Tu chiamala, se vuoi, professione

| 12 marzo 2014 | Tag:, , , , , , ,

post ‘’Questo lavoro sta cominciando a somigliare a quello dei poeti: bello, nobile, persino utile, ma quasi senza mercato’’. E’ Luca Sofri che usa questo paragone in un bell’ articolo (che consigliamo vivamente), intitolato ‘’A un giovane giornalista, o come lo chiameremo’’, dedicato a certezze e incertezze della ‘’professione’’: fra virgolette perché Sofri si chiede anche se non sia ‘’anacronistico persino chiamarla ‘professione’‘’.

 

L’ articolo dà conto di  un pezzo sul New York Times (superconsigliato anche questo) in cui Margaret Sullivan, la public editor del giornale (il redattore incaricato di controllare la correttezza deontologica della testata nell’ interesse dei cittadini),  mette insieme una serie di osservazioni ‘’su cosa sta cambiando nel mestiere dei giornalisti e nel ruolo dei media e di tutti gli enti che fanno informazione’’.

 

Osservazioni che Sofri condivide in massima parte ma che, tradotte nella situazione del nostro paese, danno luogo a un curioso paradosso. Il cambiamento è impetuoso ma non riesce a scalfire certezze e punti di vista vecchi: si ha spesso ‘’l’impressione – dice Sofri – che l’arretratezza dell’ecosistema cultural-professionale italiano abbia delle ricadute persino su generazioni che il luogo comune vorrebbe invece più sintonizzate con il futuro e le trasformazioni’’.

 

E infatti, racconta Sofri:

 

 Mi accorgo che molti di coloro che scrivono al Post per collaborare, che vediamo per gli occasionali colloqui, che vengono formati dalle scuole di giornalismo, che partecipano a corsi o seminari sembrano avere ambizioni che derivano da idee della professione spesso anacronistiche (forse è anacronistico persino chiamarla “professione”): una scrivania nella sede di un grande quotidiano, una rubrica di proprie opinioni su tutto, un mandato a girare il mondo per fare grandi reportage di viaggio, un blog sul calcio, o sul cinema. E il mio lavoro è spiegargli, con pazienza ma a volte in modi forse bruschi, che quella roba lì non esiste più, che gli spazi per quelle cose sono diventati ridottissimi e insoddisfacenti, che l’offerta di semplice scrittura o “voglia di raccontare” è ridondante, che il giornalismo è diventato un’altra cosa, molte altre cose: ma spiego anche che queste molte altre cose possono addirittura essere più divertenti e stimolanti ed efficaci dei modelli tradizionali visti nei film americani o immaginati sfogliando grandi quotidiani in crisi di lettori e di senso e che non assumono più nessuno.

Ecco, il sistema formativo italiano sembra totalmente incapace di incidere sulla cultura di base delle nuove generazioni. Le Agenzie culturali – scuola, università, media – non riescono a rappresentare con un minimo di profondità la trasformazione in atto. E lo stesso discorso sui problemi del  giornalismo e sui nuovi giornalismi rimane circoscritto a una nicchia ristretta di addetti ai lavori. Senza diventare dibattito e cultura di base.

 

Tanto che, mentre Marc Fisher, in un articolo sulla Columbia Journalism Review (di cui stiamo per pubblicare la traduzione qui su lsdi.it), racconta che «Quando un candidato nei colloqui mi dice che la sua passione è scrivere degli articoli, gli rispondo che non è un lavoro che offriamo. Cerchiamo di stare alla larga da termini riduttivi come “reporter” o “redattore”» (come riporta Sofri), da noi all’Ordine dei giornalisti ci azzuffiamo sul fatto se conservare o meno la distinzione fra professionisti e pubblicisti.

 

Quando, appunto, non si sa neanche se è opportuno, o realistico, chiamarla ancora ‘’professione’’.

 

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