I lavoratori poligrafici nella società dell’informazione

| 22 Settembre 2019 | Tag:, , , , , , ,

    Quando si parla di filiera produttiva dell’informazione,  bisognerebbe affrontare, a nostro avviso,  qualunque tipo di problema, parlare e far parlare tutte le categorie, registrare, conservare e poi riutilizzare i contributi di tutti quelli che lavorano nel settore,  prima di mettere mano ad una riforma complessiva dello stesso. La crisi è davvero pesante per questo specifico settore,   e in Italia forse ancora più dura. Durante gli  Stati generali dell’editoria e dell’informazione,  le varie categorie del segmento produttivo,   sono state effettivamente sentite,  tutte. E questo è certamente un punto a favore di questa iniziativa. L’impressione nostra, è che spesso sia mancata, una regia complessiva. Nobili intenti ma ancora, forse, troppa confusione sotto al cielo. Ora poi che l’iniziativa sembra perdere di consistenza, vista la mutata situazione politica del Paese, c’è da sperare che una volta tanto, chi subentrerà faccia tesoro di tutta questa utile esperienza, invece di – come spessissimo accade – archiviarla in toto,  per proporne una propria.

L’incontro che proviamo a raccontare oggi è quello dedicato ad una delle professioni maggiormente in crisi dopo la rivoluzione digitale,  quella dei poligrafici. Giovedì 13 giugno 2019,  a partire dalle ore 9 presso la Sala Monumentale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si è svolto il panel,  intitolato: “I lavoratori poligrafici nella società dell’informazione: nuove sfide e prospettive”.  Il dibattito tra i rappresentanti sindacali dei lavoratori è stato moderato, come sempre,  dal capo dipartimento per l’informazione e l’editoria Ferruccio Sepe.

Permetteteci di stravolgere leggermente la narrazione della giornata e lo schema che normalmente utilizziamo in questi casi. E di iniziare da uno specifico  passaggio dell’incontro, che ha nostro avviso, riassume in modo eccellente il tema in discussione.  L’intervento di Pietro Gaviano, lavoratore poligrafico sardo, sintetizza in modo perfetto lo stato dell’arte. Racconta senza fronzoli,  ma con il pathos necessario,  il grave stato di crisi in cui versa il settore e quali sono le aspettative degli operatori dello stesso. Vi lasciamo dunque al video, ma  prima iniziamo con la  “solita” definizione,  estratta dall’enciclopedia Treccani. A seguire la trascrizione scritta dell’intervento di Gaviano.  La narrazione poi riprenderà, come al solito con gli estratti, a nostro avviso salienti, dagli interventi degli intervenuti. Grazie dell’attenzione e Vi aspettiamo a fondo pagina, se avrete la bontà di leggere tutto il pezzo, per le “nostre” conclusioni ;)

 

 

poligràfico1 agg. [comp. di poli- e -grafico] (pl. m. -ci). – 1. Che esegue opere a stampa con varî metodi d’impressione: stabilimento p.; officina p.; Istituto P. e Zecca dello Stato, detto anche comunem. il Poligrafico, azienda industriale con fondo di dotazione conferito dallo Stato, istituita per provvedere all’esercizio delle arti grafiche nell’interesse dello Stato stesso, alla gestione delle pubblicazioni dello Stato destinate alla vendita, e, tramite la sezione Zecca, alla coniazione delle monete metalliche; è una società per azioni con azionista unico il ministero dell’Economia e delle Finanze. 2. Riferito a persona, che presta la propria opera in un’industria del settore grafico: operaio p.; spesso sostantivato al plur., soprattutto nel linguaggio sindacale, i p., gli impiegati e gli operai che lavorano nei varî tipi di industrie grafiche: sciopero dei poligrafici.

 

 

 

 

 

 

Pietro Gaviano lavoratore poligrafico rsu Uilcom: Io lavoro per un quotidiano che si chiama La Nuova Sardegna. Sono arrivato giovanissimo avevo 19 anni. Nell’85, La Nuova Sardegna vendeva più di 70 mila copie,  e noi poligrafici eravamo in 110. Oggi il mio giornale vende 29 mila copie e siamo in 52 poligrafici. L’azienda in cui lavoro ha attivato gli ammortizzatori sociali. Noi siamo da quattro anni “in solidarietà” e li abbiamo quasi terminati. Con questo trend di vendite,  con questo calo di pubblicità,  è chiaro che non sappiamo cosa l’azienda voglia fare nel prossimo futuro da ora a fine anno. Io non so se l’azienda aprirà le procedure di licenziamento, che cosa succederà. E’ chiaro che dopo 35 anni di lavoro non avere più un futuro, sapere che per continuare a lavorare dovrei varcare i confini della nella mia isola,  perché lì non c’è lavoro, è veramente difficile. Noi capiamo, siamo vicini all’azienda, stiamo anche cercando altre forme di collaborazione, cioè toglierci una piccola parte di stipendio per cercare di continuare a far andare avanti l’azienda, però non basta. Vi chiediamo come lavoratori un aiuto per trovare soluzioni. La  legge 416 è un aiuto, che  ci può permettere di arrivare alla pensione,  ecco questo sì.

 

 

 

Torniamo dunque all’incontro e alla scaletta “ordinata e corretta”,  secondo i tempi e gli interventi che poi ritroverete come sempre, nel video integrale dell’evento,  che posteremo al termine del nostro resoconto. Apre l’incontro il capo del dipartimento editoria e informazione Ferruccio Sepe.

 

 

 

Ferruccio Sepe: La domanda di informazione, sappiamo da tutte le indagini che abbiamo letto e commissionato in proprio, continua a crescere. Ma le fonti di informazione si sono moltiplicate e quindi,  ovviamente,  l’informazione tradizionale, non necessariamente quella cartacea,  ma l’informazione di tipo professionale, di qualità, quella che nel tempo ha conquistato una reputazione, è un’informazione che costa. E quando c’è una concorrenza così forte,  è chiaro,  che poi diventa difficile mantenere quella qualità se non per nicchie.  Siamo in una fase molto difficile resa ancora più difficile dal fatto che stiamo parlando di un bene pubblico dall’altissimo valore sociale. Un bene essenziale per il buon funzionamento della democrazia. Mi sono fatto la convinzione che più o meno tutti gli attori della filiera  ritengano che serva un intervento diretto dello Stato nelle forme che si riterrà più opportune. Non intendo il contributo diretto,  intendo forme in cui lo Stato rinunci a introiti, come nel caso dei crediti d’imposta,  o intervenga con le erogazioni dirette.  Quello che conta è che al centro,  c’è la necessità di un intervento statale,  anche nelle forme di sostegno alle trasformazioni.  Aiutare magari un’uscita di lavoratori,  che non possono essere più riconvertiti,  e favorire l’ingresso di nuove professionalità. Un’operazione che si è sempre fatto nel settore industriale, nulla di nuovo,  si è sempre fatto, anche in altri momenti e con l’aiuto, con il sostegno, ovviamente, del Pubblico. Tutta la filiera è in difficoltà. Sappiamo che il web al momento ancora non offre soluzioni totalmente alternative alla carta stampata,  che rimane, almeno per quelli che la utilizzano,  uno strumento che offre ancora una redditività accettabile, a  condizione, di aver ricalibrato i costi industriali. La giornata di oggi è forse una delle più difficili perché se è la carta stampata a soffrire,  i poligrafici sono i primi,   in qualche modo,  a vedere questa sofferenza sulla loro pelle, a provarla, a vederne gli effetti.

 

 

 

Giovanni Luigi Pezzini segretario generale Fistel Cisl: Cosa fare per fare meglio? Quando si dice sviluppo è facile dirlo, ma realizzarne i contenuti non è semplice. Le dimensioni sono grandi è vero, però bisogna inventarsi qualcosa, se vogliamo che si pensi ad uno sviluppo che inverta questa attuale tendenza. Quindi potenziare e sostenere gli investimenti in questo settore e su altri prodotti, su altre piattaforme, sull’integrazione tra i vari prodotti offerti.  La flessibilità. Cui deve conseguire un’attività diretta in questa direzione con l’attenzione da parte del Dipartimento nazionale dell’editoria e del Ministero stesso. Se intendiamo agire quindi come Paese in questa direzione,  è indispensabile proteggere quello che abbiamo. Nel settore dell’editoria una elasticità nella gestione dei contratti di solidarietà, con limiti superiori nell’arco del quinquennio, potrebbe essere una valvola di protezione maggiore per progetti di investimento e di rilancio  del settore. Il meccanismo della legge 416 cioè del pensionamento anticipato, va rivisto.  Perché oggi con il limite dei 38 anni di maturazione dell’anzianità,  è un limite che in questa struttura industriale non può più essere applicato. Andrebbe rivisto e riportato alle condizioni originarie con il limite a 32 anni. Una condizione che in passato ha sostenuto e protetto il settore e ha consentito di non lasciare lavoratori e famiglie sulla strada.

 

 

 

Giulia Guida segretario nazionale Cgil Slc: Viviamo un momento particolare dove i cambiamenti dei processi e il modo di fare informazione sta modificando radicalmente il processo produttivo. Dobbiamo essere in grado di poter traghettare non soltanto la riqualificazione dei lavoratori ma garantire l’occupazione e la nuova occupazione. Sappiamo benissimo che questo è un settore che da solo non può sostenersi. Sarebbe un errore gravissimo  non pensare a politiche di sviluppo e di investimento anche sulle nuove professioni che investono questo settore. Noi abbiamo tutto un mondo del lavoro che si muove attraverso il sistema della digitalizzazione. Ad esempio i traduttori in Italia oggi vivono una condizione in cui sono lavoratori che non hanno sicuramente un equo compenso, sono lavoratori che spesso e volentieri vengono tartassati da  questo sistema. E questo è solo un esempio dei tanti lavoratori che sono coinvolti all’interno del  sistema dell’informazione. Chiediamo che venga aperto un tavolo strutturale sul settore che ci permetterà di affrontare i cambiamenti che coinvolgono il sistema dell’informazione. Il  Governo dovrà fare la propria parte ripristinando tantissime risorse, che sono state in questi ultimi tempi ridotte,  per sostenere il mondo dell’informazione e dell’editoria.

 

 

 

Ferruccio Sepe reprise: Il quadro delle risorse pubbliche se comparato a quello del 2006, cioè prima della crisi economica, che definire crisi economica è poco,   – probabilmente si è trattato della crisi più grande che abbiamo avuto dopo il ‘29 –  se non addirittura superiore a quella del ‘29. Effettivamente il quadro delle risorse vede una riduzione drastica degli emolumenti. Se però non facciamo questa comparazione: prima della crisi e dopo la crisi;  tutto sommato il sistema ha tenuto,  dopo la fase veramente difficile del 2012. Il complesso delle risorse pubbliche, le forme di intervento pubblico o attraverso erogazioni o attraverso minori entrate alle quali rinuncia lo Stato,  sono diverse. E’ rimasta l’Iva agevolata, che c’è peraltro in tutta Europa, è rimasta la contribuzione diretta, ancorché ridotta ma con una nuova profilazione dei criteri di calcolo,  ha mantenuto un suo livello accettabile. Negli ultimi due anni con i 63 milioni disponibili nel fondo per il pluralismo, abbiamo pagato il 100 per cento delle richieste. Abbiamo riconosciuto il diritto soggettivo. Vorrei anticiparvi  i risultati di una ricerca europea cui abbiamo partecipato e che presenterò in maniera più compiuta nelle prossime settimane. Non credevo che ci fosse un intervento, salvo che in Francia, così specifico per la contribuzione diretta, invece ho scoperto che in Danimarca, in Svezia, esistono,  mi pare anche in Finlandia o in Norvegia, forme di contribuzione diretta molto simile alla nostra. Per esempio, vado a memoria, in Danimarca vengono erogati 50 milioni,  destinati al rimborso delle spese, con un vincolo che è molto simile a quello che abbiamo introdotto di recente in Italia: cioè al ridursi delle copie sotto le 40.000,  c’è un bonus aggiuntivo,  sopra la vendita delle 40.000 copie,  il contributo si riduce con un massimo della copertura a quello che è il fatturato dell’azienda del 35%. Da noi parte da quest’anno col decreto legislativo 70. Il contributo comunque non potrà superare il 50% del fatturato dei ricavi. Questo limite del 50% potrebbe essere ritenuto eccessivo.  Potremmo rimodellarlo sul 35%  della Danimarca. Ripeto, non siamo soli. L’Austria ha una forma di contribuzione diretta,  e  anche un sostegno per i giornalisti delle testate che operano all’estero.  La presenza del Pubblico, in Francia, sull’informazione è molto spinta, in rapporto alle dimensioni del paese. Per darvi un dato conclusivo se prendo la Danimarca:  il rapporto tra per la contribuzione diretta è di 8,6 euro per cittadino.  Il nostro,  facendo leva sui 63 milioni erogati,  è di 1,6,  perché noi siamo 60 milioni,  mentre loro sono meno di 6 milioni.

 

 

Roberta Musu segretario nazionale Uilcom: La qualità dei contenuti non è assicurata dalla tecnologia,  ci vogliono competenze,  ci vuole intelligenza, ci vuole anche la misurazione di quelli che sono i bisogni informativi. Serve la stampa nazionale,  ma anche la stampa locale.  Piccole testate che però offrono dei servizi alla comunità che sono importanti , con informazioni di qualità che sono fondamentali. Questo settore sta soffrendo di tante problematiche. Una trasformazione tecnologica che probabilmente non siamo stati in grado di gestire come Sistema Paese. In questo settore però bisogna fare dei ragionamenti partendo dalle risorse, dalla cultura  e dai valori assoluti.  Ragionamenti che non sono quelli di utilizzare strumenti come gli ammortizzatori sociali,  come atto di assistenzialismo. Dobbiamo gestire i perimetri occupazionali. Abbiamo bisogno di questi strumenti per gestire una contrazione del mercato e una trasformazione di questo settore. Una trasformazione che deve essere accompagnata dagli strumenti che abbiamo a disposizione e possibilmente anche da nuovi strumenti. Abbiamo un Paese che sta invecchiando e quindi io credo che sia necessario mantenere i due canali.  Non possiamo pensare di avere solo il digitale. Abbiamo bisogno di tutti i mezzi possibili di informazione per trasferire cultura, per trasferire le giuste conoscenze.  Dobbiamo raggiungere il più possibile tutti i soggetti che hanno diritto all’informazione. Dietro a tutti i discorsi che facciamo ci sono delle famiglie,  ci sono delle persone.  Io questo vorrei ricordarlo come valore.  Le persone sono il valore aggiunto di questo Paese. Questa iniziativa deve avere un seguito e deve concretizzarsi in un tavolo strutturale di confronto su tutta la filiera.  Per consentirci di trovare in maniera intelligente,  equilibrata:  i valori –   le persone devono essere al primo posto –  e  tutte le soluzioni possibili per gestire:  contrazione, ma anche trasformazione e valorizzazione delle professionalità,  che questo settore esprime.

 

 

Luigi Ulgiati segretario Ugl settore carta e stampa: C’è una trasformazione incredibile che sta subendo anche delle accelerazioni ulteriori, e allora noi dobbiamo anche comprendere quelli che potranno essere gli spazi che sono rimasti e in che termini intervenire. C’è un mercato, che in qualche caso si autoregola, e però non possiamo andare solo ed esclusivamente dietro al mercato che si autoregola, e dove probabilmente sopravviveranno  solo ed esclusivamente i grandi gruppi o i gruppi che addirittura provengono da altri paesi e che rischiano di monopolizzare il mercato. Non dobbiamo dimenticare che l’informazione editoriale passa per i grandi gruppi, per le grandi testate, per i grandi giornali – guardando i quotidiani –  ma passa anche attraverso la piccola editoria, i piccoli giornali, i piccoli presidi di democrazia che ci sono nei territori. Quindi chiediamo uno sforzo al Governo a sostegno innanzitutto dei lavoratori,  ma anche a  sostegno ovviamente dell’editoria. Un sostegno che possa in qualche misura garantire anche un futuro occupazionale al settore.

 

 

Salvo Ugliarolo Uilcom: Negli ultimi anni questo settore è passato da 16/17 mila dipendenti a 2.300,  che stiamo provando a difendere con un confronto tra le controparti datoriali e il sistema sindacale,  provando anche a ragionare su un contratto di filiera. Proviamo  a fare un contratto di filiera per rafforzare quello che è l’alveo complessivo del segmento produttivo del settore editoriale.

 

 

 

Ferruccio Sepe reprise: Una precisazione per quanto riguarda i giornali,  quella che definiamo piccola editoria, che peraltro, non è così piccola nel Sistema Paese Italia.  Secondo i nostri dati, le 172 aziende che finanziamo con il contributo diretto,  cubano quasi 90 milioni di copie in un anno. Nel 2012/2013 abbiamo fatto  un piccolo studio sul rapporto nei territori tra il giornale nazionale che veniva venduto in quel territorio e il giornale locale.  E abbiamo verificato che in assenza del giornale locale o di uno dei giornali locali,  non c’era nessun automatismo che i lettori passassero al giornale nazionale.  Al contrario probabilmente si perdevano semplicemente lettori in mancanza del giornale locale. Spesso accade che la chiusura di una voce locale non veda il trasferimento del lettore su un giornale nazionale,  anzi semplicemente, spesso, è una perdita secca per quello che riguarda la platea dei lettori.

 

 

Conclusioni

 

 

Il panel sulla crisi dei poligrafici non termina come al solito con le conclusioni “ufficiali”,  normalmente effettuate dal sottosegretario Crimi. Il rappresentante del Governo, per altri impegni parlamentari, non ha potuto partecipare all’incontro. Come annunciato e dettagliatamente spiegato  dal capo del dipartimento Ferruccio Sepe. La materia è davvero intricata e scivolosa, ma non per questo meno importante. Ci permettiamo, dunque,  di trarre delle “nostre”  brevi  conclusioni e di sottoporvele. Ci auguriamo come sempre che le vogliate commentare, qui o sui nostri account social. A seguire il video integrale dell’incontro. Grazie ancora per la pazienza e alla prossima.

 

 

 

La portata umana della storia è enorme,  e a nostro avviso non è, non può essere, affare specifico del Dipartimento per l’informazione e l’editoria. Così come non è di esclusiva competenza del Dipartimento la questione della sostituzione tecnologica del lavoro (perché il poligrafico che perde il proprio lavoro o l’edicolante costretto a chiudere l’edicola sono tra gli effetti di questo fenomeno generale): l’argomento è ampio ed è quindi difficile poter immaginare come risolvere il problema soprattutto se, a livello di Sistema Paese, non saranno state elaborate soluzioni strutturali per la riqualificazione professionale.

 

Ma pur considerando sensato rimanere nel solo ambito dell’industria editoriale, che futuro può avere un qualsiasi lavoratore del settore se chi è deputato alla proposta e alla eventuale elaborazione delle soluzioni sembra ignorare che il problema non sia tanto la rivoluzione digitale,  quanto il saperci stare dentro? Davvero  Pietro Gaviano riuscirà a salvare il suo posto di lavoro se tutto ciò che si riesce a chiedere è l’intervento dello Stato, il ripristino di risorse, senza che dietro la richiesta di fondi non vi sia un qualche tipo di progetto?

 

Sarà poi anche cinico, ma come si può far passare come decisiva per il futuro dell’editoria la risoluzione della condizione di lavoro dei poligrafici e degli edicolanti? E con questo, meglio dirlo, non si vuole sostenere che la condizione di vita di questi lavoratori non sia prioritaria. Concentrarsi su questo problema (che – come detto – appartiene ad un ambito molto più ampio e articolato) significa però mancare totalmente il bersaglio. C’è ancora parecchia confusione. E molto lavoro da fare.

 

 

Per dirla con Luca De Biase e usando una metafora assai calzante,  a nostro avviso,  come fa lui nel suo oramai “vecchio” testo,   non per questo meno attuale,  che si intitola:  “I media civici”:

 

 

“Si può tentare di affrontare la crisi dell’auto e contrastarla favorendo la sopravvivenza delle fabbriche di automobili, ma alla fine ci si deve domandare se l’automobile come l’abbiamo conosciuta sarà davvero una soluzione per la mobilità per un futuro sistema economico sostenibile. Sicchè ha senso chiedersi se non convenga pensare a un modello di trasporto completamente nuovo: quello di un sistema di auto completamente elettriche che fanno rifornimento non ricaricando le batterie ma cambiandole in speciali stazioni di servizio che erogano l’energia vendendola a chilometro.

Se si accetta l’idea che dalla crisi si esce non puntando tutto sul tentativo di aggiustare quello che non funziona ma attraverso il cambiamento, occorrono delle linee guida per la progettazione. “

 

 

 

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