Archiviati: Il native advertising

| 18 Febbraio 2016 | Tag:, , , , , , , , ,

NativeInizia oggi una nuova rubrica sul nostro sito. L’abbiamo chiamata << archiviati >> e sarà composta da pezzi realizzati utilizzando spunti e ricordi estratti dal nostro archivio. Suggestioni ricavate da nostri precedenti articoli, grazie alle quali cercheremo di fare il punto, il più possibile aggiornato, su uno dei temi caldi del nostro settore. Cominciamo parlando di: native advertising

 

Il native advertising journalism rimane uno dei concetti più controversi e meno compresi del marketing ancora oggi. Per alcuni è una minaccia all’integrità giornalistica per altri una fonte di guadagno ed un modo efficace per raggiungere e coinvolgere il pubblico.

Melanie Deziel che ha fatto del native advertising la sua “ragione di vita e lavoro” pone il native ads all’interno di una sezione trasversale alla pubblicità e alla narrazione giornalistica.

 

Che cos’è?

 

Is a web advertsing method in which the advertiser attempts to gain attention bye provinding content in the context of the user’s experience.

 

L’ idea è che i consumatori rispondano in maniera più favorevole a dei contenuti utili piuttosto che a una pubblicità invasiva.

 

Come indurre qualcuno a dedicare la propria attenzione alla pubblicità? Facendo in modo che non sembri pubblicità. Ecco che cos’ è il native advertising: convogliare gli utenti su un brand o un prodotto senza forzarli.

 

Un esperto di marketing, Matt Rosenberg, di Taykey, aggira le polemiche di carattere ‘’etico’’, e spiega come siano state scoperte delle relazioni strette fra’’ argomenti altamente coinvolgenti e pubblicità’’ e ritiene che la crescente comprensione delle basi neurologiche dell’ efficacia di un annuncio possa essere sfruttata efficientemente a un livello scalare.

 

Come si fa

 

1) Bisogna realizzare dei contenuti connessi in maniera indiretta al brand. Un pezzo strappalacrime ad esempio che riempia in prima battuta gli appassionati di sentimenti caldi e affettuosi ma che sia di facile lettura e sicuro gradimento per tutti. Se l’ articolo fosse dedicato al solo prodotto, chi lo avrebbe mai condiviso con gli amici.

 

2) Concentrarsi sulle esperienze degli utenti: come leggono, come visualizzano o come ascoltano gli annunci di native advertising. Il 70% delle agenzie che creano contenuti di questo tipo ritengono che l’ esperienza positiva dell’ utente sia l’aspetto principale del native advertising. Crea questa positività e vedrai che facilmente arriveranno sul tuo brand.

 

3) Abbinare il prodotto con l’ annuncio. Molte persone che lavorano hanno un interesse per uno specifico prodotto e magari, le stesse persone, mentre compiono il proprio lavoro ascoltano musica: l’azienda deve fornire alla propria clientela attraverso il native advertising il meglio di questi due mondi. Sapere che cosa vogliono i vostri consumatori e come si può dare loro quello che vogliono sotto forma di contenuti.

 

La ricerca

 

Nel 2014 negli Usa è stata condotta una ricerca sul native advetising fra 1.000 fra editori, addetti al marketing di vari brand ed agenzie pubblicitarie

 

Secondo i dati raccolti le forme più diffuse di native advertising sono risultati essere i post sui blog ( 65 % ) e gli articoli giornalisti ( 63% ).

 

In testa per popolarità nel campo del ‘’native ad’’ sono gli annunci di Facebook (56%), i video ( 52 %), i tweet ( 46%) e le infografiche (35%),

 

Fra le aziende che usano questo tipo di strumento gli editori sono all’ultimo posto.

 

Punti di vista

 

<< Un bell’ articolo scritto da un giornalista del New York Times ha un enorme valore: contribuisce alla conquista di nuovi lettori, agli interessi degli azionisti e a sollevare il morale del personale .
Ora, quel valore, conquistato con fatica, sarà perduto perché la fiducia dei lettori verrà erosa dal native ad anche se ci sarà una riga di avvertenza: ”Questo servizio non è stato pagato e pubblicato da questa o quella azienda.

 

Etichettare qualcosa con ‘’Pagato da qualcuno’’ non protegge una pubblicazione dalla perdita di fiducia.

 

Un banner è un banner, lo vediamo, lo sappiamo. Roba che assomiglia ai contenuti editoriali dà una scossa alla mente dei lettori. Qual è il punto chiave del native advertising? Che è un inganno! Perché un giornale dovrebbe pubblicare contenuti ingannevoli?>>

 

Così scriveva su Memburn nel 2013 Tom Forensky, uno dei più ascoltati osservatori dell’ editoria digitale, all’indomani della pubblicazione della prima pagina di native advertising da parte del New York Times.

 

La normativa vigente

 

Secondo la US Federal Trade commission: << il native advertising può essere illegale se i consumatori non sono stati avvertiti in maniera chiara che si tratta di contenuti sponsorizzati >>.

 

In Italia vale il principio, sancito dalla legge (il codice del consumo) e dal principale contratto di lavoro giornalistico (quello Fieg-Fnsi), secondo cui: << i contenuti pubblicitari devono essere facilmente riconoscibili >>.

 

Oggi che succede?

 

Nel 2015 gli editori Usa si sono dovuti confrontare con il blocco degli annuci pubblicitari sul mobile, hanno dovuto lottare con il traffico generato dai robot (bot traffic) e con il crescere delle pubblicità automatiche. In più piattaforme come Apple, Facebook e Snapchat ospitano le notizie e offrono spazi pubblicitari. Pare che gli editori pur sperimentando soluzioni nuove di native advertising journalism utilizzando video, podcast e newsletter non riescano ancora a cogliere l’occasione e a trovare il giusto approccio per sfruttare la pubblicità nella versione mobile.

NiemanLab ha sentito alcuni editori riguardo alla loro politica pubblicitaria.

Slate:

Quattro anni fa abbiamo lanciato “Slate Custom,” si tratta di uno strumento che aiuta i nostri inserzionisti a comunicare con i lettori.  Un’altra area nella quale stiamo avendo discreto successo. Utilizziamo la classica posizione dell’editoriale per portare gli utenti a questo tipo di contenuti. E’ chiaramente identificabile come contenuto pubblicitario, ha un colore diverso dal resto. Guidiamo i lettori verso questi contenuti nella stessa maniera in cui li indirizziamo a contenuti di alta qualità.

New York Time:

Con Mobile Moments per esempio, abbiamo usato l’intuizione che i bisogni di notizie del nostro pubblico cambiano nell’arco della giornata, e abbiamo progettato un programma di annunci pubblicitari creativi e dinamici programmati per orario diversi durante il giorno in perfetta armonia con la presentazione della notizia.

Oggi, offriamo agli inserzionisti la possibilità di raccontare storie con lo stesso approfondimento e ampiezza dei nostri contenuti.

 

Newsweek:

Stiamo usando la nostra redazione e la content curation in modo da costruire esperienze che portino direttamente ai brand.

The Atlantic:

Le persone vengono ingaggiate grazie a contenuti di qualità e ormai  i nostri lettori sono abituati a contenuti di valore creati da Atlantic Re:Think.

 

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