Libra nos a malo

| 23 Giugno 2019 | Tag:, , , , , ,

Parafrasando una frase assai nota di una preghiera cattolica, ma anche di una canzone decisamente laica; vorremmo provare a riflettere assieme a Voi sull’introduzione di una cripto-moneta,  nello stato libero e sovrano di Faccialibro, governato dal monarca assoluto Marco Zuckerberg primo. L’annuncio dell’introduzione della moneta di nome Libra dentro il micro-maxi mondo rappresentato dal social network di Menlo Park e che coinvolge ad oggi all’incirca due miliardi e mezzo di persone, è stato diffuso  dallo stesso king Mark qualche giorno fa. Battute a parte l’arrivo nel giro di un anno a partire da oggi, di una moneta di scambio esclusiva, coniata e diffusa  dentro a Facebook,  ha provocato numerose e perlopiù preoccupate reazioni in tutto il mondo. Come al solito noi vorremmo provare a ragionare assieme a Voi sul tema,  facendoci aiutare da una serie di esperti –  da noi medesimi selezionati – che sull’argomento si sono espressi nelle ultime ore, estraendo alcuni passaggi dagli articoli diffusi online dagli stessi sul tema specifico e su altri temi – a nostro avviso – assimilabili. Il concetto su cui vorremmo concentrarci inizialmente per mettere assieme i vari contributi è quello del valore dei dati. Nella nostra odierna società – come molti scienziati sostengono –  i dati sono:  il vero e unico carburante, il nuovo petrolio, l’unica e più grande ricchezza. Dice Luciano Floridi nel suo libro “La quarta rivoluzione – Come l’infosfera sta trasformando il mondo”:

 

 

Guardare alla natura di una persona come costituita dalle informazioni che le sono relative ci consente di comprendere il diritto alla privacy come un diritto all’immunità personale nei confronti di modificazioni sconosciute, indesiderate, o non volute, recate alla propria identità di ente informazionale sia attivamente che passivamente. Attivamente, poichè raccogliere, immagazzinare, riprodurre, manipolare, le informazioni di Alice, equivale ora a compiere dei passi nel furto o nella clonazione della sua identità personale. Passivamente, perchè violare la privacy di Alice può oggigiorno consistere nel costringerla ad acquisire dati non voluti, che alterano in tal modo la sua natura di ente informazionale senza il suo consenso. 

 

 

Problemi che hanno riguardato Google o Facebook e le policy della loro privacy rivelano un quadro simile. Come Kevin Bankston, avvocato dell’Electronic Frontier Foundation, ha osservato: la storia delle tue ricerche mostra le tue associazioni, credenze, forse i tuoi problemi medici, le cose che cerchi in Google ti definiscono; dati che sono in pratica una stampa di ciò che si sta svolgendo nel tuo cervello. Ciò che stai pensando di comprare, con chi parli, di cosa parli. Le domande che poniamo, ciò che stiamo cercando, identificano chi siamo molto meglio delle risposte che diamo, dal momento che mentono molto meno.

 

 

Qualche settimana fa, raccontando su queste colonne  un convegno che si è svolto a Milano presso l’Università Statale, abbiamo introdotto un argomento che ci sta molto a cuore, e di cui abbiamo parlato molte volte qui e nei nostri appuntamenti digit: la trasparenza degli algoritmi. La società attuale è sempre più modellata ad uso e consumo delle grosse compagnie che esercitano un sempre maggiore controllo sui dati. Dati  prodotti da ciascuno di noi, in modo massiccio, e più o meno consapevole. Le techno-corporation, descritte da Nicola Zamperini nel suo Manuale di disobbedienza digitale, come aziende-Stati sovrani. Perlopiù assoluti, in quanto a sovranità. Visto che dentro ai labili ma precisi confini di queste nazioni fluide e digitali, le uniche regole valide sono quelle imposte dai proprietari delle medesime techno-corporation. Dunque se dentro a questi nuovi Stati-Azienda si configurano regole ferree e al di sopra del diritto pubblico nazionale, costituzionale, e internazionale; come cambierà ulteriormente la configurazione della nostra società quando dentro a questi nuovi “Paesi digitali” comincerà a circolare anche una moneta sovrana? Rispetto al valore dei dati e al modo in cui bisognerebbe pensare di gestirli nel nostro presente,  attingiamo ad un documento fresco fresco di diffusione, redatto dal data scientist Luca Corsato che proprio sulle tesi enunciate nel corso del convegno milanese del 28 maggio scorso ha formulato alcune utili riflessioni:

 

 

L’impatto digitale ha esteso i confini della persona. Se ne parla in Dati alla mano: serve più democrazia di LSDI quando il sindaco di Milano Beppe Sala dice: Analizzare i modelli delle città più evolute e cambiare i propri modelli di organizzazione, i propri sistemi ed obiettivi.

E il giornalista e scrittore Michele Mezza dice: è necessario prospettare un nuovo patto sociale, che concepisca le comunità di utenti (città, territori, università, categorie professionali, gruppi di consumatori) come soggetti negoziali della potenza di calcolo.

Questi elementi  rientrano nel concetto ampio di “sovranità digitale” in cui ogni cittadino deve controllare i propri dati: le istituzioni pubbliche devono essere garanti verso i servizi privati perché l’esclusione dai propri dati è una limitazione alla propria libertà.

 

 

Ma questi concetti espressi in modo semplice e comprensibile da Luca Corsato non sono forse decisamente in contrasto con la visione del mondo che ci prospettano i nuovi assetti proposti dagli assetti degli Over the Top, che del mondo hanno evidentemente una visione molto personalistica, per usare un eufemismo? Una visione che ci viene ben descritta in questo passaggio di un recente articolo, proprio dedicato alla nuova cripto-moneta di Facebook, recentemente pubblicato da Nicola Zamperini:

 

 

le piattaforme contano su un popolo (gli utenti), dispongono di confini in un territorio digitale enorme e limitato, hanno un’organizzazione burocratica e dei sovrani riconoscibili – i fondatori e gli amministratori -, dispongono del monopolio nell’utilizzo della forza all’interno di quei confini, fanno riferimento a norme generali che regolano l’esistenza all’interno dei loro confini (gli algoritmi e gli standard di comportamento delle comunità) e infine tutelano da sé i propri interessi nei confronti di altri Stati, degli organismi internazionali e di altri grandi conglomerati tecnologici o digitali. Risulta evidente che si tratta di una sovranità del tutto particolare, perché non esclude che un cittadino di una Meta-nazione digitale possa, ad esempio, essere imprigionato da uno Stato nazionale tradizionale, ma può anche capitare l’esatto contrario, e che cioè il cittadino di una Meta-nazione digitale compia un illecito per gli standard di comportamento e dunque essere interdetto in perpetuo dalla vita sociale di quella Meta-nazione digitale, pur continuando a vivere tranquillamente la sua vita offline, diciamo così.

 

 

 

Ad aiutarci nella comprensione di questo concetto e soprattutto a fornirci una valida chiave di interpretazione arrivano le parole di Luca Corsato ancora una volta estratte dal suo saggio dedicato alla gestione pubblica e privata dei dati:

 

 

Se consideriamo la Città — o un’organizzazione vasta che sia Stato, Regione, quartiere — come un organismo formato dal soggetto collettivo “i cittadini”, Maria e tanti altri come lei formano un organismo (collettivo): come osservato da Buchanan e Tullock in “Il calcolo del consenso” tale organismo possiede un’intelligenza collettiva ed esercita una volontà collettiva per soddisfare un bisogno collettivo. Questo assunto però è in controtendenza rispetto all’individualismo che caratterizza ogni aspetto della vita quotidiana: a Maria vengono proposti servizi e prodotti “su misura”, sui media e social network è bombardata da selfie e auto-promozioni di suoi amici o follower, fino a movimenti politici che promuovono formule di democrazia diretta in cui uno vale uno. Per contestualizzare sui dati, significa che Maria dovrebbe essere formata per svolgere una gestione autonoma dei propri dati e analizzare la condivisione di questi con quelli di altri cittadini e viceversa.

 

 

Finora si è dato per scontato che la gestione collettiva corrispondesse con la gestione pubblica. Invece sia gli attuali enti pubblici, che la contrattazione delle istanze, si basano su modelli rappresentativi. Ne Il calcolo del consenso la “teoria della scelta libera” (public choice) considera la società come un insieme di individui liberi, dal momento che il concetto di “società come organismo” evidenzia i limiti accennati sopra. Ogni individuo è libero nelle sue azioni all’interno di una qualsiasi organizzazione, perseguendo il proprio benessere. Quando si comporta virtuosamente, questo benessere è in relazione a quello del prossimo.

 

 

E quindi mentre si dovrebbe cominciare a discutere di nuovi modelli sociali,  alternativi a quello unico proposto dalle techno-corporation,  proprio per ricominciare a comprendere il mondo e le sue dinamiche invece di trasformarci tutti in ossequiosi consumatori. Ecco arrivare Mr. Facebook con l’asso piglia tutto della cripto-valuta modellata a sua immagine e somiglianza, che estromette del tutto  il mondo bancario “analogico” e che chiude il cerchio “magico” tracciato dagli analisti di Menlo Park per fare in modo che i propri iscritti rimangano sempre più a lungo dentro una gabbia “dorata e magica”, ma pur sempre gabbia, di possibilità di acquisto senza denaro contante, senza tempi di attesa, senza burocrazia e “rotture” varie. Dice Nicola Borzi in un pezzo uscito su Valori e intitolato:  “tutti i problemi di Libra, la criptovaluta di Facebook”:

 

 

Il documento originale del progetto Libra afferma esplicitamente che la blockchain della criptovaluta non sarà regolamentata, ma che saranno gli sviluppatori a costruire sulla blockchain di Libra e a dover rispettare le leggi e i regolamenti delle giurisdizioni in cui operano. È chiaro però che i governi e le autorità di controllo si sentiranno coinvolti: gli Esecutivi e le Banche centrali hanno avuto e hanno un ruolo di primo piano nella gestione del sistema finanziario, bancario e nell’emissione di moneta, come anche nella regolamentazione e nei controlli. Ruolo che ora potrebbe essere aggirato. Facebook e l’Associazione Libra stanno già lavorando sodo dietro le quinte per placare gli enti normativi negli Stati Uniti, nel Regno Unito e altrove e hanno recentemente assunto un lobbista senior nel Regno Unito proprio a questo scopo. Le banche, che sono attive in un settore fortemente regolamentato, vivono questa evoluzione come una potenziale minaccia, specie sul fronte della sovranità monetaria. Ma la questione riguarda anche le Banche centrali, e in particolare quelle più deboli. Il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire ha già invitato i Governatori delle banche centrali del G7 a preparare un rapporto sulla Libra già per il prossimo summit di luglio.

 

 

Gira che ti rigira alla fine la merce continuiamo ad essere noi,  e i nostri scambi di dati,  e la raccolta degli stessi e la diffusione dei medesimi sono la valuta corrente;  così come ci segnala parlando ancora una volta di Libra  ad un certo punto del suo articolo su Tech Economy  Massimo Canducci:

 

 

Un altro aspetto da non trascurare è quello legato alle tematiche della privacy. Mark Zuckerberg, nel suo post, dichiara esplicitamente che “Any information you share with Calibra will be kept separate from information you share on Facebook”, ogni informazione che verrà condivisa con Calibra, per esempio tutte le transazioni finanziare che verranno effettuate, verrà tenuta separata dalle informazioni che l’utente condivide con Facebook. Tuttavia, in termini generali, il fatto che Facebook, che ha il suo business interamente incentrato nell’utilizzo dei nostri dati, abbia potenzialmente accesso ad informazioni di tipo finanziario che ci riguardano, rappresenta certamente un problema che non possiamo e non dobbiamo trascurare. Allo stesso modo il tema della privacy può essere esteso a tutti gli altri membri del consorzio e dovremmo domandarci come queste informazioni possano essere utilizzate dai vari membri, per farci cosa e con quali finalità. Non bisogna infatti dimenticare mai che quando il prodotto è gratuito, il vero prodotto è l’utente finale e la merce di scambio sono i suoi dati personali.

 

 

Ed eccoci di nuovo all’aspetto centrale di tutta la vicenda, a nostro avviso. Che al momento può chiamarsi Libra e forse spaventarci. Ma che invece dovremo comprendere nella sua interezza e che non riguarda solo le sparate, più o meno globali, di uno dei soggetti più potenti del web, ma riguarda invece ciascuno di noi, e le nostre davvero scarse informazioni – in questo mondo totalmente intasato di dati in sovrabbondanza –  rispetto al modo in cui avviene oramai da anni la nostra vita. Ed è solo imparando a gestire i nostri dati pubblici e privati che potremo sperare di rivendicare i nostri diritti dentro a questo mondo post rivoluzione digitale. Per questo motivo ci paiono molto interessanti le ulteriori indicazioni che andiamo di seguito ad estrarre dal saggio di Luca Corsato sulla gestione dei dati che abbiamo ripetutamente citato:

 

 

Ho illustrato che i modelli collettivi di gestione di beni digitali sono sempre soggetti ad una scelta pubblica, in cui si esplicita la libertà individuale. Inoltre ho descritto che la scelta pubblica, per essere tale, deve essere unanime; tale concetto va in contrasto con i modelli di democrazia rappresentativa — alla base dei modelli analizzati — perché presuppone una contrattazione costante tra parti con interessi contrapposti. Considerare quindi un modello astratto che concepisca le comunità di utenti (città, territori, università, categorie professionali, gruppi di consumatori) come soggetti negoziali della potenza di calcolo (Michele Mezza) è privo di ogni fattibilità e gestione. Il principio di opensource si basa sulla libertà, concessa dall’applicazione di licenze aperte, di copia e distribuzione del codice. Significa quindi che i creatori di Debian non possono opporsi alla creazione e distribuzione di Ubuntu, e che Red Hat sviluppa un modello di business che è gratuito nella versione open e a pagamento per quella con servizi di manutenzione assistita, con un utile netto di 512 milioni di dollari. Ipotizzare che gli sviluppatori del codice aperto di Red Hat chiedano una distribuzione degli utili non ha senso, perché il valore proviene dai servizi sviluppati sul codice sorgente e non dal codice stesso. Allo stesso modo gli utili di Facebook vengono generati con servizi basati sui dati degli utenti, ma che quegli stessi utili non sarebbero ottenibili nemmeno in microscala, qualora si proponessero ad un data brocker.

… se tutti i cittadini di Milano vedessero i propri dati di Facebook, Google, Amazon e Apple spostati in una governance pubblica, allora i cittadini sarebbero non solo più tutelati ma potrebbero ottenere quegli utili che ora gli vengono sottratti. Perché questo sia possibile, non solo la governance pubblica dovrebbe ottenere l’uso di tutte le proprietà intellettuali degli OTT, ma dovrebbe anche avere i fondi per pagare quelle figure professionali in grado di applicarle e implementarle.

Distribuzione come scelta individuale, riuso come scelta pubblica

Nel modello Ready for Commons (che è distribuito con licenza aperta, quindi è riusabile liberamente) si sostiene che: il valore di un bene (in questo caso i dati) è sempre negoziato tra diversi soggetti — cioè intersoggettivamente negoziato — e che dunque abbia un mercato; cioè che il valore reale — e non nominale — di un bene sia determinato nel momento del riconoscimento da parte di qualcuno. Sebbene infatti si discuta sempre di informazioni come patrimonio, questa pratica nasconde il fatto fondamentale che è possibile parlare di patrimonio solo a posteriori, cioè solo dopo che il valore di tali informazioni è stato riconosciuto, e il loro ruolo come beni comuni cognitivi venga accettato.

Di seguito sosteniamo che

il ruolo che la produzione del patrimonio cognitivo, e le capacità professionali ad esso associato, svolgono all’interno delle dinamiche sociali e degli interessi pubblici, permette di approssimare il valore nominale di un bene a quello reale, cioè a quello stimabile dal mercato.

1. preservare una fonte riutilizzabile di informazioni abbattendo i costi di gestione interna;

2. individuare quali informazioni risultino di così alto interesse per cui qualcuno è disposto a pagarne l’accesso, e dunque studiare nuove direzioni di sviluppo per la produzione;

3. basare le strategie reputazionali sul contributo alla cultura pubblica che il patrimonio cognitivo privato può offrire, cioè sul tipo di lascito (legacy) che la produzione privata può creare per la preservazione a lungo termine del valore del proprio patrimonio.

Il modello Ready for Commons non configura l’esistenza di un mondo perfetto in cui tutti si vogliano bene, ma agisce sul bilanciamento tra scelta individuale e scelta pubblica. In questo modo i soggetti pubblici, come un Comune o uno Stato, possono svolgere il loro ruolo di garanti e promotori di servizi collettivi, e i soggetti privati possono capitalizzare attività di responsabilità sociale.

Conclusione

Ogni attività, che sia sui dati e sulle persone, deve agire sui principi di responsabilità e interesse: più si rafforzano e si confrontano più aumenta il capitale cognitivo e informativo delle persone e — di conseguenza — di gruppi informati. Saper disporre della conoscenza è un’attività essenziale per una comunità, preservandola da sottrazioni ed esclusioni. Perché comprende il valore della conoscenza.

 

 

E’ molto facile, al termine della lettura di questi ultimi passaggi teorizzati da Corsato, pensare ad un mondo di dati –  il nostro con noi dentro ad esempio – in cui invece di essere – noi tutti – sfruttati, novelli servi della gleba, improvvisamente, riscopriamo una flebile luce in fondo al tunnel e troviamo gusto e remunerazione nell’uso e il riuso dei nostri dati. Un mondo in cui i nuovi monarchi, dittatori, o bene che ci vada,  nuove oligarchie globali, non passano il tempo a inventare estrosi e creativi modi  per assecondare le nostre più o meno spontanee pulsioni al consumo,  ma svelano, al più presto, i propri oggetti del desiderio – i famigerati algoritmi – al fine di avviare sani e condivisi percorsi pubblici di  collaborazione con Stati, Governi, Città, Corporazioni, Sindacati, Scienziati e persone comuni. Un mondo in cui l’invenzione di una cripto-valuta come Libra non sottenda l’ennesima rivoluzione globale  votata all’aumento esponenziale del profitto di uno solo, o di pochissimi eletti. Ma prefiguri la creazione di un  modello sociale che tuteli ciascuno di noi, e ci renda più sicuri e protetti. Chiamiamolo se Vi piace “reddito di dignità” e lavoriamoci tutti insieme al più presto, per favore!

Print Friendly, PDF & Email

Leggi anche:

  • Etica, nuovi codici per il giornalismo digitale Si possono impunemente ‘’rubare’’ tweet o post dagli account di persone inconsapevoli o citare scritti di minorenni senza chiedere il permesso? Negli Stati Uniti si diffonde la […]
  • Facebook “tana” tutti Nonostante lo scandalo Cambridge Analytica il primo trimestre dell'anno in corso porta crescita e fatturati molto positivi per Facebook. La società di Menlo Park il 26 aprile scorso ha […]
  • Se due miliardi vi sembran pochi Abbiamo provato a leggere le condizioni d’uso di Facebook, armatevi di pazienza se intendete provarci anche voi, perchè i link abbondano. Ci sono sempre approfondimenti a questo o […]
  • Facebook e Cambridge Analytica, terza puntata. Siamo arrivati alla terza puntata della questione Facebook/Cambridge Analytica. Di seguito un nuovo commento di Marco Dal Pozzo, l'intervento di Michele Mezza a #digitRoma che spiega, il 2 […]
  • Privacy: la nuova frontiera della sovranità E' davvero la privacy la nuova frontiera della sovranità? Lo abbiamo chiesto all'avvocato  Deborah Bianchi. Il legale toscano è  una studiosa molto attenta  dei diritti digitali, e autrice […]