In attesa di diventare dei (2)

| 16 Dicembre 2018 | Tag:, , , , , , , , ,

Questo il titolo che abbiamo scelto per la prossima edizione di digit. La nostra manifestazione itinerante sul giornalismo e la comunicazione digitale torna in Toscana dopo due appuntamenti fuori porta e torna nel formato originale quello più lungo e articolato in 2 giorni di eventi. Torniamo nella nostra sede originale a Prato e in particolare il 14 e 15 marzo del prossimo anno presso il Polo Universitario pratese: il PIN. Proveremo anche a digit a parlare di molte delle cose contenute in questo libro di  Yuval Noah Harari  che si chiama HOMO DEUS e che qui per la seconda volta  Vi raccontiamo nelle sue fasi salienti. Lo facciamo come sempre riportando le parti di esso che ci sono parse particolarmente significative. Lo facciamo sottolineando alcuni specifici estratti di queste parti che abbiamo estrapolato per orientare le Vostre future scelte di lettura, senza privarVi della gioia di scoprire cosa contiene il testo nella sua interezza. Il professore israeliano che insegna storia all’ Università Hebrew di Gerusalemme, non è solo uno storico  ma è soprattutto uno scrittore, un saggista a larga diffusione, un autore davvero godibile nonostante la complessità dei suoi testi;  e dopo “Homo deus” il suo penultimo lavoro, che ha venduto oltre 5 milioni di copie, è tornato in libreria proprio quest’anno con un altro saggio davvero suggestivo e illuminante che si intitola 21 LEZIONI PER IL VENTUNESIMO SECOLO . Un’ opera da leggere se siete appassionati di “futuro” e che molto presto vi racconteremo anche qui su queste pagine. Intanto se vorrete potrete sentire il racconto critico del nuovo libro di Harari, al prossimo digit a Prato, realizzato  dal giornalista e saggista italiano, grande esperto della “questione algoritmica” :  Michele Mezza.  Vi aspettiamo a marzo a Prato, intanto riprendiamo  la nostra personalissima narrazione di “Homo deus” con  la seconda parte dei nostri appunti di lettura. Buon proseguimento e grazie!

 

 

 

PARTE SECONDA: HOMO SAPIENS DA UN SENSO AL MONDO

 

 

I narratori

 

 

Prima dell’invenzione della scrittura le storie erano limitate a causa della ridotta capacità del cervello umano. Non aveva senso inventare storie oltremodo complesse che la gente non sarebbe stata in grado di ricordare. Ma grazie alla scrittura all’improvviso fu possibile creare storie estremamente lunghe e intricate, che venivano immagazzinate su tavolette e papiri piuttosto che nelle teste umane.

 

 

La scrittura ha così dato agli uomini la facoltà di organizzare intere società secondo algoritmi.

 

 

Nelle società analfabete la gente compie tutti i calcoli e prende tutte le decisioni affidandosi unicamente alla propria testa. Nelle società alfabetizzate le persone sono organizzate in reti, cosicché ciascun individuo costituisce soltanto un piccolo tassello di un enorme algoritmo, ed è l’algoritmo nel suo insieme che prende le decisioni importanti.

 

 

Pensate per esempio a un ospedale moderno. Quando arrivate, la receptionist vi porge un modulo standard e vi pone un elenco predefinito di domande. Le vostre risposte sono inoltrate a un’infermiera che le confronta con i regolamenti dell’ospedale per decidere quali esami preliminari farvi fare. Quindi vi misura, diciamo, la pressione sanguigna e il battito cardiaco, e vi preleva un campione di sangue. Il dottore in servizio visiona i risultati del test iniziale e segue uno stretto protocollo nel determinare a quale reparto assegnarvi. Nel reparto in questione siete sottoposti a esami molto più approfonditi, come quelli a raggi X o con la scansione fMRI, previsti da voluminose direttive sanitarie. Gli specialisti quindi analizzano i risultati in base a ben noti archivi di dati statistici, decidendo quali medicine prescrivervi o a quali ulteriori esami sottoporvi.

 

Questa struttura algoritmica assicura che non è davvero importante chi si trova alla reception, chi ricopre i ruoli dell’infermiera o del dottore in servizio. Il tipo di personalità, le opinioni politiche e gli umori momentanei sono irrilevanti. Finché tutti costoro seguono i regolamenti e i protocolli, hanno buone possibilità di curarvi. Secondo l’ideale algoritmico, il vostro destino è nelle mani del “sistema” e non nelle mani di mortali in carne e ossa a cui accade di occupare questo o quel posto.

 

Ciò che è vero per gli ospedali è vero anche per gli eserciti, le prigioni, le scuole, le società per azioni — e per gli antichi regni.

 

 

Vivere sulla carta

 

 

La sacralità dei documenti scritti ha avuto spesso effetti molto meno positivi. Dal 1958 al 1961 la Cina comunista intraprese il Grande balzo in avanti, quando Mao Tse-tung decise di trasformare rapidamente la Cina in una superpotenza. Con l’intenzione di usare il surplus della produzione di cereali per finanziare ambiziosi progetti industriali e militari, Mao ordinò che la produzione agricola raddoppiasse e triplicasse. Dagli uffici del governo a Pechino le sue impossibili richieste percorsero tutta la piramide burocratica, attraverso le amministrazioni provinciali, giù giù fino ai capi villaggio. I funzionari locali, terrorizzati dal manifestare qualsiasi perplessità e desiderosi di compiacere i loro superiori, misero insieme rapporti di fantasia relativi a sensazionali aumenti della produzione agricola. Quando queste cifre artefatte percorsero al contrario l’intera gerarchia burocratica, ogni funzionario le esagerò ulteriormente, aggiungendo uno zero qua e là con un tratto di penna. Di conseguenza, nel 1958 il governo cinese ricevette resoconti secondo cui la produzione annuale di cereali era il 50% più alta di quella effettiva. Sulla base di tali rapporti, il governo vendette milioni di tonnellate di riso ai paesi stranieri in cambio di armi e macchinari pesanti, ritenendo che ne sarebbe rimasto abbastanza per nutrire la popolazione cinese. Il risultato fu la peggiore carestia della storia e la morte di decine di milioni di cinesi. Nel frattempo gli entusiastici rapporti sul miracolo agricolo cinese si diffondevano per il mondo. Julius Nyerere, il presidente idealista della Tanzania, rimase profondamente impressionato dal successo cinese. Per modernizzare l’agricoltura della Tanzania, Nyerere decise di fondare fattorie collettive sul modello cinese. Quando i contadini si rifiutarono di obbedire a questo progetto, Nyerere inviò l’esercito e la polizia per distruggere i villaggi tradizionali e ricollocare con la forza centinaia di migliaia di contadini nelle nuove fattorie collettive. La propaganda di governo dipingeva le fattorie come paradisi in miniatura, ma molte di esse esistevano soltanto nei documenti governativi. I protocolli e i rapporti scritti nella capitale Dar es Salaam riferivano che in una certa data gli abitanti di un certo villaggio erano stati trasferiti in una certa fattoria. In realtà, quando gli abitanti dei villaggi raggiunsero le loro destinazioni non vi trovarono alcunché. Nessuna abitazione, nessun campo, nessun arnese. I funzionari tuttavia registrarono nei loro rapporti un grande successo per se stessi e il presidente Nyerere. In effetti, in meno di dieci anni la Tanzania fu trasformata dal più grande esportatore di cibo dell’Africa in un importatore di cibo che non era in grado di nutrire la sua popolazione senza un aiuto esterno. Nel 1979, il 90% dei contadini della Tanzania viveva nelle fattorie collettive, ma generava soltanto il 5% della produzione agricola del paese.  Benché la storia della scrittura sia piena di simili contraffazioni, i benefici di una macchina amministrativa più efficiente si sono rivelati di solito vantaggiosi, almeno dal punto di vista dei governi. Nessun governante ha potuto resistere alla tentazione di alterare la realtà con un tratto di penna, e se le conseguenze sono state disastrose, il rimedio è sembrato essere la stesura di rapporti ancora più voluminosi e l’emanazione di codici, editti e ordini in maggiore quantità. Il linguaggio scritto può essere ritenuto uno strumento modesto per descrivere la realtà, ma nel tempo è diventato un mezzo assai potente per rimodellare la realtà. Quando i rapporti ufficiali non combaciano con la realtà oggettiva, è spesso la realtà che ha la peggio. Chiunque abbia mai dovuto relazionarsi con le autorità fiscali, il sistema educativo o qualsiasi altra complessa burocrazia sa che la verità c’entra poco. Quello che è scritto sul vostro modulo è molto più importante.

 

 

Sacre scritture

 

Ma è proprio vero che quando un testo e la realtà non combaciano è la realtà talvolta ad avere la peggio? Non si tratta di una calunnia tanto diffusa quanto esagerata sui sistemi burocratici? La maggior parte dei funzionari — quelli che servivano il faraone o Mao Tse-tung — era ragionevole e certamente avrebbe ribattuto con la seguente spiegazione: “Usiamo la scrittura per descrivere la realtà dei campi, dei canali e dei granai. Se la descrizione è accurata, prenderemo decisioni realistiche. Se la descrizione non è accurata, provocheremo carestie e persino ribellioni. Quindi noi, o gli amministratori di un qualche futuro regime, impariamo dagli errori e ci sforziamo di produrre descrizioni più veritiere. Così nel corso del tempo i nostri documenti sono destinati a diventare ancora più precisi.” Questo è in qualche modo vero, ma ignora una dinamica storica opposta.

 

 

Quando le burocrazie accumulano potere diventano immuni ai loro stessi errori. Invece di modificare le loro storie per adeguarle alla realtà, esse possono cambiare la realtà per adattarla alle loro storie. Alla fine la realtà esterna combacia con le loro fantasie burocratiche, ma soltanto perché i funzionari forzano la realtà fino a tal punto.

 

 

Per esempio, i confini di molte nazioni africane non tengono in considerazione il corso dei fiumi, le catene montuose e le rotte commerciali, dividono zone storiche ed economiche senza alcuna necessità e ignorano le locali identità etniche e religiose. La stessa tribù può trovarsi suddivisa fra più paesi, mentre un solo paese può incorporare pezzi di numerosi clan rivali. Questi problemi assillano le nazioni di tutto il mondo, ma in Africa sono particolarmente gravi poiché i moderni confini africani non riflettono i desideri e le lotte delle popolazioni locali. Essi furono disegnati da burocrati europei che non avevano mai messo piede in Africa. Alla fine del XIX secolo molte potenze europee rivendicavano i propri diritti sui territori africani. Temendo che la rivendicazione di questi diritti avrebbe portato a una guerra totale in Europa, le parti implicate si riunirono a Berlino nel 1884 e suddivisero l’Africa come se si trattasse di una torta. A quell’epoca gran parte delle zone interne africane era del tutto sconosciuta per gli europei. I britannici, i francesi e i tedeschi possedevano accurate mappe delle regioni costiere africane, e sapevano con esattezza dove il Niger, il Congo e lo Zambesi si tuffavano nell’oceano. Ma non sapevano granché del corso di questi fiumi nell’entroterra, dei regni e delle tribù che vivevano lungo le loro sponde, delle religioni là praticate, della loro storia e geografia. I diplomatici europei non tennero in alcuna considerazione tutto ciò: srotolarono una mappa semivuota dell’Africa su un tavolo berlinese ben lucidato, disegnarono poche linee qua e là e si suddivisero il continente. Quando, a tempo debito, gli europei penetrarono nelle regioni interne dell’Africa, armati della loro mappa frutto di tali accordi, scoprirono che molti dei confini disegnati a Berlino rendevano scarsa giustizia alla realtà geografica, economica ed etnica africana. Ad ogni modo, per evitare di riaprire le discussioni gli invasori si attennero ai loro accordi, e queste linee immaginarie divennero gli effettivi confini delle colonie europee. Durante la seconda metà del XX secolo, quando gli imperi europei andarono in pezzi e le loro colonie ottennero l’indipendenza, i nuovi paesi accettarono i confini coloniali, per paura che frontiere alternative avrebbero provocato conflitti e guerre senza fine. Molte delle difficoltà incontrate dai paesi africani fino ai giorni nostri hanno origine nel fatto che i loro confini hanno poco senso. Quando le fantasie scritte delle burocrazie europee incontrarono la realtà africana, la realtà fu obbligata ad arrendersi.

 

 

Ma funziona!

 

 

Le reti di cooperazione umana di solito valutano se stesse secondo parametri di loro invenzione e, non sorprendentemente, spesso si assegnano voti alti. In particolare, le reti umane costruite in nome di entità fittizie — gli dèi, le nazioni e le società per azioni — di solito giudicano il loro successo dal punto di vista delle stesse entità fittizie. Una religione ha successo se segue i comandamenti divini alla lettera; una nazione è gloriosa se promuove l’interesse nazionale; una società per azioni è prospera se genera un mucchio di soldi. Quando si esamina la storia di una qualunque rete umana, è quindi consigliabile fermarsi di tanto in tanto e guardare alle cose dalla prospettiva di una qualche entità reale. Come fate a sapere se si tratta di una entità reale? Molto semplice — è sufficiente che vi chiediate “Può soffrire?” Quando la gente riduce in cenere il tempio di Zeus, Zeus non soffre. Quando l’euro perde valore, l’euro non soffre. Quando un istituto di credito dichiara bancarotta, la banca non soffre. Quando un paese subisce una sconfitta in una guerra, il paese in realtà non soffre. È soltanto una metafora. Al contrario quando un soldato viene ferito in battaglia, soffre per davvero. Quando una contadina affamata non ha niente da mangiare, soffre. Quando una mucca è separata dal suo vitello appena nato, soffre. Questa è realtà. Di certo la sofferenza può ben essere provocata dalla nostra credenza nelle narrazioni collettive. Per esempio, la credenza nei miti nazionali e religiosi potrebbe causare lo scoppio di una guerra, in cui milioni di individui perdono le loro abitazioni, i loro arti e perfino le loro vite. La causa della guerra ha origine nell’immaginario, ma la sofferenza è al 100% reale. Questa è proprio la ragione per cui dovremmo sforzarci di distinguere la finzione dalla realtà.

 

 

La narrazione non è il male. È vitale. Senza storie accettate da tutti su cose come il denaro, gli stati o le società per azioni, nessuna società umana complessa può funzionare.

 

 

Non possiamo giocare a calcio a meno che ciascuno creda nelle stesse regole predefinite, e non possiamo godere dei benefici dei mercati e dei tribunali senza storie altrettanto inventate. Ma le storie sono soltanto strumenti. Non dovrebbero diventare i nostri obiettivi o i nostri parametri di riferimento. Quando dimentichiamo che si tratta soltanto di finzione, perdiamo il contatto con la realtà. Allora diamo inizio a guerre “per far guadagnare soldi all’azienda” o “per proteggere l’interesse nazionale”. Le aziende, il denaro e le nazioni esistono soltanto nella nostra immaginazione. Le abbiamo inventate perché ci servissero; perché ci troviamo nella condizione di sacrificare le nostre vite al loro servizio? Nel XXI secolo creeremo narrazioni più potenti e religioni più totalitarie che in qualsiasi epoca precedente. Con l’aiuto della biotecnologia e degli algoritmi digitali queste religioni non soltanto controlleranno la nostra esistenza minuto per minuto, ma saranno in grado di modellare i nostri corpi, cervelli e menti, e di creare interi mondi virtuali che includono inferni e paradisi. Essere in grado di distinguere la finzione dalla realtà e la religione dalla scienza diventerà pertanto più difficile ma più indispensabile di quanto lo sia mai stato.

 

 

Contraffare Dio

 

 

Prendete l’aborto, per esempio. I cristiani devoti spesso si oppongono all’aborto, mentre molti liberali sono a favore. Il nocciolo della questione è fattuale piuttosto che etico. Sia i cristiani sia i liberali credono che la vita umana sia sacra e che l’omicidio sia un crimine atroce. Ma essi sono in disaccordo su alcuni fatti biologici: la vita umana comincia dal momento del concepimento, al momento della nascita o in qualche fase intermedia? In effetti, alcune culture ritengono che la vita non abbia inizio neppure quando si nasce. Secondo i Kung del deserto del Kalahari e diversi gruppi Inuit che abitano nella regione artica, la vita umana comincia soltanto dopo che al neonato è stato assegnato un nome. Quando un bambino nasce, la famiglia aspetta qualche tempo prima di dargli un nome. Se decidono di non tenere il bambino (o perché reca i segni di qualche deformità o per difficoltà economiche) lo uccidono. Stabilito che possono adottare un simile comportamento prima della cerimonia dell’assegnazione del nome, questo atto non è considerato omicidio. Le genti che appartengono a queste culture potrebbero convenire con i liberali e i cristiani che la vita umana è sacra e che l’omicidio è un crimine terribile, e tuttavia approvare l’infanticidio. Quando le religioni promuovono se stesse, tendono a magnificare i loro meravigliosi valori. Ma Dio nasconde nelle clausole scritte in corpo minore le asserzioni fattuali. Il culto cattolico commercializza se stesso come la religione dell’amore universale e della compassione. Che bello! Chi potrebbe obiettare qualcosa in merito? Perché, allora, non tutti gli uomini sono cattolici? Perché quando leggete le clausole in corpo minore, scoprite che il cattolicesimo esige cieca obbedienza a un papa “che non sbaglia mai” anche quando ordina ai suoi seguaci di partire per le crociate e condannare gli eretici al rogo. Simili istruzioni pratiche non sono dedotte esclusivamente dai giudizi etici. Anzi, sono il risultato della fusione di giudizi etici e asserzioni fattuali.

 

 

Sacro dogma

 

 

Questo ha portato alcuni filosofi, come Sam Harris, a sostenere che la scienza può sempre risolvere i dilemmi etici, poiché i valori umani nascondono sempre al loro interno qualche affermazione fattuale. Harris ritiene che tutti gli uomini condividano un singolo valore supremo — la minimizzazione della sofferenza e la massimizzazione della felicità — e che tutti i dibattiti etici siano questioni fattuali aventi per oggetto il modo più efficiente per massimizzare la felicità.  I fondamentalisti islamici vogliono raggiungere il paradiso per essere felici, i liberali credono che una crescente libertà umana massimizzi la felicità e i nazionalisti tedeschi ritengono che a ciascuno le cose andrebbero meglio se a Berlino fosse concesso di governare il pianeta. Secondo Harris, gli islamisti, i liberali e i nazionalisti non stanno discutendo di questioni etiche: si trovano in disaccordo sui fatti e su qual è la maniera migliore per realizzare i loro obiettivi comuni.

 

 

Tuttavia anche se Harris avesse ragione, e anche se tutti gli uomini adorassero la felicità, in pratica sarebbe estremamente difficile usare questa idea per entrare nel merito delle dispute etiche, in particolare perché non abbiamo una definizione scientifica o un sistema di misurazione della felicità.

 

 

Prendete di nuovo in considerazione il caso della diga delle Tre Gole. Anche se concordiamo sul fatto che lo scopo ultimo del progetto è rendere il mondo un posto più felice, come possiamo stabilire se la produzione di elettricità a basso costo contribuisce di più alla felicità globale che non la protezione degli stili di vita tradizionali o la salvaguardia del raro delfino fluviale cinese? Finché non avremo decifrato i misteri della coscienza, non potremo sviluppare un sistema di misurazione universale per la felicità e la sofferenza, e non sapremo come confrontare la felicità e la sofferenza di differenti individui, per non parlare di differenti specie. Quante unità di felicità sono prodotte quando un miliardo di cinesi gode di una fornitura di elettricità a basso costo? Quante unità di infelicità sono prodotte quando un’intera specie di delfini si estingue? La felicità e l’infelicità sono entità matematiche che possono essere sottoposte a operazioni di addizione e sottrazione? Mangiare il gelato è un’attività piacevole; trovare il vero amore dà ancora più soddisfazione: pensate che mangiando una quantità sufficiente di gelato, il piacere accumulato potrebbe mai eguagliare il rapimento di un amore autentico? Di conseguenza, nonostante la scienza possa contribuire ai dibattiti etici molto più di quanto riteniamo comunemente, esiste una linea che non può essere attraversata, almeno non ancora. Senza la mano di una qualche religione che ci guidi, è impossibile mantenere ordini sociali su larga scala. Perfino le università e i laboratori hanno bisogno del sostegno religioso. La religione fornisce la giustificazione etica, e in cambio ottiene di influenzare i programmi scientifici e le modalità di impiego delle scoperte scientifiche. Pertanto non è possibile comprendere la storia della scienza senza prendere in considerazione le fedi religiose. Gli scienziati raramente si soffermano su questo fatto, ma la stessa Rivoluzione scientifica è nata in una delle più dogmatiche, intolleranti e religiose società della storia.

 

 

La torta miracolosa

 

 

Prendiamo, per esempio, il caso di una ragazza che sia impiegata come ingegnere informatico e guadagni 100 dollari l’ora lavorando per una start up nel settore dell’hi-tech. Un giorno suo padre, piuttosto anziano, viene colpito da un ictus. Da allora in avanti avrà bisogno di aiuto per fare la spesa, per cucinare e persino per lavarsi. La ragazza potrebbe ospitare il padre a casa propria, arrivare al lavoro più tardi la mattina e rientrare prima la sera per prendersi cura di lui personalmente. Sia il suo stipendio sia la produttività dell’azienda ne risentirebbero, ma suo padre godrebbe delle attenzioni di una figlia rispettosa e amorevole. In alternativa, la giovane potrebbe assumere una badante messicana che, per 12 dollari all’ora, viva con suo padre e provveda alle sue necessità. Questa scelta non produrrebbe alcun cambiamento nella sua vita e non avrebbe ripercussioni sull’azienda; in più la badante — e persino l’economia messicana — ne trarrebbero vantaggio. Che cosa dovrebbe fare, dunque, la nostra giovane ingegnere? Il capitalismo liberista ha una risposta certa. Se la crescita economica richiede che i vincoli familiari vengano allentati, che i figli vivano lontano dai loro genitori e che le badanti vengano importate dall’altra parte del mondo — be’, allora si deve fare così. Questa risposta, però, implica un giudizio etico piuttosto che un’affermazione basata su dati di fatto. Se alcune persone si specializzano in ingegneria informatica mentre altre impiegano il loro tempo prendendosi cura degli anziani, senza dubbio verranno prodotti più software e gli anziani riceveranno un’assistenza più professionale. Ma davvero la crescita economica è più importante dei legami familiari? Arrogandosi il diritto di formulare questo giudizio etico, il capitalismo liberista ha oltrepassato il confine che separa l’ambito della scienza da quello della religione.

 

 

La sindrome dell’arca

 

 

La visione tradizionale del mondo come una torta di dimensioni fisse impone che ci siano solo due tipi di risorse: le materie prime e l’energia. In verità ce ne sono tre: le materie prime, l’energia e la conoscenza. Le prime due sono esauribili — più ne consumi, meno te ne rimane. La terza, invece, cresce e si sviluppa — più la utilizzi, più ce ne sarà. A ben vedere, un aumento nella conoscenza può permetterti di avere anche più materie prime e più energia. Se investo 100 milioni di dollari nella ricerca di petrolio in Alaska e lo trovo, oggi io avrò più petrolio, ma per i figli dei miei figli ce ne sarà di meno. Al contrario, se investo la stessa cifra in ricerche sull’energia solare e scopro un sistema innovativo e più efficiente per gestirla, sia io sia i miei nipoti avremo più energia.

 

Per migliaia di anni la via della scienza verso la crescita è stata bloccata perché la gente credeva che le Sacre Scritture e le tradizioni antiche contenessero già tutta la sapienza di cui il mondo aveva bisogno.  Ma la Rivoluzione scientifica liberò il genere umano da questa ingenua convinzione. La scoperta scientifica più importante fu la scoperta dell’ignoranza. Non appena gli uomini compresero quanto poco sapessero del mondo, ebbero un’ottima ragione per cercare nuove conoscenze, e questo aprì la via della scienza verso il progresso. Generazione dopo generazione la scienza permise di individuare nuove fonti energetiche, nuove materie prime, macchinari più avanzati e metodi di produzione innovativi. Di conseguenza, oggi il genere umano dispone di quantità maggiori di energia e materie prime di sempre e la produzione è salita alle stelle. Invenzioni come la macchina a vapore, i motori a combustione interna e il computer hanno creato dal nulla nuovi settori industriali. Se proviamo a immaginare cosa accadrà fra vent’anni, possiamo ragionevolmente aspettarci di produrre e consumare, nel 2037, molto più di quanto facciamo oggi. Confidiamo che la nanotecnologia, l’ingegneria genetica e l’intelligenza artificiale rivoluzionino la produzione ancora una volta e aprano nuovi settori nei nostri supermercati in continua espansione.

 

 

Il genere umano si trova impegnato in una doppia competizione. Da una parte ci sentiamo obbligati ad accelerare il ritmo del progresso scientifico e della crescita economica. Un miliardo di cinesi e un miliardo di indiani aspirano a vivere come gli americani della classe media, e non vedono perché dovrebbero mettere da parte i propri sogni, dal momento che gli americani non hanno alcuna intenzione di rinunciare ai SUV e ai centri commerciali. Dall’altra parte, dobbiamo restare almeno un passo avanti rispetto all’Armageddon ecologico. Gestire questa duplice sfida diventa più difficile anno dopo anno, perché ogni progresso che porta gli abitanti degli slums di Delhi più vicini al sogno americano avvicina anche il nostro pianeta all’orlo del precipizio. La buona notizia è che per centinaia di anni il genere umano ha goduto di una crescita economica senza incorrere in un collasso ecologico. Molte altre specie hanno avuto la peggio, e anche noi umani abbiamo dovuto affrontare parecchie crisi economiche e disastri ecologici, ma finora ce la siamo cavata. Tuttavia nessuna legge di natura garantisce che sarà sempre così. Chissà se la scienza sarà in grado di salvare, contemporaneamente, l’economia dalla paralisi e l’ambiente dalla catastrofe. Dal momento che questa corsa continua ad accelerare, i margini di errore si assottigliano progressivamente. Se prima era sufficiente scoprire qualcosa di straordinario una volta ogni secolo, oggi dobbiamo inventarci un miracolo ogni due anni. Dovremmo inoltre preoccuparci del fatto che un’apocalisse ecologica potrebbe avere conseguenze diverse sulle differenti caste dell’umanità. Nella storia la giustizia non esiste. Quando si verifica un disastro, i poveri soffrono sempre molto più dei ricchi — anche se spesso sono soprattutto questi ultimi a causare la tragedia. Già adesso il riscaldamento globale sta avendo conseguenze più pesanti sulla vita dei poveri che vivono in paesi africani aridi piuttosto che su quella degli occidentali benestanti. Paradossalmente lo stesso potere della scienza può aumentare il pericolo, perché induce i ricchi al compiacimento. Considerate le emissioni di gas serra. Molti accademici e un numero crescente di politici riconoscono la realtà del riscaldamento globale e la gravità del pericolo. E tuttavia questa presa di coscienza non ha, finora, modificato i nostri comportamenti in maniera significativa. Parliamo un sacco del riscaldamento globale, ma in pratica il genere umano non ha voglia di affrontare gli impegnativi sacrifici economici, sociali e politici necessari a scongiurare la catastrofe.

 

 

La corsa al successo

 

 

Nel mondo premoderno, le persone erano paragonabili ai funzionari di basso rango nella burocrazia socialista. Ciascuno timbrava il cartellino e poi attendeva che qualcun altro facesse qualcosa. Nel mondo moderno siamo noi uomini a mandare avanti la baracca, e quindi siamo sotto pressione di continuo, giorno e notte. A livello collettivo, questa corsa si manifesta attraverso sconvolgimenti incessanti.

 

 

Mentre prima i sistemi sociali e politici duravano per secoli, oggi ogni generazione distrugge il mondo vecchio che ne costruisce uno nuovo di rimpiazzo.

 

 

Il Manifesto del partito comunista lo spiega molto bene: il mondo moderno ha assolutamente bisogno dell’incertezza e del disordine. Tutte le relazioni un tempo immutabili e gli antichi pregiudizi vengono spazzati via, e nuove strutture diventano antiquate ancora prima che possano cristallizzarsi. Tutto ciò che è solido viene sublimato. Non è facile vivere in un mondo tanto caotico, ed è ancora più difficile governarlo. Pertanto la modernità deve lavorare sodo per fare in modo che né gli individui né le comunità umane si ritirino dalla competizione, a dispetto della tensione e del caos che essa determina. Per questo motivo postula la crescita come un valore supremo, in difesa del quale dovremmo fare ogni sacrificio possibile e affrontare qualsiasi rischio. A livello collettivo i governi, le aziende e le organizzazioni sono incoraggiati a misurare il proprio successo in termini di crescita, e a temere la stagnazione come fosse il diavolo. A livello individuale aspiriamo ad accrescere costantemente il nostro reddito e a migliorare il nostro tenore di vita. Anche se siete piuttosto soddisfatti delle vostre condizioni attuali, dovreste impegnarvi per avere di più. I lussi di ieri diventano le necessità di oggi. Se prima potevate vivere bene in un appartamento di tre stanze con una sola automobile e un solo computer portatile, oggi avete bisogno di una casa con cinque stanze, di due automobili e di una schiera di iPod, tablet e smartphone.

 

 

La modernità ha capovolto le cose. Ha convinto le comunità umane che l’equilibrio è molto più allarmante del caos; e che, siccome l’avidità alimenta la crescita, essa deve essere considerata un elemento positivo. Di conseguenza ha indotto la gente a volere di più e ha smantellato discipline secolari, secondo cui la bramosia andava tenuta a freno. Le ansie che ne sono derivate sono state placate, in larga misura, ricorrendo al capitalismo liberista — e questa è una delle ragioni per cui tale ideologia è divenuta tanto popolare. I pensatori capitalisti ci hanno rassicurato a più riprese: “Non preoccupatevi, tutto andrà bene. A patto che l’economia cresca, la mano invisibile del mercato si prenderà cura di ogni cosa.” Così il capitalismo ha sacralizzato un sistema vorace e caotico che si sviluppa a passi da gigante senza che nessuno comprendesse che cosa stesse accadendo o in quale direzione ci stessimo affrettando. (Il comunismo, che credeva anch’esso nella crescita, riteneva di poter prevenire il disordine e di poter orchestrare la crescita attraverso la pianificazione di stato. Ma dopo alcuni successi iniziali venne superato — di gran lunga — e travolto dalla corsa precipitosa del capitalismo.) Oggi criticare duramente il capitalismo liberista è una delle priorità del dibattito intellettuale. Dal momento che il capitalismo domina il nostro mondo dovremmo davvero compiere ogni sforzo possibile per comprendere i suoi difetti prima che essi provochino una catastrofe apocalittica. E tuttavia questa critica non dovrebbe accecarci, rendendoci incapaci di riconoscerne anche i vantaggi e i meriti. Finora, il suo è stato un successo sorprendente — quantomeno se ignoriamo la possibilità di un futuro collasso ecologico, e se misuriamo il successo secondo il parametro della produzione e della crescita. Forse nel 2017 viviamo in un mondo caotico e stressante, ma le profezie millenaristiche sul collasso e il dominio della violenza non si sono materializzate, mentre le scandalose promesse di una crescita perpetua e di una cooperazione a livello globale sono state mantenute. E anche se facciamo esperienza di occasionali crisi economiche e guerre internazionali, sul lungo periodo il capitalismo non solo è riuscito a prosperare, ma ha anche sconfitto le carestie, le epidemie e le guerre. Per migliaia di anni preti, rabbini e muftī hanno spiegato che gli esseri umani non potevano sconfiggere la fame, la malattia o evitare le guerre con le proprie forze. Poi sono arrivati i banchieri, gli investitori e gli industriali, e nell’arco di duecento anni sono riusciti a fare esattamente questo. La moderna alleanza ci ha promesso un potere senza precedenti — e tale promessa non è stata disattesa. Ma a che prezzo? In cambio del potere, ci richiede la rinuncia al significato. In che modo gli esseri umani hanno gestito questa pretesa agghiacciante? Conformarsi a essa avrebbe potuto facilmente trasformare il mondo in un luogo pubblico privo di etica, di estetica e di compassione. E tuttavia oggi il genere umano non è solo più potente che mai, ma anche più pacifico e cooperativo. Come ci siamo riusciti? In che modo la moralità, la bellezza e persino la compassione sopravvivono e resistono in un mondo senza dèi, senza paradiso e senza inferno? Ancora una volta, i capitalisti sono pronti ad attribuire tutto il merito alla mano invisibile del mercato. Questa però non è solo invisibile: è anche cieca, e da sola non sarebbe mai stata in grado di salvare la società umana. A ben vedere, neppure una sagra di paese potrebbe riuscire senza l’aiuto di qualche divinità, di qualche re o di una chiesa. Se tutto è in vendita, compresi i tribunali e la polizia, la fiducia evapora, il credito svanisce e le attività commerciali subiscono contraccolpi. Che cosa, dunque, ha salvato la società moderna dal collasso? Il genere umano non è stato salvaguardato dalla legge della domanda e dell’offerta, bensì dalla comparsa di una nuova, rivoluzionaria religione: l’umanesimo.

 

 

SECONDA PARTE – TO BE CONTINUED

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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