Sensor journalism, quando la tecnologia italiana si trasforma in giornalismo

| 22 Ottobre 2014 | Tag:, , , , , , , , ,

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Lo scorso 20 settembre durante la due giorni dedicata al giornalismo digitale #digit14 che si è svolta presso la Camera di Commercio di Prato si è parlato anche di “sensor journalism”.

 

Sul palco assieme al moderatore dell’incontro Marco Renzi, c’erano alcuni scienziati italiani specializzati nella costruzione e l’ uso dei sensori: Mirko Mancin, Valentina Grasso e Alfonso Crisci e due giornalisti, in realtà un giornalista Luca Corsato e un ricercatore/scienziato/sperimentatore prestato al giornalismo Alessio Cimarelli.

 

Partendo dall’ esperienza di John Keefe , il primo sensor journalist del pianeta, nel corso dell’ incontro giornalisti e ricercatori hanno provato a fare il punto sull’ uso dei sensori in ambito giornalistico illustrando ad una composita e molto attenta platea, costituita per la maggior parte proprio da giornalisti, quale possa essere il futuro dell’ uso dei sensori e della disciplina informativa che da essi potrebbe derivarne.

 

Il panel è stato aperto da Marco Renzi che ha provato a sintetizzare brevemente il cammino percorso fianco a fianco da scienza e informazione per giungere ad un uso “consapevole” dei sensori.

 

<< Stamani parliamo di una cosa di cui siamo molto orgogliosi. Una cosa assolutamente nuova, soprattutto per l’Italia, una cosa che ha molto a che vedere con la scienza e abbastanza poco con il giornalismo, ma che in un futuro estremamente vicino avrà invece importanza e rilevanza nei fatti dell’informazione. E dico fatti dell’informazione e non giornalismo perchè in effetti la questione è un pochino più larga e non riguarda la professione giornalistica così come l’abbiamo pensata e considerata fino ad adesso ma riguarda proprio l’informazione nella sua versione all digital che è quella che dovremmo, a mio avviso, già vivere quotidianamente e che invece nel nostro Paese non viviamo per motivi diversi >>.

 

 

Dopo Renzi interviene Alessio Cimarelli, ricercatore e giornalista insieme che illustra prima come usare in modo giornalistico la miriade di dati sparsi per la rete e poi riepiloga in modo sintetico le varie tappe della ricerca che ha portato alla nascita del sensor journalism.

 

Alessio Cimarelli : << … Eccovi un pò di fonti e casi di studio sia internazionali che italiani per approfondire la tematica in discussione. La partita naturalmente è : affrontare le fonti di dati, capire quali sono le migliori, quando sono buone, come usarle. E ce ne sono infinite, dal sito internet, alla fonte nascosta che andiamo ad incontrare in un vicolo nascosto e oscuro. Ma in fondo adesso le nostre fonti possono anche essere dei sensori >>.

 

 

Prende la parola Luca Corsato, l’unico giornalista a tutto tondo del parterre e anche uno dei pochi giornalisti italiani a poter essere in grado di parlare di un progetto di sensor journalism dal di dentro, essendo co-realizzatore dell’unico esempio italiano di tale pratica che si chiama acqualta.

 

Rispondendo ad una domanda del moderatore sul possibile uso dei sensori nelle emergenze ambientali, tipo la tempesta di grandine che il 19 settembre si è abbattuta su Firenze, Corsato dice: << Non me la sento di fare un esempio su questioni di pericolo di vita perchè sfugge da quella che è la mia percezione della complessità del problema. Però mi piacerebbe fare un esempio in questo contesto rispetto alla grandinata di ieri a Firenze. Immaginiamo che ci fosse un sensore sul tetto degli Uffizi o della Galleria dell’Accademia e che quel sensore potesse comunicare in tempo reale il livello di permeabilità del tetto. Un sensore intelligente come quelli che stiamo presentando oggi non mi manderebbe dei dati che dovrei interpretare ma manderebbe direttamente un segnale concordato con l’autorità in cui direbbe: “sto cominciando a perdere acqua”…>>

 

 

A prendere la parola ora, sono gli scienziati. In particolare per primo a parlare è Mirko Mancin. Incalzato da una domanda di Marco Renzi su un sensore montato su un telefono che potrebbe impedirci di addormentarci al volante risponde così: << E’ stato sviluppato come progetto di tesi e sta andando avanti. In pratica grazie alla fotocamera dello smartphone riesce a vedere, applicando tecniche di visione artificiale, le condizioni dell’utente alla guida. Se si accorge dello stato di rilassamento del conducente o lo vede chiudere gli occhi il cellulare inizia a mandare dei segnali, si mette a suonare, per dare la sveglia al guidatore assonnato >>

 

 

L’ ultimo relatore è la ricercatrice del Cnr Valentina Grasso che parla dei sensori e del loro utilizzo, in particolare paragona i sensori a delle emittenti, quasi che fossero delle radioline che hanno bisogno di un palinsesto di programmi per funzionare bene:

 

<< … il paragone della radio mi sembra ci possa aiutare a comprendere meglio l’uso che possiamo fare dei sensori. Ci possono essere radio iperlocali come quelle di un evento, quindi posso avere sensori iperlocali che mi animano un evento, un posto, un ambiente. E quindi il lessico, il palinsesto, lo costruirò in base a questo ( e i giornalisti lo sanno bene, in quanto fa parte del loro lavoro) : in base a quanto pubblico avrò, del tipo di pubblico, di quanto intensa deve essere quella informazione, di quali sono i partner in gioco che devo coinvolgere. Posso avere un sensore dove il tema principale è la misura in se, quindi il focus è tutto sulla qualità del dato >>.

 

 

E infine parola al pubblico, composto per buona parte da giornalisti, che ha preso parte al dibattito suggerendo scenari, ponendo quesiti e stimolando suggestioni e riflessioni.

 

 

 

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