Donald Trump: una serie di (s)fortunate scelte

| 3 Ottobre 2016 | Tag:, , , , , , , , , ,

trumpEssendo ormai alle porte quella che da molti è stata definita “l’elezione più importante della nostra vita”, di recente, è solo una la domanda che attanaglia le menti di politologi, giornalisti ed esperti di comunicazione politica: qual è il propellente della cavalcata elettorale di Donald Trump?

 

Per iniziare, riportiamo un’analisi del linguaggio dell’imprenditore statunitense, fatta dallo studente Massimiliano Pappalardo nella sua tesi per la laurea triennale in Comunicazione presso l’Università di Padova nel corso di “Linguaggio giornalistico” del Professor Raffaele Fiengo sul tema,  intitolata: “I linguaggi di Donald J. Trump e Barack Obama e loro diffusione giornalistica. Un confronto”. In calce la tesi completa.
Uno studio che confronta i discorsi di Trump con l’abilità retorica dell’attuale presidente Obama. In questo testo di Massimiliano Pappalardo si nota quanto il candidato repubblicano faccia uso di elementi spesso estranei ai discorsi dell’ex senatore dell’Illinois, elementi che spesso vengono appositamente evitati dagli esperti di comunicazione politica.


Nella  tesi viene analizzata brevemente una risposta – che trascriviamo integralmente di seguito – data dal magnate americano il 17 dicembre 2015 al conduttore del Jimmy Kimmel Live, un programma televisivo americano trasmesso dalla ABC, il quale gli aveva chiesto se fosse corretto perseguitare i musulmani per la propria religione:

 

But Jimmy, the problem – I mean, look. I’m for it. But look, we have people coming into our country that are looking to do tremendous harm. You look at the two – look at Paris. Look at what happened in Paris. I mean, these people, they did not come from Sweden, okay? Look at what happened in Paris. Look at what happened last week in California, with, you know, 14 people dead. Other people going to die, they’re so badly injured. We have a real problem. There is a tremendous hatred out there. And what I wanna do is find out what – you know, you can’t solve a problem until you find out what’s the root cause. And I wanna find out, what is the problem, what’s going on. And, it’s temporary. I’ve had so many people call me and say “thank you”. Now, if you remember, when I did that a week ago it was like bedlam. All of a sudden – and you watch last night, you see people talking. They said “Well, Trump has a point. We have to get down to the problem.” The people that are friend of mine that called say, “Donald, you have done us a tremendous service.” Because we do have a problem. And we have to find out what is the “

 

Questo brano di 220 parole della durata di un minuto esatto, mostra un range di elementi che Trump utilizza molto spesso nei suoi discorsi.

 

La prima osservazione riguarda  la brevità dei termini.  172 parole, ovvero il 78% del testo, sono composte da una sola sillaba, quali “root”, “dead”, “point”, “thank” etc. 39 parole, corrispondenti al 17% del totale, sono di 2 sillabe, mentre solo 4 parole sono composte da 3 sillabe. Tre di questi termini  da 3 sillabe sono usati da Trump per ripetere la stessa parola: “tremendous”, una delle sue preferite.

Limitate, invece, le parole lunghe 4 sillabe che Trump si trova obbligato ad utilizzare come California, in quanto più corta di San Bernardino, e “temporary”, parola quasi troncata a metà.

Spesso queste parole arrivano come fossero una raffica di colpi che convoglia quasi sempre verso  una parola chiave del discorso, come:  “problem”, “bedlam”, “injured” o “dead”, sia per lasciare un segno efficace nella memoria delle persone, sia per umiliare un avversario. Talvolta questo artificio lo porta anche a modificare la normale struttura di una frase inglese, come dimostra il Washington Post nell’articolo del 15 settembre 2015 di Barton Swaim “How Donald Trump’s language works for him”.

In risposta a Ben Carson, il quale aveva precedentemente criticato la scelta del Partito Repubblicano di far firmare a Trump un patto di lealtà per non concorrere da indipendente in caso di sconfitta alle primarie del Grand Old Party, l’ex showman ha affermato: “you don’t have to be met when you’re at 2%”. Invece di fare una premessa circa il divario nei sondaggi tra sé e l’altro candidato, Donald Trump ha preferito porre esplicitamente quel numero alla fine della frase, un numero tanto piccolo specie se confrontato con i consensi del tycoon newyorkese.

Secondo questa ricerca, il lessico di Trump è innanzitutto semplice; il mondo descritto dal tycoon, dove la Cina “uccide” l’America e i terroristi sono semplicemente “i cattivi”, colloca il linguaggio del proprietario della Trump Organization al primo posto nella graduatoria di leggibilità di Flesch-Kincaid, risultando equivalente a quello di un ragazzino di prima media – come sostenuto dal Washington Post in un articolo del 3 maggio 2016 di Allison Jane Smith e intitolato “Donald Trump speaks like a sixth grader. All politicians should

Frequente è anche l’uso del discorso diretto, ad esempio quando scimmiotta le critiche dei suoi avversari come Hillary Clinton e Jeb Bush affermando ad un comizio “I don’t like Donald Trump’s tone”, o quando parla dei dirigenti del partito repubblicano, secondo lui impazienti di vederlo al loro fianco a tal punto da dire “Ti candidi? Non ti candidi? Potremmo avere il tuo supporto? Cosa facciamo? Come lo facciamo?”.

La ripetizione, invece, viene utilizzata esclusivamente in modo mnemonico – “io batto la Cina tutte le volte, tutte le volte” – e non retorico, come fatto, invece, da Barack Obama nelle sue numerose apparizioni, prima tra tutte il suo discorso a favore dell’unità nazionale fatto alla Convention democratica del 2004.

L’ironia è il suo “pane quotidiano”, strumento con cui riesce ad ingraziarsi buone fette di elettorato incerto, riducendo la questione del riscaldamento globale ad un suo problema personale, in quanto gli viene impedito di usare lo spray per capelli, o insinuando che:  “se Hillary non riesce a soddisfare suo marito, cosa le fa pensare di poter soddisfare l’America?”

La ricerca prosegue dicendo che la volgarità non rappresenta un ostacolo per Trump, anzi, essa diventa un’arma per dare rilievo ai pensieri più profondi della popolazione, così da trasformare Jeb Bush in un “sonnifero”, Ted Cruz in una “checca” e Hillary Clinton in una “disonesta”, per citarne solo alcuni.vota

Il culmine della spettacolarizzazione politica, tuttavia, nel linguaggio del miliardario americano arriva con il giuramento di Orlando del 5 marzo 2016, occasione in cui Donald Trump, in uno scenario a metà tra il bizzarro e l’inquietante, ha proposto ai suoi elettori un giuramento per farsi votare alle prossime elezioni, ricordando  – con il braccio destro alzato –  il saluto nazista.

Il politically correct nei comizi di Trump è solo un lontanissimo ricordo, un elemento dispregiativo che distingue i suoi avversari corrotti dagli interessi economici della politica da lui, autonomo ‘salvatore’ della patria capace di rendere di nuovo grande l’America. Per questa ragione, la mancanza di tatto è uno dei marchi di fabbrica del tycoon.  Un uomo che, immediatamente dopo una strage terroristica, si preoccupa principalmente di ammonire la classe politica americana incapace di prendere provvedimenti e di “capire cosa diavolo stia succedendo”, o di lamentarsi della legislazione, a suo parere troppo severa, sul possesso di armi in Francia, invece di piangere le vittime.

La disinformazione, assieme alla vanità, è solo l’ennesimo degli assi nella manica di un uomo che confida più nello scalpore provocato dalle sue dichiarazioni piuttosto che nella veridicità di quanto affermato. A partire da quella sul  riscaldamento globale considerato una:  “truffa ordita dai cinesi per rendere la manifattura americana meno competitiva” e le grafiche razziste che:  “dipingono la popolazione afroamericana come un ammasso di sanguinari assassini”, fino ai fotomontaggi di Jeb Bush in versione barbone e di Hillary Clinton in prima pagina “disonesta”, tutto fa brodo nella strategia politica di di Donald Trump basata sulla disinformazione.

Ma cosa ha impedito a questa politica spinta sempre fino al massimo dell’indecenza e considerata il carburante di Donald Trump, di non incendiarsi all’improvviso lasciando solamente le ceneri di una campagna elettorale degna di questo nome?

I giornali americani e nostrani, infatti, hanno dato sempre grande risalto alle gaffe del magnate. Salvo in rare eccezioni, giornali come il Times, il Washington Post, il Sole 24 Ore, Repubblica e il Corriere della Sera lo hanno criticato aspramente e definito rispettivamente “Trumpusconi”, alludendo alla sua somiglianza all’ex premier italiano e leader di Forza Italia, “il mostro di Frankenstein del Partito Repubblicano”, “minaccia alla democrazia”, possessore di un “linguaggio da teppista del bar all’angolo” e “megapalazzinaro pluribancarottiere apertamente razzista”.

Quanto questi appellativi possono realmente influenzare l’opinione pubblica?

Uno studio del NiemanLab, dell’Università di Harvard, ha pensato bene di fornire alcune risposte empiriche in merito alla questione. Mettendo in relazione l’attenzione mediatica dei candidati alle primarie americane – espressa sottoforma di menzioni nelle principali 25 fonti americane di news online – con la loro popolarità – intesa come posizione nei sondaggi – il NiemanLab ha scoperto quella che i suoi studenti hanno chiamato una “correlazione da libro di testo”. Fatta eccezione per Jeb Bush e Ben Carson, i quali avevano rispettivamente più copertura mediatica e più popolarità, tutti i candidati alle elezioni mostrano come la loro popolarità sia direttamente proporzionale alla quantità di volte che sono stati nominati dai media.

Questa relazione, verificata anche nel corso del tempo dall’Università di Southampton per il partito indipendentista dell’UKIP dal 2004 al 2015, fa sembrare quasi impossibile pensare che Trump sia la persona ignorante e sempliciotta che sembra e che viene dipinta come tale anche nei media nazionali e a livello internazionale.

Sembra impossibile pensare anche che la sua strategia di successo sia frutto della casualità e che si possa limitare a quel “lasciate che Trump sia Trump” scritto sulla lavagna in un ufficio del manager della sua campagna elettorale. Probabilmente, invece, conoscendo bene le logiche dell’attenzione mediatica e la sua correlazione con la popolarità, Trump non ha fatto altro che dare settimanalmente ai giornali il materiale sufficiente per scrivere pagine su pagine di articoli su di lui, positivi o negativi che fossero, chiamando i messicani “stupratori”, proponendo il divieto d’ingresso negli USA ai musulmani e facendo, forse volontariamente, tanti di quegli scivoloni da riempirci un libro. L’attenzione mediatica nei confronti di Donald Trump, in certi momenti, è stata talmente elevata da sopraffare anche i giudizi e le opinioni dei giornalisti che scrivevano, disgustati, delle sue interminabili mosse azzardate sulla ribalta politica, rivelatesi poi, almeno per la nomination repubblicana, un vero successo.

La popolarità di Trump, dunque, è andata di pari passo con la sua rapida ascesa nei sondaggi fino a raggiungere un punto in cui non importa più cosa si dica di lui, critiche o dichiarazioni di stima che fossero, in quanto l’unica cosa davvero importante è che lui occupi le prime pagine dei giornali, gli approfondimenti e le copertine dei tg, o che comunque si parli ingentemente di lui.

Del resto, una volta identificato il tycoon come un’autorità carismatica, nell’accezione weberiana del termine – conclude la ricerca – qualsiasi parola proferita dal miliardario diventa oro colato, una richiesta di aiuto alla popolazione per liberarla dal giogo della vecchia politica, così stantia nella sua correttezza e nei suoi modi pacati.

whatsapp-image-2016-09-23-at-22-31-53Massimiliano Pappalardo

Nato a Mestre, Massimiliano Pappalardo è fin da subito attratto dal giornalismo e dalla scrittura in generale, motivo per il quale a 17 anni collabora con BolognaToday a titolo gratuito pubblicando articoli sportivi. All’età di 22 anni si laurea in Comunicazione presso l’Università degli Studi di Padova con una tesi intitolata “I linguaggi di Donald J. Trump e Barack Obama e loro diffusione giornalistica. Un confronto”. Attualmente studia Strategie di Comunicazione a Padova.

Qui la versione integrale della Tesi.

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