Nuove categorie professionali nell’editoria: criticità e prospettive (pt1)

| 4 Agosto 2019 | Tag:, , , , , ,

L’immagine che accompagna questo pezzo fotografa, a nostro avviso, davvero bene,  alcuni degli elementi centrali del dibattito che abbiamo riassunto e riportato per Voi nelle sue fasi salienti qui sotto. Terzo passaggio pubblico  degli Stati generali dell’editoria, qui analizzato, e che si è svolto presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il 4 giugno scorso,  e che riguardava, come dice il titolo, le nuove professioni dell’editoria. In realtà, come scoprirete se avrete la bontà di proseguire nella lettura, il dibattito ha riguardato una molteplicità ben più vasta di argomenti. L’immagine emblematica proviene dal sito di un’azienda estera che si chiama Fat bit technologies che si occupa, evidentemente, fra le altre cose, di User experience design, e ci fornisce un assist davvero memorabile con quelle tre domande scritte a sinistra dell’immagine. Tre W che proiettano –  a nostro avviso – un tema decisamente difficile per il giornalismo italiano come quello della Ux, in modo quasi automatico, dentro l’agone professionale quotidiano, dentro le redazioni, anche quelle ancora più analogiche del BelPaese. Avete presente le cinque W del giornalismo?

 

L’incontro sulle nuove professioni dell’editoria non è stato introdotto dal senatore Crimi, come i due precedenti, (assente giustificato);  ma come gli altri, è stato moderato dal Consigliere del Dipartimento per l’Editoria Ferruccio Sepe. All’incontro hanno partecipato in qualità di esperti del settore: Alessandro Angelelli Presidente di AssoBloggerAndrea Cornelli  vice presidente di UNA – Aziende della Comunicazione Unite,  Claudio Bernardi Presidente di FPA Fotoreporter Professionisti Associati, Cristina Pantaleoni Presidente di GVpress Associazione italiana dei giornalisti-Videomaker, Francesco Di Costanzo Presidente di PA SocialPier Donato Vercellone Presidente della Federazione Relazioni Pubbliche Italiana FERPI, (per dovere di cronaca va ricordato che nel frattempo i vertici Ferpi sono stati rinnovati)Roberto Piccinini Presidente dell’Associazione Italiana Reporters Fotografi AIRF e Roberto Tomesani Presidente dell’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti Tau Visual. Come sempre gli interventi degli esperti sono stati affiancati da altri interventi di alcune delle persone presenti in sala. Nel riportare le fasi salienti di tutti i contributi, questa volta, non abbiamo diviso quelli degli esperti da quelli del pubblico.

 

Al centro del dibattito c’erano le nuove categorie professionali, come anticipato. Dai blogger, ai fotoreporter, ai videogiornalisti, ai social media manager. Per comodità di tutti abbiamo estratto dall’enciclopedia Treccani le definizioni di alcune di queste categorie professionali. Partendo da quelle di giornalista e comunicatore, che, sebbene non siano certamente nuove professioni, sono state più di tutte al centro del dibattito. Come vedrete, alcune delle nuove professioni, sono talmente nuove, da non  avere ancora una propria definizione enciclopedica.  Per facilitarne la lettura, e per la grande varietà di dati e spunti contenuti nel dibattito, sarà diviso in due articoli. La prima parte è quella che state leggendo, mentre la seconda uscirà la prossima settimana. Buona lettura e grazie dell’attenzione!

 

 

giornalista s. m. e f. [der. di giornale2] (pl. m. -i). – 1. Chi, per professione, scrive per i giornali, e chi collabora, come redattore, alla compilazione di un giornale: fare il g.; essere iscritto all’albo dei g. (come professionista o come pubblicista, secondo che si eserciti questa sola attività, o che si svolgano anche altre attività retribuite o professioni); specificando: g. sportivo, g. parlamentare; g. della carta stampata, radiofonico, televisivo; g. d’assalto, specializzato in inchieste volte a denunciare problemi sociali, scandali e sim. 2. Nel sec. 18°, compilatore, scrittore di un giornale letterario.

 

comunicatóre s. m. (f. -trice) [dal lat. communicator -oris], raro. – Chi comunica, chi partecipa ad altri. Nel linguaggio giornalistico, viene così denominato talora chi (personaggio politico, opinionista, e sim.), grazie alla posizione di potere che occupa o dell’attività che svolge, ha la possibilità di accedere ai grandi mezzi di comunicazione che utilizza per trasmettere ripetuti messaggi e per esprimere giudizî e convinzioni personali, guidando l’opinione pubblica verso determinate direzioni.

 

fotorepòrter s. m. e f. [comp. di foto-2 e reporter]. – Redattore e collaboratore di un giornale o di un periodico, incaricato di fornire servizî costituiti esclusivamente o principalmente da fotografie d’attualità; detto anche fotocronista.

 

La definizione di videomaker non esiste nella Treccani. Per questo motivo abbiamo preso a prestito quello che abbiamo trovato  su wikipedia:

Videomaker (analogamente a filmmaker, da “film” e “make”=”fare”, colui che “fa” i film) è un neologismo entrato nell’uso comune della lingua italiana, a seguito della larga diffusione delle apparecchiature digitali di ripresa e montaggio. Per definizione, il videomaker è colui che cura personalmente le riprese e il montaggio dei suoi lavori, che in seguito verranno diffusi attraverso canali tv, web, oppure festival di cinema e/o cortometraggi.

Nella lingua inglese il vocabolo filmmaker è anche riferito più in generale al regista cinematografico.

 

stringer Nel linguaggio giornalistico inglese, diffuso anche nell’uso internazionale, la persona che, senza essere un regolare corrispondente, è incaricata di fornire a un giornale o a un’agenzia informazioni relative a una determinata zona.

blogger ‹blòġë› s. ingl. [der. di blog] (pl. bloggers ‹blòġë∫›), usato in ital. al masch. e al femm. – Autore di blog.

 

 

Vista la laconicità della definizione di blogger abbiamo pensato fosse il caso – anche per agevolare la comprensione di alcuni dei ragionamenti degli esperti che leggerete successivamente –  di aggiungere, sempre dalla Treccani, la definizione di blog.

 

 

blog Pagina internet personale, aperta ai commenti dei lettori, di norma organizzata in ordine cronologico e arricchita con link ad altri siti, articoli, immagini, video disponibili in rete. Il termine (contrazione da web log «diario di bordo della rete») è stato coniato nel 1997 dal blogger americano Jorn Barger. Da allora, i b. si sono rapidamente diffusi per la semplicità di realizzazione e l’immediatezza della comunicazione. Inizialmente il b. è stato utilizzato soprattutto come mezzo di espressione individuale o di organizzazione di propri hobbies, ma con il tempo è andato assumendo un’importanza sempre maggiore come mezzo di circolazione delle idee e di informazione. Alcuni blogger con il tempo sono diventati opinion maker in vari ambiti (politica, economia, giornalismo), costituendo una fonte analoga alle testate giornalistiche (con le quali talvolta collaborano, mantenendo però il carattere dialogico con i lettori).

 

data scientist loc. s.le m. e f. Analista di dati digitali, capace di sfruttare gli strumenti di condivisione e collaborazione via web. ◆ [tit.] E nascono inedite professioni, ecco il «data scientist» (Corriere della sera, 28 maggio 2012, Corriere Economia, p. 39) • Ecco il motivo di questa fame di dati. Ed ecco perché non si riesce a scacciare del tutto il timore dell’avvento di un “Grande Fratello”, che ci monitora e controlla. E forse non è nemmeno una visione così fantapolitica, lascia intuire un data scientist nei corridoi del London Film Museum (Luca Indemini, Stampa.it, 3 ottobre 2012, Tecnologia).

Espressione ingl. composta dai s. data (‘dati’), qui usata in funzione di agg. (‘dei dati’), e scientist (‘scienziato’).

 

Rileviamo che sulla Treccani non esiste la definizione di data analyst, (molto usata nel dibattito), ma solo quella di data scientist, che ci sembra possa essere condivisibile e assimilabile a quella di data analyst, anzi probabilmente anche più appropriata.

Ancora altre  definizioni per facilitare la comprensione del dibattito:

 

 

user experience <i̯ùuʃër ikspìëriëns> locuz. sost. ingl., usata in it. al femm. – Approccio secondo il quale la qualità dell’interazione con uno strumento tecnologico non è riducibile unicamente all’assenza di problemi e al successo nel raggiungimento di uno scopo pragmatico, ma deve considerare anche aspetti quali il divertimento, il coinvolgimento emotivo, la motivazione, la piacevolezza estetica, la gratificazione; in sigla, UX. Per misurare se una persona percepisca l’interazione con un sistema informatico in modo positivo o negativo, le metriche tipiche dell’usabilità, quali per es. efficacia o efficienza, non sono né adatte, né sufficienti. Sebbene le prime critiche a una concezione limitativa dell’usabilità si trovino già negli anni Ottanta del secolo scorso, l’interesse per la u. e. si è venuto rafforzando notevolmente nei primi anni del 21° sec., soprattutto in ragione di una sempre maggiore diffusione di tecnologie nella vita quotidiana, per scopi divesri rispetto a quelli lavorativi.

 

 

Da cui  deriva, presumiamo, il ruolo e la figura professionale dello user experience designer,  citato nel dibattito, ma non presente sul vocabolario Treccani come voce specifica.

 

 

In assenza di una voce specifica sull’enciclopedia Treccani dedicata alla professione del Seo Specialist riportiamo per maggior comprensione del dibattito la definizione enciclopedica di Seo.

 

 

SEO – Sigla dell’ingl. Search engine optimization, attività finalizzate all’ottimizzazione di un sito web con l’obiettivo di migliorarne il posizionamento sulle pagine dei risultati dei motori di ricerca, quindi la visibilità. La SEO fa parte del search engine marketing ed è costituita sia da attività onsite, in cui si interviene sui contenuti, sul codice HTML (Hypertext markup language), sulla struttura e sull’architettura dell’informazione del sito, sia da attività offsite, che hanno lo scopo di migliorare la link popularity del sito. La posizione di un sito nella pagina dei risultati dei motori di ricerca è legata alla rilevanza che il motore gli assegna in funzione dei termini ricercati. Sono diverse le azioni utilizzate per migliorare l’indicizzazione, spesso indicate dai motori stessi, insieme alle pratiche contrarie alle politiche del motore, che possono portare all’esclusione del sito.

 

 

 

Anche per le prossime voci non esiste nella Treccani una specifica definizione dal vocabolario, ma ci sono dei richiami a partire dal 2012 sui possibili significati di alcune di queste voci

 

 

community manager (responsabile dell’organizzazione e del funzionamento di una comunità virtuale)

 

social media manager (responsabile del funzionamento di un mezzo di comunicazione sociale)

 

 

Per quanto riguarda l’ingegnere gestionale sulla Treccani si trova la definizione della disciplina, mentre sempre sulla pagine della stessa enciclopedia, per spiegare la figura professionale, ci si avvale della definizione di ingegnere gestionale contenuta nell’enciclopedia della Scienza e della Tecnica realizzata da Lucio Bianco.

 

 

ingegnerìa gestionale Vasto corpo disciplinare che caratterizza il moderno approccio ingegneristico ai problemi di organizzazione e gestione di imprese e sistemi di imprese. 

 

 

L’ingegnere gestionale resta perciò, innanzi tutto, un ingegnere, ossia una persona dotata di un bagaglio di conoscenze di tipo metodologico e quantitative da utilizzare in tutte quelle attività in cui la tecnologia interagisce in modo critico con le variabili socio-economiche e ambientali e l’innovazione gioca un ruolo rilevante. In questo modo egli accumula un insieme di competenze di carattere tecnologico, economico, organizzativo e gestionale che lo mettono in grado di progettare e gestire sistemi complessi quali i sistemi logistici, di trasporto, di produzione, di accounting e altri ancora. Egli diventa in buona sostanza uno specialista capace di gestire la complessità che caratterizza oggi il mondo della produzione e dei servizi.

 

Dopo questa premessa, un po’ più lunga del solito, sul significato delle professioni di cui si è discusso durante questa riunione degli Stati generali dell’editoria, iniziamo l’analisi degli atti, e in particolare degli interventi delle persone che hanno partecipato all’evento. Iniziando con il moderatore del dibattito il consigliere del dipartimento dell’editoria Ferruccio Sepe.

 

Ferruccio Sepe: Il dipartimento – che dirigo – ha una funzione di sostegno al sistema editoriale,  quindi ha tutta la sua vocazione storicamente indirizzata a quello che è il sostegno di un meccanismo che quasi in tutta Europa, come abbiamo detto in altre occasioni,  vede la presenza del Pubblico come determinante sotto varie forme diretta e indiretta.  Vi assicuro che in quasi tutta l’Europa occidentale questo sistema trova un sostegno nello Stato.  Per cui tutto quello di cui discuteremo oggi che un pò una miscela di varie cose –  le proposte che sono arrivate di  interventi e di varie configurazioni anche sotto il profilo dell’inquadramento lavorativo delle nuove figure professionali anche legate all’innovazione –  ci vede attenti osservatori e attenti ascoltatori.

 

 

Alessandro Angelelli: Per noi il blogger è un comunicatore nel settore digitale, o con un proprio blog e quindi noi nella nostra associazione chiamiamo questa figura blogger professionista, oppure colui che comunica fornendo contenuti su blog che non sono di sua proprietà;  possono essere blog, siti, testate giornalistiche, e quant’altro.  Questo è un blogger semplice per noi.

Ci sono delle criticità sulle quali riflettere.

Ad esempio le richieste dei blogger – solitamente persone giovani – che si affacciano al mestiere del comunicatore digitale, sull’inquadramento professionale da assumere. In italia se si svolge un’attività continuativa di questo tipo la formula dell’apertura della partita iva è la formula più adatta.  Quindi si vanno a cercare i codici ateco. Spesso i codici che possiamo applicare non identificano però la vera attività che svolge il blogger. Ad esempio uno dei più utilizzati è  il codice 73 11 02:  conduzione di campagne di marketing e altri servizi pubblicitari. Voi capite che chi vuole fare informazione non ha come scopo principale quello di condurre campagne di marketing e altri servizi pubblicitari. Un codice che spesso viene usato è il 63 99 00:  altre attività dei servizi di informazione.  E già siamo sul generico.  Ce n’è un altro il 74 90 99 che rappresenta tutto lo scibile umano: altre attività professionali. Chi inizia, spesso si trova nella condizione di avere una passione, che non sempre è la sua professione principale. Ad esempio ci sono molti esempi di architetti che fanno i curatori di blog di viaggio.   La figura del travel blogger potrebbe diventare una professione a tutti gli effetti. Al giorno d’oggi per i nostri blogger essere inquadrati con un contratto di lavoro subordinato è molto difficile. L’apertura di una partita iva è ugualmente difficile.  E allora si prova ad utilizzare dei contratti di collaborazione. Spesso chi inizia l’attività di blogger lo fa con l’idea di provare a capire se poi lo sbocco professionale possa portare all’iscrizione all’albo dei giornalisti come pubblicista. Questo fatto di fornire occasionalmente contenuti pagati diciamo con un contratto di collaborazione cozza però con quelle che sono le indicazioni dell’ordine dei giornalisti. Secondo le quali  per valutare la richiesta di inserimento nell’albo dei giornalisti pubblicisti bisogna dimostrare di aver collaborato continuativamente.

 

Un’altra criticità per chi intraprende questa attività con l’idea di diventare giornalista sono le  differenze che albergano  nei vari ordini regionali. Ad esempio nel Lazio per chiedere l’iscrizione come pubblicista si devono scrivere in due anni 80 articoli e si deve dimostrare di avere percepito una retribuzione lorda di circa 5.000 euro.  Mentre in Molise si devono scrivere 70 articoli e la retribuzione in due anni deve essere di 800 euro.

 

Altra difficoltà viene per esempio da chi gestisce un sito internet, che può essere testata giornalistica, e può avere delle collaborazioni differenti:  con giornalisti iscritti  all’inpgi e con blogger iscritti all’inps. Ai primi viene sempre assoggettato anche un contributo minimo previdenziale su qualunque cifra percepiscano;  mentre i secondi fino a 5.000 euro di retribuzione, per lavori occasionali,  sono esenti da imposizione contributiva.

 

Una problematica molto ampia è quella delle fake news. Pensate voi a chi apre un blog con un codice ateco che indica l’attività principale nella conduzione di campagne marketing e altri servizi pubblicitari. La finalità di questa attività è fare su quel sito, su quel blog, più traffico possibile. Perché l’attività guadagna proprio dal traffico, dalla produzione e  dalla vendita di spazi pubblicitari. E’ esattamente il discorso che è alla base del proliferare delle fake news o del clickbait,  cioè di quelle notizie che ti spingono a cliccare su un link,  perché ti lasciano nel dubbio e quindi diciamo ti lasciano in sospeso.

Se  riuscissimo  ad inquadrare una figura professionale,  chiamiamola di comunicatore digitale,  anche la professionalità stessa della persona che prende una partita iva per fare questo mestiere,  ne trarrebbe beneficio. Io  apro con un certo codice ateco, perché voglio fare informazione, non voglio fare pubblicità. La pubblicità è qualcosa che verrà a margine. La maggiore responsabilità che potrebbe sentire il blogger,  potrebbe aiutare nel limitare la produzione di notizie false o notizie che hanno come finalità semplicemente quello di rubare un click.

 

Ultima criticità è l’aspetto che riguarda la pubblicità. La pubblicità deve sempre essere distinta e distinguibile dall’informazione, quindi il lettore deve essere sempre in grado di capire al primo impatto se sta leggendo un contenuto redatto autonomamente  da un autore, o  se dietro a quell’articolo c’è un compenso. Noi abbiamo segnalazioni continue di agenzie pubblicitarie che richiedono di pubblicare articoli su testate giornalistiche e blog,  però senza l’indicazione che quel link, cioè quella pubblicità che in termini tecnici si chiama pubblicità nativa – native advertising –  è una pubblicità a pagamento. Chiediamo di uniformare questa normativa imponendo che la normativa che vale per i giornalisti debba essere valida anche per chi comunica nel mondo digitale in modo da garantire di più il lettore ed eliminare la concorrenza sleale.

 

 

Contrariamente a quanto fatto nei precedenti articoli sugli Stati generali, in questo caso e solo per questo intervento, vorremmo anticipare alcune nostre considerazioni che normalmente rimandiamo alla fine dell’articolo. L’intervento di Angeloni è un campionario davvero molto valido di esempi di come la confusione sotto il cielo del giornalismo regni sovrana. Nessun problema e nessuna difficoltà ad accettare la nascita di nuove professioni da parte nostra, tutt’altro. Però quello che dice e chiede il responsabile di AssoBlogger ci pare solo un modo per far rientrare dalla finestra quello che la professione giornalistica – che ovviamente va riformata profondamente in epoca di rivoluzione digitale – certifica e sostanzia da sempre. La commistione fra comunicazione e informazione, come poi si evincerà in molti altri interventi di questo stesso dibattito, è e rimane uno dei problemi principali del mondo dell’editoria. E far finta che con l’avvento delle “nuove” professioni digitali, questa problematica  sia diversa, o per qualche motivo direttamente legata all’arrivo del digitale,  è solo un modo – a nostro avviso –  per confondere ancora di più acque già molto agitate. La questione dei codici ateco, come spiegherà molto bene nel suo intervento la segretaria generale della Ferpi, è una questione centrale che va risolta non per i blogger, ma per tutte le professioni del presente – editoria, comunicazione, ma anche per molti altri settori – in sede consona e dimensione europea. I problemi contrattuali ahinoi sono gli stessi di tutti, e  in tutti i lavori di questo Paese. Un Paese dove come ben sappiamo per riuscire a spuntare un contratto decente non basta nemmeno vincere un concorso di Stato. Andando avanti: la spiegazione di Angeletti sulla presunta origine delle fake news è a dir poco fantasiosa, ma ha il pregio di mettere una giusta sottolineatura sui meccanismi “genera click”. Il traffico è traffico. Non importa come si genera. Purtroppo sembra evidente che fra quelli  a cui non interessa  il modo in cui venga generato, ci siano anche i siti dei grandi  organi di informazione del Paese. La produzione di click per incrementare le entrate pubblicitarie giustifica l’uso di  qualsiasi mezzo. Dai gattini, al pornosoft, al gossip più truce, alla produzione di bufale in quantità industriale. La famigerata colonna di destra. E chi è immune al vizio scagli la prima pietra.  Per completezza dell’informazione, in conclusione di questo passaggio, vorremmo sengnalarVi  la ricerca compiuta dai colleghi di Prima Comunicazione, su Angeletti e AssoBlogger. 

 

 

 

 

 

Andrea Cornelli: La tradizionale mappatura del nostro mercato della comunicazione è ormai abbondantemente superata dai fatti. I centri media, le agenzie di pubblicità, le aziende di relazioni pubbliche,  le agenzie digital retail, le agenzie di organizzazioni di eventi e altro ancora,  sono alla quotidiana ricerca di profili professionali di difficile a volte impossibile reperibilità. Seo specialist, data analyst,  social media manager, o ancora user experience designer e perfino ingegneri gestionali, sempre più frequentemente trovano spazio nelle agenzie di comunicazione. Questa accelerazione porta a una delle più grandi sfide che la nostra società e tutte le nostre università stanno vivendo. Non si tratta più solo di formare, cercando disperatamente di rimanere al passo con i tempi, ma obbligatoriamente di formare su ciò che si prevede che il mercato sarà. Una sfida epica e tutti i nuovi corsi di laurea che stanno emergendo anticipano una configurazione di codici ateco che si fatica a riuscire a rappresentare. I comunicatori non sono mai stati pienamente riconosciuti non abbiamo mai avuto l’onore di poter accedere a un contratto di lavoro dedicato. Scontiamo vincoli legislativi come quelli posti per esempio dalla legge 150. I comunicatori meritano l’apertura di un tavolo di confronto cui sedersi assieme ai rappresentanti del Governo e a quelli dei giornalisti.

Un tavolo utile per bloccare iniziative legislative che inciderebbero in maniera estremamente negativa su decine di migliaia di lavoratori della comunicazione e le loro famiglie e  mi riferisco al reiterato tentativo di inserire il pacchetto casse previdenziali privatizzate nel decreto legislativo “Crescita”. Una norma che trasferirebbe d’ufficio all’Inpgi dall’Inps quasi 9.000 lavoratori della comunicazione, che lavorano per aziende private e oltre 5mila lavoratori della comunicazione che lavorano nella Pubblica Amministrazione.

Dal nostro punto di vista questa operazione non salverebbe le casse dell’Inpgi e non favorirebbe in nessun modo le nuove professioni. Serve un tavolo che possa costruire le norme contrattuali adeguate e dedicate, a sostegno e difesa di tutte queste differenti professionalità,  e in grado di garantire un futuro sereno a tutti gli operatori dell’informazione e della comunicazione attraverso la costituzione di una gestione Inps dedicata a tutti questi comparti.

 

Claudio Bernardi: Mi sorge spontanea una considerazione su questo incontro. Su questo tavolo che raccoglie nuove categorie professionali dell’editoria. Sinceramente i fotoreporter non credo che lo siano. Le prime agenzie di fotoreporter risalgono alla metà del novecento.

Al primo punto delle nostre osservazioni c’è il superamento della distinzione fra fotografia semplice e creativa attraverso la definizione della figura del fotografo professionista operante nel campo dell’editoria e conseguente fotografia professionale finalizzata all’editoria. Chiediamo la formazione di un registro elenco certificato per i video fotoreporter. Stabiliamo i criteri entro i quali le testate cartacee, web e tv, possano esercitare il diritto di informazione sancito dalla Costituzione Italiana senza l’autorizzazione dell’autore nei casi di utilizzo di immagini già pubblicate.  Ovvero il superamento del decreto legislativo numero 68 del 9 aprile 2003 emanato in attuazione della direttiva 2001/29 della Comunità Europea autorizzando la sola riproduzione della copertina e non delle pagine interne come già avviene nei paesi anglosassoni e in dimensioni ridottissime o coperte, con sfocatura come già avviene per i testi scritti.

 

 

Cristina Pantaleoni: Siamo 60 ragazzi, ormai non più tanto ragazzi, regolarmente iscritti all’ordine dei giornalisti, che però invece di usare carta e penna per fare il proprio lavoro, usano la telecamera, un microfono e uno zaino con dentro il computer, una connessione internet, per mandare i video a tutte le testate nazionali. Noi però abbiamo un problema fondamentale. Non siamo riconosciuti,  siamo quasi invisibili, perché siamo considerati da una parte operatori e dall’altra solo giornalisti. Questo non succede solo all’ordine dei giornalisti, che non prevede una nostra categoria, o alla federazione nazionale della stampa, questo succede anche nei palazzi del potere. Ad esempio alla Camera dei Deputati entriamo come operatori, non potendo esercitare il nostro diritto di fare i giornalisti, e siamo limitati a premere il tasto di registrazione, perché il regolamento della Camera prevede questo.

L’ultimo scopo della nostra associazione è quello di avere un allegato al contratto nazionale giornalistico che fissi delle tariffe per un prodotto giornalistico video che attualmente non esiste. Ci sentiamo quasi dimenticati, nonostante riempiamo tutti i maggiori siti e tutte le maggiori trasmissioni, con il nostro lavoro.

 

 

Francesco Di Costanzo: La nostra è un’associazione nazionale che conta 18 coordinamenti regionali e oltre 700 soci. Il mondo dell’informazione e della comunicazione fatta all’interno della PA, ma anche delle imprese private, è cambiato completamente. Credo che si stia ulteriormente perdendo tempo continuando a fare convegni sulla legge 150. Capiamo come dobbiamo superarla, perché quello schema di lavoro – portavoce, ufficio stampa, urp –  è  stato superato dagli eventi, dai fatti, dal modo di lavorare di chi fa oggi comunicazione e informazione.

Il riconoscimento delle nuove professioni non è più rimandabile. Questo è un percorso da fare  insieme perché se pensiamo di risolverlo (i giornalisti per i fatti loro, e i comunicatori da un’altra parte, e le nuove professioni ancora da un’altra) credo che avremo tantissimo materiale per i prossimi convegni per fare un ottimo dibattito, però non andremo a risolvere concretamente le cose. Ho sentito parlare della proposta di riforma dell’Inpgi.  La nostra associazione nel momento in cui si dibatteva di questo, si è spesa, dicendo che se si fosse trattato solo di un’operazione di salvataggio,  non ci avrebbe interessato. Se invece fosse un’operazione più ampia,  che potesse portare  alla nascita di un polo professionale,  di un  polo pensionistico; allora potrebbe essere una buona idea. Ovviamente bisogna entrare nel concreto.

A  volte sento dire:  chiudiamo  l’ordine dei giornalisti.  Io  dico:  più che chiuderlo, apriamolo davvero.  Sentivo prima dire che ci sono delle professioni,  però non sono riconosciute, nel senso che non hanno una loro categoria specifica.  Apriamolo davvero, apriamolo a tutte queste professionalità, ovviamente con percorsi chiari.

 

 

Ferruccio Sepe: Gli strumenti social, lo dico perché il dipartimento li ha utilizzati per le proprie campagne in più di un’occasione recentemente, sono strumenti pericolosi – e per pericoloso intendo dire  – “pericolosi per le istituzioni” . Penso a una delle risposte di un dirigente Inps,  se non ricordo male, in tema di reddito di cittadinanza, che ha suscitato un vespaio di polemiche e quindi anche poi un livello di attenzione politico che forse la risposta tecnica non meritava. Per dire che chi lavora nelle istituzioni deve fare il conto,  che, quando emette un’indicazione, quando fa il front end nell’amministrazione, deve dare indicazioni certificate e verificate. Non si può permettere di dare informazioni che poi suscitano una smentita.  Lo dico non per difesa d’ufficio, ma per dire che sono strumenti in qualche misura non facilissimi da usare, per le istituzioni.

 

 

Fine Prima Parte (di seguito il video integrale della prima parte dell’iniziativa),  alla prossima settimana per la seconda e ultima parte del convegno.

 

 

 

 

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