Tra radio e nuovi media, nel cuore dell’ Africa la rivoluzione ‘’mobile first’’

| 25 febbraio 2014 | Tag:, , ,

Burkina1 “Siamo sempre connessi”. È quello che risponderebbe un nativo digitale qualsiasi con lo smartphone in mano nei corridoi di una scuola italiana.
 
Ma quando me lo dice un’intera classe di un liceo di Ouagadougou, rimango un po’ sorpresa.
 
Perché quattro anni fa, l’ ultima volta che sono stata in Burkina Faso, per inviare un’ email dovevo cercare un cyber cafè e pagare almeno 3 euro per un’ ora di internet.
 
 
 

di Donata Columbro

 

Oggi con 5mila franchi (7 euro) ho un giga di connessione per il mio cellulare, con cui riesco ad aggiornare quasi quotidianamente i canali social di Parlez vous global, il progetto che mi ha portato qui a tenere un laboratorio di mobile journalism per 30 studenti e 30 insegnanti di quattro scuole superiori tra la capitale e Ouahigouya, capoluogo della provincia di Yatenga, a 50 km al confine con il Mali.

 

“Il Burkina è un terreno vergine per quanto riguarda i contenuti digitali: sempre più persone sono connesse, ma non c’è molta offerta di siti di informazione online. Ecco perché vogliamo crearne uno”. Così Jean Paul Ouedraogo, 30 anni, fondatore dell’associazione La Croix Bleu, che “come la Croce Rossa, risponde alle emergenze dei cittadini: quelle che riguardano il bisogno di informazione e di verità su quello che accade nel paese”.   Jean Paul è un giornalista dell’emittente tv locale Canal 3, ma un giorno vorrebbe lasciare il suo lavoro e diventare indipendente con un sito multimediale e una web tv targata Croix Bleu.
 
“Quando condividiamo uno dei nostri reportage su Facebook abbiamo moltissime visualizzazioni, questo ci ha fatto capire che se vogliamo raggiungere i cittadini dobbiamo andare online”. Anche perché ci sono alcune notizie che Canal 3 non trasmette. Come il video che dimostrava i brogli alle ultime elezioni amministrative: “Il nostro capo ha preferito non avere problemi, noi l’ abbiamo condiviso in Rete ed è stato visto da centinaia persone”.

 
Il Burkina Faso è uno stato dell’Africa occidentale da anni al fondo della classifica dell’indice dei diritti umani, ma giudicato “parzialmente libero” (come l’ Italia) nel rapporto annuale della Freedom House per quanto riguarda la libertà di stampa. Il paese sta anche vivendo un periodo molto vivace dal punto di vista politico e sociale.
 
Nel 2015 le elezioni presidenziali potrebbero finalmente mettere fine all’era di Blaise Compaoré, al potere da 27 anni, grazie a una mobilitazione senza precedenti dell’ opposizione e dei cittadini. “Sicuramente i social network e la crescita dell’ accesso a internet hanno aiutato questa fase di cambiamento”, spiega Damien Glez, disegnatore e direttore del Journal du Jeudi, giornale satirico burkinabé, che esce ancora in formato cartaceo e approfitta dell’assenza di rivali per dominare il piccolo mercato del paese, con una tiratura settimanale di 10mila copie.
 
Burgina2Il dibattito politico online è molto acceso, soprattutto sui siti dei quotidiani, che pubblicano i migliori commenti sull’edizione cartacea, invogliando i lettori a comprare il numero ‘di carta’ per rileggere i propri contributi.   In Burkina però solo il 3% della popolazione ha regolarmente accesso alla rete e il digital divide, soprattutto tra città e zone rurali, non manca.
 
Dove non c’ è Facebook, suppliscono le radio comunitarie, veri e propri “social network” del territorio, che mettono in collegamento cittadini, associazioni e istituzioni attraverso programmi in lingua locale e reportage dal territorio.
 
“Diamo voce alla realtà contadina di Ouahigouya, inviando i nostri reporter nei villaggi, promuovendo le attività agricole anche come alternativa all’ esodo rurale che coinvolge soprattutto i più giovani, attirati dalle prospettive di lavoro nelle grandi città”, racconta Adama Sougouri, direttore della Voix du Paysan, radio comunitaria di Ouahigouya. “Poi anche noi, come i social network, abbiamo una ‘bacheca’ radiofonica, in cui le persone ci chiamano o vengono a portarci i loro messaggi da diffondere in radio: ad esempio, se un allevatore perde un animale dal gregge, può chiederci di mandare in onda il messaggio e se qualcuno lo ritrova può rispondere all’ appello in radio”.
 
Allora perché un progetto di mobile journalism? A tutti quelli che mi chiedono perché vado in Africa subsahariana e non costruisco pozzi, ma blog, faccio vedere questo video. I dati sono del 2012, e già mostrano quanto l’ Africa stia diventando un continente “mobile first”.
 
Il progetto Parlez vous –global (poi sono i ragazzi a farmi accorgere dell’ anagramma, parlez vous blog-al) coinvolge 7 paesi, 4 in Europa e 3 in Africa, per portare il tema delle migrazioni sui banchi di scuola. L’ ong Cisv, capofila del progetto, spinge in particolar modo per l’ uso delle nuove tecnologie.
 
L’  idea è quella di educare contemporaneamente al tema della cittadinanza globale e ai nuovi media: se imparo a creare contenuti, la mia fruizione di internet diventa più critica e più responsabile. Funziona? Lo abbiamo sperimentato con la “bufala” della squadra nazionale di calcio burkinabé che secondo un messaggio diffuso su Facebook aveva passato le qualificazioni per i mondiali nonostante la partita persa contro l’ Algeria. Scuole e uffici chiusi, con la popolazione che si riversa in piazza per festeggiare, fino a quando in tv viene trasmesso un video messaggio che smentisce la notizia.
 
 

Chiedo ai ragazzi: qual era la prima cosa da fare? “Controllare il sito della Fifa!” I tifosi imparano in fretta :) #parlezvousglobal

 

Donata Columbro (@dontyna)

 

LINK DEL PROGETTO

#parlezvousglobal

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instagram.com/parlezglobal

 

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