Cosa fare se a Christchurch va in onda un massacro

| 24 Marzo 2019 | Tag:, , , , , , ,

Ci si interroga spesso, sul perché della crisi del giornalismo negli anni della rivoluzione digitale e su quale debba essere o sia diventato  il ruolo della professione giornalistica in questi anni di cambiamento rapido e inarrestabile. Poi accadono episodi come quello della strage nelle moschee della Nuova Zelanda e tutti i buoni propositi vengono meno in un istante e qualunque riflessione saggia e lungimirante sul ruolo del giornalismo dentro alla nostra società liquida e in perenne mutamento vengono meno. Approfittiamo di un ottimo lavoro realizzato dal nostro collega e associato Angelo Cimarosti, fondatore fra le altre cose di un soggetto chiamato You Reporter, – uno strumento che ha definito in modo chiaro e preciso l’esistenza e il ruolo del citizen journalism anche in Italia – per accostarci con molta umiltà al problema del giornalismo dal basso, in questo caso, la narrazione in prima persona del fatto da parte del suo stesso autore; per provare a capire cosa sia successo mentre  il massacro delle moschee veniva trasmesso in diretta online,  dentro al mondo dei mass media e  dentro il mondo in cui oramai tutti siamo immersi costantemente, il mondo digitale.

 

Il fatto lo conoscete e non staremo qui a ripercorrerlo, l’impronta mediatica forte a corollario di quel fatto è però ugualmente importante e quella sì che la vorremmo brevemente ricordare. Tutta la strage minuto per minuto non è stata raccontata da giornali e giornalisti – o meglio sì – ma grazie ad un video realizzato in soggettiva ed in diretta dallo stesso attentatore e diffuso attimo per attimo live sul web. Una telecamera digitale attaccata sulla testa del criminale,  una connessione in live-streaming – magari gratuita – su una delle piattaforme di video sharing più diffuse al mondo, hanno permesso all’attentatore di documentare l’orrore in diretta globale. Lo stesso video è diventato quasi immediatamente virale fino a quando la sua diffusione è stata bloccata dai titolari delle piattaforme su cui era stato condiviso: in particolare facebook e google.

 

In tutto questo il ruolo dei mezzi di informazione è stato diverso e controverso. Alcuni hanno ripreso il video e l’hanno rimesso in circolo, altri l’hanno utilizzato ma solo parzialmente censurando le parti più efferate, altri ancora hanno evitato di utilizzare le riprese dell’attentato dando ascolto agli appelli del primo ministro neozelandese e di altre autorità e istituzioni che hanno invitato i media a non condividere le riprese per non alimentare ulteriormente il terrore. Nella sua analisi Cimarosti definisce –  usando una terminologia messa a punto da alcuni esperti a commento dei fatti di Christchurch – questo tipo di contributo giornalistico non più citizen journalism  bensì social network broadcasting. Una sorta di produzione televisiva personale e personalizzata – fattibile e condivisibile da ciascuno di noi attraverso le piattaforme sociali – che poi viene puntualmente rimessa in circolo in semi-differita, se non in diretta, dagli organi di informazione propriamente detti e anche da tutti noi che di questi contributi possiamo essere a nostra volta re-distributori online. Dove sta l’arcano? Cosa è giusto e cosa è sbagliato? Quale è il ruolo del giornalismo e dei giornalisti in tutto questo? 

 

 

Proviamo a capirci qualcosa ripercorrendo l’ottimo lavoro realizzato all’indomani dell’attentato di Christchurch dal nostro collega  in occasione di un incontro di formazione per giornalisti realizzato a Venezia dall’Ordine dei giornalisti del Veneto la scorsa settimana. Intanto il titolo delle slide prodotte dal nostro associato è già di per se emblematico e a nostro avviso condivisibile: “Informazione & responsabilità:  Il caso Christchurch, evitare di soffiare sul fuoco?”

 

 

Un tempo – dice Cimarosti –  i giornalisti erano i gatekeepers dell’informazione, i cancelli attraverso i quali passavano tutte le notizie, gli snodi dentro a cui finivano tutti i flussi di dati,  prima di essere redistribuiti attraverso i canali dell’informazione “legacy” – professionalmente creata, redatta e distribuita – verso il pubblico.  Il citizen journalism non esisteva, il ruolo del pubblico nella produzione delle notizie era quello di fonte, una delle fonti accreditate, nel caso in cui si fosse assistito –  noi persone comuni –  in qualità di testimoni  al fatto di cronaca finito nelle pagine del giornale o nel servizio della radio o del telegiornale. I tempi ora sono cambiati, radicalmente, oggi le persone partecipano attimo per attimo alla produzione e alla condivisione delle informazioni, talvolta prima e meglio degli stessi professionisti dell’informazione. Le notizie sono diventate una “commodity” come dicono gli esperti di marketing digitale. E come dare loro torto. Se le informazioni si trovano ovunque, gratis  e molto prima di quando gli organi di informazione le diffondono a pagamento, per quale motivo dovremmo pagarle? Alcuni invocavano e invocano – sempre meno per fortuna –  il ruolo imprescindibile dei giornali e dei giornalisti nell’applicare una sorta di bollino di qualità – come quello delle celeberrime banane della pubblicità –  sui fatti e le notizie raccontate. Non è quello che farà la differenza, permetteteci di respingere al mittente le posizioni di questo tipo. La differenza sta nel ruolo esercitato dai professionisti dell’informazione. La differenza la faranno sempre di più gli strumenti – quelli si unici e imprescindibili – che i professionisti e soltanto loro – sono e saranno  in grado di utilizzare per trattare le notizie – quelle che ognuno di noi anche i terroristi ahimè – possono e potranno diffondere ovunque e in tempo reale grazie al web e a tutti gli ammennicoli tecnologici sempre più facilmente alla nostra portata.

 

 

Ma continuiamo l’analisi della problematica grazie agli spunti che ci fornisce il lavoro di Angelo Cimarosti. Il giornalista veneto riporta le dichiarazioni di alcuni dei rappresentanti delle istituzioni subito dopo la diffusione del filmato della strage da parte dell’attentatore. In particolare molta enfasi viene data ad una dichiarazione rivolta sia alle persone comuni sia agli organi di informazione e alle piattaforme sociali di distribuzione dei contenuti che dice: “Non fate entrare questo male nelle nostre vite” la ulteriore sottolineatura di Cimarosti è : “non c’è più alcun cancello, non c’è più alcuno snodo, il male entra nella mia vita alle 9.51 del 16 marzo basta un account su whatsapp. Noi giornalisti oggi siamo custodi di cancelli chiusi su campi liberi da recinzioni dove chiunque può scorrazzare a suo piacimento e senza seguire alcuna regola”.

 

Prendiamo i fatti di Christchurch e facciamoli diventare un esempio, una importante lezione di giornalismo:

 

 

Punto primo:  Nessun blackout mediatico è possibile

  • L’attacco è prima di tutto un atto mediatico
  • Senza diffusione pubblica l’obiettivo dell’attacco viene in buona parte vanificato (purtroppo non per le vittime materiali della sparatoria)
  • È un tentativo di mostrare potere, incoraggiare emulatori, frammentare la società, provocare reazioni nelle autorità che possano servire da  moltiplicatori allo stesso atto
  • L’opzione di mettere in atto un blackout mediatico è del tutto irrealistica

 

 

Eppure il gatekeeper “forse” può ancora indurre a scegliere la strada da lui presidiata “forse” Il ruolo del “legacy journalism” può essere ancora importante

  • Se le notizie arrivano da fonte credibile
  • Se le informazioni vengono presentate responsabilmente
  • Se il medium è un luogo di dibattito
  • Se il medium è un veicolo di coesione sociale
  • Se il medium contrasta rumours, hatred and divisive messaging online
  • Se il medium si pone in  posizione critica e informata rispetto al ruolo dei social networks

Ma è soprattutto il rigore professionale dei media e degli operatori dell’informazione che serve a dimostrare che esiste una sola strada univoca e irrinunciabile per realizzare questo lavoro che è quella dell’attenzione, dell’approfondimento, delle scelte editoriali e politiche, dell’etica

 

 

…e a chi sbandiera il  “diritto di cronaca”  – elemento unico e irrinunciabile della professione ma che va usato con cognizione di causa e professionalità – a difesa di qualunque comportamento –  sino ad evocare lo spettro della censura per contrastare le richieste di non pubblicare qualunque cosa venga diffusa sul web da chiunque,  va ricordato che:

  • Nessuna testata è obbligata a pubblicare alcunché, specialmente materiale prodotto direttamente dai criminali
  • I giornalisti dovrebbero come primo loro compito selezionare e realizzare un lavoro editoriale per qualunque cosa siano in procinto di pubblicare. a maggior ragione in caso di eventi di emergenza
  • Nessuna scelta di pubblicare può essere realizzata in modo automatico, altrimenti non si tratterebbe di una scelta

Ma la domanda che dovrebbe sempre porsi un giornalista in casi di questo genere è:

E’ VERAMENTE NECESSARIO PUBBLICARE QUESTO MATERIALE PER RACCONTARE QUESTA STORIA ?

 

 

I  contenuti prodotti dal pubblico di ogni genere e grado hanno ottenuto un posto preciso nella narrazione giornalistica del nostro tempo e anzi il ruolo sempre più consistente di questo tipo di produzioni giornalistiche nel racconto quotidiano dei fatti del mondo è sempre maggiore e – a nostro avviso – oramai irrinunciabile. Gli avvenimenti sono molto più e anche meglio documentati proprio grazie ai contributi che ciascuno di noi può postare in tempo reale sulla propria bacheca, sulla propria chat, dentro al proprio personale canale video. La differenza sta sempre nel ruolo professionale di chi svolge un determinato compito e nella conoscenza delle dinamiche sociali che un ruolo professionale di questo tipo sottende. Quello che manca e che dovremo chiedere noi tutti a gran voce non sono i soldi per acquisire strumenti sempre più sofisticati, ma le conoscenze e le competenze per padroneggiare sempre meglio i profondi cambiamenti che il nostro mondo ha subito e subisce quotidianamente. La conoscenza del ruolo e della funzione dei media, dovrebbe essere una delle materie da diffondere capillarmente nella nostra società. Noi, i nostri figli e nipoti abbiamo delle carenze enormi da questo punto di vista ma usiamo in modo sempre più massiccio apparati tecnologici che ci trasformano sempre di più in media. Ciascuno di noi è un medium ciascuno di noi deve conoscere e saper applicare le regole d’ingaggio di base nello svolgere il proprio ruolo mediatico, altrimenti saremo sempre più inconsapevoli protagonisti di un film di cui non conosciamo la trama.

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