Diversità aumentata

| 8 Dicembre 2019 | Tag:, , , , , ,

Ebbene si lo ammettiamo, titolo e immagine di apertura possono indurre in errore. Possono far pensare ad un pezzo che racconta l’ennesima novità tecnologica, che esalta le virtù di una nuova applicazione, dell’ulteriore ritrovato per farci immergere ancora, e sempre di più, in un mondo,  reale e virtuale assieme, grazie ai dispositivi più evoluti che la rivoluzione digitale ha messo a nostra disposizione.  Ma non di questo trattasi. La diversità aumentata del titolo racconta differenze e novità che non attengono alle tecnologie bensì alla cultura. Ad una dimensione totalmente umana distante dall’approccio tecnologico e che sta dentro alla nuova complessità in cui la nostra società vive e prospera, anche se per la maggior parte del tempo “a sua e nostra insaputa”. Una complessità molto ben espressa e sintetizzata da Piero Dominici, sociologo della complessità e nostro sodale, in un passo dell’introduzione al suo ultimo saggio che si intitola: “Dentro la società interconnessa” edito da Franco Angeli, e che vorremmo proporVi per iniziare la nostra narrazione:

 

“…un tipo di società in cui la crescita esponenziale delle opportunità di connessione e di trasmissione delle informazioni, che costituiscono dei fattori fondamentali di sviluppo economico e sociale, non corrisponde ancora un analogo aumento delle opportunità di comunicazione, da noi intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza che implica pariteticità e reciprocità (inclusione). La tecnologia, i social networks e, più in generale, la rivoluzione digitale, pur avendo determinato un cambio di paradigma, creando le condizioni strutturali per l’interdipendenza (e l’efficienza)  dei sistemi e delle organizzazioni e intensificando i flussi immateriali tra gli attori sociali, non sono tuttora in grado di garantire che le reti di interazione create generino relazioni, fino in fondo, comunicative, basate cioè su rapporti simmetrici e di reale condivisione. In altre parole, la rete crea un nuovo ecosistema della comunicazione ma, pur ridefinendo lo spazio del sapere, non può garantire, in sè e per sè, orizzontalità o relazioni più simmetriche. La differenza, ancora una volta, è nelle persone e negli utilizzi che si fanno della tecnologia, al di là dei tanti interessi in gioco”.

 

 

E proprio sui rapporti fra le persone e su come si impiegano, di persona personalmente (come direbbe Catarella), tutte o quasi, queste nuove immense risorse comunicative,  attraverso l’uso di supporti tecnologici evoluti e reti di interconnessione, un altro amico e sodale del nostro consesso, che si chiama Bruno Mastroianni,  che di mestiere fa il giornalista e il comunicatore, e che per mestiere,  gestisce i profili social di alcune importanti trasmissioni televisive di Mamma Rai, ha dedicato alcuni libri e ha tratto alcune acute riflessioni in un appuntamento pubblico di qualche mese fa, svoltosi in quel di Ascoli Piceno, sotto l’egida dell’organizzazione mondiale di divulgazione di temi “alti”, “bassi” e “medi”, ma tutti molto “smart”, dello scibile umano: denominata TedX.

Bruno nei suoi 16 minuti di esibizione davanti al pubblico del Tedx di Ascoli Piceno,  analizza in particolare i meccanismi dell’interazione fra utenti sulle bacheche online dei diversi social. Vere piazze, molto meno virtuali di come ce le vogliono raccontare, e sempre più reali e molto ben corrispondenti, ad un sentire comune diffuso e ad altrettanti modi, tipi e comportamenti, tenuti da noi tutti. Utenti e persone di un universo digitale del quale sappiamo solo una minima parte, e nemmeno la migliore,  e nel quale non siamo in alcun modo pronti ad abitare. In calce al post trovate il video integrale dell’intervento di Bruno Mastroianni al TedX di Ascoli. Qui di seguito alcuni passaggi, a nostro avviso, particolarmente significativi, della relazione del giornalista-filosofo romano, che abbiamo estratto per evidenziare al meglio la problematica trattata. Grazie  della Vs fiducia, buona lettura,  e buona visione del video. E grazie a Bruno Mastroianni per il suo lavoro e l’ottimo contributo.

 

 

“…non abbiamo un problema di sovraccarico informativo,  il nostro è un altro tipo di sovraccarico,  i contenuti non se ne stanno lì inerti ma ci arrivano già litigati,  pensateci bene

il sovraccarico è di differenze, ritroviamo vicino a noi, nei nostri spazi online, la differenza nel modo di vedere il mondo dell’altro, continuamente,  è l’effetto che io chiamo della diversità aumentata:  come nella realtà aumentata attraverso il digitale noi vediamo degli elementi del mondo intorno a noi, che si sottolineano, emergono ai nostri occhi in maniera più evidente;  la diversità aumentata fa sì che siamo tutti più vicini, entriamo in contatto più spesso e più intensamente con la differenza degli altri.

La nostra è una riunione di condominio generalizzata in cui ognuno è impegnato a difendere in qualche modo il suo spazio vitale, i suoi interessi,  perché sente minacciati i suoi spazi dall’altro che la vede in modo differente. E allora litighiamo.

Sapete a cosa serve il litigio?  Serve esattamente a riprodurre quella distanza in cui io voglio rimettere la differenza dall’altro. Online,  siccome non posso mettere una distanza fisica,  perché le differenze dell’altro mi arrivano comunque attraverso la connessione; creo una distanza attraverso la rottura della relazione.  Litigare è l’operazione più facile,  primitiva,  istintiva per smettere di confrontarsi.

Il primo effetto del litigio è:  uscire dal tema,  quando litighi smetti di dover affrontare l’argomento da cui era partito il confronto,  e noi lo sappiamo fare benissimo,  e usiamo principalmente  tre diverse modalità:

1) Sei tu che non ci arrivi! Andare sul personale.  Evochiamo una caratteristica personale dell’altro per dire: non posso più discutere con te;  lo scopo è quello di smettere di discutere.

2) E’ una vergogna,  non posso credere che tu abbia scritto una cosa del genere! Poniamo un principio morale.  Ci mettiamo in una posizione di giudizio, evocando una morale superiore, per confutare a priori  quello che sta dicendo l’altro. Un altro modo per smettere di discutere.

3) Stai forse dicendo che?:  Riformulazione del pensiero dell’altro in base ai miei criteri,  così è più facilmente criticabile ovviamente travisato,  in modo che io lo possa maneggiare e criticare con più facilità.  Ancora una volta,  di fronte all’argomento diverso dell’altro,  io non accetto il confronto ma lo evito.

 

I litigi sono trasparenti.  Quando litighiamo vengono fuori le nostre fragilità, i nostri dubbi, le nostre mancanze. Facciamo la figura dei bambini. Quando discutiamo non facciamo scambi di idee.  Ogni discussione, per quanto piccola, è in realtà uno scontro tra mondi.

Pensiamo al dilemma per eccellenza:  il bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno.  Come in tutti i dilemmi,  nessuno affronta il problema per stabilire davvero la quantità d’acqua presente nel bicchiere.
Nell’affermare la sua posizione – chi disputa – ci dice cosa pensa delle persone,  e  cosa pensa del mondo.  Cosa pensa della realtà e qual è il posto che lui si vuole ritagliare,  che significato dà alle cose, e  a cosa attribuisce
valore.   Dentro le discussioni c’è la nostra identità e il nostro posto nel mondo.

L’atteggiamento che abbiamo oggi, è quello di sondare, sempre, fino all’eccesso.  Prima di proporre qualcosa,  un’idea,  una soluzione,  quello che faccio è capire quanto sarà recepita e accettata dalla gente,  quanto consenso susciterà.  Questo è il sogno della comunicazione felice.  Devo dire una cosa talmente bene,  deve essere ben confezionata,  e rispondere ai desideri degli altri. per mettere tutti d’accordo. La comunicazione felice che mette tutti d’accordo.

Per fortuna la connessione online,  con la sua diversità aumentata,  ci sta costringendo ad abbandonare questa illusione.  La comunicazione felice, che mette tutti d’accordo, non esiste per due motivi:

1) Il consenso non durerà all’infinito,  ha dei cicli sempre più brevi.  Sono fiammate che poi cambiano.

2) Il dissenso presto o tardi arriverà. Avrà il suo spazio.  Entrerà nei nostri spazi.

Dobbiamo passare alla disputa felice.  Siamo capaci di comunicare nel disaccordo,  nel dissenso? come si fa?

Dobbiamo smettere di guardare il numero delle mani alzate,  e incominciare a vedere ciascuna mano,  e cercare di comprendere il significato di ciascun consenso.

E continuando ad usare la metafora della mano alzata, proviamo ad esaminare ciascun dito di questa metaforica mano,  per comprenderne il significato.

Il mignolo,  il più corto,  ci dice:  entra in una discussione facendo la differenza.  La prima cosa da ricordare è di portare nelle discussioni le nostre conoscenze, le cose che sappiamo bene. Non facciamo difese di ufficio di cose che non sono nostre.  Ridurre il perimetro,  riconoscere chi sono e cosa so,  e portarlo come contributo.  In questo modo posso discutere con tutti,  anche con i più ostili.

L’anulare,  il dito dell’anello nuziale,  ci ricorda i legami.  Una discussione non è uno scambio di idee tra intellettuali,  ma una costruzione o distruzione dei legami,  per dissentire.  Se noi vogliamo essere in disaccordo con qualcuno,  anche questa è una relazione da curare. Se l’altro si sgancia non possiamo interagire con lui, e nemmeno dissentire.  Questo livello del legame, ci porterà a curare bene le parole, per non farlo andar via.

Il terzo dito – il medio – non ha bisogno di spiegazioni.  Se in una discussione aggrediamo, pensiamo di farci forti,  in realtà siamo debolissimi.   L’effetto del dito medio è solo uno:  tappare le orecchie dell’altro,  e ci rende debolissimi nel nostro dissenso diamo la scusa del litigio anche all’altro e smettiamo immediatamente di discutere.

Poi c’è l’indice.  L’indice ci ricorda che dobbiamo rimanere sul tema e sull’argomento.  Se a noi sembra che l’altro stia indicando male la luna,  dobbiamo parlare di dov’è la luna,  non dobbiamo dirgli che la sta indicando male. Non dobbiamo andare sul personale.  La vera capacità di disputare felicemente è rimanere a parlare dell’argomento.

Infine il pollice.  Il pollice e quello che ci piace tenere rivolto verso l’alto. Ci piace ricevere i like. Insomma la ricerca del consenso a tutti i costi.   Nella riunione di condominio generalizzata è tutto troppo intenso, tutto troppo serio.  Ogni discussione diventa una questione esistenziale,  fondamentale.  Iniziamo guerre, prendiamo decisioni terribili su questioni di pochissimo conto, solo per principio, trascurando il significato reale delle nostre azioni.

 

Dobbiamo imparare ad essere auto ironici. Dobbiamo maturare e apprendere ad essere distaccati da noi stessi la capacità, riuscire a  guardarsi da fuori.

Provate a pensare. Vi siete mai fatti un selfie in modo inaspettato? Quella espressione che avete inavvertitamente fotografato corrisponde a vedersi da fuori. Quello che vedete non sembrate nemmeno Voi. Provate a fare la stessa cosa davanti ad uno specchio. La figura riflessa in questo caso sarà un’altra, sarete Voi, o almeno, la persona che pensate di essere.
Perché prima di specchiarci abbiamo quella frazione di secondo in cui facciamo una faccia plausibile,  anche di prima mattina,  quando abbiamo gli occhi gonfi e i capelli arruffati. C’è quella frazione di secondo di autostima che ci rimette in sesto e quindi vediamo una faccia già preparata. Quella dello smartphone,   non si scappa,  è invece la nostra faccia vista da fuori.

E allora prima di rispondere,  prima di dare quella risposta definitiva, che ci sembra sistemare la situazione,  prima di dire quelle cose ultimative,  proviamo a guardarci da fuori. Guardiamo per davvero la nostra faccia. Mettiamoci davvero in discussione.

Fare questo passaggio ci permetterà di poter aggiungere due poteri enormi  alla nostra disputa felice.

Il primo potere è quello di lasciar cadere il discorso.  Un potere gigantesco di fronte alle provocazioni dell’altro,  di fronte alla parte aggressiva delle sue parole.  Essere capaci di lasciar perdere,  non considerare.  Se lo faremo, saremo in grado di capire se nelle parole dell’altro ci sia qualcosa di significativo.  Se lo troviamo e lo riportiamo nella disputa, ridiamo fiato alla discussione,  anche quando sembrava compromessa.  Ritorniamo di nuovo sull’argomento. Oppure se non ci fosse nulla, sapremo ignorare. Uno dei poteri più grandi che abbiamo online.

Il secondo potere ci consente di perdere l’ansia di avere l’ultima parola.  Con  un po’ di autoironia e distacco da se stessi,  uno impara quando è il momento di smettere.  Si capisce che andare avanti all’infinito non porta nessuna parte.

Per riuscire davvero a vedersi dal di fuori,  bisogna imparare ad usare l’autoironia. Se vogliamo vivere nel disaccordo,  mantenere relazioni pur vedendo le cose diversamente ,  quello che dobbiamo fare è sapersi guardare dal mondo dell’altro.  Nel sistema delle sue relazioni significative, quello a cui lui dà valore.  Se ci connettiamo con quello,  sapremo davvero entrare in sintonia con la persona che abbiamo di fronte.

La diversità aumentata non è qualcosa di artificiale.  Non è qualcosa che si aggiunge alla realtà in modo virtuale.  La differenza forse, è il modo più comune di presentarsi della nostra realtà.  Una realtà fatta di mondi differenti in connessione, che è poi  l’unico universo che abbiamo da abitare.

 

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