Social media: condivido, anche se è una bufala, anzi…

| 9 aprile 2014 | Tag:, , , ,

Quattrociocchi-copSui social media la veridicità o meno di una notizia ha sempre meno importanza.

 

Quella che fino a poco tempo fa poteva sembrare solo una sensazione avvertita soprattutto dagli addetti ai lavori, trova ora una conferma scientifica grazie a uno studio basato sull’analisi del comportamento su Facebook di 2,3 milioni di individui distribuiti in 50 pagine suddivise in tre categorie: media mainstream, pagine di informazione alternativa e pagine di attivismo politico.

 

La Ricerca ha evidenziato come la viralità di una notizia non risieda nella sua veridicità quanto nel grado di coerenza della notizia «con una determinata narrazione del mondo, molto spesso oversemplificata», come spiega in una intervista a Lsdi il coordinatore dello studio, Walter Quattrociocchi.

 

In questo scenario un ruolo di primo piano viene occupato dai cosiddetti troll, personaggi cioè che si divertono a diffondere bufale trasformando i dibattiti e le notizie in parodia, e dagli utenti che seguono la cosiddetta “informazione alternativa”, che risultano essere i meno attenti e quelli che prendono per fatti veri la satira e le bufale diffuse dai troll.

 

Il falso come notizia?

 

Lo studio – condotto tra il 1° settembre 2012 e il 28 febbraio 2013 da istituti universitari di Lucca, Lione e della Northeastern University di Boston – ha dunque accertato che Facebook è un “luogo” dove verità e menzogna non contano molto, anzi, rivestono un ruolo minimo nella condivisione, diffusione e commento delle notizie.

 

Un aspetto che può però avere preoccupanti risvolti sul piano dell’ informazione: in uno scenario in cui i social media diventano la fonte prevalente o unica di notizie per un numero sempre maggiore di persone, ci si domanda quale possa essere il livello e la qualità di informazione che circola vista la massiccia presenza di soggetti attratti da tutto ciò che viene pubblicato sui social media senza distinzione tra vero e falso. Una riflessione che deve coinvolgere anche chi l’informazione la fa seriamente per capire come ovviare a questa pericolosa deriva che, per certi aspetti, appare quasi inarrestabile. E rischia di rendere del tutto irrilevante il parametro della veridicità

 

Per approfondire gli aspetti legati alla ricerca in questione, Lsdi ha sentito Walter Quattrociocchi, ricercatore all’ IMT – Institute for Advanced Studies di Lucca e visiting professor alla Northeastern University di Boston e capo del Laboratory of Computational Social Science (CSSLab) a Lucca.

 

a cura di Fabio Dalmasso

Come è nata l’idea della ricerca?

 

La teoria dell’Agenda setting afferma che esiste una correlazione tra argomenti discussi dalle persone e quello che viene riportato dai media. Però, con l’ avvento dei nuovi media la modalità di filtraggio dei contenuti da diffondere è diventata sempre più proattiva. Esattamente in questo contesto ci siamo chiesti che relazione ci fosse tra informazione circolante (e la sua qualità), dibattito pubblico e percezione sociale.

 

Recentemente è andata via via affermandosi l’ abitudine di dibattere sui social media. E la costante diffusione di informazioni (più o meno verificate) spesso create direttamente dagli utenti ha definitivamente cambiato il meccanismo di selezione dei contenuti, che ora viene dal basso. Non raramente queste informazioni vengono utilizzate per argomentare in merito a questioni altamente critiche (vaccini, cure, alimentazione, globalizzazione, etc). Anche i media tradizionali stanno andando verso questo tipo di selezione e spesso la qualità del dibattito è altamente influenzata dalla scarsità di conoscenza: vedi il proliferare di programmi televisivi che convogliano discussioni esacerbando posizioni estreme, poco documentate e spesso dipendenti dall’ ignoranza di chi dirige la discussione.

 

Quali sono stati i principali risultati della ricerca?

 

Il nostro studio ha portato alla luce alcune indicazioni interessanti in merito alla consistenza di questo concetto di “collective intelligence” che decanta tutte le peculiarità (mai verificate finora) dell’ organizzazione dal basso di questioni politiche e non. Nei social media gli utenti fruiscono di informazioni verificate e non sostanziate (vedi scie chimiche, rettiliani, New World Order) in maniera indistinguibile. E a proposito di “collective intelligence” qui siamo riusciti a vedere che informazioni satiriche e palesemente false tendono a diventare virali mentre il fattore determinante per la condivisione sembra essere la coerenza con il sistema di credenze dell’ individuo.

 

Lo studio ha fornito alcune indicazioni sull’ attenzione che gli utenti pongono alle questioni online. Decisamente si evince che l’ attenzione alla veridicità è minima, il discriminante per la sua diffusione è la coerenza con una determinata narrazione del mondo che troppo spesso è oversemplificata. E questi minuscoli pezzetti di informazione creano dei miti (la cui dimostrazione è fatta mediante postulati) che come sostitutivi della realtà sono potenzialmente pericolosi

 

Cosa sono i troll e che ruolo hanno su Facebook?

 

Secondo la nostra esperienza i troll in quell’ecosistema non sono da intendersi come soggetti pagati da qualcuno per sviare l’opinione pubblica come si è spesso detto in giro. Sono invece persone spesso stanche della continua polarizzazione su ogni questione (o bianco o nero) che invece di creare altre resistenze al dibattito hanno cominciato a elaborare questo stato dei social media in una maniera surreale estremizzando le posizioni personali e trasformando tutto in una parodia.

 

Perché, secondo lei, la veridicità o la falsità di una notizia sono così irrilevanti per gli utenti di Facebook?

 

Perché in un mondo globalizzato è cresciuta la complessità dei fenomeni e l’ utente medio fatica a starci dietro. La scienza ha fatto passi da gigante, ma riesce sempre più difficilmente a rendersi comprensibile a chi non è nel settore. E in questo gap di comunicazione si infilano i vari profeti della ricetta dalla spiegazione facile e dall’ elaborazione per postulati che non raramente arriva al delirio da narcisismo: le scie chimiche sono un piano per rendere il cielo un grande schermo su cui proiettare immagini di alieni in modo che il mondo sotto una minaccia comune, chieda di essere governato da un unico governo. Cosi si realizzerebbe il piano del nuovo ordine mondiale e si preparerebbe la venuta dell’anticristo.

 

Può essere pericolosa, e quanto, per lei, la facilità di diffusione della disinformazione o della  falsa informazione?

 

Associazioni di idee per analogia, frammenti di aspetti (spesso frutto di mancata comprensione) diventano basi d’ appoggio per creare una narrazione alternativa e diventano informazioni e nozioni da condividere che si usano anche nella discussione politica. Lo stesso concetto di New World Order, inteso come una qualche organizzazione segreta che tramerebbe all’oscuro per unire tutto il mondo sotto un unico governo, non è altro che la mitizzazione del fenomeno della globalizzazione e di tutte le sue dinamiche.
Secondo lei il giornalismo può contrastare questo fenomeno?

 

A questo le posso rispondere solo a titolo personale. Il proliferare di questo meccanismo che mira alla ricerca dell’ audience più che alla sintesi corretta di informazioni e prospettive ha dato man forte a questo stato dei fatti. L’ Italia è un paese con un altissimo tasso di analfabetismo funzionale. L’ audience-driven publishing tende ad abbassare il livello. Il giornalismo scientifico in particolare spesso lascia a desiderare, per non parlare di quello divulgativo in generale. Testimoni ne sono le trasmissioni in prima serata dove più che discussione informata si fa a gara a chi la dice più grossa.

 

Questo fenomeno è molto pericoloso, siamo in grado di indurre il parlamento a parlare della questione delle scie chimiche. Alcuni esponenti politici (credo anche parlamentari) non lesinano citazioni al grande complotto mondiale. Guardi ad esempio la storia della ricapitalizzazione della Banca D’Italia o quella del signoraggio bancario. Non so quanto queste narrazioni, a parte che a definire un falso capro espiatorio, aiutino a risolvere i problemi che veramente ci sono.

 

Ripeto, l’analfabetismo funzionale dilaga (e purtroppo non è legato al titolo di studio), la crisi c’è e si sente. Quanto aiuta la ciarlataneria basata su rielaborazioni ignoranti e oversemplificate del mondo?

 

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