade da qualche anno, mettiamo un piccolo stop alla quotidianità, e affidiamo i nostri prossimi due/tre post, alla redazione di un resoconto dei fatti e dei personaggi, transitati da queste parti nel corso dell’anno che ora volge al termine. Partendo dunque dal primo pezzo del 2019, datato 6 gennaio, iniziamo la disamina degli argomenti trattati nei nostri articoli, e iniziamo davvero col botto – permetteteci la battutaccia da ultimo dell’anno –  visto che l’inizio del 2019 qui a Lsdi, è stato dedicato al lavoro dello storico israeliano Yuval Noah Harari, e ad un argomento davvero fondamentale per il nostro particolare percorso di comprensione e conoscenza del mondo in cui viviamo (perlopiù digitale) che, Harari stesso definisce:  datismo.

 

Che cosa potrebbe rimpiazzare i desideri e le esperienze come fonte di tutto il significato e l’autorità? Ad oggi, nella sala d’aspetto della storia c’è solo un candidato per questo colloquio di lavoro: ed è l’informazione. La religione emergente più interessante è il datismo, che non venera né gli dèi né l’uomo — ma venera i dati.

 

 

Estraiamo brevemente da quel pezzo di un anno fa, alcuni dei passaggi,  in cui lo storico dell’Università di Tel Aviv definisce in modo articolato quella che lui stesso etichetta come la nuova religione del presente:

 

 

Il datismo sostiene che l’universo consiste di flussi di dati e che il valore di ciascun fenomeno o entità è determinato dal suo contributo all’elaborazione dei dati.

 

Per i politici, gli uomini d’affari e i comuni consumatori, il datismo offre tecnologie all’avanguardia e nuovi immensi poteri.

Secondo il datismo, la Quinta sinfonia di Beethoven, una bolla finanziaria e il virus dell’influenza sono soltanto tre pattern di un flusso di dati che può essere analizzato usando gli stessi concetti di base e gli stessi strumenti.

 

 

In modo provocatorio, ma anche con ironia e una certa sottile perfidia, il cattedratico israeliano traccia scenari apocalittici per indurci a riflettere, fuori dagli schemi, e forse, anche ad agire, prima che sia troppo tardi:

 

 

Se l’umanità è in effetti un unico sistema di elaborazione dati, qual è il suo risultato? I datisti direbbero che il suo risultato sarà la creazione di un sistema nuovo e ancora più efficiente di elaborazione dati, chiamato “Internet-di-Tutte-le-Cose”. Quando la missione sarà compiuta, l’Homo sapiens svanirà.

 

 

I datisti credono che le esperienze siano senza valore se non sono condivise, e che non abbiamo bisogno di — in effetti non possiamo — trovare il significato in noi stessi. Abbiamo soltanto bisogno di registrare e connettere le nostre esperienze al grande flusso dei dati, e gli algoritmi scopriranno il loro significato e ci diranno come agire.

 

 

quando  “Internet-di-Tutte-le-Cose” sarà in funzione e governerà il mondo, gli umani potrebbero passare dalla condizione di ingegneri a quella di chip, e poi a quella di dati, e alla fine potrebbero dissolversi in un fiume di dati come una zolla di terra dentro un corso d’acqua impetuoso.

 

 

 

Con una partenza di questo tipo, così fragorosa e al tempo stesso spiazzante, ritrovare un poco di noi e delle nostre origini nel secondo articolo dell’anno,  ci riporta alla concretezza dei nostri studi di sempre, che riguardano soprattutto il giornalismo. Nel pezzo parliamo proprio delle nostre origini e dei nostri fondatori: Pino Rea e Raffaele Fiengo e di alcune illuminanti novità che arrivano proprio dal mondo del giornalismo, tre spunti per ribadire l’utilità e la funzione della nostra professione anche, e forse, sopratutto,  in questo mondo oramai quasi completamente digitale e disintermediato. Tre spunti di cui solo due sono positivi e il terzo –  ahimè tutto italiano –  sebbene negativo ci aiuta ugualmente a comprendere meglio alcune dinamiche che sono e rimangono molto evidenti a casa nostra, nel BelPaese, ma vediamoli brevemente :

 

 

Il pulitzer ad un fumetto. Welcome to the new world ,un racconto  giornalistico a fumetti realizzato dal giornalista Jake Halpern e dal disegnatore Michael Sloan e pubblicato in chiaro a puntate sul sito del New York Times. Per la prima volta ha vinto una graphic novel e non come già  era accaduto in passato anche fra i Pulitzer:  il disegnatore satirico o il caricaturista del momento. Un cambio di passo importante dunque che fa il paio con un’ altra importante novità che riguarda il formato del fumetto vincitore: si tratta di una webcomic; ovvero una storia a fumetti tutta pubblicata direttamente sul web, in formato digitale. 

 

 

I 65 anni di Mad, la rivista satirica americana, raccontati in un sito attraverso la raccolta e la pubblicazione digitale di tutte le sue  copertine.

 

 

L’interruzione della collaborazione fra Sergio Staino e il quotidiano Avvenire, per motivi riassunti in modo esemplare dallo stesso Staino nella sua ultima vignetta.

 

 

 

E come non ricordare, in questa nostra rapida carrellata sulle cose pubblicate in questo nostro anno di lavoro, il lungo botta e risposta, sulla norma europea sul Copyright, da noi osteggiata in tutto e per tutto, e sulla quale abbiamo pubblicato  svariati articoli. Nel pezzo numero tre dell’anno che va a concludersi, abbiamo posto l’accento sulla campagna di stampa – davvero clamorosa –  inscenata da Google contro alcune norme della stessa legge, che evidentemente non soddisfacevano i vertici di Mountain View, i quali,  invece,  fino a quel punto, parevano voler sostenere a gran voce il disegno di  legge in oggetto. Che cosa era successo? Beh, abbiamo provato a spiegarlo in quel pezzo, ma forse non ci siamo riusciti, però poi è divenuto molto più evidente anche grazie ad altri interventi pubblici di alcuni responsabili di Alphabeth: quello che non piace a Google della legge sul Copyright è il ruolo di “supremo censore europeo” attribuito per legge al motore di ricerca. La clausola che obbligherebbe i signori dell’algoritmo a costruire un costosissimo sistema di rilevazione e controllo di tutti i contenuti postati in rete “da chiunque nel Vecchio Continente”, per scoprire eventuali violazioni di qualche Copyright, e ri-attribuire diligentemente i denari dei diritti  frodati al suo legittimo proprietario. (A questo proposito invece di linkarVi qualcosa, Vi invitiamo, in caso foste interessati ad approfondire,  a cercare, magari su Google: Francia, la legge sul Copyright già applicata dai nostri cugini transalpini, e la risposta negativa sui pagamenti agli editori  diffusa di Mr. Richard Gingras, e buon appetito!).

 

 

Nei nostri articoli del primo semestre dell’anno, abbiamo affrontato assieme a Marco Dal Pozzo,  i temi – spinosi e molto attuali –  della cosiddetta economia dei lavoretti detta anche Gig economy. In particolare attraverso il lavoro del nostro associato abbiamo potuto scoprire i risultati di una indagine europea molto ben realizzata sul tema da alcune studiose dell’Università di Francoforte. Un’indagine scientifica che ha molto chiaramente definito i limiti di questo nuovo modello economico. Un passaggio, a nostro avviso, particolarmente emblematico e che Vi riportiamo qui sotto, estraiamo dal pezzo, riassume alcune delle tematiche più “calienti” su questioni che si intrecciano con l’economia dei lavoretti, come lo sfruttamento della manodopera e l’uso, o forse meglio dire l’abuso dei sistemi algoritmici:

 

 

Nonostante i riders forniscano una quantità enorme di dati ad un sistema progettato per controllare il loro comportamento, essi sono poi anche privati delle informazioni che sarebbero fondamentali per il processo decisionale razionale nelle loro attività di consegna. Ed è proprio attraverso questa particolare asimmetria informativa, che è nel design dell’app, che le piattaforme, in definitiva, mantengono il controllo.

 

 

 

E ancora di gig economy abbiamo parlato assieme allo stesso ricercatore abruzzese nostro associato e contributor,  Marco Dal Pozzo,  anche in un workshop di formazione dentro al nostro festival #digit19 andato in scena il 14 e il 15 marzo scorso presso il Polo Universitario di Prato – PIN. Un appuntamento dedicato fra le altre cose al fenomeno del 5g, ai progetti innovativi per l’editoria e il giornalismo europeo sostenuti da Google: la digital news initiative. Abbiamo parlato di contratti di lavoro per giornalisti, esaminando il nuovo –  e purtroppo oramai obsoleto – contratto Uspi-Fnsi. Abbiamo parlato di memoria digitale e di giornalismo con il progetto Offshore Journalism Toolkit, e di giornalismo praticato, presentando un libro su alcune delle maggiori inchieste di cronaca italiana, tuttora, non risolte e disvelate, intitolato: Depistaggi.

 

 

Fra i vari capitoli della nostra narrazione settimanale nel primo semestre del 2019, una serie di passaggi importanti sul giornalismo del presente e sul ruolo che deve e dovrà sempre di più svolgere nella nostra società – a nostro parere naturalmente –  li abbiamo isolati e raccontati,  con gli articoli sulla strage di Christchurch, sul devastante incendio di Notre Dame e sul reportage di inchiesta realizzato dalla collega dell’Observer Carole Cadwalladr ad Ebbw Vale.  Il grave fatto di sangue avvenuto nella capitale della Nuova Zelanda e la trasmissione senza filtri dei video dei tragici fatti attraverso i social,  hanno richiamato l’attenzione, fra le altre cose, sul rinnovato ruolo del giornalismo nel tempo che viviamo. Sul tema, abbiamo provato a riflettere,  grazie al lavoro del nostro associato Angelo Cimarosti. Vi rimandiamo al pezzo, naturalmente, ma intanto proviamo ad incuriosirvi  estraendone un breve passaggio: 

 

 

 

il gatekeeper “forse” può ancora indurre a scegliere la strada da lui presidiata “forse” Il ruolo del “legacy journalism” può essere ancora importante:

  • Se le notizie arrivano da fonte credibile
  • Se le informazioni vengono presentate responsabilmente
  • Se il medium è un luogo di dibattito
  • Se il medium è un veicolo di coesione sociale
  • Se il medium contrasta rumours, hatred and divisive messaging online
  • Se il medium si pone in  posizione critica e informata rispetto al ruolo dei social networks

Ma è soprattutto il rigore professionale dei media e degli operatori dell’informazione che serve a dimostrare che esiste una sola strada univoca e irrinunciabile per realizzare questo lavoro,  che è quella dell’attenzione, dell’approfondimento, delle scelte editoriali e politiche, dell’etica.

 

 

Ancora giornalismo, etica, ruolo professionale, contributo disintermediato,  senso e mediazione, e molto altro, stanno dentro al nostro articolo,  scritto all’indomani del devastante incendio della celeberrima cattedrale parigina di Notre Dame du Paris, ripreso in diretta non solo dalle telecamere delle televisioni locali, nazionali, e internazionali,  giunte sul posto nel minor tempo possibile, ma – molto prima e forse anche meglio – dalle migliaia di occhi elettronici dei devices,  delle persone, dei passanti, dei curiosi,  che attoniti assistevano al fatto.

 

 

Di fronte ad una breaking new come quella dell’incendio di Notre Dame quale è stata la reazione dei media? La stessa di sempre ahimè. Nessuna empatia, nessun approfondimento, nessuna volontà di chiarificazione e spiegazione scientifica. E’ evidente che raccontare una notizia mentre sta avvenendo è uno dei compiti più improbi del giornalismo. Si va in diretta, senza sapere cosa accadrà l’attimo successivo e senza alcuna rete di protezione. Ma proprio per questo l’informazione professionale, quella che dovremmo pagare “per capirsi”, non può per nessun motivo diventare un circo, un posto dove ogni imbonitore prende la parola, un palcoscenico su cui tutti possono saltare per fare il proprio numero. Nella società iperconnessa in cui le notizie viaggiano in tempo reale senza controllo,  le immagini di Notre Dame che brucia sono disponibili online subito e dappertutto. Immagini anche migliori di quelle proposte live da una telecamera di un tg di una televisione il cui cameraman non riesce a inquadrare per bene l’incendio perchè deve stare dietro alle transenne messe dalla polizia. Le persone sono ovunque, davanti, dietro, sotto e sopra le transenne. Molti di noi si troveranno davanti al fatto. Dentro a quella stessa notizia. E le riprese che effettueremo con i nostri device saranno certamente più “giornalisticamente rilevanti”, di quelle di una camera lontana e posta dietro ad un cordone di agenti di polizia. Quello che manca alla società iperconnessa, alle migliaia di smartphone che inquadrano dalla strada, dalle finestre, dai droni, dalle barche sulla Senna, e da mille altre posizioni possibili:  la chiesa in fiamme,  sono le informazioni che aiutino a comprendere cosa stia realmente succedendo. Sono le informazioni di servizio per fare in modo che rimangano liberi i corridoi di accesso alla zona del disastro. Sono i dati che convincano le persone a non intralciare il lavoro delle forze dell’ordine o dei vigili del fuoco. Sono le notizie di pubblica utilità sulle possibili vittime della tragedia. Sono i pareri degli esperti sulla dinamica, lo sviluppo e la possibilità che l’incendio venga domato.

 

 

L’inchiesta della giornalista inglese nel paesino del Galles dove la Brexit era stata votata da una maggioranza a dir poco impressionante, ha ribadito in modo evidente quanto i meccanismi algoritmici e il marketing digitale più sofisticato,  possano mutare per sempre e in modo doloso, gli equilibri delle vite di ciascuno di noi. Come dice molto bene la matematica Cathy O’Neil nel suo saggio “Armi di distruzione matematica”:

 

 

Chi fa marketing in ambito politico possiede un corposo dossier su ciascuno di noi, ci somministra le informazioni goccia a goccia e misura le nostre reazioni. Ma veniamo tenuti all’oscuro delle informazioni che vengono invece fornite ai nostri conoscenti.

 

 

Trattano separatamente con le diverse parti in maniera tale che nessuno sappia cosa è stato detto all’altro.

 

 

Questa asimmetria dell’informazione impedisce alle parti in causa di unire le forze, che è invece l’obiettivo di un governo democratico.

 

 

Questa scienza in ascesa del microtargeting, con i suoi profili e le sue previsioni, si inserisce sin troppo bene nel nostro cupo campionario di armi di distruzione matematica. E’  di vasta portata, poco trasparente  e fuori da ogni controllo. Fa da copertura ai politici, incoraggiandoli a presentarsi in modo diverso a persone diverse.

 

 

L’attribuzione di un punteggio a ogni singolo elettore  rappresenta anche una minaccia per la democrazia, perchè una minoranza di persone viene ritenuta più importante, mentre gli altri sono relegati a un ruolo di secondo piano”.

 

 

 

E concludiamo questo primo riassunto per sommi capi delle puntate salienti dei nostri resoconti digital/giornalistici e forse anche un pochino sociologici;  della prima parte dell’anno, evocando un altro dei nostri più assidui contributori: Luca Corsato. Il data manager privato, anche un pochino scientist dei dati,  oltre che gestore e imprenditore delle mollichelle che elettronicamente seminiamo online, interviene nella calura di giugno, con una sorta di piccolo trattato sull’uso e l’abuso delle tematiche del “datismo” in particolare nel “nostro mestiere”:

 

 

 

Come fa un giornalista a lavorare grandi masse di dati, se non ne possiede le competenze e se quelle richieste non sono di gestione e analisi dati? E ancora: se queste competenze non hanno un riscontro immediato sul mercato, con fruitori disposti a corrispondere un valore economico e di tempo, perché un giornalista dovrebbe applicarsi a queste attività?

Sembra quasi un paradosso. Se non viene raccolta, elaborata e distribuita una certa quantità di dati e documenti a sostegno di una propria tesi, il giornalista non accumula fiducia. Tale fiducia è la base su cui si fonda la conversione in valore del giornalista stesso ma, contemporaneamente, il mercato non è in grado di definire un valore economico, sociale e informativo. Ma questo valore invece si genera però — purtroppo per i giornalisti — nel lungo termine.

 

 

… i giornalisti potranno produrre lavori confrontabili e i fruitori potranno operare dei riscontri: se la tecnologia ha trasformato il lettore, l’ascoltatore, il telespettatore in tanti piccoli broadcaster, allora una diffusione del metodo scientifico consentirà a tutti di poter essere giornalisti negli ambiti di interesse. Sia come fruitori che come produttori

 

Ma se i ruoli non sono definiti — anzi sono interscambiabili — al momento pare che la massificazione dei fruitori abbia contagiato i giornalisti (e viceversa)

L’industria dell’informazione (e non solo) ha totale disinteresse per i propri archivi, se non in ottica museale; le università non hanno controllo sui dati prodotti da professori e ricercatori i cui dati sono molto spesso conservati nei computer privati; chi lavora con le proprie competenze — non formalizzate perché oramai la tecnologia è troppo rapida — non è inquadrabile e il lavoratore della conoscenza in Italia non ha mercato

 

 

 

 

Buone feste dunque, a tutti, ci rivediamo qui fra sette giorni, per concludere il nostro volo –  pindarico ma anche no – attraverso i contenuti di un anno di articoli sul nostro blog, e grazie ancora, ai nostri contributor e a Voi per l’attenzione ;)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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