Una amara regressione di genere nell’ industria
dei media Usa

| 23 settembre 2014 | Tag:, , , ,

Nieman-copL’ inversione di rotta nella stampa Americana al centro di un articolo di Anne Marie Lipinsky, curatrice della Fondazione Nieman per il Giornalismo ad Harvard, che su NiemanLab analizza lo status sociale e lavorativo delle donne nei mezzi di comunicazione.

 

L’ ex direttrice del Chicago Tribune, in particolare, sottolinea come in molteplici casi la posizione femminile di vertice, in ruoli decisionali, abbia subito negli ultimi anni una flessione negativa. Spiegando anche di aver ‘’ notato alcuni ricorrenti, familiari, malsani modelli importati e replicati dal vecchio classico mondo giornalistico al nuovo, quello digitale’’.

 

 

ENSURING WOMEN HAVE A SEAT AT THE LEADERSHIP TABLE.

di Ann Marie Lipinsky

(Niemanlab.org)

 

Il pranzo per i tirocinanti estivi si tenne al club maschile del “Redattore snob”: gli altri interni ed io arrivammo prima dei pezzi grossi, ed io presi posto vicino alla donna che aveva condotto e gestito il programma di stage. Si chiamava Sheyla Wolfe: avevamo appena dispiegati i tovaglioli in grembo, quando un gentiluomo si chinò su entrambe, e ci sussurrò la sua audace richiesta…Io e Wolfe ci saremmo potute gentilmente ri-allocare dal centro del tavolo all’ estremo limite, in modo che i membri del club potessero essere esposti allo sguardo delle donne, mentre queste passavano?

 

Io mi bloccai, più per il cadermi delle braccia, per fuori combattimento, che per shock: ero naive, fresca di campus universitario…campus “illuminato”, tra l’ altro, dove il sessismo impugnava una spada dalla lama senza filo e non quella affilata brandita, quel pomeriggio, dagli uomini di uno dei templi dell’ elite affaristica di Chicago, capaci e fonte di insulti silenziosi.

 

“Stiamo sufficientemente bene qui, grazie”, disse Wolfe. L’ uomo cominciò a formulare di nuovo la sua richiesta, quando Wolfe, una minuscola, feroce fiera, una potenza da redazione, quietamente, significativamente, afferrò il bordo del tavolo con entrambe le mani…”Ho detto che noi due siamo sedute qui”. Non ebbe a parlarne più.
I direttori delle varie testate arrivarono, il pranzo venne servito e gli interni del Chigaco Tribunes udirono possenti parole dai più potenti uomini della carta stampata.

 

Qualche tempo dopo, spulciando gli archivi, venni a sapere che la granitica Wolfe aveva tempo addietro fatto notizia quando, in veste di reporter, le era stato negato l’ accesso, attraverso la porta principale, a un club riservato agli uomini dove si era recata per scrivere di un funzionario governativo. Venne reindirizzata verso un’ entrata secondaria, separata: portò egualmente a termine il proprio compito, ma poi, pubblicamente, denunciò la cosa, definendo quella “l’ entrata degli appestati”.

 

Proprio mentre digito queste parole, esse appaiono, perfino a me, come tratte da un libercolo sulla moralità, scritto a mano da una ragazza americana di quelle da libro di storia…e non qualcosa di reale, accaduto nella mia vita; io sono stata fortunata, con qualche eccezione: questo nonostante i miei capi siano stati, nella più parte dei casi, uomini.

 

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L’esperienza di una tale, palese, sfacciata discriminazione non è, eufemisticamente ed esattamente, una pietra miliare da lasciare alle nostre figlie: e gratitudine e vergogna procedono di pari passo, profonde, per le umiliazioni che tante, tra noi, hanno sopportato per consentirci di giungere dove siamo.

 

Tutt’ ora, in conversazioni recenti con decine di colleghe, emerge inquietudine riguardo allo stato della penetrazione della leadership femminile nel mondo del giornalismo: ho notato alcuni ricorrenti, familiari, malsani modelli importati e replicati dal vecchio classico mondo giornalistico al nuovo, quello digitale: e così ho cominciato a parlare con le donne “capo” che conoscevo, proseguendo con il contattare quelle che non avevo mai incontrato, chiedendo a tutte quello che vedevano, percepivano; le storie tra loro non collegate, attraverso le generazioni ed i diversi tipi di media.

 

Ho udito dire dalla bocca di una dirigente televisiva del come ci fossero più opportunità per le donne, nella sua rete TV, nel periodo iniziale della sua ascesa professionale, 25 anni orsono, in cui si era passati da posti di prestigio saldamente in mano a donne che ora, però, erano esclusivamente in mano maschile; ho udito una giovane donna, proprietaria di una ampiamente approvata nuova azienda digitale descrivere la frustrazione del tentare invano di praticare una breccia nella loggia tutta maschile del venture capital; ho saputo di una dirigente di azienda esordiente che ha divelto e soffiato la sedia al proprio collaboratore maschio perché pensava che sarebbe stato più appropriato e gradito da alcuni venture capitalist…; e saputo di una affermata giornalista, dipendente da una pubblicazione a livello nazionale, rimasta attonita e frustrata al sapere di una disparità discriminatoria di trattamento economico nel suo lavoro.
Gli aneddoti, ahimé, sono purtroppo, per l’appunto, aneddotica…

 

Comunque, non tutti sono scoraggiati: una collega polemizza,al riguardo, dicendo che ci si focalizza eccessivamente su quel che accade in cima alla piramide ed affatto o non abbastanza sul progresso compiuto al di sotto di questo apice e nei piccoli mercati. Però, nella storia di copertina a cura di Anna Griffin, noi troviamo zavorra a contrappeso di quanto detto poc’ anzi a supporto delle preoccupazioni diffuse: le donne non stanno affatto guadagnando quota nell’ ottenere posti di lavoro ai vertici, neppure lontanamente vicino al tasso con cui entrano nell’ indotto delle scuole di giornalismo; in qualche ambiente dei mezzi di comunicazione, anzi, il loro successo sta implodendo.

 

Melanie Sill, la quale ha prestato servizio come redattrice in due testate giornalistiche ed è ora vice presidente di una stazione radio pubblica, ha dato alla Griffin una desolante valutazione: “Noi, come industria e, temo, forse come società, stiamo scivolando all’ indietro, in un brutto mondo in cui le donne non hanno le medesime opportunità degli uomini e non esercitano la stessa influenza’’.

 

Abbiamo iniziato a discutere di questo argomento, del Rapporto Nieman, prima che Jill Abramson venisse licenziata dalla sua posizione di direttore del New York Times e che, nello stesso giorno, Natalie Nougayrède non reggesse alla pressione e rassegnasse le dimissioni da Le Monde. Sebbene i dati ci fossero e fossero maturi, pronti per un’ analisi, anche senza questa non vi è dubbio alcuno che le due “dipartite”, gemelle per il calibro delle due donne, cristallizzassero e fotografassero quello che per molti significa una malinconica, latente sensazione di regressione di genere nell’ industria dei media. Nessuna importanza per le conclusioni cui la gente giungeva sui meriti relativi alle capacità gestionali delle due donne: i meriti vennero bruciati e liquidati, per lo più anonimamente, da descrizioni di entrambe con termini come “brusca”, “invadente”, “autoritaria” e perfino “Putin-simile”.

 

Per un certo numero di donne dirigenti che conosco – alcune delle quali hanno lavorato per uomini che venivano idolatrati per aver lanciato macchine per scrivere da un angolo all’ altro di una redazione, anche il linguaggio ha portato uno shock post traumatico, con una svolta…Esso è stato preso a pretesto non per mero commiserarsi, ma per dare la stura ad una lunga, complessa e da tempo attesa conversazione: una dirigente giornalistica mi ha scritto: “Credo che questo sia un momento epico: a giudicare dal traffico di posta elettronica a me indirizzata, le donne sono piene di storie così e noi, almeno e fortunatamente, possediamo una piattaforma per iniziare a parlare di questi argomenti con le donne più giovani in un modo e con una forza che potrebbe davvero aiutarle nelle loro carriere…”. Lei ed altre donne stanno lavorando alla elaborazione di alcune strategie per far questo ed è mia speranza che questa nostra pubblicazione, qui, faccia avanzare ed aiuti il loro lavoro.

 

Tempo fa venne da me in visita una scrittrice giapponese, impegnata in un libro su prominenti giornalisti di sesso femminile. Al termine dell’ intervista, ella chiese se potessi raccomandarle di altre donne che dirigessero grandi testate giornalistiche statunitensi. “Lei – domandò con affascinante linguaggio – conosce altre grosse signore (large ladies)?” La frase penetrò…e, per un bel po’, un gruppo di noi si riunì per occasionali cene “per signore grosse”.

 

Molte delle testate giornalistiche rappresentate in quelle cene non sono più condotte da donne: nonostante ci siano molteplici ragioni, per questo, mi domando se qualcuno di noi prevedesse, potesse prevedere l’ inversione di rotta o abbia fatto abbastanza, mediante azioni o dando l’ esempio, per incrementare le probabilità che la successione fosse femminile.

 

Sono stata la prima donna a divenire direttrice del Tribune.

 

Circa vent’ anni prima, ad un pranzo per stagisti estivi, avevo osservato la donna che mi aveva assunta mantenere pervicacemente il proprio posto al tavolo, come se da questo dipendesse il nostro futuro.

 

(traduzione a cura di Maria Daniela Barbieri)

 

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