Cosa c’entra il giornalismo con la vita

| 10 Marzo 2019 | Tag:, , , , , , , , , ,

La scoperta ci lascia di ghiaccio. Ringraziamo il grande Robin Good per la segnalazione quanto mai opportuna. Sono oramai anni che parliamo – e  tutto il mondo parla – di “società degli algoritmi” e di quanto questa cosa influenzi la nostra capacità di creare una giusta immagine della realtà che ci circonda, di formarci una opinione in modo libero e non condizionato. Ebbene lo strumento, il software online, libero e condivisibile che Robin segnala sulla sua newsletter settimanale è un tantino più potente, a mio modesto parere, di una app per ordinare la cena a casa o di un programmino per modificare foto o video casalinghi. Questo programma permette a ciascuno di noi, o meglio crea per chiunque lo voglia e glielo chieda, foto e probabilmente a breve anche piccoli video, di persone che non esistono. Questa cosa turba solo me o sentite anche Voi un brividino lungo la schiena? Vi ricordate di quando facebook nelle settimane subito successive allo scandalo di Cambridge analytica ha messo mano al proprio contratto con gli utenti, cambiandolo, a nostro avviso in peggio? Ricordate, se siete nostri lettori fedeli dovreste,  che fra le aggiunte al nuovo contratto con i propri utenti i signori di Menlo Park inserirono una cosetta chiamata riconoscimento facciale? Queste due cose: il generatore di persone inesistenti e il riconoscimento facciale,  possono in qualche modo stare insieme? La protezione dei nostri dati personali e l’essere schedati sul sistema di comunicazione più diffuso al mondo, e interconnesso tramite la rete a tutti o quasi i sistemi di rilevamento volti, facce, persone, posizionati lungo le strade, dentro i luoghi sensibili, fuori dai negozi del mondo, e un software che crea persone dal nulla,  possono rappresentare una tematica comune di cui preoccuparsi? A Voi e poi ai posteri il giudizio. Noi proviamo a fare il nostro lavoro e quindi vi segnaliamo la notizia e le fonti a cui abbeverarsi per approfondire la tematica. Se poi ci è permessa un’aggiunta sul tema vorremmo dire che questa cosa riguarda sicuramente il giornalismo oltre a tanti altri settori dello scibile umano dall’applicazione del libero arbitrio in poi.

 

 

Sono settimane o forse mesi in cui il giornalismo patrio vive momenti di forte sbandamento. Più forti del solito. L’idea del Governo in carica di mettere mano ad una profonda e radicale riforma dello stesso – idea decisamente buona sulla carta – sta creando non pochi problemi alle istituzioni della categoria alle prese da anni con una crisi epocale da cui difficilmente si esce senza metter mano a grandi riforme molto concrete. Dunque ben venga l’azione coordinata del Governo fianco a fianco con le Istituzioni del comparto per riordinare il sistema. Come? Non c’è alcuna azione congiunta ? Sicuri? Ci sembra difficile realizzare una riforma di una professione senza sentire anche quelli che  la svolgono questa professione. Vabbè ma tanto l’Ordine va abolito;  il sindacato anche se non c’è è meglio; l’Inpgi sta per fallire e  la categoria tutta non è mai stata unita, quindi a che servono – avranno pensato nelle segrete stanze  i burocrati del Palazzo –  e al grido di:  “ce la possiamo fare senza nemmeno troppa fatica” hanno scatenato l’inferno.  (si scherza lo sapete no?)

 

 

E dunque cosa c’entra il giornalismo con la vita? A che servono i giornalisti in questo mondo disintermediato, iperconnesso, e oppresso – diciamolo chiaramente – da un surplus quasi molesto di informazioni? Se per giornalisti avete in mente quelli che passano le giornate a fare da sparring partner di litigiosi e sempre più gretti politici da varietà, dentro salotti mediatici di varia umanità, beh forse in effetti non a molto servono. Se per giornalisti pensate alla tribuna mediatica che riporta tutta unita e compatta sempre le stesse notizie officiando ad ogni ora del giorno la stessa liturgia condivisa, beh come darvi torto. Se per giornalisti avete in mente i buonisti che ad ogni piè sospinto esaltano qualunque film, piece disco e poi libro, e quella meravigliosa mise, o quel bell’abito così speciale, se avete in mente loro allora forse sì potrebbe essere davvero utile ri-pensare alla funzione di questo giornalismo. Il pensiero comune, quello su cui tutti, nessuno escluso nella categoria, perdono il sonno ogni notte è la scoperta del “nuovo modello di business” post rivoluzione digitale. Allora diciamolo qui e per iscritto e una volta per tutte. Non esiste né potrà mai esistere alcun modello di business per il giornalismo del presente se non si smette di produrre giornalismo del passato e non ci adegua alle nuove richieste di mercato. Ovvero al volere del pubblico. Sempre ammesso che un mercato ed un pubblico esistano ancora. In questo mondo in cui le notizie si trovano ovunque e gratuitamente la rincorsa spasmodica alle breaking news è pura follia. Il parlarsi addosso ripetendo in modo più o meno identico le stesse logorate notizie non può interessare nessuno, e soprattutto non può essere fatto pensando che qualcuno lo possa anche voler acquistare magari pagandolo pure con soldi veri. Torniamo a fare la differenza – noi giornalisti –  torniamo a offrire un servizio esclusivo, torniamo a essere utili a qualcuno, e vedrete che qualcuno i soldi per pagarci li troverà. Se mi si guasta la caldaia e rimango al freddo i soldi per la riparazione e per lo specialista che la sa eseguire li trovo certamente.

 

 

Qualche settimana fa, o forse solo pochi giorni, il sottosegretario,  incalzato o forse no da domande imperiose – ci sfugge non eravamo là, ma abbiamo solo letto la notizia – a margine di una esibizione pubblica, anticipa alle persone e ai giornalisti in sala una parte della riforma dell’editoria su cui il Governo e il suo ufficio in particolare sta lavorando. Le imprese editoriali non vanno sostenute, e infatti abbiamo messo a punto un piano per togliere in modo progressivo ma inesorabile i contributi pubblici all’editoria, e invece dobbiamo, dovremo, pensare di sostenere il pubblico: inteso come pagarlo, perché possa  accedere all’informazione, al maggior numero e varietà di fonti informative. Aiutiamoli economicamente ad informarsi nel miglior modo possibile.

 

 

Accipicchia, facciamo noi, interessante questo punto, magari va spiegato  meglio, però davvero interessante. Aspetta ma dov’è che l’avevamo già sentito? A già, l’avevamo scritto noi una decina di anni fa, no via facciamo cinque sennò si esagera. Anzi meglio l’aveva scritto il nostro associato Marco Dal Pozzo nel suo libro 1 news 2 cents un modello sociale per il giornalismo. Ecco ora mi torna. Però nelle esternazioni del sottosegretario non mi sembra che la questione sia stata riportata in questo modo. Eh vabbè ma vi avrà certamente chiamato il suo ufficio? Ah … ecco non mi pare, controllo meglio.  Vabbè si scherza.

 

 

Torniamo al succo del problema non perdiamoci in inutile quisquillie, pinzellacchere come diceva il grande Totò. Segue breve rassegna del Marco Dal Pozzo modello che –  vorremmo precisare e sottolineare – è soltanto uno studio teorico, molto teorico,  di una serie di possibilità. Manca completamente la dimostrazione pratica della sua attuabilità. Quando qui a bottega abbiamo cominciato a collaborare con Marco Dal Pozzo l’idea di massima,  dopo averlo convinto ad aggregarsi al nostro gruppo di lavoro, era proprio quella di iniziare assieme la sperimentazione della sua idea. Fare la messa su strada del modello. Per questo abbiamo chiesto aiuto e sostegno a qualche gruppo editoriale e a qualche prestigiosa università. Certo avere dalla nostra addirittura il Governo per mettere mano alla fase di sperimentazione del modello Dal Pozzo, sarebbe molto, ma molto meglio. Inoltre ci siamo accorti che la strada che ha portato uno dei partiti di Governo ad arrivare alla creazione del “reddito di cittadinanza” non passa molto distante dalla strada che stiamo percorrendo nei nostri studi sul modello sociale per il giornalismo. Quindi sarebbe davvero perfetto poter proseguire negli studi assieme ad altri studiosi, e vuoi vedere che alla fine invece delle chiacchiere salta fuori qualcosa di concreto?

 

 

Per chi si fosse perso le varie tappe del nostro lavoro fianco a fianco con Marco Dal Pozzo sull’analisi e l’implementazione dal 2012/2013 ad oggi del suo studio/proposta/modello, ecco a Voi una breve sintesi delle puntate precedenti, perdonate l’esercizio di autocitazione, ma è proprio questo quello  che vorremmo fare stavolta,  buona visione:

 

 

 

La sostenibilità dell’editoria online non può passare solo attraverso un approccio economico ma impone un radicale cambiamento di prospettiva: più che un modello di business (che premia solo gli editori e le proprietà), è necessario produrre un modello sociale che rivaluti il ruolo del giornalismo e metta al centro i cittadini, riconoscendo un guadagno anche a coloro che reimmettono nella rete contenuti di qualità.

 

 

Il modello è quello che Dal Pozzo – ingegnere elettronico e specialista in sistemi – ha definito  Fotovoltaico in quanto si basa su un ‘’meccanismo di ricompensa che cerca di riportare il centro della questione sui Cittadini rivalutando così il ruolo sociale dell’Industria dell’ Informazione’’.  E’ lo stesso principio su cui poggia il riconoscimento di una ricompensa che  caratterizza il sistema di distribuzione dell’Energia Elettrica prodotta dagli impianti fotovoltaici domestici, che prevede  infatti – spiega l’ autore nel suo volume – la ricompensa in denaro per chi immette nella rete di distribuzione nazionale l’energia prodotta in eccesso rispetto al proprio fabbisogno’’.

Secondo Dal Pozzo,  questo modello prevede il riconoscimento del valore economico solo per contenuti di qualità.  ‘’Non tutti i contenuti sono di qualità, non tutti i contenuti – quindi – sono degni di essere pagati; perchè non tutti i contenuti sono funzionali alla crescita dell’ ecosistema informativo e delle persone che lo popolano. La definizione di contenuto di qualità non è, cioè, fine a se stessa: il modello, infatti, prevede che soltanto il contenuto sopra una predeterminata soglia di qualità sia monetizzabile’’.

 

 

 

 

 

L’articolo citato qui sopra è il primo in cui qui a bottega abbiamo preso in esame e sostenuto il cosiddetto “modello Dal Pozzo”. Il libro era uscito da poco più di un anno e gli studi dell’ingegnere abruzzese appassionato di giornalismo avevano solleticato il nostro interesse e acceso il dibattito in seno al nostro gruppo di lavoro. Il pezzo in questione era firmato dal nostro Presidente di allora, Pino Rea,  co-fondatore assieme a Raffaele Fiengo di Lsdi.  Poco più di un anno dopo proprio Marco Dal Pozzo da queste colonne rilanciava alcune delle ipotesi contenute nel suo studio commentando il lavoro del grande Jeff Jarvis in occasione della pubblicazione da parte di Lsdi delle “tesi” dello studioso americano di giornalismo:

 

 

” Ciò che ha mosso il mio studio, invece, è stato proprio il desiderio di ricercare (quasi fosse una sfida) un modello di business che, per una visione che, onestamente, non posso non definire politica, prevede il finanziamento pubblico.

– Cosa deve finanziare il Pubblico?

La mia proposta è che lo Stato finanzi la distribuzione soltanto di contenuti informativi di qualità (secondo la definizione data in precedenza) prodotti da Imprese Editoriali con Finalità Sociali.

La proposta prevede inoltre che tale finanziamento non sia elargito direttamente alle Imprese, ma transiti attraverso le mani dei cittadini ai quali deve essere data libertà di scelta di acquisto dei contenuti (tra quelli finanziabili).

 

La proposta, infine, declinando il concetto di partnership basata sul mutuo riconoscimento, contempla la cessione ai cittadini più attivi nelle discussioni e nelle condivisioni degli articoli online di un microcredito spendibile per l’acquisto di ulteriori articoli (sempre tra quelli finanziabili).

 

Il conto che ho fatto, sotto ben definite ipotesi, prevede un finanziamento annuo da parte dello Stato (necessario per innescare questo processo di distribuzione degli articoli, condivisione e discussione online) di 500 milioni di euro.

 

Un investimento modesto se si considera l’ambizioso obiettivo: il Benessere collettivo derivante dalle scelte autonome e consapevoli di ciascun cittadino.

 

Ci sono tanti aspetti del mio lavoro che riconosco essere controversi, difficili da digerire, poco allineati; ma un paio di conclusioni io credo siano utilizzabili  immediatamente. La prima: i due centesimi sono il prezzo che da subito ogni testata online può praticare per la vendita dei propri contenuti. La seconda: l’adozione del criterio di assegnazione dei punteggi agli attributi di qualità come semplice percorso di consapevolezza del lettore (con in mano uno strumento di rating il lettore può diventare più consapevole di ciò che ha letto) “.

 

 

 

Non ce ne vogliano gli studiosi di marketing e giornalismo, ma dal 2014 ad oggi sono cinque anni giusti giusti. E in questi cinque anni di acqua sotto i ponti del giornalismo pensato, discusso, teorizzato e praticato: ne è passata. Un esempio? Andiamo a vedere brevemente di cosa si parlava nel 2014 quando si “rilevavano” le grandi novità in arrivo nel settore del giornalismo e dell’editoria. Andiamo sul sito del Festival Internazionale del giornalismo di Perugia, quale osservatorio migliore per selezionare la materia,  ed estraiamo il sommario dei contenuti dell’edizione di quell’anno della prestigiosa kermesse:

 

 

“Torna il Festival Internazionale del Giornalismo.

Al via mercoledì 30 aprile a Perugia l’ottava edizione. Lunedì 28 aprile l’anteprima a Roma con Alan Rusbridger, direttore The Guardian ed Ezio Mauro, direttore la Repubblica

L’avventura del crowdfunding, la ricerca di nuovi modelli di business, il futuro dei media in Africa, l’effetto delle rivelazioni di Edward Snowden sul giornalismo, lo stato dei media indipendenti in Russia; la Siria, la guerra, i media e le verità, l’approssimarsi dell’era all-digital, il giornalismo economico-finanzario in Sud America, le donne nei media, la giornata mondiale della libertà di stampa: esperienze a confronto, nuove metriche per la valutazione delle performance online, hate speech e libertà di espressione, i commenti online e l’anonimato, il dominio della comunicazione politica sulla narrazione giornalistica…

Sono solo alcuni dei temi su cui la community del Festival Internazionale del Giornalismo si confronterà a Perugia dal 30 aprile al 4 maggio 2014″.

 

 

E andiamo ancora avanti, risalendo brevemente la china degli anni e le nuove aggiunte/integrazioni/riflessioni ai suoi studi che nel frattempo Marco Dal Pozzo ha realizzato, un pochino anche grazie alla nostra collaborazione,  e confrontandosi continuamente, e tutte le volte che gli è stato possibile,  con le persone durante gli incontri pubblici che noi stessi abbiamo cominciato ad organizzare dal 2011 dentro il nostro evento dedicato al giornalismo e alla comunicazione digitale che si chiama: digit.

 

 

In quell’occasione, e per i veri appassionati, come sentirete nel video integrale dell’incontro a #digit14 se avrete voglia di ascoltarlo, Marco Dal Pozzo prendendo la parola ribadì in modo molto chiaro il concetto di fondo del suo studio che sottolinea la necessità di andare oltre la ricerca del mero modello di business:

 

 

“Il problema che ho analizzato va un po’ fuori dalle analisi per teorizzare nuovi modelli di business per l’editoria di cui si parla molto in questi tempi. Io ho provato ad analizzare il modello sociale dal punto di vista del lettore, che più che lettore definirei cittadino. Il titolo della mia ricerca contiene la risposta alla domanda: “quanto deve costare l’informazione di qualità?”. Due centesimi di euro”.

 

 

Concludendo la nostra breve sintesi su come ha avuto origine il nostro interesse per la materia, divenuta improvvisamente di attualità, dopo le ultime importanti esternazioni del sottosegretario per l’editoria, vorremmo ribadire che tutti gli studi di Marco Dal Pozzo sono basati  per il momento soltanto su di una serie di ipotesi teoriche. Tutte ipotesi supportate da valide ricerche scientifiche, ma allo stesso tempo, tutte ipotesi appunto, da dimostrare empiricamente. Vorremmo anche ribadire che dal 2012 ad oggi gli studi del ricercatore abruzzese sono proseguiti e hanno coinvolto un gruppo di altre persone/studiosi sempre più ampio e anche molte persone comuni, giornalisti, comunicatori che si sono confrontati con la materia e le ricerche elaborate da Dal Pozzo nel corso degli eventi digit a cui lo studioso ha partecipato. In particolare nel corso di questi ultimi 5 anni e dei numerosi e molteplici incontri pubblici e degli ulteriori studi effettuati dal nostro associato una cosa molto importante del suo lavoro ha preso connotati molto differenti e ha trovato percorsi e soluzioni diverse dalle prime ipotizzate nel libro. Ci riferiamo  all’individuazione dei criteri oggettivi per determinare la qualità dell’informazione:

 

 

“ sarebbe interessante sperimentare un percorso di consapevolezza del lettore sul livello qualitativo di ciò che si legge, rendendo ad esempio disponibile un‘applicazione sul browser o un pulsante in coda all’articolo per assegnare un punteggio di qualità dell’articolo” che consideri gli attributi che avevo definito nel mio lavoro di ricerca”. Che era, e continua ad essere, l’obiettivo del mio lavoro: mettere a disposizione dei lettori un metodo che stimoli il pensiero critico e che non deleghi a nessuno, se non a sé, la scelta consapevole delle proprie fonti di informazione e conoscenza “.

 

 

 

Proviamo dunque, e lasciando spalancate tutte le porte della conoscenza e della collaborazione con tutto e tutti;  a sintetizzare tutti gli ulteriori  sviluppi di questo studio – cosa tutt’altro che facile – in una singola slide e ringraziandoVi per l’attenzione, Vi salutiamo calorosamente invitandoVi a esprimerVi sul tema. ;)

 

 

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