Le imprese editoriali nell’era di Internet (sg)

| 6 Ottobre 2019 | Tag:, , , , , , , , ,

    Aggiungiamo un nuovo tassello al nostro lavoro di analisi sugli Stati generali dell’editoria, che si sono tenuti nei mesi scorsi a Roma per volontà dell’ex viceministro con delega all’editoria Vito Crimi per fare il punto sulla crisi del settore e mettere in grado il Governo di realizzare una serie di interventi per aiutare le aziende del comparto a far fronte alle difficoltà in corso. Il passaggio che proviamo a raccontarVi riguarda: “Le imprese editoriali nell’era di Internet: evoluzione e tenuta del sistema Introduzione”.  Un passaggio, nodale, almeno nel titolo, che si è svolto il 20 giugno scorso,  presso la sala polifunzionale della Presidenza del  Consiglio dei Ministri. A dividere  il palco con l’ex sottosegretario Crimi e il capo del dipartimento per l’editoria e l’informazione Ferruccio Sepe c’erano questa volta  i relatori:  Matteo Bonelli, avvocato esperto in diritto societario, e  Ruben Razzante, professore di diritto della comunicazione per le imprese e i media e di diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano.

 

 

Introduzione

 

 

 

Vito Crimi: L’intervento del Pubblico è stato a mio avviso – siamo qui a discuterne – indirizzato in una direzione unilaterale: che è quella del sostegno all’editore, affinché svolga il proprio lavoro.  Anziché guardare al sistema nella sua interezza. Un tema emerso dall’indagine dell’Agcom sull’informazione locale,  è quello che c’è una grande domanda di informazione. Ma se c’è una grande domanda di informazione perché c’è questo problema di crisi? Se la domanda aumenta,  forse l’offerta non è corrispondente al tipo di richiesta che viene fatta? La risposta viene da internet , con la rete, quindi,  con la diffusione del sapere – io la metto tra virgolette – “sapere cose”  non è necessariamente informazione,  nel senso qualificato,  come sicuramente,  noi/voi intendiamo. Vedrete che anche il Dipartimento ha svolto una ricerca sull’intervento del servizio del Pubblico nell’ambito del mercato dell’editoria negli altri paesi europei. La tecnologia non chiede permesso entra.  Non è che la facciamo entrare come vogliamo, quando vogliamo.  Alcune attività, alcuni strumenti, senza chiedere permesso, cambiano le nostre vite, e  cambiano anche le vite di chi produce informazione.

 

 

 

Ferruccio Sepe:   La ricerca che abbiamo svolto come Dipartimento per l’editoria,  sugli interventi del Pubblico in Europa nell’ambito del mercato dell’editoria,   e che oggi vi presenterò, ha dimostrato che il pluralismo va sostenuto perché altrimenti se affidato solo al mercato non sempre regge.  Abbiamo messo insieme tutte le forme di sostegno Pubblico, quelle che siamo riusciti a registrare, e le abbiamo comparate con le nostre,  e abbiamo messo in rapporto questa spesa complessiva al PIL dei diversi Paesi presi in esame. La nostra ricerca si basa su dati ricavati su uno studio del 2011 del Reuters Institute che si chiama: Public support for media. Nello studio sono classificate due categorie di interventi a sostegno dell’editoria:

Interventi diretti :  quando il Pubblico trasferisce risorse direttamente ad un soggetto privato. C’è un trasferimento di risorse pubbliche diretto dal soggetto pubblico al soggetto privato.

Interventi  indiretti: tutti i crediti di imposta,  oppure forme di defiscalizzazione, fiscalità di vantaggio.  Tutte queste forme trasferiscono risorse però non c’è un passaggio materiale di soldi pubblici verso il privato.

Lo studio ha evidenziato i  destinatari del sostegno,   l’entità del valore economico di questo tipo d’intervento, e con quali finalità veniva realizzato. In tutti i paesi presi in esame esiste l’agevolazione sull’Iva del prodotto. In Inghilterra, secondo i dati che ci hanno fornito, non esistono contribuzioni dirette, però c’è la totale esenzione dell’Iva che vale, per lo stato inglese qualcosa come 1 miliardo e ottocento milioni di euro. L’Austria ha forme di contribuzione diretta e indiretta a sostegno del pluralismo. La Danimarca eroga direttamente a sostegno del pluralismo dell’informazione 48 milioni di euro. Anche la Finlandia sostiene l’informazione, poco in forma diretta, e invece di più in forma indiretta,  attraverso il finanziamento di un fondo per l’innovazione del settore. La Francia che dispone di un fondo di 1 miliardo e seicento milioni sulla cultura, mette in campo molte forme di sostegno diretto e indiretto all’editoria. La Germania, non ha risposto alle nostre domande,  si sono limitati a dirci che sostanzialmente la loro Costituzione non vieta queste forme di aiuti. Al momento non ce ne sono in atto.  Ogni lender ha le proprie autonomie in ambito di produzione normativa e può intervenire con leggi apposite in ambito territoriale. Anche in Germano c’è l’iva agevolata sui prodotti editoriali (al 7%). L’Italia ha forme di contribuzione diretta pari a sessantasei milioni di euro nel 2018 e l’iva agevolata e le tariffe postali agevolate. La Norvegia ha misure dirette e indirette per il sostegno al pluralismo in una quota rilevante. L’Inghilterra, come anticipato, non ha misure dirette, ha l’esenzione all’Iva per 1 miliardo e 800 milioni e inoltre 29 milioni di euro dedicati all’ acquisto da parte dell’autorità locale di informazioni per i cittadini sulla carta stampata tradizionale e poi una qualche misura per il finanziamento e l’assunzione di giornalisti. La Svezia ha una presenza rilevante di contribuzione diretta, Iva e tariffe postali agevolate. 

 

 

 

 

Massimo Bonelli: Il tema è:  che cosa è oggi un’impresa editoriale? Se noi oggi ci dovessimo basare sulle vendite pubblicitarie dovremo effettivamente considerare Google e Facebook un’ impresa editoriale al pari delle altre. Le imprese editoriali che vendono pubblicità on line sono così piccole che non sono nemmeno monitorate, non sono nemmeno censite. Prima di esse ci sono imprese che fanno per esempio software, Microsoft è la terza.  Microsoft è il terzo venditore di pubblicità on line al mondo. Amazon vende pubblicità ed è più grande di qualunque impresa editoriale al mondo, ma molto più grande.

La tendenza di queste piattaforme – Google e Facebook su tutti – è quella di erodere progressivamente il mercato pubblicitario.  Ci troviamo in una situazione di monopolio naturale. Facebook è un monopolio nel settore diciamo dei social network. Google è invece il monopolista nel mondo del web-surf. Sono mercati completamente diversi.  La domanda che ci dobbiamo porre è cosa ci dobbiamo aspettare per il futuro nel mondo dell’editoria in cui due grandi monopoli di fatto avranno il 90% di tutto il mercato pubblicitario? Le società tecnologiche più importanti al mondo sono tutte  negli Stati Uniti o in Cina. Chi riesce ad arginare il predominio mondiale di Facebook e Google nel settore della pubblicità online sono solo imprese cinesi. Le quote del mercato pubblicitario online in Cina non sono di Google e Facebook. Solo i cinesi sono riusciti a creare degli antagonisti a questo monopolio americano online degli over the top. Del resto gli unici paesi dove si produce valore nella ricerca tecnologica, dove nascono aziende tecnologiche di grande valore,  sono la Cina e gli Stati Uniti. Oggi vediamo che le prime cinque società per capitalizzazione di Borsa sono quelle che gli americani chiamano le internet big five ciascuna delle quali è una società  che vende pubblicità. Nessuno di questi può essere considerato un editore,  ma di fatto,  ciascuno di essi vende pubblicità come gli editori tradizionali. Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Apple è arrivata a valere poco meno del Pil italiano, un trilione di dollari. E’ un bene o un male che vendano pubblicità? E’ bene perchè significa che c’è un mercato e sta crescendo, solo che sta succedendo tutto a spese degli editori tradizionali.

I sussidi pubblici non possono ovviamente mantenere in vita da soli delle realtà nazionali. Ci sono delle realtà locali che possono in qualche modo essere sostenute certamente, ma  non hanno un grande impatto nell’economia complessiva.  Forse si potrebbe consigliare una forma di sussidio per sostenere un tipo di socialità più ancora che di impresa editoriale.  Sostenere la  partecipazione della società civile alla vita pubblica.  Come erogare un sussidio allo sport. Oppure  un sussidio ad un circolo culturale che ha qualcosa di meritevole in quanto produce un legame su una comunità nei confronti dell’interesse Pubblico.La legge Mammì è totalmente superata. Quando un solo soggetto evoca a se il 100% del mercato,  il criterio che era stato individuato  a suo tempo per potere garantire un pluralismo evidentemente deve essere cambiato. La normativa Gdpr è una normativa molto figlia della mentalità dei burocrati europei,  molto poco adatta a risolvere il problema dei contenuti, perché alla fine si concretizza in procedure e regole che stabiliscono dove devono essere i dati,  ma senza effettivamente dare al cittadino una vera e propria capacità di controllo per la gestione dell’informazione che lo riguarda. E’ stato fatto molto più sulla portabilità dei numeri del telefono che sulla portabilità dei dati personali. Intanto sapere cosa sono. Cosa sai tu di me? Posso di questi dati riprendere possesso e poi metterli a disposizione di chi voglio io?

Per i dati personali il sistema pubblico dovrebbe  incominciare a pensare ad un registro unico dei dati personali. C’è un registro unico per la proprietà terriera,  come la conservatoria dei registri immobiliari. Si potrebbe avere un registro unico dei dati personali dove a un certo punto si viene a sapere chi detiene le nostre informazioni. Un registro gestito da un ente pubblico o da una società autorizzata dal Pubblico.

Quando parliamo di algoritmi dovremmo cominciare a parlare di diritti di accesso. Se noi cominciamo a concepire questi player (Google e Facebook ad esempio),  come dei monopoli naturali,  allora forse varrebbe la pena di trattarli,  nello stesso modo in cui vengono trattati i servizi di rete.  Per esempio il servizio ferroviario, oppure le reti elettriche. Dove ad un certo punto la regolamentazione è quella di garantire agli operatori un accesso a questo monopolio naturale,  in modo da potere creare una competitività tra imprese. Piuttosto che cercare un’impresa che possa competere contro qualcuna di queste,  cosa che è riuscita fino ad ora solo ai cinesi.

 

 

 

Ruben Razzante: Dobbiamo riflettere seriamente su quanti danni ha fatto,  negli anni,  al sistema editoriale,  una sorta di  dirigismo partitocratico che ha in qualche modo imbalsamato l’editoria erogando finanziamenti pubblici spesso a pioggia,  sicuramente in base a criteri non meritocratici, criteri che erano basati su elementi non connessi alla produttività,  all’efficienza del sistema editoriale. Criteri arbitrari, spesso anche iniqui, basati sul numero di copie stampate, anziché sul numero di copie effettivamente vendute.  Tante anomalie sulle quali un po’ il sistema editoriale si è adagiato,  e che però hanno impedito lo sviluppo di un modello di business efficiente.  Il secondo elemento è il ritardo con cui gli editori hanno creduto nella rete e nel giornalismo on line.  L’avvento di internet,  paradossalmente,  da opportunità è diventato zavorra,  perché ha portato un progressivo depauperamento e una svalutazione dell’opera creativa di natura giornalistica. Il terzo elemento è il non essere riusciti per anni a fare sistema con gli altri soggetti della filiera. L’ aver ragionato un po’ con uno schema autarchico di autosufficienza proprio perché c’era l’ ombrello statale o comunque eravamo nell’epoca delle vacche grasse,  e questo certamente ha penalizzato lo sviluppo del sistema editoriale. Infine il quarto elemento è il non aver valorizzato sufficientemente il lavoro giornalistico,  che non vuol dire rivendicazioni corporative o contrattuali. Non aver creduto sufficientemente nella professionalità giornalistica, anche per esempio con percorsi formativi riservati ai giornalisti, che gli stessi editori avrebbero dovuto e potuto proporre negli anni,  proprio per introdurre la forza lavoro giornalistica nel contesto più ampio della complessità multimediale. Secondo me non è stato fatto, anche per pigrizia dei giornalisti, ma anche perché probabilmente è mancata quella visione strategica di ottimizzazione della forza lavoro giornalistica che avrebbe potuto imprimere un’accelerazione proprio alla crescita delle imprese editoriali.

C’è un dibattito da sempre molto vivo nel nostro Paese sulla figura degli editori puri. I condizionamenti della politica e di altri interessi extra editoriali sono stati prevalenti negli anni.  C’è stata una continua influenza di altri poteri sulle scelte editoriali. Ci sono tante pagine di storia dell’informazione italiana che documentano questo. Organi di informazione che hanno preso delle posizioni molto nette che hanno influenzato la vita politica del Paese. E hanno esercitato un ruolo debordante rispetto a quella che era la loro missione informativa di garantire l’informazione come bene pubblico, neutrale, obiettivo, imparziale e super partes. Un’informazione come bene di tutti. Come si può fare per uscire da questa situazione di penalizzazione del sistema editoriale dovuto a scelte sbagliate, ma anche,  ad una congiuntura obiettivamente sfavorevole?

Vedo con favore le prese di posizione dei vertici di Google e di Facebook che dichiarano di volersi impegnare nella valorizzazione dell’informazione di qualità.  Un impegno che resta sterile se non c’è una formalizzazione puntuale di questi impegni. Però è una testimonianza di come questi colossi si rendano conto della necessità di valorizzare l’informazione di qualità. Unico antidoto all’anarchia e al fatto che la rete torni ad essere una giungla senza nessun controllo e senza alcuna possibilità di discernere quelli che sono i contenuti di qualità da quelli che sono i contenuti fake o di altra natura. La direttiva sul Copyright che è stata approvata nel mese di marzo in Europa all’articolo quindici stabilisce l’obbligo da parte dei colossi del web di stipulare degli accordi con i produttori di contenuti, quindi con gli editori tradizionali, per poter indicizzare questi prodotti di natura anche giornalistica.  Questo secondo me è uno schema che può funzionare a patto che i singoli Parlamenti degli Stati europei, quindi i singoli ordinamenti giuridici nazionali recepiscano l’essenza di questa direttiva che è proprio quella di una corresponsabilità più ampia nel definire la gestione dei costi di produzione dei prodotti informativi. Io credo che il Governo dovrebbe al termine degli Stati generali promuovere l’ attivazione di un tavolo di consultazione permanente con gli editori e le altre parti coinvolte nell’attuazione della direttiva sul Copyright. Perché le cose da dire, da definire, da puntualizzare, da circostanziare, nell’attuazione degli accordi contrattuali tra Google e gli altri colossi del web e gli editori tradizionali, sono talmente tante,  che richiedono una regia che non può essere quindi soltanto affidata al dialogo one to one.  Il coordinamento deve proseguire sotto il cappello del dipartimento perché le cose da definire sono tante anche in ragione della necessità di questo adeguamento normativo alla direttiva.  Vedo ampi spazi per poter rilanciare le imprese editoriali attuando questa direttiva attraverso accordi contrattuali definiti e puntuali. Il declino dell’impresa editoriale rischia di essere un declino che va a detrimento anche di quelli che sono gli interessi delle OTT. La perdita di credibilità complessiva dei contenuti in rete va a detrimento del business di questi soggetti. Per cui è evidente che abbiamo probabilmente la fortuna di avere colossi che possono stritolare anche in termini numerici le aziende editoriali, ma che non sono interessati a farlo, e non lo faranno perché hanno invece tutto l’interesse a valorizzare quello che a fatica le imprese editoriali continuano a fare nel nostro Paese.

 

 

Interventi del pubblico

 

 

Carlo Alberto Tregua direttore Quotidiano di Sicilia: Noi non ce l’avremmo fatta  senza il sostegno pubblico. Perché nel mercato editoriale italiano vi sono delle anomalie. C’è  l’editore che ha televisione e giornale: gioca con due mazzi di carte. Ci sono società editoriali di proprietà di gruppi che le usano per fare altre cose. La finalità di quei giornali non è fare informazione ma adoperarsi per fare business in altri settori. Con le vendite delle copie da sole non si riesce a chiudere il conto economico. La certificazione delle copie è fatta da una società privata. Non c’è garanzia di equità. Il Governo nella riforma,  dovrebbe prevedere l’eliminazione di queste anomalie e ovviamente la spinta verso il digitale che certamente è il futuro.

 

 

 

Andrea Boni presidente Associazione nazionale editoria di settore: Noi rappresentiamo circa novecento imprese editoriali per migliaia di testate registrate.  Chiediamo il riconoscimento della stampa tecnica a livello normativo. Vorremmo che fosse riconosciuta la nostra identità come stampa tecnica di settore. Non siamo un settore che vive di contributi pubblici. Il nostro scopo è quello di poter operare ad armi pari sul mercato. Viviamo grazie alla raccolta pubblicitaria e le nostre aziende sono iscritte al ROC (registro operatori della comunicazione) . Crediamo che sarebbe giusto che anche gli Over the top che vivono anch’essi di pubblicità fossero iscritti al ROC e pagassero le tasse in Italia sugli introiti pubblicitari che incamerano.

Le tecnologie non sono il futuro sono abilitanti per accedere al futuro della comunicazione e dell’informazione.

 

 

 

Vito Crimi reprise: Due giorni fa dall’Agcom è arrivato l’annuncio dell’iscrizione al ROC di Google e Facebook come primo passo verso una registrazione in qualche modo complessiva degli operatori di quel settore.  Questo potrebbe essere un primo passo verso la direzione auspicata.

 

 

 

Fabrizio Carotti direttore generale della Fieg: Senza la definizione dei mercati di riferimento e dei soggetti che agiscono,  anche il dimensionamento, le regole e le destinazioni, rischiano di non colpire bersaglio. Solo su carta stampata: quotidiani, periodici,  regolarmente,  nell’ultimo mese, più o meno, quaranta milioni di italiani hanno acquisito informazioni di natura professionale qualificata attraverso mezzi cartacei.  Se a questi aggiungessimo tutta l’informazione online e tutta l’informazione prodotta e poi utilizzata da altri soggetti, ci renderemmo conto che in effetti si tratta di un mercato enorme. Un mercato gigantesco che ha delle difficoltà nella remunerazione e nel  ritorno economico dell’investimento. Il mercato di riferimento dell’editoria ricordo, purtroppo in dieci anni, si è quasi dimezzato. Passando da sette miliardi complessivi a poco più di quattro, comprendendo i ricavi pubblicitari e i ricavi dalle vendite.

Il mercato pubblicitario necessita di qualche intervento.  Non è un mercato pubblicitario che ha certezza e chiarezza di regole.  Un mercato pubblicitario che può essere in qualche modo oggetto di una piccola correzione col credito d’ imposta per gli investimenti incrementati che confidiamo arrivi anche per il 2019 così come successo per il 2018.

Poi c’è il mercato del lavoro che vive, come tutti sappiamo,  un momento molto delicato. Aiutare in questa fase di transizione e di crisi importante anche con regole che aiutano l’evoluzione,  il ricambio generazionale della forza lavoro, nel settore, è uno degli elementi urgenti e importanti da cercare di porre in essere prima di completare il percorso degli Stati generali.  Ads è una società privata ma è composta ovviamente da rappresentanti della Fieg e da rappresentanti del mercato. L’obiettivo è proprio di garantire il mercato,  ed è già controllata da Agcom che ogni anno fa la sua indagine.  Da questo punto di vista se ci sono obiettivi da rivedere per garantire la certificazione con modalità diverse, si possono studiare.  Ma posso garantire che la società certifica in maniera puntuale quelli che sono i dati delle vendite e delle diffusione dei giornali.

 

 

 

Matteo Rainisio vice presidente Anso (associazione nazionale stampa online): Noi come editori nativi digitali non abbiamo neanche mai potuto partecipare alla richiesta di contributi pubblici. Per quanto personalmente anch’io sia per un mercato che si regge unicamente sulle forze degli editori,  la cosa che mi preme, nel caso verranno in futuro reinseriti o stabiliti nuovi criteri di contribuzione pubblica, è che ci sia la possibilità di accedere per tutti.  Anche quindi agli editori nativi digitali che non hanno mai potuto usufruire di questi contributi, di questi sussidi o di come si vogliano definire. Quello che appunto chiediamo è di avere parità di trattamento. Abbiamo oggettivamente parità di trattamento in quanto a doveri. Nel senso di direttori e giornalisti, burocrazia e quant’altro. Però non abbiamo parità di trattamento, non abbiamo mai avuto in questi anni parità di trattamento in termini di diritti.

 

 

 

Giovanna Barni presidente CulturMedia di Lega Coop:  Il nostro Paese per il futuro ha bisogno di imprese culturali.  Le imprese culturali,  è stato riconosciuto anche a livello europeo,  possono dare un forte contributo alla coesione sociale,  per l’ identità culturale,  ma anche,  come motore di sviluppo economico. L’impresa culturale deve stare sul mercato per carità, ma non è possibile. Non facciamo quello che è successo per il turismo.  Il nostro Paese non ha tutelato alcuni pezzi del turismo, tipo i presidi territoriali come le agenzie di viaggio. E oggi si ritrova che del nostro patrimonio culturale guadagnano grandi player internazionali e non ci guadagna per niente l’economia locale, molto spesso, o comunque guadagna molto meno e troppo poco. Si sa che le imprese culturali probabilmente costano meno delle armi e sono un grande presidio di socialità,  un grande presidio di sicurezza, un grande presidio di democrazia, un grande presidio di crescita della cittadinanza. Non c’è innovazione e non c’è creatività senza la cultura e senza l’ informazione. Consideriamo inoltre che anche i giganti del web non saprebbero più dove andare a rubare le loro informazioni se non ci fossero più le testate locali.

 

 

 

Maurizio D’Adda federazione assografici: Siamo quelli che stampano e anche quelli che producono quelle macchine che producono la carta su cui il prodotto viene stampato. Tutto questo comparto fattura venticinque miliardi di euro l’anno pari all’uno virgola quattro per cento del PIL del Paese. Diciotto mila imprese e centosettantamila addetti. Non vogliamo demonizzare il digitale,  ma è importante ricordare che de-materializzare non vuol dire certamente non consumare. La carta ha origine naturale e rinnovabile.  La comunicazione digitale sappiamo bene viaggia su device difficilmente recuperabili, consuma energia, produce CO2. Quindi soprattutto per gli usi ripetuti come la lettura di un giornale, la lettura di un libro, stampare una volta,  conviene. Il supporto poi si usa tante volte a costo zero e a impatto zero.

Crediamo che la lettura sia un bene pubblico al pari della salute e dell’istruzione e quindi vada sostenuto dallo Stato. I prodotti sono cambiati poco. Di fronte ad una crisi strutturale dei giornali,  che evidentemente hanno una crisi di funzione d’uso,  non riescono più a trasmettere  il loro beneficio al lettore. Una evidenza che perdura da anni. I nostri giornali sono rimasti uguali a se stessi. Se uno prova a confrontare un quotidiano di oggi con lo stesso di quindici anni fa vedrà che il cosiddetto marketing mix è rimasto inalterato. Prodotto, prezzo, costruzione dello spoglio, approccio di lettura,  comunicazione: tutto è rimasto uguale. Al Corriere come a Repubblica come anche al Nytimes.

 

 

 

Giorgio Zucchelli presidente dell’Unione Stampa Periodica Italiana: Il contratto giornalistico era uguale per tutti dai grandi quotidiani fino al giornale più piccolo.  L’Uspi dallo scorso anno ha messo in atto un accordo con la Fnsi per un contratto adeguato alle testate periodiche. Il nostro appello è di salvaguardare l’informazione locale,  importantissima per il pluralismo, per la democrazia e la salvaguardia degli ambienti sociali.

 

 

 

Andrea Innocenti presidente Sindacato autonomo nazionale giornalai: Noi vendiamo e viviamo di ciò che gli editori producono. Abbiamo il contatto con il pubblico e conosciamo  i gusti e le abitudini dei consumatori. In altre parole la nostra crisi è la ragione principale della crisi dell’editoria. Avete abbandonato la vostra rete di vendita nelle mani dei distributori locali. Ci sono intere aree del territorio nazionale dove i giornali non arrivano più perché i distributori locali  hanno oscurato quei territori.

 

 

 

Marina Bonomi ad di Mimesi: La nostra è una società che opera nel settore delle rassegne stampa.  Siamo uno dei principali player del mercato, diciamo che abbiamo circa il 10% del mercato. Siamo chiaramente a favore del Copyright per gli editori,  perché il nostro lavoro deriva ovviamente dal lavoro che producono gli editori e quindi dai contenuti che gli editori producono. Noi ci definiamo media monitoring,  nel senso che non ci occupiamo solo dei contenuti della stampa,  ma anche dei contenuti che provengono dai social e dalle televisioni e dalle radio. Chiediamo al Governo di istituire possibilmente un tavolo tra agli editori e i rassegnisti in modo da riuscire a regolamentare e definire un equo compenso  che i rassegnisti possono dare agli editori.

 

 

 

Pasquale D’Inella Capano federassegne: Noi siamo degli elettronici, degli informatici, degli analisti, dei giornalisti. I giornalisti che vengono a lavorare da noi sono quelli che rifiutano di farsi pagare 4 euro al pezzo dagli editori. La somma dei nostri collaboratori supera di gran lunga la quantità, il numero di collaboratori di grossi gruppi editoriali. Quando si dice giornalista articolo uno,  ma quanti ce ne sono effettivamente nei vari giornali, nelle varie case editrici? Il resto viene a lavorare da noi. Per i nostri clienti non facciamo opera di distribuzione dell’informazione, non lavoriamo sulla pubblicità. Noi lavoriamo per la gestione delle crisi. Il nostro lavoro serve ai nostri clienti. La maggior parte, un buon 70%, sono clienti dello Stato, è lo stesso Stato che ci chiede di operare. Noi facciamo analisi dell’informazione, selezione dell’informazione,  perché i nostri clienti possano decidere con competenza e consapevolezza. Se il nostro cliente poi decide di pubblicarlo su internet è una cosa che non ci appartiene. Noi chiediamo che la legge sul Copyright europea venga applicata anche in Italia e che non si consideri il nostro un lavoro parassitario. Il nostro è un lavoro che contribuisce a far vendere copie ai giornali.

 

 

 

Claudio Silvestri redattore del quotidiano Roma: Nel 1862 Roma non era ancora italiana,  però il giornale in cui lavoro, che è stato fondato in quell’anno,  con la riduzione dei fondi per il pluralismo,  rischia chiudere. Io  penso che ci sia un equivoco fondamentale sul fondo dedicato al pluralismo dell’informazione. Ho sentito parlare, ho sentito dire,  la parola mercato più volte.  In realtà il fondo si rivolge a chi nel mercato non ci può stare. E’ un fondo che serve per dare voce alle differenze,  alle minoranze, voce ai territori,  voce a chi non ne avrebbe,  altrimenti. E’ uno strumento per la democrazia ed è stimolato dalla nostra Costituzione,  dall’articolo 21 della nostra Costituzione. Vi dico quello è successo al Comune di Azzano, un comune della provincia di Napoli che è stato sciolto per camorra.  Nel dossier del Prefetto finito sul tavolo del Consiglio dei Ministri che ha deciso lo scioglimento, c’è scritto quello che hanno fatto i giornalisti.  Le denunce che hanno fatto i giornalisti e che hanno portato allo scioglimento del comune. Senza quel giornale che in quel territorio vende venti o trenta copie,  il malaffare in quel comune,  non sarebbe stato scoperto.  Questo è il senso vero di questo contributo pubblico ai giornali,  non il mercato. Chi denuncerà più queste cose? Il piccolo sito dove c’è l’unica persona che deve stare tutto il giorno a produrre notizie,  venti, trenta, quaranta,  50  notizie? Non possiamo rivolgerci a questo tipo di informazione. Pensando al mercato,  in questo momento,  stiamo dando un colpo mortale al sistema dell’informazione,  colpendola nel punto più debole.

 

 

 

Vito Crimi reprise: Con questo percorso che stiamo facendo,  questa cosa la dobbiamo mettere in chiaro, vogliamo  arrivare a ridefinire il sistema del contributo pubblico complessivo al sistema editoriale.  Io credo, è stato appena detto, che la stampa locale abbia un ruolo importante. E’ quella che ancora oggi funziona,  e dove c’è la stampa locale, troviamo un fondamentale presidio contro la  corruzione. Un criterio che possiamo utilizzare – lo metto in campo, è una proposta – è che il contributo diretto,  venga destinato sulla base del ruolo della stampa locale, ad esempio.  Una stampa che per sua natura è molto più vicino al territorio, è molto più debole nei confronti dei poteri del territorio, anche quelli criminali, e allo stesso tempo è molto più debole economicamente, per le sue limitazioni nei numeri. La stampa locale ha un numero di utenti chiaramente limitato al territorio cui si rivolge,  non potrà mai andare oltre, e quindi quella,  forse,  è l’unica che va sostenuta,  non tutto il resto. Paradossalmente con questo percorso noi forse liberiamo più risorse per la stampa locale,  e riusciamo a garantire un maggior pluralismo nella stampa locale,  sostenendola bene rispetto a quanto oggi a mio avviso venga fatto.

 

 

 

Raffaele Schettino direttore di Metropolis: Io  sono un piccolo editore nel senso che mi sento molto più giornalista che non editore perché ho fatto da sempre il giornalista,  l’editore sono costretto a farlo,  così come i miei colleghi,  per sopravvivere.  Ovviamente ci muoviamo tra tante difficoltà perché non è il nostro campo, abbiamo fatto sempre i giornalisti. Non mi piace l’equazione,  o meglio sentir dire,  che i giornali devono stare sul mercato, e se riescono a stare sul mercato vanno avanti.  Nella nostra realtà, si dice dell’Italia che cammina su due velocità diverse, in realtà le velocità sono tante, e ancora di più, forse cambiano comune per comune, cambiano quartiere per quartiere. Nel nostro territorio, noi costiamo un euro, ebbene un euro nel nostro territorio,  diventa fondamentale per i bilanci familiari. Se noi siamo deboli è chiaro che siamo più portati ad accettare compromessi,  che non vogliamo accettare.

 

 

Mauro Stoico general manager di Kantar Media: Sono il referente di una multinazionale che si occupa di rassegne stampa in 130 paesi del mondo. Siamo arrivati in Italia nel 2013. La mia azienda eroga diversi milioni di euro all’editoria in diritti d’autore. Oggi mi chiedono dalla direzione centrale della mia azienda,  in Italia,  a chi dobbiamo dare il compenso per il diritto d’autore sulla stampa italiana,  e io non so cosa rispondere. Mi sembra incredibile che una multinazionale che arriva in Italia ed è disposta a pagare centinaia di migliaia di euro ad un settore  – che abbiamo detto essere in crisi – non abbia un referente a cui dare questi denari. Non parlo della legge europea sul Copyright,  parlo del diritto d’autore della stampa italiana. Dobbiamo trovarci assieme a Fieg, agli editori, assieme al Governo per trovare una linea comune. In Italia così non si può andare avanti,  siamo la pecora nera d’Europa,  in termini di diritto d’ autore.

 

 

 

Massimo Bonelli reprise: Bisognerebbe cercare di porsi il problema,  di capire dove sta la nuova impresa editoriale,  in che cosa consiste? Per poter capire poi dove andare a supportare la nascita o la trasformazione delle imprese esistenti. Questo secondo me dovrebbe essere un po’ lo sforzo che le associazioni e gli stessi editori  dovrebbero fare.

 

 

 

Conclusioni

 

 

Come al solito, giunti alle conclusioni, proviamo a porgerVi, qualche elemento in più sul quale riflettere. In coda,  come sempre,  dopo le conclusioni ufficiali dell’ex sottosegretario Crimi, troverete il video integrale dell’evento. La nostra convinzione è che quando una cosa è detta bene, non occorra aggiungere altro, o tentare ulteriori spiegazioni. Le frasi che seguono, sono davvero ben dette, a nostro avviso, e spiegano in modo puntuale lo stato dell’arte. Aggiungiamo soltanto che quando si riuscirà a capire e conseguentemente ad affrontare la crisi del settore – ma soprattutto l’adattamento della nostra società ai postumi della rivoluzione digitale –  partendo dalla cultura,  e non spiegando, o peggio, assoggettandoci pedissequamente alle tecnologie, avremo finalmente in mano l’asso piglia tutto che ci permetterà di risolvere i nostri problemi. Grazie per l’attenzione e a presto ;)

 

 

Le tecnologie non sono il futuro,  sono abilitanti per accedere al futuro della comunicazione e dell’informazione. (Andrea Boni)

 

 

Il pluralismo va sostenuto perché altrimenti se affidato solo al mercato non sempre regge (Ferruccio Sepe)

 

 

I giornali hanno una crisi di funzione d’uso,  non riescono più a trasmettere  il loro beneficio al lettore (Maurizio D’Adda)

 

 

Che cosa è oggi un’impresa editoriale? Se noi oggi ci dovessimo basare sulle vendite pubblicitarie dovremo effettivamente considerare Google e Facebook un’ impresa editoriale al pari delle altre. Ci troviamo in una situazione di monopolio naturale. Facebook è un monopolio nel settore dei social network. Google è invece il monopolista nel mondo del web-surf. Quando parliamo di algoritmi dovremmo cominciare a parlare di diritti di accesso. Se noi cominciamo a concepire questi player (Google e Facebook ad esempio),  come dei monopoli naturali,  allora forse varrebbe la pena di trattarli,  nello stesso modo in cui vengono trattati i servizi di rete.  Per esempio il servizio ferroviario, oppure le reti elettriche. Dove ad un certo punto la regolamentazione è quella di garantire agli operatori un accesso a questo monopolio naturale,  in modo da potere creare una competitività tra imprese. Piuttosto che cercare un’impresa che possa competere contro qualcuna di queste,  cosa che è riuscita fino ad ora solo ai cinesi. (Massimo Bonelli)

 

 

 

Non c’è innovazione e non c’è creatività senza la cultura e senza l’ informazione. Consideriamo inoltre che anche i giganti del web non saprebbero più dove andare a rubare le loro informazioni se non ci fossero più le testate locali. (Giovanna Barni)

 

 

 

Forse si potrebbe consigliare una forma di sussidio per sostenere un tipo di socialità più ancora che di impresa editoriale.  Sostenere la  partecipazione della società civile alla vita pubblica.(Massimo Bonelli)

 

 

 

Vito Crimi : In merito ai vari temi che sono stati messi in campo.  Ovviamente su alcuni occorrerà fare dei tavoli inter-settoriali, penso alla distribuzione,  penso alle rassegne stampa. Per quanto riguarda la contribuzione,  ribadisco,  l’obiettivo è quello per il quale il fondo esiste.  L’obiettivo è il pluralismo. Non mantenere in vita singoli soggetti,  o mantenere i diritti soggettivi. L’obiettivo del pluralismo è mantenere il diritto collettivo di essere informati e di informare.  Non dobbiamo confondere l’obiettivo pluralismo con l’obiettivo del mantenimento in vita di un diritto soggettivo acquisito storicamente,  pertanto non più negoziabile. Questo dovrebbe essere il principio.   Qualunque iniziativa deve essere volta in quella direzione: garantire il massimo pluralismo possibile. Quindi a fronte di soggetti virtuosi che svolgono quel ruolo di cani da guardia dell’informazione rispetto al potere,  rispetto alla corruzione, rispetto a quello che c’è in quel territorio. Ci sono altri territori invece in cui questo non avviene, per cui non è semplice e a volte ci si ritrova in situazioni in cui per rimettere insieme i cocci qualcuno paga. Cerchiamo di trovare quel giusto equilibrio,  è sempre quello l’obiettivo: trovare il giusto equilibrio. I tre milioni di euro concessi a Radio Radicale per quest’anno in aggiunta ai quattro milioni, saranno presi dal fondo per il pluralismo, sono altri tre milioni fissi che io non posso toccare. Lo dico perché è giusto che tutti lo sappiano.

 

 

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