Verso una nuova immaginazione

| 27 marzo 2018 | Tag:, , , , , , , ,

La querelle facebook / cambridge analytica indipendentemente da ogni valutazione, interpretazione o spiegazione più o meno scientifica cui è stata sottoposta, ha il pregio assoluto di aver sdoganato un tema presso il grande pubblico. Di che tema si tratti questo è difficile stabilirlo. Illustri esperti hanno parlato di appropriazione indebita di dati, altri hanno posto l’accento sulla sicurezza o meglio sulla mancanza di sicurezza nella gestione dei dati da parte delle compagnie che dei dati  – i nostri  – sono in qualche modo amministratrici. Qualcuno – pochi a dire il vero – ha posto l’accento sulla questione culturale. Noi, come sapete, da sempre proviamo a dire proprio questo: se nessuno si preoccupa di mettere in condizione le persone di stare online e di utilizzare gli strumenti digitali in modo consapevole, se i rappresentanti dei Governi autorizzano o invocano a gran voce l’intervento delle stesse OTT affinchè controllino o realizzino sistemi di controllo nella gestione dei dati medesimi; di cosa dovremmo poi lagnarci?

 

 

Il tema è indubbiamente centrale e investe tutti noi, non solo un manipolo di esperti, e partendo proprio dalle dinamiche più o meno chiare del rapporto tra  un social planetario con oltre due miliardi di iscritti e una società di analisi e marketing digitale forse potremo essere in grado d’ora in avanti di porre il senso reale del problema e di tentare di risolverlo,  chissà?

 

 

Come sostiene in un suo scritto Salvatore Iaconesi:

 

Vogliamo aggiustare problemi gravissimi, che minano alla base le nostre libertà e diritti, come le fake news, i populismi e le tante forme di violenza online e offline? Bene, non sarà qualche mirabolante algoritmo di Intelligenza Artificiale in grado di riconoscere automaticamente notizie e account falsi e censurarli a permetterci di risolvere questi problemi. Sarà una azione culturale, estetica, della comunicazione, il cui scopo sarà quello di portare le persone verso una sensibilità differente, verso uno spazio cognitivo diverso, verso una nuova immaginazione.

 

Dal canto nostro sul presunto scandalo facebook dopo aver le questioni della Privacy  e delle fake news (argomenti non centrali, come si è detto), vorremmo provare ad aggiungere un altro piccolo tassello di conoscenza. Negli ultimissimi giorni, nella scena aperta da Facebook e Cambridge Analytica di uno spettacolo sempre più intrigante, ha fatto irruzione un altro importante argomento: la campagna elettorale di Obama, quella della sua rielezione del 2012.   Su questo tema il nostro Marco Dal Pozzo ha provato ad approfondire ulteriormente il ragionamento ed è arrivato a queste conclusioni:

 

Nel dettagliatissimo pezzo a firma di Fabio Chiusi, pubblicato su Valigia Blu  si legge:

 

[…] la questione del microtargeting a usi politici non nasce con Cambridge Analytica, ma con la campagna del 2012 di Barack Obama. Allora si parlava di “Big Data”, e buona parte della copertura mediatica — con alcune lodevoli eccezioni — lo faceva non nei termini distopici di oggi, ma mostrando un incomprensibile entusiasmo. Per rendersene conto, basta guardare questo segmento della CNN, risalente proprio all’anno della rielezione del presidente democratico. “Migliaia di persone si erano iscritte a una app Facebook per la campagna”, spiegava Michael Schaerer. “Una volta iscritto, davi fondamentalmente alla campagna tutte le informazioni su chi fossero i tuoi amici”. Non solo: lo staff digitale della campagna quindi “sovrapponeva quei dati con i propri database, ed era così in grado di targettizzare le persone che volevano raggiungere”. Risposta dell’intervistatore: “ma è fantastico!”.

 

Ho ascoltato l’intervista : ad un certo punto Michael Schaerer dice: “[…] they were able to ask you to target the people they wanted to get out.” “Message your friend” era una delle raccomandazioni che venivano fatte ai sottoscrittori dell’app per convincere i loro contatti Facebook (quelli che con maggiore probabilità avrebbero risposto positivamente) ad agire per la campagna elettorale di Obama. Insomma, l’applicazione era un mezzo utilizzato dallo staff di Obama per aumentare il grado di coinvolgimento delle persone che l’avevano sottoscritta e per “utilizzare” i sottoscrittori come ripetitori e amplificatori del messaggio elettorale e moltiplicatori dei fondi per la campagna elettorale. Il target di una simile azione, quindi, era consapevole del messaggio elettorale perché questo gli giungeva in modo trasparente (un conoscente che gli bussava alla porta, per usare una metafora). Niente a che vedere con il modo – frutto del microtargeting di Cambridge Analytica – in cui, quattro anni dopo, sarebbe giunto il messaggio elettorale a favore di Trump.

 

Con la stessa premessa del pezzo di Valigia Blu, il video della CNN, giungo quindi ad una conclusione diversa: non si può mettere sullo stesso piano quello che venne fatto nel 2012 e ciò che è stato fatto nel 2016. Poco importano, in questo ragionamento, le deboli basi scientifiche dello psychographic targeting . Non è questo il punto.

 

Aggiungerei un altro paio di note.

 

La prima. Negli articoli e nei tweet che mi è capitato di leggere su questo specifico aspetto della vicenda, non ho trovato riferimenti al nome dell’applicazione della campagna di Obama. Nel caso in cui si trattasse di “Obama for America” , dovremmo dire che, prima ancora della trasparenza dei metodi di recapito del messaggio elettorale, trasparente sarebbe stata anche la raccolta dei dati. Anche qui: niente a che vedere con una raccolta fatta con una più generica “This is your digital life”.

 

La seconda. Si tratta di una intervista rilasciata al Foglio da Sasha Issenberg, giornalista ed esperto di digitale applicato alle campagne elettorali, autore di “The Victory Lab: The secret science of winning campaigns”, riassunta poi in un pezzo dedicato alla questione facebook/cambridge analytica dall’Agenzia Italia. Proprio in quel take di agi.it si legge: “gli esperti di Obama (e di altri dopo di lui) si sono sempre limitati, per così dire, alla raccolta dei dati inerenti a come gli elettori avevano votato in passato, alla loro adesione o registrazione a partiti politici, alle specifiche demografiche, alla sensibilità ad alcuni temi piuttosto che ad altri.  Con Cambridge Analytica c’è stato un salto di qualità. Si è passati, in sostanza e in sintesi, all’analisi profonda del profilo psicologico dell’elettore (50 milioni gli account analizzati da CA) grazie alla sistematica osservazione di qualsiasi click generato dall’utente su Facebook.”

Perché fare questa puntualizzazione? Perché sono convinto sia necessario sgombrare il campo da tutti gli argomenti accessori di questa vicenda: la scena di cui parlavo all’inizio deve avere un unico attore protagonista: non la privacy, non le fake news, non la campagna per Obama; ma l’algoritmo, la sua trasparenza e i suoi proprietari. Il resto non conta.
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