Trasparenza in Italia: “vorrei ma non posso” o “potrei ma non voglio”?

| 30 aprile 2014 | Tag:, , , , ,

FoiaIt

Cresce nel mondo la consapevolezza che istituzioni più trasparenti sono un bene e un volano per il funzionamento delle istituzioni stesse, per l’ economia dei Paesi, per il corretto sviluppo delle loro società, piuttosto che per la pratica di un giornalismo di qualità che non sia mera cronaca degli eventi, ma che sia in grado di anticiparli e leggerli attraverso la lente cristallina dei fatti.

 

Tale consapevolezza, insieme alla richiesta di un’ azione più incisiva verso una reale trasparenza delle istituzioni, cresce naturalmente anche in Italia, un Paese che ha fatto della segretezza il carburante naturale della macchina pubblica.

 

L’atteggiamento dell’attuale Governo verso le ripetute istanze di trasparenza, che montano non solo dal basso ma ormai in modo sempre più trasversale, si pone a metà strada tra il “vorrei ma non posso” e il “potrei ma non voglio”.

 

Partiamo dalla fine …

 

La declassificazione degli atti relativi solo ad alcune delle recenti stragi italiane è sicuramente una lodevole iniziativa, come evidenzia anche Lorenzo Lamperti su affaritaliani.it, ma è soprattutto un’abile campagna di marketing: con essa, infatti, nessuna nuova verità verrà a galla, trattandosi di atti già noti non solo alle autorità ma anche ai semplici lettori di giornali.

 

Inoltre, a prescindere dalla Direttiva-Renzi, le contraddizioni che legano la legge in questione (L. 124/2007) al relativo regolamento attuativo ci pongono di fronte al rischio di una maggiore segretezza, anziché trasparenza. Infatti, poiché la legge pone limiti temporali alla declassificazione palesemente insufficienti e troppo brevi per determinate tipologie di atti sensibili, in molti casi sarà necessaria la proroga della classificazione da parte del Presidente del Consiglio che – cosa gravissima – non ha limiti temporali. (Qui per approfondire la questione normativa).

 

… proseguiamo …

 

Trasparenza e digitale sono alcune delle buzzword della narrativa renziana, e gli open data sono al centro delle due dimensioni. Tuttavia, a fronte dell’assenza di una reale strategia digitale e di un digital divide intollerabile sia per le istituzioni sia per i cittadini, riempirsi la bocca (e riempire convegni, linee guida, ecc.) con gli open data suona un po’ come voler volare prima ancora di avere imparato a camminare.

 

Gli open data, inoltre, sono uno degli elementi cruciali dell’open government (i cui principi fondanti sono bellamente ignorati dai nostri governanti), la cui premessa naturale e imprescindibile è una vera legge sul diritto di accesso alle informazioni pubbliche da parte di chiunque – legge che in Italia è ancora ingiustificatamente assente ma che nel resto del mondo è da tempo nota come Freedom of Information Act (FOIA).

 

… per poi chiudere con il punto di partenza

 

Durante la campagna per le primarie del Partito Democratico contro Bersani (era il 2012), Renzi dichiarò convintamente “La prima cosa in assoluto che farei da premier è … adottare il Freedom of Information Act”. La stessa volontà l’ha ribadita durante il suo recente discorso di insediamento come Premier, nonché in diverse successive occasioni pubbliche.

 

Alle parole non hanno ancora fatto seguito i fatti e, parafrasando lo slogan delle primarie di cui sopra, viene naturale continuare a chiedere: Caro presidente Renzi, ora che il ‘’futuro è arrivato’’, lo adottiamo il Foia?

 

Forse non ce lo chiede espressamente l’Europa, ma lo chiedono tanti cittadini ‘comuni’ – tra l’altro protagonisti proprio dell’attuale campagna elettorale del PD per le elezioni europee – ai quali è doverosa una risposta tangibile.

 

P.S. Come se non bastasse, a continuare a chiederlo c’è pure Missouri4 direttamente da Gazebo

 

 

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