La libertà non è un algoritmo

| 15 maggio 2018 | Tag:, , , , , , ,

Qualche settimana fa è uscito per Donzelli editore l’ultimo libro di Michele Mezza “Algoritmi di libertà”. Il giornalista televisivo della Rai ora docente all’Università Federico II di Napoli da tempo si occupa dei temi del software e dell’intelligenza artificiale e da poco più di un anno ci accompagna dentro i nostri appuntamenti pubblici di digit –  che nel 2018 si sono moltiplicati e spostati dalla Toscana  in giro per l’Italia – e che proprio quest’anno abbiamo pensato di dedicare al tema degli algoritmi. Nel suo libro Mezza affronta con attenzione, ricchezza e accuratezza di fonti documentali l’argomento dell’uso e, spesso, l’abuso da parte di alcuni soggetti degli algoritmi, riferendosi in particolare allo sfruttamento massiccio dei dati, perlopiù nostri,  da parte delle società proprietarie dei medesimi algoritmi per realizzare un sorta  di controllo sociale. Abbiamo letto con attenzione il saggio di Mezza  e ve ne vorremmo proporre in estratto in due differenti articoli alcuni passaggi che riteniamo possano essere particolarmente significativi. Buona lettura della prima parte del dossier!

 

 

 

In apertura del volume l’autore affronta il tema delle ultime elezioni politiche in Italia in chiave “algoritmica” e dice fra l’altro:

 

 

 

“… gli automatismi della rete, in particolare i bot editoriali e i big data predittivi, con la loro capacità di sagomare i social, sono stati i veri titolari dei voti, persino più dei partiti;  è stata disancorata dalla realtà ogni cultura che preludesse a un’alternativa politica, o anche solo a una robusta integrazione delle dinamiche e dei beneficiari dell’attuale modello di sviluppo, e come soggetto delle variabili in gioco per il governo”.

 

 

 

“Ora dobbiamo misurare gli effetti, e soprattutto concorrere a individuare cause e contro-strategie per capire come si può rafforzare, e non neutralizzare, la democrazia al tempo della rete. Ma soprattutto dobbiamo innescare ricerche e produrre riflessioni che siano in grado di misurarsi su questa inedita questione: la potenza digitale, con la sua pratica di profilazione, e la sua capacità di personalizzazione dei messaggi, è in grado di convivere con le procedure e le ritualità di una democrazia rappresentativa, tarata e cadenzata sui tempi e i linguaggi di una società di massa, dove i media erano amplificatori e non ingegneri di relazioni sociali dirette?”

 

 

 

Bussole non orologi

” … come civilizzare e rendere fruibile democraticamente una complicata e ramificata società ordinata in maniera sempre più pressante da un potere basato sulla potenza di calcolo. Un potere o una funzione, ci si continua a chiedere?
Arthur Samuel, uno di quella cerchia di sciamani dell’intelligenza artificiale che proprio negli anni cinquanta pianificarono lo sviluppo del computer, che nel 1959, lo stesso anno del discorso di Olivetti sulle tecnologie di libertà, spiegava che a caratterizzare gli algoritmi era «la loro capacità di apprendere senza
essere esplicitamente programmati». In questo spazio concettuale descritto dalla capacità di apprendere e dal limite della loro programmazione si esplica questo nuovo potere del calcolo, inevitabilmente orientato dai proprietari dei sistemi e piattaforme di connessione, che usa la libertà come brand e non come valore. In questo gorgo, come dice Alan Turing, uno dei pochi padri originari di questo mondo, dati e programmi diventano digitalmente indistinguibili”.

 

 

 

Pensare è calcolo

“E soprattutto dobbiamo ricordare che l’algoritmo non è la trincea di una fantascientifica contrapposizione fra uomini e macchina, ma rimane l’ultimo strumento di una volontà di primato di alcuni uomini, autori e proprietari di questi software, sulla stragrande maggioranza di esecutori.
Sintetizza meglio questo assunto che proponiamo nel nostro libro Nicholas Carr, uno dei più tormentati pionieri della rete e oggi spietato critico del proprio entusiasmo digitale che ci ricorda che colui che
determina i meccanismi dell’automatizzazione finisce per controllare la società intera”.

 

 

La direzione conta non la velocità

“In una lettera scritta nel 1910, i fratelli Wright, i padri del volo umano, affermano che sempre l’abilità del pilota prevarrà sulle soluzioni della macchina. Non era un’affermazione gratuita o retorica. già allora, attorno ai primi prototipi di aereo si stava discutendo del livello di autonomia dell’uomo dalle macchine. E l’aereo, se ci pensiamo, è forse l’ambiente dove questa autonomia è stata già del tutto cancellata, quasi inavvertitamente, da parte nostra, con forme di automatizzazione che hanno sostituito radicalmente le abilità: ci stiamo dimenticando come si fa a volare, commentava l’associazione dei piloti americani nel 2011 all’indomani dell’ennesimo incidente causato da un uso esasperato degli automatismi”.

 

 

 

“L’automazione non si limita a rimpiazzare l’attività umana, ma la cambia, e spesso in modi non previsti ne voluti dai progettisti. Il motore di questo processo socio-tecnologico non è una generica conoscenza. È un pensiero calcolante che elabora specificatamente soluzioni matematiche al fine di risolvere, automaticamente, ogni problema, con l’ambizione che ogni soluzione sia data come unica e immutabile. Più sinteticamente: l’algoritmo”.

 

 

 

“Come la mettiamo però quando il matematico è direttamente un algoritmo? Ossia quando un sistema algoritmico ha interiorizzato capacità adattive e di autoapprendimento tali da permettergli di generare altri algoritmi, altri meccanismi dotati di proprietà simboliche e intuitive?  Il filosofo Umberto Galimberti ci illumina su questo. Nel suo libro Psiche e techne scrive: Il grande capovolgimento è dovuto al fatto che, superato un certo livello, la tecnica cessa di essere un mezzo nelle mani dell’uomo per divenire un apparato che include l’uomo come suo funzionario”.

 

 

 

Da macchina a uomo

” Quella che abbiamo dinanzi è infatti la più straordinaria opportunità di realizzare quello che Adriano Olivetti vedeva come obiettivo delle nuove tecnologie informatiche, che attraverso la moltiplicazione di sempre più complessi ed esatti apparati di automazione, sta avviando l’uomo verso una nuova condizione di libertà e di conquiste.

… fino a oggi è mancato: una capacità di elaborare e praticare forme di negoziazione attiva e consapevole che cogliesse le potenzialità dei nuovi processi tecnologici riducendo i rischi di degenerazione. Non ci sono traditori in Internet, ma solo vincitori di questa prima fase, come appunto gli Over-The-Top. Ora bisogna capire come giocare il secondo tempo. Cancellando ogni illusione e mistificazione circa l’eventualità che il mondo possa migliorare automaticamente”.

 

 

Ballare con gli oranghi

” Mentre i proprietari dei sistemi di calcolo stanno organizzando il passaggio ai sistemi quantici, la cultura politica istituzionale degli Stati discute ancora di ferro e bronzo. Tematizzare le forme di incontro e contaminazione fra questi due universi – quello privato, sempre più freneticamente proteso a riordinare le relazioni umane attraverso il calcolo, e quello pubblico, curvo su ansie identitarie e puramente conservative – è la fatica della politica che si trova dinanzi una contrapposizione che non riesce a mediare. Si profila una sorta di nuova lotta sociale che non vede contrapposti, secondo tradizionali suggestioni fuorvianti, umani e macchine, quanto invece alcuni soggetti umani che hanno interessi e obiettivi diversi in base al proprio controllo dei sistemi di calcolo”.

 

 

Le rette si incontrano sempre

” Potremmo dire che siamo passati dal dominio dei persuasori occulti di Vance Packard della fine degli anni cinquanta, in cui si sanciva la supremazia dei produttori sui consumatori, proprio grazie alla capacità dei primi di imporre ai secondi bisogni e desideri con l’uso concertato dei mass media, a un’economia informazionale, basata sulla centralità dei distributori, meglio, dei connettori, che gestiscono lo scambio permanente e progressivo di dati, permettendo a ognuno, in ragione della quota di dati ai quali si permette l’accesso, di poter partecipare al gioco del big data, prevedendo o predicendo la volontà dei propri clienti o utenti. Solo pochi soggetti, gli Over-The-Top, hanno la visione completa, surrogando ogni primato istituzionale. Produttori, consumatori e istituzioni statali diventano puri utenti di pochissimi gatekeeper, che alzano o abbassano la sbarra di accesso ai dati, e dunque al senso “.

 

 

Lo Stato come Leviatano?

“In questo quadro dunque si ripropone l’antica questione del capitalismo moderno: come dare regole propulsive all’espansione dei poteri di controllo di pochi grandi operatori del mercato? Sono questi operatori la fonte dei pericoli, non le istituzioni pubbliche che cercano di limitarli, o invece, come gli stessi giganti digitali accreditano, oggi è lo Stato il vero pericolo nelle relazioni digitali?

 

 

 

Il punto è infatti come rendere esplicite e trasparenti la logica e la modalità di funzionamento dell’algoritmo che media e performa le nostre azioni in rete, più che accompagnare nuovi clienti nel mercato digitale. La rete è certamente una frontiera avanzata, della quale bisogna diffondere logica e linguaggio, ma in maniera consapevole e critica, non in virtù di un determinismo tecnologico per cui l’accesso è comunque un valore in sé. Fondamentale da questo punto di vista è il comma 5 dell’articolo 3 della Carta dei diritti della rete, sull’uso consapevole della rete e per uno scambio egualitario di saperi e dati. Se non si vuole lasciare nel novero dei formalismi astratti questo principio bisogna calarlo nelle dinamiche conflittuali contemporanee: una comunità, un paese, un individuo è consapevole e autonomo se ha visione e sovranità sui saperi e le istruzioni che guidano le soluzioni digitali. È per questo indispensabile definire procedure che rendano esplicita l’adozione della tipologia di algoritmo che è connessa a un servizio online: come per l’acqua minerale, devi dirmi che proprietà e quali componenti sono usate per realizzare quel servizio” .

 

 

I numeri fanno la rivoluzione

L’intelligenza connettiva, come direbbe Derrick de Kerckhove, è stata il motore di un nuovo Rinascimento, che cambia radicalmente le regole del gioco. Ma come spiega uno dei padri della rete, Tim berners-Lee, internet non è una rivoluzione tecnologica ma un’innovazione sociale.

 

 

 

“Il calcolo come linguaggio celebra la combinazione di tecnica e scienza. gli artigiani diventano ingegneri, che cominciano a selezionare una propria estetica, e dunque un linguaggio di affabulazione sociale. Arriviamo a qualche decennio dopo Galileo, che già ci spiegava come il libro della vita fosse scritto con il linguaggio della matematica, quando, prima con Newton, e poi con Joseph Raphson, l’algoritmo da effettivo diventa efficiente, diviene cioè un processo organizzativo e produttivo dell’attività umana, in cui la sua elaborazione è la fonte di governo e di potere sulle soluzioni dei problemi. Il calcolo non è più accademia ma diventa fabbrica”.

 

 

 

Il bivio degli algoritmi

” Se un algoritmo è efficiente perché è finalizzato a risolvere un problema con una procedura che implica un pensiero da parte di chi lo utilizza, allora questo meccanismo deve essere decifrabile e contrattabile. Tanto più se la sequenza operativa diventa veloce e incontrollabile”.

 

 

 

 

Pedro Domingos, il sociologo portoghese che ha sviluppato la tesi dell’algoritmo definitivo nel suo saggio omonimo, ci dice appunto che: l’evoluzione è un algoritmo. Parafrasando Charles Babbage, il
pioniere vittoriano del computer, Dio non creò la specie, ma l’algoritmo per crearle. Attorno a noi tutto diventa algoritmo, o, per seguire Domingos, si rivela come origine di un algoritmo. A cominciare dalla stessa struttura e forma della specie umana. Questo dimostra il sistema Crispr-Cas9, noto altrimenti come le forbici molecolari. Si tratta di un enzima che permette, con competenze non superiori a quelle di uno studente del secondo anno di medicina, di intervenire sul Dna nel punto prescelto, e dunque di poter sagomare la struttura di base di un essere umano. Si tratta di una straordinaria risorsa per le terapie di malattie oggi considerate incurabili. Non sfugge però l’ambivalenza che contiene il dispositivo genetico, in grado di poter riprogrammare radicalmente il principio vitale. Come riconosce Jennifer Doudna, la brillante ricercatrice dell’Università di Berkeley, che ha contribuito alla scoperta, in una sua intervista dell’estate del 2017: Questa è una tecnologia che rivoluzionerà la farmacologia e l’agricoltura per prime. Ma certo, ci sono dei pericoli in teoria. In aree geografiche meno regolate rispetto all’Occidente, ci si potrebbe spingere fino al genoma umano. Usare il Crispr Cas9 a scopo di ricerca sugli embrioni credo sia legittimo, certe malattie si sviluppano infatti nei primi stadi della vita. Cambiare caratteristiche somatiche a piacere dei genitori, invece, non sarebbe accettabile “.

 

 

 

 

” È mai possibile, come si chiede il Pontefice, mettere in poche, e per giunta non note, mani la possibilità di riprogrammare l’evoluzione della nostra specie? ”

 

 

“Le ricerche sulle patologie sociali più devastanti che riguardano appunto l’efficienza del cervello, insieme allo sviluppo della sensoristica neurale, ci portano ormai sulla soglia di opzioni che rendono plausibile instaurare contatti diretti fra microchip e cervello, sulla base della mappatura sinaptica dei nostri circuiti cerebrali.
Un potere da Dio, dice Harari, che non può non essere sottoposto a un vincolo pubblico, come la salute e le forme di cura sono sempre state nella civiltà moderna. Curare il corpo e modificarne struttura e funzionamento non è funzione che può rimanere in ambiti privati e proprietari. Questo è quanto Stefano
Rodotà chiamerebbe appunto tecnopolitica e che dopo queste elezioni è diventato politica tout court “.

 

 

 

La circolarità come diritto

” La circolarità del sistema, in questa concezione del ripristino, ci porterebbe infatti da un mercato
caratterizzato da pochi produttori con infiniti consumatori a un altro sterminato ecosistema di auto-
comunicazione di massa, come dice Castells. Da tanti a tanti, sempre. Questa è la bandiera che non si
può più ammainare”.  

 

 

” Un dato mostra il potere dei nuovi sovrani, rappresentando la sostituzione avvenuta nell’informazione fra media tradizionali, che pubblicano e trasmettono notizie, e service provider digitali, che connettono 4 miliardi di individui per spostare e commercializzare ogni possibile bene: il gafam, acronimo che abbiamo già incontrato (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft), nel 2005 fatturava complessivamente 28,7 miliardi di dollari; solo 11 anni dopo, nel 2016, sono arrivati a 350 miliardi. Nei 12 mesi successivi hanno superato i 400 miliardi. Una progressione che nessuna economia sul pianeta ha mai concepito. Una monarchia che nessuna epoca storica ha potuto conoscere “.

 

 

It from bit

” Che l’intelligenza dell’informazione sia oggi il principio propulsivo della nostra società ce lo spiega, con una fulminante definizione, John Archibald Wheeler, il più longevo fra i collaboratori di Albert Einstein, che prima di lasciarci, nel 2008, con pochi monosillabi oracolari fissò l’essenza della modernità: it from bit, tutto è informazione, tutto è intelligenza. Meglio, tutto è informazione intelligentemente prodotta e distribuita. Infatti i bit che Wheeler cita come sinonimo dell’informazione sono proprio le unità di base di quell’intelligenza digitale che è contenuto e vettore della comunicazione, i bit sono i taxi delle notizie. Meglio ancora sono l’Uber dell’informazione, ossia non sono veicoli condotti da soggetti professionali e specializzati, ma sono normali automobili private, guidate da semplici individui, che occasionalmente trasportano e trasmettono le notizie “.

 

 

Segui la pubblicità

” Nel nuovo sistema l’informazione intelligente procede per relazioni fra community e non più per svelamento di singole fonti. E questo cambia ogni elemento e dinamica del mercato delle notizie “.

 

 

 

Il messaggio è il movimento l’algoritmo è il messaggio

” È il movimento del messaggio più che il suo senso a dare forma all’informazione. Si rovescia l’impostazione di Benjamin che vedeva al centro la partecipazione del lettore. Il pendolo comincia a spostarsi verso le nuove tecnicalità dell’informazione. In una logica dove è appunto il cerchio, o la sfera, la figura che rappresenta il flusso della comunicazione diventa infatti essenziale congiungere permanentemente tutti i punti di una community per realizzare l’informazione “.

 

 

 

 ” Si delinea così il nuovo conflitto sociale che sostituisce il dualismo fra capitale e lavoro del secolo scorso e che si misura proprio nel ciclo dell’informazione. al centro della contesa il vaticinio di Marshall McLuhan: «Il medium è il messaggio». Ma cosa è il medium: l’utente o il software? La risposta ci viene da un elemento che intensificandosi trasforma radicalmente l’intero scenario della comunicazione: la velocità. È la velocità che rende oggi il processo informativo non più gestibile, artigianalmente, dalle figure professionali, ma inevitabilmente surrogato da automatismi algoritmici. Potremmo dire che più corre la velocità e meno l’informazione è socialmente controllabile. Con la velocità la bilancia digitale, nel dualismo fra utente e software, pende inesorabilmente per la tecnicalità. L’algoritmo diventa il messaggio “.

 

 

 

Il software è il contenuto

” Giornalisti, medici, inventori, docenti, consulenti, amministratori, politici, scrittori, imprenditori,
tutte le figure che si trovano a vivere oggi, e dunque a farsi mediare da algoritmi di cui non conoscono la
policy (le regole che si danno i dispositivi per funzionare) né hanno modo di definirne la literacy (le regole che si danno gli utenti per usarli), sembrano tesi solo a trovare scorciatoie per ottimizzare l’uso di questi dispositivi, ignorando che il tema centrale, di cui tutto il resto è puro indotto, è completamente un altro: la consapevolezza nel coinvolgimento nei sistemi algoritmici. Uno dei più sensibili letterati italiani, Italo Calvino, nelle sue Lezioni americane, l’ultima sua opera, lasciata incompiuta, trovò la strada per comprendere quale fosse l’incombenza che schiacciava oggi l’uomo: il software è tutto “.

 

 

 

 

Un’azione incosciamente eseguibile

” L’informazione, nelle sue più diverse dinamiche operative e organizzative, si realizza proprio nell’applicazione di un vincolo algoritmico, un comando del software: operatori e utenti si ritrovano alle prese con potenze intelligenti che sono inconsciamente eseguibili. Il centro del potere che determina quel riflesso inconscio è fuori dalla visuale degli attori sociali. Si scrive per essere letti da un algoritmo, si legge quello che seleziona un algoritmo “.

 

 

 

Dalla libertà d’informazione alla libertà per le (sole) informazioni

” L’intromissione di Google, Apple e Facebook nelle istituzioni, con il più grande e poderoso sforzo di persuasione lobbistica che si sia mai visto sulla scena moderna, o nelle università, con il finanziamento di corsi di specializzazione e di master, ha come obiettivo proprio questa identificazione fra libertà e singole forme dell’informazione. Esattamente come nella precedente stagione della produzione industriale di massa la libertà delle merci sostituiva e surrogava la libertà delle persone. Un concetto che muta la dinamica dei diritti e soprattutto la stessa consistenza dell’autonomia “.

 

 

 

 

La rete non è un medium

” Paradossalmente proprio l’irruzione sulla scena di una folla di testimoni e di follower che allagano la rete con un profluvio di testimonianze, che diventano veri e propri reportage, grazie alla miniaturizzazione dei sistemi mobili di comunicazione, rende indispensabile l’uso di strumenti digitali di grande potenza e intelligenza che permettano di selezionare e rintracciare nel marasma informativo la singola notizia.
È il mercato di Google, dove è il research machine a decidere, e ora di Facebook, dove è la relazione social a incanalare la convergenza fra partecipazione e tecnologia. Il sorpasso fra Facebook e Google, fra relazione e ricerca, indica quale sia la matrice sociale dei nuovi meccanismi dell’informazione: la socialità rispetto all’attendibilità. Un cambiamento che rivela come la rete non sia un medium, ma una protesi pervasiva della nostra vita in cui l’informazione è l’essenza stessa della relazione sociale e non più il contenuto di un’attività professionale “.

 

 

 

 

” Il medium di questa transizione è ancora la velocità, ossia l’identificazione nell’unità di tempo e di spazio fra l’evento e la sua notizia. Siamo a quella che abbiamo definito altrove la sesta W del giornalismo, ossia insieme alle canoniche 5 W tradizionali (Who, What, When, Where, Why) la W di While, di quel mentre che fissa l’identificazione fra l’evento e la sua informazione anzi, ancora di più, fra il dispiegamento del fatto e la sua analisi “.

 

 

 

” Potremmo dire che i media vengono logorati mediante la velocità di consumo delle notizie. Una parabola amara per questi sistemi, dalle prime comunicazioni con fumo e fuoco, fino alle forme elettriche dell’informazione con il telegrafo, il telefono, la radio e la tv, che aveva archiviato il mondo precedente proprio con il primato della velocità di trasmissione. Ora la connessione rende desueta la trasmissione. Si riproduce quel meccanismo che Illich descrive nel libro “Nella vigna del testo”, sul potere della portabilità del libro rispetto alla pergamena. Nel nostro caso siamo alla portabilità del panopticon, che permette a ognuno di noi di essere permanentemente regista dello streaming del mondo, facendoci condividere il controllo sociale di tutti “.

 

 

 

 

Fine della prima parte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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