SoldiPubblici.it, tra fumogeni e duplicazioni

| 22 gennaio 2015 | Tag:, , , ,

Lo premetto subito: SoldiPubblici.gov.it non mi convince. Non per l’idea in sé, ovviamente positiva, ma per l’approssimazione che la contraddistingue e, con essa, contraddistingue la ‘strategia’ del Governo in materia di trasparenza e partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. E poco c’entrano fenomeni quali benaltrismo e malpancismo, principi ispiratori come “il meglio è nemico del bene”, piuttosto che slogan faunistici di sorta (gufi, certo, ma anche tanti pappagalli, iene e sciacalli). La faccenda, come sempre in Italia, è grave ma non è seria.

 

Sui siti Web (VS. le riforme strutturali)

 

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Prima di fare un sito Web – potenziale fumogeno acchiappa click e cattura consensi in nome di un’innovazione facilona che con l’Open Government ha poco a che fare – sarebbe opportuno dotarsi delle infrastrutture, normative gestionali e culturali, necessarie a un governo davvero aperto e partecipato della cosa pubblica (abbiamo visto com’è andata a finire col sito passodopopasso.it, da poco ‘tempestivamente’ ripopolato). E il presupposto a qualsiasi strategia di Open Gov è sicuramente una legge che sancisca il diritto di chiunque ad accedere e conoscere le informazioni della Pubblica Amministrazione sul modello del Freedom of Information Act-FOIA, promesso dallo stesso Premier Renzi come primo atto di un suo eventuale mandato, e poi mai messo nell’agenda di governo. Conoscere l’operato pubblico è un diritto dei cittadini, e non una graziosa concessione della PA, che decide cosa rendere noto, come dove e quando.

 

Ora, come attentamente osservava Fabio Chiusi su Twitter subito dopo il lancio del nuovo sito:

 

 

Sulla spending review (quella vera)

 

Dopo il lancio in diretta Tv (con una messa on-line che certo non passerà alla storia come una best practice) in molti hanno invocato finalmente la possibilità di una spending review. Difficile, visto che per ora il sito fornisce solo i “dati dei pagamenti delle regioni, delle aziende sanitarie regionali, delle province e dei comuni”; mancano all’appello Ministeri e Presidenza del Consiglio, oltre che i beneficiari dei pagamenti – non proprio un’inezia, ma che siamo certi sarà presto colmata, come promesso. In più, quei dati, per quanto indicativi, non sono certo auto-esplicativi, mancano i metadati di contesto, e non consentono quindi di stabilire l’efficacia e l’efficienza della spesa.

 

Ma allora perché non uscire direttamente con dati completi ed esaustivi? Per motivi di opportunità e comunicazione politica, comprensibilmente. D’altronde il sito è stato fatto a tempo di record. Peccato che la stessa solerzia (o semplice fretta; Natale era alle porte) non è stata riscontrabile anche per la pubblicazione dell’ormai famigerato Dossier Cottarelli sulla spending review: 25 documenti a cui un team di esperti ha lavorato per circa un anno e che da mesi giace riposto in qualche cassetto di Palazzo Chigi – sebbene da più parti sollecitato, non da ultimo con una recente campagna di FOIA.it.

 

Sulle duplicazioni (o di una politica miope, se non strabica)

 

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Appena un mese fa, il 18 novembre, è stato lanciato (certo con meno enfasi da parte del Governo e delle sue estensioni mediatiche) il sito OpenCivitas.it, realizzato da SOSE (società controllata dal Ministero dell’Economia) in collaborazione con il Dipartimento delle Finanze a fronte di un processo di riforma, avviato tra il 2009 e il 2010 con la legge delega sul federalismo fiscale, che prevede l’individuazione dei fabbisogni standard per gli enti locali italiani con riferimento alla spesa relativa alle rispettive funzioni e servizi, dalla raccolta rifiuti alla gestione del territorio, dai trasporti alle forze di polizia locale, ecc. Il sito è la parte visibile e fruibile di un più ampio lavoro di ricerca e rilevazione finalizzato a efficientare la spesa pubblica attraverso l’individuazione e il confronto tra Fabbisogno Standard e spesa storica per funzione/servizio di ogni ente locale, consentendo di entrare nel dettaglio delle scelte gestionali e organizzative degli amministratori, nonché permettendo di confrontare due o più enti.

 

Anche OpenCivitas.it, insieme a queste utili funzionalità, presenta pure i suoi limiti (es. il mandato non prevede l’analisi della gestione delle spese delle società partecipate; non sono contemplati i dati degli enti di regioni a statuto speciale; i dati rilasciati sono vecchiotti, sebbene dovrebbero essere aggiornati nel corso del 2015). Ma il punto, qui, non è tanto – non solo, almeno – il merito della questione. Basta infatti mantenersi sulla superficie del buon senso per nutrire legittime perplessità, già di metodo.

 

I due siti (cui si potrebbe aggiungere anche il recente Siope.it, di cui SoldiPubblici è una versione più user friendly) paiono in parte una duplicazione, sebbene con alcune importanti differenze – uno si basa sui pagamenti effettuati dalla PA, sui dati di cassa quindi, è più aggiornato e comprende più enti; l’altro usa i dati certificati e offre (ancor di più quando sarà a pieno regime) gli strumenti di analisi e confronto essenziali per comprendere le informazioni in questione. Una duplicazione che ha un prezzo, considerando che l’intero progetto sui fabbisogni standard (di cui il sito Open Civitas è una appendice extra,  non compresa nel budget di progetto, e volta a restituire in modo trasparente i risultati dello stesso) già aveva un costo complessivo di 15 milioni di Euro, spalmati in tre anni e a lordo dell’IVA. Al costo, poi, si aggiunge la disfunzione di avere adesso due siti di riferimento da interrogare, che non dialogano tra loro, e che se da un lato si completano dall’altro si sovrappongono.

 

Sorprende, dunque, che mentre il mondo viaggia spedito verso la semplificazione economico-funzionale derivante da banche dati univoche e dialoganti, in Italia, nel giro di un mese, si inaugurino due siti distinti in materia di spesa pubblica. Era così futuristico, in epoca di campioni digitali, pensare di ottimizzare gli sforzi capitalizzando risorse e strumenti?

 

A volte pare quasi che la mano destra non sappia quel che fa la sinistra – o che semplicemente se ne infischi.

 

 

Articolo aggiornato il 22/01/2015 alle ore 17:40

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