Un altro anno di Lsdi (auguri di buon anno)

| 29 Dicembre 2019 | Tag:, , , , , , , ,

Torniamo a noi e alla nostra strenna, dopo il Natale, arriva quella di capodanno. Riassumendo e riproponendo in brevi estratti il nostro lavoro dall’estate ad oggi: fra i post  del recente passato, ed eliminando la disamina – analitica e molecolare – sugli Stati generali dell’informazione,  a cui dedicheremo uno specifico post; la narrazione della seconda parte  del 2019 su queste colonne,  inizia con una novità davvero epocale per l’Italia, ma,  permetteteci la retorica, per il mondo intero. Ci riferiamo ad un progetto comune fra soggetti pubblici e privati, primo fra tutti il Comune di Milano, che prevede la creazione di “un piano regolatore dell’intelligenza artificiale e delle reti di connettività per la città di Milano”.

Ne abbiamo parlato proprio all’inizio di giugno, cercando di riassumere le fasi salienti di un convegno svoltosi nel capoluogo lombardo,  e in cui il sindaco di Milano Beppe Sala,  e il segretario del più grande sindacato italiano,  Maurizio Landini della Cgil, si sono confrontati sul tema: democrazia e digitale; moderati e spronati alla bisogna, da Michele Mezza, giornalista, esperto di algoritmi e grande amico di Lsdi e digit. Estraiamo da quel convegno, e dal racconto che ne abbiamo provato a fare sul nostro blog, alcune dichiarazioni del sindaco Sala, ricordiamole, e facendole nostre,  proviamo a costruirci un modello di sviluppo nazionale, invece di gettare letteralmente, i soldi dal finestrino del treno del progresso a tutti i costi, un treno, per dirla col grande avvocato di Asti: ” un treno dei desideri Nei miei pensieri all’incontrario va”.

 

 

Cosa può fare Milano per stare al passo con i tempi? Analizzare i modelli delle città più evolute e cambiare i propri modelli di organizzazione, i propri sistemi ed obiettivi

 

In questo momento abbiamo un tavolo aperto con New York perché dal punto di vista della trasformazione dei servizi digitali sono molto avanti

 

Voglio lavorare con le rappresentanze sindacali per affermare il principio di uguaglianza tra lavoratori, ma allo stesso tempo bisogna comprendere la velocità del tempo del mondo

 

Io come Sindaco di Milano non voglio subire l’innovazione, la voglio gestire

 

Dire che Milano è un baluardo della democrazia è vero, però per esserlo a tutti gli effetti è necessaria una conferma

 

Per cogliere le trasformazioni digitali è necessario un rapido lavoro di sintesi, coinvolgendo più parti possibili

 

La politica deve riconoscere che il dibattito sulla rivoluzione digitale deve necessariamente passare dalle città

 

Negli USA la politica viene sfidata dalla tematica ambientale e dalle trasformazioni tecnologiche. La loro risposta è un nuovo umanesimo digitale

 

Nella mia rapida missione negli Stati Uniti ho notato spaccature politiche, è normale. Tuttavia gli americani hanno la straordinaria capacità di ragionare sulle soluzioni

 

 

 

Aggiungiamo, per chi volesse approfondire ulteriormente, che proprio a New York, è in corso – in barba alle politiche retrograde Trumpiane sull’ambiente – un maxi rivoluzione digital/ambientale, che ben presto trasformerà la grande mela nella megalopoli mondiale a più alto tasso di sostenibilità e vivibilità ambientale ed energetica. Vedere l’ottimo servizio di Report del 23 dicembre sulle “città intelligenti”.

La bussola, uno dei possibili sistemi di orientamento, dentro alla rivoluzione digitale che stiamo vivendo,  e i riflessi che la non gestione di questo fenomeno epocale, stanno avendo sulla vita di ciascuno di noi, potrebbe essere proprio  l’economia, o meglio l’applicazione sin troppo “letterale” da parte di non meglio precisate e conosciute “start up smart innovative” (cerchiamo di essere  satirici) di principi e regolamenti a dir poco arretrati, altro che proiettati nel futuro. Le parole di Giuseppe di Vittorio di oltre mezzo secolo fa,  che ci propone Marco Dal Pozzo nel suo articolo sui “braccianti digitali” del giugno scorso, sono – ahinoi – emblematiche oggi come allora:

 

 

“E’ giusto che in Italia, mentre i grandi monopoli continuano a moltiplicare i loro profitti e le loro ricchezze, ai lavoratori non rimangono che le briciole? E’ giusto che il salario dei lavoratori sia al di sotto dei bisogni vitali dei lavoratori stessi e delle loro famiglie, delle loro creature? E’ giusto questo? Di questo dobbiamo parlare, perché – concludeva Di Vittorio – è il compito del sindacato”.

 

 

Spacciare per modernità e futuro la mancata remunerazione, la mancanza dei diritti basilari per i lavoratori, la mancanza delle principali tutele – e proprio noi giornalisti dovremmo essere i primi a conoscere a menadito queste condizioni di sfruttamento e precarietà e a denunciarle con forza –  sono un modo,  per dirla con il sociologo della complessità Piero Dominici, di confondere la forma con la sostanza, far diventare i dati: dati di fatto; complicare inutilmente le nostre vite ignorando la reale complessità in cui la nostra società post rivoluzione digitale si trova ad essere realmente immersa. Le banche che licenziano migliaia di addetti, senza colpo ferire, in nome di una “presunta”, totalmente e illogicamente“presunta”, maggiore efficienza del servizio, trasformando tutti noi –  clienti paganti dei loro “presunti” servizi –  in impiegati non pagati, ma non per questo meno attenti e scrupolosi, (in fondo è il nostro conto corrente – quindi i nostri sudati risparmi –  ad essere messi in gioco); sono lì a dimostrare la realtà di ogni giorno, se ancora ce ne fosse bisogno! Nel pezzo del nostro Marco Dal Pozzo si parlava di riders e braccianti agricoli,  prendendo spunto dal libro di Aboubakar Soumahoro,  “Umanità in Rivolta”, ma i tempi e i modi dell’attuazione di alcune moderne “riforme” in atto nel mondo del lavoro, (continuiamo a tenere un tono satirico), ci inducono a pensare in modo più “largo” e a riprendere in considerazione e  con ben altro spirito,  l’ennalogo proposto dal nostro associato alla fine della sua riflessione scritta:

 

 

  1. ripartire dal protagonismo dei riders e dei lavoratori delle piattaforme digitali, in una prospettiva di alleanza con i proprietari delle piattaforme da un lato e i consumatori dall’altro per chiedere uguale lavoro, uguale salario, cibo sano e vita degna

  2. ripartire dal codice etico per l’intero settore digitale perché siano rispettati i diritti di tutti (qui potremmo citare la “Carta dei diritti fondamentali dei lavoratori digitali nel contesto urbano” firmata a Bologna)

  3. ai consumatori bisogna dare prodotti che tengano conto delle condizioni di lavoro di chi li produce (e.g. alzare il prezzo del cibo consegnato per alzare la paga oraria)

  4. un pilastro programmatico deve essere l’abolizione della Bossi-Fini (di fatto la Bossi-Fini, che espelle chi perde il lavoro, taglia fuori tutti i riders immigrati semplicemente perché i riders non sono lavoratori dipendenti e non hanno un contratto di lavoro. E’ una questione da indagare)

  5. andando ancora di più nel concreto:

    • istituire un tavolo permanente interministeriale e inter-istituzionale (datori di lavoro, lavoratori e ispettorato del lavoro) – perché non nel campo dei lavoratori digitali e, allargando il perimetro, per tutti i casi di sostituzione tecnologica del lavoro?
    • coinvolgimento dei centri dell’impiego contro il caporalato – già, i centri per l’impiego; vediamo come funzioneranno anche per il carico di lavoro dovuto all’erogazione del reddito di cittadinanza
    • condizionare l’accesso ai fondi al rispetto da parte dell’azienda dei diritti umani. Qui penso alla fiscalità.
  6. internazionalizzare la lotta sindacale. Per i lavoratori digitali questo potrebbe essere anche più semplice anche in virtù di azioni online già molto incisive, penso ai Riders Union Bologna

  7. unire, come detto, donne e uomini, che lavorino nei campi o per le aziende tecnologiche e ad essi unire le lotte di tutti i precari (curioso e – a  nostro avviso – doveroso che, tra le tante categorie, Soumahoro citi proprio quella dei giornalisti). Da una parte la categoria dei giornalisti è una delle maggiormente sfruttate, malpagate e non protette. Dall’altra il lavoro dei giornalisti potrebbe fungere da vera e propria bussola per orientarsi al meglio dentro al caos digitale (la sempre più immensa mole di dati da comprendere) della nostra società.

 

 

Ad intorbidire le acque, già di per sé davvero molto opache,  di questo nostro presente all digital, arriva improvvisa –  in realtà nemmeno troppo –  la notizia della prossima creazione da parte di Facebook –  o faremmo meglio a dire dell’Impero social del sovrano Mark Primo Zuck – della propria valuta, indipendente e sovrana denominata: Libra. Rullo di tamburi, please. All’arrivo di Libra abbiamo dedicato una lunga riflessione, qui a bottega,  dalla quale vorremmo estrarre il passaggio finale del post. Un misto di consigli per gli acquisti (continuiamo a tenere un tono satirico) dell’esperto di dati aperti e riusabili Luca Corsato,  e alcune nostre considerazioni a latere:

 

 

il ruolo che la produzione del patrimonio cognitivo, e le capacità professionali ad esso associato, svolgono all’interno delle dinamiche sociali e degli interessi pubblici, permette di approssimare il valore nominale di un bene a quello reale, cioè a quello stimabile dal mercato.

1. preservare una fonte riutilizzabile di informazioni abbattendo i costi di gestione interna;

2. individuare quali informazioni risultino di così alto interesse per cui qualcuno è disposto a pagarne l’accesso, e dunque studiare nuove direzioni di sviluppo per la produzione;

3. basare le strategie reputazionali sul contributo alla cultura pubblica che il patrimonio cognitivo privato può offrire, cioè sul tipo di lascito (legacy) che la produzione privata può creare per la preservazione a lungo termine del valore del proprio patrimonio.

Il modello Ready for Commons non configura l’esistenza di un mondo perfetto in cui tutti si vogliano bene, ma agisce sul bilanciamento tra scelta individuale e scelta pubblica. In questo modo i soggetti pubblici, come un Comune o uno Stato, possono svolgere il loro ruolo di garanti e promotori di servizi collettivi, e i soggetti privati possono capitalizzare attività di responsabilità sociale. (Luca Corsato)

Conclusione

Ogni attività, che sia sui dati e sulle persone, deve agire sui principi di responsabilità e interesse: più si rafforzano e si confrontano più aumenta il capitale cognitivo e informativo delle persone e — di conseguenza — di gruppi informati. Saper disporre della conoscenza è un’attività essenziale per una comunità, preservandola da sottrazioni ed esclusioni. Perché comprende il valore della conoscenza.

 

 

E’ molto facile, al termine della lettura di questi ultimi passaggi teorizzati da Corsato, pensare ad un mondo di dati –  il nostro con noi dentro ad esempio – in cui invece di essere – noi tutti – sfruttati, novelli servi della gleba, improvvisamente, riscopriamo una flebile luce in fondo al tunnel e troviamo gusto e remunerazione nell’uso e il riuso dei nostri dati. Un mondo in cui i nuovi monarchi, dittatori, o bene che ci vada,  nuove oligarchie globali, non passano il tempo a inventare estrosi e creativi modi  per assecondare le nostre più o meno spontanee pulsioni al consumo,  ma svelano, al più presto, i propri oggetti del desiderio – i famigerati algoritmi – al fine di avviare sani e condivisi percorsi pubblici di  collaborazione con Stati, Governi, Città, Corporazioni, Sindacati, Scienziati e persone comuni. Un mondo in cui l’invenzione di una cripto-valuta come Libra non sottenda l’ennesima rivoluzione globale  votata all’aumento esponenziale del profitto di uno solo, o di pochissimi eletti. Ma prefiguri la creazione di un  modello sociale che tuteli ciascuno di noi, e ci renda più sicuri e protetti. Chiamiamolo se Vi piace “reddito di dignità” e lavoriamoci tutti insieme al più presto, per favore!

 

 

 

Di buono c’è per il momento che il progetto Libra pare rientrato, soprattutto per la dismissione di capitali da immettere nel medesimo, da parte di quasi tutti gli investitori,  che avevano aderito in prima battuta. Le problematiche di varia entità,  sollevate in modo diretto e indiretto da Stati, Governi e società civile – a dir la verità, numerose problematiche – hanno costretto i sovrani di Menlo Park a rivedere le proprie mire espansionistiche, almeno per il momento,  ma solo per quanto riguarda il capitolo della “sovranità monetaria”, non preoccupatevi, sono sempre loro a vincere, senza alcuno sforzo tutte le altre partite. E a proposito delle OTT e dei loro comportamenti, arriva come cacio sui maccheroni un post di Nicola Zamperini, un altro amico di Lsdi che ogni tanto ci permette di saccheggiare, o ancora meglio, riproporre integralmente alcuni suoi pezzi sulla nostra bacheca; dedicato proprio alle OTT o come meglio le definisce Zamperini stesso: technocorporation. Lo spunto,  o meglio l’assist,  giunge dall’arrivo anche in Italia dei monopattini a noleggio. Nel suo pezzo, il giornalista e scrittore romano, raccontandoci a fondo come è nata e come opera una di queste technocorporation, ci regala una fotografia estremamente nitida del nostro presente/futuro prossimo, dentro le mire e gli scenari prefigurati dai dirigenti delle compagnie tecnologiche globali:

 

 

Per le techno-corporation la velocità è un elemento fondante, e quasi sempre non c’è proprio tempo per aspettare le leggi, accordarsi con i soggetti pubblici, negoziare, comporre interessi con altri, il mercato corre più veloce e non aspetta, bisogna occupare le posizioni e, come dicono loro, scalare, cioè crescere a ritmi vorticosi. Airbnb con il mercato degli affitti e gli Stati o le città a rincorrere, Uber con proteste dei tassisti, Facebook con la politica e le elezioni Google con gli editori, e via così. Il capitalismo si comporta sempre così, soprattutto così da sempre, e quello della Silicon Valley non fa alcuna eccezione. La nota stonata è l’auto-narrazione, il modo in cui queste aziende raccontano loro stesse: si rappresentano come campus, associazioni benefiche, soggetti che lottano per il bene comune, istituzioni, mai aziende che devono combattere per sopravvivere nell’Oceano rosso sangue popolato di concorrenti agguerriti.

La verità è che il successo della aziende dalla Silicon Valley è sicuramente il successo di una tecnologia che aiuta a vivere in maniera più comoda. Ma la componente di comunicazione e di rappresentazione è la vera leva che sostiene e innalza qualcosa che altrimenti è solo un software.

 

 

 

La domanda, a questo punto,  sorge spontanea: in questo presente che non ci appartiene più, già da tempo,  chi potrà mai venire ad aiutarci,  se non cominciamo ad aiutarci un pochino da Noi?  Buon Anno e grazie per l’attenzione!

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