Architettura dell’informazione

| 6 marzo 2017 | Tag:, , , , , , , , ,

Cominciamo con oggi a pubblicare, come facciamo come consuetudine da 5 anni cioè da quando abbiamo dato vita al festival, i video dei workshop di #digit16. In particolare iniziamo con << architetture sociali >> l’incontro con Federico Badaloni, giornalista del gruppo l’Espresso specializzato nella progettazione di ambienti informativi. Il tema è centrale a nostro avviso per comprendere il cambiamento, per entrare dalla porta principale dentro la rivoluzione digitale e provare a comprendere, soprattutto per i professionisti dell’informazione, detti anche giornalisti, come e quanto sia cambiato il nostro ruolo dopo trentanni di “rivoluzione”. Federico introduce le sue due ore di riflessioni sul tema prendendo a prestito una similitudine – novello Dante Alighieri – e introduce il tema raccontando agli astanti un’epopea, quella delle grandi esplorazioni e in particolare la sfida fra Amundsen e Scott per la conquista del Polo Sud.

 

 

Scott rispecchia perfettamente la cultura alla quale appartiene nelle scelte che fa: sceglie di utilizzare motoslitte e abbigliamento di ultima generazione, confida nel progresso tecnologico e rifiuta tutto ciò che non appartiene alla sua realtà. Segue l’idea che la tecnologia è degli esperti e va solo utilizzata: nessuno dei suoi uomini apprende come gestire una muta di cani da slitta, impara ad orientarsi o sa sciare, tutte cose che si riveleranno necessarie alla sopravvivenza.
Amundsen invece aveva conosciuto gli Inuit nella sua prima esplorazione al Polo Nord e aveva da loro imparato a costruire igloo, a vestirsi (sceglie la pelliccia che favorisce la traspirazione), aveva costretto i suoi uomini a imparare a guidare una slitta, a sciare, a orientarsi con il sestante. Agli Inuit dovrà anche il modo di cuocere pinguini e foche per conservare vitamine essenziali, conoscenza che contribuirà a salvare la vita alla sua spedizione e costerà cara a Scott e ai suoi uomini
“.

 

 

Amundsen riuscì nella sua impresa perché considerò il progresso come un fatto culturale, la capacità di una cultura di evolversi di ibridarsi di contaminarsi, vedere il progresso non come mera evoluzione della tecnologia.

Ha deciso di fare l’impresa perché si è sentito parte di un ecosistema che voleva abitare, Scott si è portato appresso il suo ambiente per adattarlo a quelle condizioni estreme ed ha fallito.

Entrare in relazione con un ambiente, se è un sistema abitabile,  significa cambiare quell’ambiente non colonizzarlo “.

E così avviene per l’architettura dell’informazione.

“Siamo passati da un ambiente lineare dove le cose andavano in fila una dopo l’altra ad un ambiente fatto in modo molto diverso, come una rete, dove le cose stanno in rete.

Un cambiamento strutturale fortissimo del nostro ecosistema come comunicatori, come giornalisti, un ecosistema fatto di documenti stabili. Adesso noi abbiamo dei documenti, dei contenuti che sono tali solo perché noi possiamo interagire con loro in qualche modo.

Oggi la definizione di contenuto è quanto mai varia e spazia da: software, dati, link, video, foto, – se scrivo un plugin per wordpress non sto producendo un contenuto? – aggiornamenti, correzioni, commenti, testi, citazioni. Prima il contenuto era: un pezzo, un articolo.

Abbiamo capito che la rete è fatta di persone, queste persone si organizzano creano  legami fra loro, creano legami  con le comunità di cui fanno parte.

 

 

Ridistribuzione della rilevanza

 

Ci sono degli ambienti che forzano le persone a comportarsi in un certo modo,  gli ambienti in cui abitiamo ci portano ad agire in un certo modo.

 

Facebook è una macchina della rilevanza? Gli architetti dell’informazione di facebook hanno progettato quell’ambiente in modo che il concetto di rilevanza si appiattisse sul concetto di interesse individuale.

E’ possibile progettare un social media senza che accada questo? Forse twitter ha delle dinamiche in cui la possibilità democratica di creare un hashtag si avvicinano alla possibilità quello che per una comunità è interesse collettivo e non interesse individuale.

Ora che le persone stanno in una rete,  non serve più a niente lavorare sul concetto di utente medio. Un tempo tale concetto era  determinante per i quotidiani, le radio e le tv. I vostri utenti più avevate successo e più convergevano verso una media. Una media che veniva ingata dalle indagini di mercato.

In rete più avete successo più i vostri utenti si polarizzano in estremi secondo una “distribuzione a legge di potenza” non serve più inseguire l’utente medio.

Il linguaggio per gli utenti medi scontenta tutti.

Chi è oggi che per decidere dove andare al cinema va su repubblica.it, o per conoscere il  meteo va su un sito di informazioni, ora si apre una app e si riceve una risposta precisa e velocissima.   Funziona così ad esempio wikipedia.

Clay Shirky dice: non siamo più un insieme di consumatori, oggi chiunque può creare dei media, la varietà di interessi fa venire il capogiro: nei sistemi a partecipazione la media è un concetto inutile, i comportamenti divergono, ed è radicale la differenza fra i partecipanti più attivi e quelli meno attivi.

Gli architetti dell’informazione vengono anche chiamati user experience designer.

4 pilastri dell’architettura dell’informazione : 

1)ricerca etnografica, ricerca sugli utenti personaggi, scenari, non utenti medi, quelli di google fanno così, ma anche al guardian ma anche al nyt. (io so quello che vogliono i miei lettori) Non serve il fiuto non esiste più l’utente medio. Rispondere ai bisogni degli utenti.

2) strategia dei contenuti come sono strutturati e come si correlano fra di loro: la strutturazione del dato abilita le relazioni possibili fra le informazioni ( quello che puoi fare tu e può fare la macchina per te)

3) come le informazioni vengono rappresentate. Oggi in rete ci sono le cose. La rete è il sistema nervoso della realtà. Il digitale è il reale e il reale informa di sé il digitale. Mettere in connessione gli oggetti e articolare il proprio giornalismo in maniera cross canale non si può fare senza architettura dell’informazione. Sito, tg, giornale, radio sono tutti interconnessi che vanno progettati in modo strategico e architettonicamente organizzati.

4) i test di usabilità con gli utenti.

Ogni volta che si progetta un sito si entra in ognuno di questi quattro passaggi.
L’architettura dell’informazione deve essere l’esoscheletro del giornalismo, molto in connesione con noi stessi ma anche potenziando noi stessi.

 


Il processo di produzione industriale dell’informazione è impensabile oggi senza separare il dato dalla sua rappresentazione.

 


Dobbiamo acquisire le competenze per separare il dato dalla sua rappresentazione.

Le relazioni contano più delle cose, degli stessi oggetti: nodo + arco + nodo + arco e si costituisce un grafo. Gli archi non sono tutti uguali, i link non sono tutti uguali, la nostra esperienza di navigazione non è tutta uguale, se metto un video embeddato in un testo sto dicendo che quei due contenuti devono stare insieme e aumento la mia esperienza di navigazione.

 


Noi giudichiamo le cose in base alle nostre esperienze.
In un grafo ci sono percorsi a senso unico e percorsi a doppio senso però in un grafo non c’è un solo modo di muoversi, in un grafo quando ti sposti devi compiere delle scelte mentre nella lettura di un giornale non compi alcuna scelta giri la pagina, in un grafo ogni punto è una home page, google vi porta in una qualunque pagina di un sito non sulla home, la home non è più un portale, si arriva dove si arriva e non si passa dalle home page, ogni pagina del sito deve svolgere anche una funzione di home.

 

 

La rete la costruiamo noi esseri umani e quindi la costruiamo a immagine della realtà e a seconda di come percepiamo la realtà, in continuazione con la realtà.
Addomesticare la rete significa anche insegnarle a ricordare in modo sano, l’atto di giornalismo deve rimanere in rete o deve avere senso oggi? Le due cose sono antitetiche.
Titoli non ammiccanti ma più virali che rimangano nel tempo e compresi nel tempo (persistenza della rete).
Ciò che conosciamo è la particolare funzione ( il motivo per cui ho messo insieme delle informazioni con delle relazioni ) che lega le informazioni e le relazioni che intercorrono fra esse.

 

 

Comunicare ma anche Giornalismo per me oggi è: produrre relazioni funzionali

 

 

La comprensione della funzione è la comprensione del senso.

 

 

In un ecosistema di rete dove ci sono le cose, le persone, i documenti, bisogna inventare l’architettura migliore per ciò che si vuole dire per la funzione che si vuole svolgere, nessuna reiterazione di mondi preesistenti può colmare questo gap.
Bisogna inventare una nuova architettura, la migliore per veicolare i contenuti giornalistici.

 

 

 

 

Non facciamo siti, applicazioni, e non facevamo – prima – giornali; ma abbiamo sempre fatto esperienze, stiamo producendo esperienza non contenuti, anche quando pensavamo che le persone pagassero per un contenuto.
Leggere un libro, regalare un libro, non comprarne il contenuto.
Forse sopravviveremo perché le persone vogliono comprare quella particolare esperienza che noi produciamo e per questo abbiamo ed avremo sempre più bisogno degli architetti dell’informazione e di conoscere l’architettura dell’informazione.
Non creiamo oggetti o informazioni ma luoghi e funzioni che non corrispondono al significato: siamo ciò che connettiamo, siamo definiti da quello che mettiamo o non mettiamo in relazione. Dobbiamo educare noi stessi e i nostri figli a connettere le cose.
In un mondo in cui le notizie sono commodity e non siamo noi che le diamo, ma siamo noi che le connettiamo, cosa vale la pena di serbare e di buttare via?

 

 

 

Giornalismo

L’esperienza di Ushahidi

 

 

Il grafo del reale è un posto dove agiamo e diamo agli altri la possibilità di agire, abilitare l’azione è una delle nostre prerogative.

 

 

Prima l’onere della prova stava al telespettatore, al lettore, all’ascoltatore; tutto era vero fino a prova contraria: lo aveva detto la tv. Era così e non poteva essere diversamente, per un fatto banale perché il canale era uno, c’era solo quello. Quando è nata la tv commerciale e le tv si sono moltiplicate, anche se non c’era ancora internet, già allora definire se quello che veniva detto corrispondeva alla verità era molto più difficile.

 

 

Percorsi lineari, quando guardo un film se nel momento topico, mettiamo uno stacco e passiamo la pubblicità, ci sono molte possibilità che lo spot venga guardato. C’è solo un ponte, un collegamento, una strada; è un percorso obbligato,tutti devono passare da lì.
In un grafo i percorsi possibili sono infiniti, e la postazione per la riscossione del pedaggio dove la posizioniamo? Quale energia muove le persone lungo il grafo? Perchè viene scelta una strada invece di un’altra.
Il valore è intrinseco al contenuto. Il mercato dell’attenzione.
Economia dell’abbondanza: facilità di accesso ai mezzi di produzione, alto carico informativo (information overload), omofilia, filter bubble, camere dell’eco.
Dobbiamo partire dall’assunto che tutto è falso fino a prova contraria, come mi attrezzo per verificare una notizia in un ecosistema dove tutto è falso fino a prova contraria?
Verification handbook.

 


Se tutto è falso fino a prova contraria la differenza che può fare il giornalista rispetto ad un blogger o ad uno che non è un giornalista è fornire a tutti gli strumenti per verificare in proprio la fondatezza della notizia. Non portatevi appresso il vecchio mondo che si basa sul principio che siccome te lo dico io che sono un giornalista deve essere vero.

 

 

La persistenza: un archivio dove andare a cercare le cose, oppure un insieme strutturato di contenuti e di relazioni che io ho creato consapevolmente perché resistessero e avessero una funzione anche dopo anni. Tutto resta, la domanda è: cosa buttiamo?
Il valore di un contenuto è nel servizio, nella funzione che porta con se (arco), il contenuto acquista valore quando passa da persona a persona cioè quando crea relazione (arco), quello per cui siamo disposti a pagare è una esperienza non un’informazione (arco) pago per ridere o aver paura con mio figlio sulle montagne russe non per montare sulla giostra.

 

 

 

 

Ci muoviamo in un grafo sospinti da un modello di condivisione della fiducia.
La fiducia si ottiene se si dà, il vecchio mondo è decisamente morto, l’emittente, la trasmissione non da fiducia non ottiene relazioni, non dialoga.
Il digitale è reale, non c’è un popolo della rete, il mondo digitale è la nostra realtà. Chiunque abbia una mail è digitale.
Il digitale non è un media, non è un fatto tecnologico è cultura che porta nuova cultura.

 

 

Fare giornalismo è provare ad andare al polo Sud, ma non possiamo rimanere chiusi in una bolla come ha fatto Scott, mantenendo inalterati i principi che ci vengono più naturali così come è successo quando siamo passati dai giornali alla tv o alla radio. Ma adesso non così, non dobbiamo accedere ad un nuovo medium, si tratta di una rivoluzione vera e completa e già realizzata. Si tratta di una ridefinizione culturale. Dobbiamo fare come Amundsen stare con gli Inuit. I nostri Inuit sono gli architetti dell’informazione, i grafici, gli sviluppatori, gli utenti. Continuare a innovare e a innovarsi. Imparare a scrivere il codice. Imparare a programmare in html, javascript, usare i css. Smettere di trasmettere, scrivere e pubblicare ed entrare in relazione con l’ecosistema. Imparare a gestire e intepretare i dati perché sono il nuovo valore su cui ruota tutta l’economia dell’ecosistema.
Seguiamo il dato, i dati sono le nostre nuove piste, le nuove fonti, i nostri nuovi compagni. Impariamo a collaborare con i colleghi che hanno competenze diverse.
Nei giornali deve lavorare un team interdisciplinare non bastano solo i giornalisti. Bisogna accogliere anche gli sviluppatori, i grafici, gli analisti, gli ingegnieri. Le diverse testate devono imparare a collaborare, i conflitti di competenza, la concorrenza, devono essere gestite per ambire al bene comune.

 

 

Mettete al centro le persone e non voi stessi. L’architettura dell’informazione si basa su un concetto che dice: la progettazione deve essere centrata sull’utente inteso non solo come fruitore ma anche come editore, il committente per cui progetto e che mi paga il sito che sto realizzando. Non sono le tecnologie che fanno il cambiamento ma la cultura e l’orientamento culturale. Il progresso è un cambiamento culturale orientato. Non fate i giornalisti stando chiusi in una bolla ma entrando a far parte del cambiamento.

 

 

Il video integrale del workshop di Federico Badaloni a #digit16, buona visione ;)

 

 

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