Un anno di Lsdi (Natale)

| 23 Dicembre 2018 | Tag:, , , ,

Come si creano le tradizioni? Non saprei proprio, noi nel nostro piccolo proviamo a crearne una realizzando in questo periodo dell’anno due pezzi antologici che raccontano il meglio o anche il peggio della nostra produzione giornalistica degli ultimi dodici mesi. Così abbiamo fatto dodici mesi fa, e così proviamo a fare oggi. Partiamo dal primo pezzo del 2018 apparso sulla home di questo blog, si intitolava: Fiducia, giornali, capitale sociale e altri accidenti e portava la firma del nostro associato Marco Dal Pozzo, ingegnere con la passione per il giornalismo. Il sottotitolo del pezzo di Dal Pozzo era contenuto nella foto che faceva da contraltare all’attacco del pezzo e che conteneva una frase davvero bellissima a nostro avviso: “fidarsi è bene na carbonara è mejo”. Nemmeno Trilussa, e chiediamo scusa al poeta, avrebbe saputo far meglio. Una sintesi perfetta per rilanciare in modo un pochino meno serio i temi trattati nel pezzo di Dal Pozzo che ponevano l’accento su questioni a noi molto care e che alla luce di quello che sta succedendo alla libertà di stampa e al diritto ad essere informati di tutti noi cittadini in sede di proposte governative su ventilati riassetti nel mondo del giornalismo e dell’editoria; appaiono oggi ancora più importanti e, oseremo aggiungere, necessarie.

 

 

” Io credo che una delle più importanti cause di fallimento di numerosi tentativi di salvataggio delle testate giornalistiche  – diceva all’inizio dell’articolo Marco Dal Pozzo – sia il loro guardare più agli interessi dell’Editore (che, mediamente, del ruolo sociale del giornalismo, vuole servirsi esclusivamente per “far soldi”) che agli interessi del lettore, il loro essere una questione più finanziaria che sociale “.  E introduceva concetti a lui e a noi molto vicini come quello di  “capitale sociale”.  Concetti contenuti nel suo libro-ricerca  sul modello etico di produzione delle notizie che si intitola 1 news 2 cent un modello sociale per l’editoria, 

 

 

Un pezzo davvero bellissimo, perdonateci la vanagloria, per iniziare l’anno 2018 quello di Dal Pozzo, dove si ragionava di tutti i temi su cui avremo basato proprio quest’anno il lavoro del nostro centro studi sul giornalismo. Concetti come il “digital divide”, inteso più come problema culturale che tecnologico, o come “la neutralità della rete” o ancora “la neutralità degli algoritmi”, hanno popolato e alimentato tutto il lavoro della nostra redazione e del gruppo di esperti che alimenta questo blog; ma sono stati anche la base per i contenuti della maggior parte degli speech che esperti di vario genere, cultura e preparazione,  hanno portato dentro ai nostri appuntamenti digit svoltisi nell’arco dell’anno che ora volge alla fine.  E proprio a #digitRoma del 2 febbraio sono dedicati gli articoli successivi pubblicati su questa bacheca fra il 15 gennaio e il 10 febbraio. Articoli introduttivi alla manifestazione svoltasi nel prestigioso salone Walter Tobagi della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e che è stata, bontà Vostra, un grande successo. E dove si è parlato del “modello sociale per il giornalismo” di Marco Dal Pozzo, del “giornalista per adesione” di Raffaele Fiengo, e soprattutto di Algoritmi e libera circolazione delle informazioni e conseguente formazione dell’opinione pubblica. Un inizio davvero col botto, per la nostra stagione di contenuti, considerato soprattutto che a #digitRoma si parlò con profetico anticipo anche di una cosetta da nulla che qualche settimana dopo avrebbe catalizzato l’attenzione del mondo intero e che sarebbe divenuta celeberrima come: “lo scandalo Cambridge analytica” e di cui anche noi avremo parlato a lungo in molti articoli a partire dal mese di marzo.

 

 

Dunque in un battibaleno, del resto a questo servono i pezzi antologici come questo, ci ritroviamo a fine marzo, non prima però di aver sottolineato doverosamente un articolo davvero importante, a nostro personalissimo avviso, uscito su queste colonne il 18 febbraio del 2018 e dedicato al meritorio, necessario, unico nel suo genere, oltrechè fondamentale, lavoro svolto dai colleghi di Ossigeno per l’Informazione. 

 

Colleghi che ritroveremo dal vivo il 14 e 15 marzo dell’anno prossimo nel nostro nuovo appuntamento digit che si terrà a Prato presso il Polo Universitario e che sarà denominato #digit19. SegnateVi già ora lo speech di Alberto Spampinato e Giuseppe Mennella che si intitolerà:

 

 

E’ finito l’ossigeno (una legge per la libertà di stampa, un art.51 per i giornalisti).  Che significa che nel nostro Paese i giornalisti, categoria da sempre più a rischio di querela per diffamazione, non hanno un tutela giuridica per adempiere al meglio al proprio mandato senza correre inutili rischi. In merito esiste solo una sentenza della Corte di Cassazione. Praticamente tutte le altre categorie professionali sono tutelate dalla legge. Come mai proprio i giornalisti non lo sono?

 

 

A proposito dello scandalo Cambridge Analytica e delle sue conseguenze nel mondo reale va citato un pezzo da noi pubblicato attorno alla fine di marzo e che riprendendo una suggestione di Salvatore Iaconesi si intitolava:  Verso una nuova immaginazione. Proprio gli spunti estratti da un altro articolo di Iaconesi e inseriti in quel pezzo sono a nostro avviso la parte più importante di tutto l’articolo medesimo,  scritto a molte mani e con la complicità sostanziale ancora una volta del nostro Marco Dal Pozzo. E proprio quell’estratto e quella citazione dagli scritti di Iaconesi vorremmo ancora una volta riproporre anche in questa sede:

 

 

Come sostiene in un suo scritto Salvatore Iaconesi:

 

Vogliamo aggiustare problemi gravissimi, che minano alla base le nostre libertà e diritti, come le fake news, i populismi e le tante forme di violenza online e offline? Bene, non sarà qualche mirabolante algoritmo di Intelligenza Artificiale in grado di riconoscere automaticamente notizie e account falsi e censurarli a permetterci di risolvere questi problemi. Sarà una azione culturale, estetica, della comunicazione, il cui scopo sarà quello di portare le persone verso una sensibilità differente, verso uno spazio cognitivo diverso, verso una nuova immaginazione.

 

 

Parole che dovrebbero essere incise a fuoco, a nostro avviso, nella memoria collettiva per  servire da monito e indicazione a chiunque e per ciascuno di noi, tutte le volte che si prova a pensare con serietà al periodo storico in cui stiamo vivendo, e che spesso noi stessi definiamo, forse in modo un pochino troppo superficiale, post rivoluzione digitale.

 

Siamo così arrivati quasi a metà anno e quindi alla fine di questo primo “articolo strenna natalizia” che riassume e ricorda il nostro lavoro nel 2018  che volge alla fine. Vale la pena ricordare l’esordio su queste colonne di un altro nostro associato, firma prestigiosa del giornalismo scientifico-ambientale, che risponde al nome di Sergio Ferraris. Nel suo scritto il collega torinese,  naturalizzato per lavoro nella Capitale,  racconta vicende ancora una volta profetiche e che contraddistinguono i nostri tempi più recenti e ancora di più si ripresenteranno nei prossimi mesi. Si parla di intelligenza artificiale, di rapporto uomo macchina, di machine learning:  tutti aspetti di una stessa vicenda che ha molto a che vedere anche con il giornalismo e che in epoca di 5g (il protocollo trasmissione dati di Quinta Generazione di cui parleremo a #digit19) diventerà sempre più di stretta attualità. Risalendo ancora  la china dei nostri ricordi scritti vanno segnalati certamente altri tre pezzi su tre diversi argomenti tutti ancora di strettissima attualità a distanza di mesi e qui pubblicati.

 

 

La crisi dell’Inpgi. L’istituto di previdenza dei giornalisti ha chiuso per la prima volta nella sua storia il proprio bilancio in passivo, e che passivo!

 

 

Dopo lo scandalo Cambridge Analytica il colosso dei social fondato e diretto da Mark Zuckerberg e che risponde al nome di Facebook chiede ripetutamente scusa a tutti, appare davanti a giudici e commissioni statali in America e in Europa e per mettere una pezza all’emorragia di dati perduti (non si sa ancora bene come e a causa di cosa e per colpa di chi ) aggiorna il proprio contratto con gli utenti e lo peggiora, anche molto, a nostro avviso. 

 

 

E come non sottolineare più e più volte il bellissimo articolo scritto ancora una volta da Marco Dal Pozzo in cui lo studioso abruzzese di giornalismo ci porta a fare delle considerazioni proprio sulla funzione della nostra professione suggerendoci una chiave di lettura altissima e nonostante i quasi cento anni passati dal lavoro da cui sono tratte ancora perfettamente coerenti,  allineate e in alcuni casi profetiche, di avvenimenti e comportamenti tipici del nostro quotidiano.  E proprio con un breve estratto da questo pezzo che propone un’intervista “impossibile” al sommo Antonio Gramsci che Vi vorremmo salutare per il momento ringraziandoVi della fiducia concessaci e augurandoVi,   da parte di tutto il nostro gruppo di lavoro,  un Natale sereno e gioioso!

 

 

Cosa ne pensa del finanziamento pubblico per la stampa?

 

 

 

Se la scuola è di Stato, perché non sarà di Stato anche il giornalismo, che è la scuola degli adulti?

 

 

 

E il lettore?

 

 

 

I lettori devono essere considerati da due punti di vista principali:
1) come elementi ideologici, “trasformabili” filosoficamente, capaci, duttili, malleabili alla trasformazione;
2) come elementi “economici”, capaci di acquistare le pubblicazioni e di farle acquistare ad altri. I due elementi, nella realtà, non sono sempre distaccabili, in quanto l’elemento ideologico è uno stimolo all’atto economico dell’acquisto e della diffusione.

Tuttavia, occorre nel costruire un piano editoriale, tenere distinti i due aspetti, perché i calcoli siano realisti e non secondo i propri desideri.
E’ osservazione diffusa che in un giornale moderno il vero direttore è il direttore amministrativo e non quello redazionale.

 

 

 

Ma cosa deve fare un giornale per il proprio lettore?

 

 

 

Il lettore comune non ha e non può avere un abito “scientifico” che solo viene dato dal lavoro specializzato: occorre perciò aiutarlo con una attività letteraria opportuna. Non basta dargli dei concetti storici; la loro concretezza gli sfugge: occorre dargli serie intere di fatti specifici, molto individualizzati.

 

 

 

Come gli può essere garantito pluralismo? Con quale linguaggio?

 

 

 

Tramite rassegna stampa. A tal proposito occorre distinguere tra la rassegna stampa dei giornali di informazione e quella dei giornali di opinione: la prima è anch’essa un servizio di informazione, cioè il giornale dato offre quotidianamente ai suoi lettori ordinati e rubricati i giudizi sugli avvenimenti in corso pubblicati dagli altri giornali; nei giornali d’opinione la rubrica ha un’altra funzione: serve per ribadire i propri punti di vista.

Le trattazioni devono essere veramente pratiche, cioè devono riallacciarsi a bisogni realmente sentiti ed essere, per la forma d’esposizione, adeguate alla media dei lettori.

 

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