Senza scampo

| 20 Ottobre 2019 | Tag:, , , , , , , ,

“Il servizio pubblico, fondamentale per la democrazia,  va rafforzato e protetto sul web”. Così si intitola la lettera aperta che i capi delle più potenti televisioni europee,  Rai compresa, hanno inviato,  attraverso la diffusione su alcuni quotidiani europei –  il Corriere della Sera da noi –  agli Over the Top. In realtà la lettera potrebbe non essere indirizzata in modo specifico a nessuno. Ma come recita il detto: “parla a nuora perché suocera intenda”  i destinatari non possono che essere i capi delle techno-corporation, dette anche meta-nazioni digitali.  Quindi riportando le dichiarazioni della Presidente della Commissione Europea, e poi citando  fatti, circostanze, e nobili intenti,  nella lettera si chiedono spazi e tutele ai “cosiddetti” padroni del web.  Dando loro per l’ennesima volta un riconoscimento eccessivo, un potere inusitato, e un’autorità del tutto fuori luogo. Nella missiva, purtroppo,  è tutto molto chiaro, scontato. Secondo la visione dei dirigenti delle maggiori reti televisive europee, internet è di fatto uno spazio chiuso, lottizzato e gestito dagli Over the Top, ed è dunque a loro che ci si deve rivolgere. Una constatazione che ci ha letteralmente fatto saltare sulla seggiola. Ma come, ci siamo detti, in barba a tutti i convegni e i  dibattiti nazionali e internazionali, ai fiumi di inchiostro di libri e articoli  sulla trasformazione digitale,  e i riflessi sociali che questa ha avuto,  e sta avendo,  sull’Umanità, qui si è già deciso tutto e con la coda fra le gambe ed il cappello in mano ci si presenta alla porta di alcune aziende –  badate bene –  non nei Parlamenti, non nelle opportune sedi dove avvengono le discussioni in democrazia, nemmeno dai Governanti del mondo. No, niente di tutto questo! Si bussa, invece, alla porta degli amministratori delegati di aziende private per  chiedere udienza.  Per ottenere  un poco di attenzione, un briciolo di spazio per relazionarsi con i propri utenti in modo libero sulla rete. Ma andiamo avanti con ordine e intanto leggiamo insieme cosa hanno scritto i capi delle tv europee nella loro lettera collettiva pubblicata dal Corriere della Sera lo scorso 15 ottobre:

 

 

In tutta l’Europa la de­mocrazia è in perico­lo. Nell’attuale mon­do polarizzato, la crescente sfiducia delle persone nelle istituzioni e l’insidio­sa diffusione della disinformazione e dei discorsi incitanti all’odio contribui­scono ad alimentare l’estre­mismo. Il rapido diffondersi di piattaforme operanti a li­vello globale in modo non re­golamentato diventa, quindi, terreno fertile per la diffusio­ne di messaggi manipolatori, fuorvianti e in grado persino di influenzare il corso delle elezioni.

Noi, leader dei più grandi gruppi mediatici del servizio pubblico europeo (BBC, Fran­ce Televisions, ZDF, ARD, RAI, RTVE e European Broacasting Union), crediamo che le cose non debbano andare in que­sto modo.

In tutta l’Europa le emitten­ti di servizio pubblico investo­no, ogni anno, oltre 18 miliar­di di euro in contenuti, la maggior parte dei quali è di origine nazionale o comuni­taria. I nostri studi mostrano in modo eloquente come un servizio pubblico forte sia fondamentale per la salute delle democrazie. Dobbiamo, quindi, assicurarci che anche nel mondo online il servizio pubblico sia rafforzato e pro­tetto.

Il nuovo presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen ha espresso il desiderio di “creare un’Euro­pa adatta all’era digitale”. Von der Leyen ritiene che l’Europa possa raggiungere questo obiettivo “se ci basiamo sui nostri punti di forza e sui no­stri valori”. In un continente di culture diverse e di pro­spettive politiche divergenti, è talvolta facile dimenticare che la libertà di parola e l’apertura dei media sono sta­ti valori comuni della demo­crazia europea.

Ora, proprio questi valori sono in pericolo. Dalla fine della censura in Europa, mai come ora il pluralismo dei media è minacciato. Ma que­sta volta i censori sono stati sostituiti dagli algoritmi. Le piattaforme globali online hanno cambiato profonda­mente la maniera in cui le persone fruiscono dei conte­nuti e stanno perturbando il modo in cui i contenuti dei media europei vengono vi­sualizzati, attribuiti e remu­nerati. Trovare le modalità per far fronte a un contesto in continua evoluzione, in modo che siano compatibili con i nostri valori e al fine di raffor­zare i cittadini europei, è una priorità urgente per i leader europei.

Le trasformazioni nel setto­re dei media non sono di per sé negative. Stimolano l’inno­vazione e aprono nuove op­portunità per il pubblico e per i creativi. La sfida per noi è che molte piattaforme si sono trasformate da semplici di­stributori a “gatekeepers”, nuovi potenti controllori che decidono cos’è rilevante, co­me viene mostrato e come possa essere rimosso il conte­nuto di terzi. Poiché i conte­nuti generati dal servizio pub­blico diventano sempre più difficili da trovare e da identi­ficare, alla fine sono i consu­matori a farne le spese, in quanto perdono il contatto con produzioni di cui si fida­no maggiormente, che ap­prezzano e che ritengono più attendibili.

Perché tutto ciò è impor­tante e cosa ha a che fare con i valori europei?

La Rai fa parte del tessuto sociale, culturale e democra­tico dell’Italia. È responsabile editorialmente per i contenu­ti che pubblica, ma è anche governata da un rigido qua­dro normativo nazionale ed europeo. I gestori delle piatta­forme online hanno invece una responsabilità limitata per i contenuti che mettono a disposizione, nonostante l’impatto negativo che questi contenuti possano avere sulla formazione delle opinioni. Questo è solo uno dei tanti squilibri che necessitano di essere corretti.

Combattere la diffusione delle “fake news”  e della di­sinformazione online è di cruciale importanza, ma non è sufficiente a garantire che i cittadini abbiano accesso ad una pluralità di punti di vista. L’Europa ha bisogno di un ambiente online equo e tra­sparente, basato sul successo della legislazione europea sul GDPR, se vogliamo riuscire ad assicurare una sovranità digi­tale.

Affinché le persone possa­no avere accesso facilmente anche online a notizie e a pro­grammi affidabili e di alta qualità, è necessaria una re­golamentazione che garanti­sca l’importanza dei contenu­ti di valore pubblico su tutte le principali piattaforme. Una chiara e ineludibile riconosci­bilità del marchio consentirà, inoltre, ai cittadini di control­lare la fonte dei contenuti e di contribuire, in qualche modo, all’inversione del calo di fidu­cia nei media.

E’ urgente e necessaria una legislazione che costringa le potenti piattaforme a conce­dere l’accesso ai dati a loro di­sposizione, che consentireb­bero anche al servizio pubbli­co di personalizzare i conte­nuti per soddisfare al meglio le aspettative del pubblico, nel rispetto della normativa sulla protezione dei dati. Ciò porrebbe fine all’attuale situa­zione in cui noi mettiamo a disposizione i nostri contenu­ti su piattaforme che traggo­no ampio beneficio dai dati correlati, ma che in molti casi si rifiutano di condividerli. Ursula von der Leyen ha ra­gione nel dire che si tratta di “cogliere le opportunità del­l’era digitale entro limiti etici e sicuri”. Raggiungere questo equilibrio è una delle sfide più urgenti che il suo team dovrà affrontare nei prossimi anni. Bisogna agire rapida­mente e l’Europa ha l’oppor­tunità di affermarsi come lea­der globale in questo ambito, garantendo al tempo stesso la nostra sovranità digitale e, fondamentalmente, salva­guardando la democrazia eu­ropea. Agire troppo lenta­mente è pericoloso, reagire solo quando ci saremo resi conto di ciò che abbiamo per­so potrebbe essere tardivo.

 

 

La lettera porta la firma di:

Tony Hall, Direttore generale della BBC e Presidente della EBU

Delphine Ernotte Cunci, Ceo di France Televisions e Vice Presidente della EBU

Ulrich Wilhelm, Direttore Generale della Bayeri­scher Rundfunk e Presidente  di ARD

Thomas Bellut, Direttore Generale della ZDF

Marcello Foa, Presidente della Rai

Fabrizio Salini, Amministratore Delegato della Rai

Rosa Maria Mateo,Presidente di RTVE

Noel Curran, Direttore Generale della EBU

 

 

Tutto sbagliato, tutto da rifare. Avrebbe detto il grande Gino Bartali. E parafrasando il detto,  divenuto celeberrimo  grazie al ciclista toscano,  non possiamo che associarci alla sua invocazione e chiedere un solenne “time out” al mondo e alla politica. Rallentate per favore, datevi il tempo di comprendere, non giungete troppo frettolosamente alle conclusioni. E’ evidente che il modello sociale che le piattaforme ci stanno spacciando da anni vada per la maggiore. Ma per favore, smettete di confondere una grande potenza di fuoco,  tutta votata al marketing,  con un valido modello di società. Il mondo non deve essere declinato secondo un paradigma che non esiste,  e che sta diventando sempre più nitido e concreto,  solo perché tutti noi permettiamo che esista. Nemmeno le famigerate OTT lo vogliono. Non c’è nessun complotto per cambiare il mondo o per “lavare il cervello” di ognuno di noi. C’è solo la volontà, peraltro legittima dal loro punto di vista, di alcuni amministratori e CEO di altrettante aziende, di guadagnare, e far prosperare le proprie compagnie. Se continuiamo a regalare le chiavi del regno ai titolari delle  Over the Top alla fine, anche se non era nei loro piani,  se le prenderanno. Smettiamo per favore di chiedere, o minacciare, o peggio ancora  imporre per legge alle techno-corporation  di censurare contenuti, aprire spazi e/o fornire tutele,  in nome di questo o quello Stato, o peggio che mai del “genere umano” nella sua totalità.

 

 

 

Ma che Vi è preso a tutti.

 

 

 

Possibile che sia così difficile da vedere la differenza fra una società libera e democratica che pensa, decide, discute, protesta, elegge, legifera, e manifesta; e un oligopolio di poche immense aziende,  votate all’unica logica da loro conosciuta,  che è quella del profitto? Ora siamo qui a discutere della “sfortunata” presa di posizione dei capi delle maggiori televisioni “pubbliche europee”, ma non dobbiamo dimenticare le analoghe discussioni,  su altri argomenti centrali,  tutti legati ad una parolina semplice ma dal significato enorme: libertà. Abbiamo forse già dimenticato cosa è successo con la recente normativa europea sul copyright?  Nonostante la ripetuta presa di posizione di fior di pensatori,  e scienziati,  e filosofi, fra cui lo stesso padre della rete Tim Berners Lee. La legge alla fine licenziata dal parlamento europeo ha attribuito alle piattaforme il ruolo di garanti dei contenuti, di decisori ultimi di quello che dovrà o non dovrà essere pubblicato da tutti gli utenti online. E badate bene, quella stessa legge è invisa in prima battuta,  proprio dalle stesse  OTT. Un rappresentante di Google, lo ha detto molto chiaramente durante uno degli incontri degli Stati generali dell’informazione voluti dal Governo nella legislatura scorsa.  Ecco qui le sue dichiarazioni a proposito della normativa sul copyright:

 

 

E’ stata citata la direttiva europea sul Copyright di recente approvazione. Non è un mistero che abbiamo avanzato negli anni diverse obiezioni. L’aggiornamento delle regole è fondamentale, ancora di più in questo momento,  ma fatta in questo modo; prendendo ad esempio due soluzioni quella tedesca e quella spagnola che non si sono rivelate vincenti, rischia di creare più problemi di quanti ne risolva. Non noi, ma diverse realtà di consumatori, di piccoli editori,  di start up; tantissime realtà hanno avanzato gli stessi dubbi perché di fronte alla garanzia di un nuovo diritto – anche qui chissà come e in che modalità accessibile – si vanno a comprimere altri diritti quale il diritto all’informazione dei cittadini. Abbiamo svolto un esperimento su una percentuale minima di utenti cercando di capire come si sarebbe tradotta la direttiva se non implementata in una determinata maniera e abbiamo notato che questo tipo di direttiva potrebbe portare ad un calo di oltre il 40% del traffico generato verso gli editori.

 

 

E’ davvero così difficile da capire che non la vogliono per primi loro questa responsabilità di gestire tutti i contenuti prodotti online dal genere umano? E non la vogliono,  non per problemi di coscienza, ma semplicemente perché costerà loro tanti, tantissimi soldi! Denaro che servirà per  mettere a punto un sofisticato meccanismo di controllo automatico o semi-automatico,  dei contenuti prodotti,  per capire cosa farne,  e verificare violazioni del copyright, e stabilire attribuzioni di diritti. Come se non bastasse e molto prima dell’entrata in vigore della legge, i signori di Google si sono pronunciati in modo chiaro e netto alla fine di settembre,  rifiutando di pagare i “publisher” francesi. Ecco come motivano la propria posizione sulla direttiva europea sul copyright estratto da un articolo sul tema uscito su Politico.eu: 

 

 

Google non pagherà gli editori in Francia per la visualizzazione dei loro contenuti e cambierà invece il modo in cui gli articoli compaiono nei risultati di ricerca, ha detto un dirigente della compagnia americana.

L’annuncio versa acqua fredda sulla speranza degli editori di ottenere più soldi dal colosso della tecnologia per mostrare i loro contenuti in base al nuovo regime di copyright dell’Unione Europea, che la Francia è stata la prima a recepire nel diritto nazionale.

La Francia è finora l’unico paese ad aver trasposto il nuovo diritto della riforma del diritto d’autore dell’Unione Europea per gli editori in una legge nazionale, che entrerà in vigore a ottobre. L’articolo 15 della direttiva sul diritto d’autore dell’UE, precedentemente noto come Articolo 11, consente alla stampa di richiedere denaro da piattaforme come Google e Facebook quando mostrano i loro contenuti online.

 

 

Possibile che si continui a perpetrare lo stesso errore invece di sforzarsi di comprendere le reali dinamiche alla base della questione,  e mettere mano ad un processo di crescita culturale collettiva,  per diventare realmente digitali e progredire davvero tutti? O vogliamo parlare del “diritto all’oblio” e di come sia folle lasciare ancora una volta a Google e Facebook le decisioni su come e cosa far vedere, su come e cosa pubblicare, su come e cosa far rimanere a futura memoria. Possibile che non si riesca a capire quanto sia sbagliato –  e le ultime sentenze di Corti e Tribunali sovranazionali e nazionali lo dimostrano molto bene purtroppo –  demandare a questi stessi soggetti, o ancora di più obbligarli attraverso l’emissione di sentenze,  a porre in essere procedure di rimozione di dati e notizie,  oppure a non farlo. A richiedere cancellazioni di quelle stesse notizie e  dati limitatamente ad uno Stato,  oppure in dimensione europea, o globale. Anche su questo tema,  proviamo a chiarire meglio,  aggiungendo alcuni estratti da due dei più  recenti pronunciamenti dei giudici sulla scottante materia:

 

 

Scrive Martina Pennisi sul Corriere della Sera del 24 settembre :

Dal 2014,  Google deve vagliare le richieste dei cittadini europei che non vogliono che pagine contenenti informazioni su di loro considerate irrilevanti o non più attuali o aggiornate,  siano accessibili online con una banale ricerca. In cinque anni sono arrivate richieste per 3 milioni e 338 mila url. Secondo il Garante per la privacy francese, il Cnil, Google avrebbe dovuto procedere così in tutto il mondo e non solo limitando i risultati di chi naviga dall’Europa e dalle versioni europee come google.it (quella italiana) o google.fr (quella francese). La Corte Europea ora è invece arrivata alla conclusione che “il diritto alla protezione dei dati personali non è una prerogativa assoluta, ma va considerato alla luce della sua funzione sociale e va contemperato con altri diritti fondamentali” e che “l’equilibrio tra il diritto al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati personali, da un lato, e la libertà di informazione degli utenti di Internet, dall’altro, può variare notevolmente nel mondo”. 

 

 

Poco più di una settimana dopo la stessa Corte Europea di giustizia con una nuova sentenza ribalta l’orientamento sul tema e come scrive ancora Martina  Pennisi sempre sul Corriere della Sera:

 

 

La Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che i singoli Paesi europei possono imporre a Facebook e alle piattaforme analoghe di cancellare o disabilitare l’accesso a contenuti illeciti. E che l’intervento può riguardare tutto il mondo.

 

 

 

Sentenze a parte, quello su cui vorremmo porre l’accento è il metodo. L’orientamento che viene dato alla vicenda.   Ancora una volta, invece di provare a risolvere a monte la problematica (e quindi naturalmente non con leggi e sentenze), vengono attribuiti poteri sovrani, sovranazionali,  poteri di censura e addirittura di libera manipolazione della realtà ad aziende private che non dovrebbero avere alcuna voce in capitolo. Come sempre si arriva al fatidico: “Fate Voi, oppure, abbiamo deciso con sentenza del ….. che dovete rimuovere per sempre e dovunque; o ancora: la Corte ha deciso che dobbiate rimuovere quella notizia ma solo ….”.  I giudici fanno il loro lavoro, ci mancherebbe. Solo che non è così che arriveremo a qualche risultato. Come se il web fosse un posto dove i confini contano ancora qualcosa. Dove i muri e le catene possano ancora fermare qualcosa e qualcuno. Ancora una volta e con pronunciamento solenne decretiamo che le OTT non sono aziende che mirano al profitto, ma sono diventate  sovrani, unici potentissimi signori e padroni delle  praterie digitali  a cui demandare l’ennesima pesantissima responsabilità che muterà per sempre le vite di tutti noi.

 

Possibile sia così difficile capire che si stanno dando poteri praticamente infiniti ad aziende che non sono interessate – ma molto presto,  se continuiamo a regalare loro tutto questo potere,  lo diventeranno, eccome –  ad altro che non sia il loro oggetto sociale, la loro mission, per dirla con il marketing, che consiste nel produrre denaro, fare affari, creare dividendi. Incassare, insomma. Non altro. A segnalarci l’ennesima presa di posizione infelice nei confronti del genere umano e a favore delle techno-corporation è stato il collega giornalista e grande esperto della questione “algoritmica” Michele Mezza, con cui da alcuni anni collaboriamo,  e a cui abbiamo chiesto un parere sulla vicenda. Parere che trovate qui sotto in forma scritta  e in video, grazie dell’attenzione e a presto:

 

 

 

Una lettera senza francobollo   

di    Michele Mezza

 

 

 

E’ una lettera che apre molti problemi,  non ne affronta nessuno, e soprattutto non segna certo un salto di qualità da parte dei vertici delle aziende radiotelevisive europee.  Una lamentazione fuori tempo per altro, e soprattutto inconcludente anzi, che nasconde delle logiche corporative assolutamente inaccettabili nel 2019. 

In sostanza la lettera rivendica un ruolo normativo,  rispetto a una concezione della rete che non coincide con la realtà.  Il dominio e lo strapotere dei service provider è fuori discussione.  Google,  Facebook,  Amazon, stanno creando una nuova gerarchia antropologica sul pianeta e  non è certo perché fanno concorrenza alla televisione; piuttosto perché hanno cambiato radicalmente il modello di relazione, di fruizione dei contenuti audiovisivi. Ci si scambia contenuti, flussi, immagini perché si vive, non perché si vuole vedere qualcosa su uno schermo.  Mentre invece in quella lettera c’è ancora questa concezione degli utenti come spettatori a cui bisogna garantire contenuti di qualità,  e non come dei produttori che concorrono e determinano loro stessi questi flussi dei linguaggi. 

Questo è il vero buco nero da cui non riescono a uscire i sistemi televisivi soprattutto quelli pubblici. Sistemi  che dovrebbero avere più titolo, è vero, per rivendicare un ruolo proprio per la loro origine sociale, per la loro missione istituzionale,  che è quella di attivare livelli di cittadinanza e di usare i contenuti come mezzo e non come fine, per determinare un livello di civiltà più avanzato rendendo più protagonisti i cittadini e gli spettatori non più passivamente fruitori di contenuti, pensati organizzati da altri. 

Su questo punto bisogna discutere. Perché il più grande regalo che rischiamo di fare ai monopolisti è quello di concedere a loro la bandiera della modernità e della libertà. 

Mentre invece, e in questo la denuncia coglie un aspetto,  c’è una situazione insopportabile di privilegio e di dominio che riguarda proprio la struttura semantica degli algoritmi,  il potere assoluto incontrollabile di imporre procedure e comportamenti dal punto di vista dell’automatizzazione delle attività realizzate sulla base di una profilazione.  La richiesta dei dati,  che in quella lettera è l’elemento di base;  la condivisione dei dati degli utenti è un altro elemento ambiguo.  Perché condividere quei dati solo con le aziende radiotelevisive e non con gli stessi utenti per renderli artigiani,  protagonisti, e in grado di entrare direttamente sul mercato degli scambi audiovisivi? Quando si apre la schermata di Netflix perché io non posso vedere cosa c’è nella mia scheda dati,  in cui mi costringe la piattaforma a dichiararmi,  e da cui e raccoglie tutti i miei sobbalzi emotivi?

Per cui il tema è:  una grande nuovo ripensamento del sistema della comunicazione in cui le aziende pubbliche siano il motore di un ribaltamento del ruolo tra calcolati e calcolanti e non una rivendicazione di privilegio da parte di chi si sente escluso da questo nuovo dominio che i titolari dell’algoritmo oggi impongono.

 

 

 

 

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