Se i giornalisti disprezzano l’ impresa

| 20 febbraio 2014 | Tag:, ,

Impresa1’Anchilosati dalla loro arroganza intellettuale e da un certo disprezzo della tecnica, i giornalisti non si sono mai fatti coinvolgere nel controllo degli aspetti industriali dei loro giornali.  La loro incapacità di pensare al futuro della stampa se non come a un giornale tradizionale si è tradotta nell’ insistenza su una idea di progetto editoriale sconnesso da qualsiasi progetto industriale’’. Questo atteggiamento segna anche la vicenda di Libération. Come sostiene Patrick Peccatte in questa sua analisi impietosa (verso la cultura giornalistica francese, ma il discorso vale pienamente anche per il nostro paese), le redazioni continuano a credere all’ ideologia di ‘’un giornalismo ideale addobbato con tutte le virtù e che disprezza sia gli azionisti che le risorse pubbliche che lo fanno vivere’’.

 

Venerdì 7 febbraio gli azionisti di Libération hanno annunciato di voler trasformare il giornale in ‘’una rete sociale, creatrice di contenuti monetizzabili su un ampio ventaglio di supporti mltimediali (carta,  video, tv, digitale, forum, avvenimenti, radio, ecc.)’’ e la sede attuale, con l’ aiuto di Philippe Starck, in ‘’uno spazio culturale e sede di conferenze con uno studio televisivo e uno radio, una newsroom digital (sic), un ristorante, un bar, un incubatore di start-up)’’.

 

I dipendenti del giornale hanno reagito duramente esprimendo la loro opposizione e la loro ‘’collera’’ con la prima pagina dell’ edizione dell’ 8 febbraio (qui sotto).

 

Libé
 
Lo slogan Nous sommes un journal (‘’Noi siamo un giornale’’) – racconta Patrick Peccatte   su Culturevisuelle – è stato poi ripreso su una pagina di sostegno su Facebook, un account twitter, un tumblr, mostrando che i dipendenti indignati non sono però tanto arcaici.

 

Progettto editoriale e disprezzo dell’ impresa

 

Il critico francese cita un articolo di Robert Maggiori che, anche se apparso nel dicembre scorso, viene spesso utilizzato in funzione di opposizione ai progetti degli azionisti. Ecco un brano:

 

« […] un quotidiano non è soltanto una impresa: è una parte dell’ agorà in cui si svolge il dibattito democratico, è una istanza culturale, intellettuale, politica, sociale, ecc. Ha una sua storia, intrecciata alla Storia, promuove valori, partecipa alla formazione dei cittadini, ecc. Tanto che non è incogruo ritenere che un’ azienda in declino possa produrre un giornale che svolge tutte le sue funzioni o, al contrario, che un’ impresa in svilupppo possa produrre un giornale malato, incapace di svolgere il suo ruolo» (Robert Maggiori, Un quotidien n’ est pas qu’ une entreprise).

 
Insomma, osserva Peccatte, dopo il discorso sul libro che non sarebbe un prodotto industriale come un altro, ecco quello sulla stampa che non sarebbe un’ impresa come un’ altra, perché un giornale conterrebbe in sé dei ‘valori’ civici per cui si può, si deve continuare a stamparlo anche se l’ azienda in fallimento o sotto trasfusione. Perché alla fine tutti sanno perfettamente che Libération, come del resto tutta la stampa quotidiana e buona parte dei magazine, sopravvivono grazie alle sovvenzioni pubbliche – cosa che non impedisce loro di denunciare regolarmente chi la sta assistendo, ma evidentemente in altri contesti sociali.

 

Secondo Peccatte quell’ articolo è emblematico: il modello economico non è mai evocato, è un elemento fantasmatico. Il giornale viene assimilato a un servizio pubblico, oneroso ma indispensabile in una democrazia.  Il gioco di prestigio consiste nel disstinguere con grande cura ‘’l’ essenza del giornale, il progetto editoriale, sostenuto dall’ attività dei giornalisti, e le basse funzioni contingenti incarnate da quella ignominiosa parola che è l’ impresa. L’ argomentazione che ne segue è semplicistica: i giornalisti si impegnano a definire un ennesimo progetto editoriale e gli azionisti trovano dove possono i soldi che servono per continuare’’.

 

E Culture Visuelle si chiede: come può essere ancora sostenuto un discorso di questo genere, che oppone un giornalismo ideale addobbato con tutte le virtù e che disprezza sia gli azionisti che le riusorse pubbliche che lo fanno vivere?

 

La “modernizzazione industriale” della stampa

 

Questa indifferenza alle realtà economiche, questo disprezzo degli imperativi industriali e del mondo dell’ impresa sono ben sviluppati presso alcuni giornalisti – spiega Peccatte -.

 

Quella prima pagina dell’ 8 febbraio ha suscitato diverse reazioni molto critiche. Ad esempio quelle di Jean Quatremer sulla sua pagina di Facebook, di Sébastien Fontenelle su bakchich, di Philippe Kieffer su Huffington Post, di Stefan de Vries ed Erwann Gaucher sui loro blog.

 

Tutti, o quasi, mettono l’ accento sull’ importanza degli aiuti pubblici per la sopravvivenza del settore. Nate inizialmente per aiutare e garantire la diversità e la libertà di opinione, queste sovvenzioni dirette e indirette (1,2 miliardi di euro in Francia, ndr) vengono giudicate sempre più scandalose nel panorama attuale.

 

(I dipendenti di Libération hanno risposto a queste critiche su Des aides à la presse pour la liberté d’opinion).

 

Tra i diversi aiuti, vengono accordate delle sovvenzioni anche per la modernizzazione delle strutture industriali, che inizialmente riguardavano grosso modo le tipografie, la catena di fabbricazione e di produzione pre-stampa (processi editoriali e archivistici) e poi il multimediale e il web a partire dalla fine degli anni ’90.

 

‘’Nel corso della mia esperienza professionale – racconta Peccatte -, ho potuto osservare negli anni ’80 e ’90 a che punto la struttura industriale di produzione della stampa, dopo il trattamento dei testi fino alla rotativa, non coinvolgesse assolutamente la maggior parte dei dirigenti e dei quadri del segmento giornalistico; sapevano bene che erano necessarie delle strutture industriali per fabbricare un giornale o una rivista, ma per loro quegli strumenti rappresentavano una sorta di scatola nera, senza grande interesse, affidata a un direttore tecnico e al suo staff, che avevano il compito di far uscire il giornale nel tempo stabilito e al minimo dei costi. Per i giornalisti di quel periodo un giornale era solo la redazione, e tutto il resto era accessorio. La struttura di una testata giornalistica era ben chiara. Tre classi di persone partecipavano alla realizzazione di un giornale: l’ élite dei giornalisti che lo concepivano e due ordini subalterni, quelli che lo fabbricavano e quelli che lo vendevano’’.

 

L’ atteggiamento dei giornalisti nei confronti del sistema di pubblicazione, e più in generale verso gli aspetti tecnici, testimoniava allora di ‘’una ostinazione a ridurre il prodotto giornale a un’ attività eterea, puramente intellettuale, senza sporcarsi le mani di grasso. Ed è esattamente lo stesso tipo di atteggiamento che si ritrova attualmente quando si distingue in modo così netto fra un giornale e l’ impresa che lo produce’’.

 

Negli anni ’90, le squadre incaricate di gestire la fase precedente alla stampa erano in gran parte costituite da tecnici e da un’ unica segretaria di redazione, uno strumento giornalistico necessario per indurre le redazioni ad accettare le evoluzioni  inevitabili. Pochissimi giornalisti allora erano davvero interessati agli aspetti tecnologici.

 

‘’Personalmente non ho mai visto nessun giornalista leggere il Seybold Report o partecipare ai saloni dell’ IFRA, le grandi fiere sulle tecniche di stampa allora in piena trasformazione. In poratica, un giornalista medio finio agli inizi degli anni ’90 era del tutto indifferente alle strutture industriali e commerciali che permettevano la sua attività. Mi opare che questo comportamento altezzoso abbia largamente alimentato il disprezzo verso il giornale considerato come un prodotto e l’ impresa che lo fabbricava, sostituito completamente nell’ immaginario giornalistico da un giornale ideale senza limiti di realizzazione e di commercializzazione’’.

 

Il web o dell’ appropriazione industriale fallita

 

Con la diffusione di massa di Internet, le redazioni hanno cominciato a interessarsi alla tecnica e ai modi di produzione dei giornali per tirarne fuori qualche articolo destinato al web. A partire dalla metà degli anni ’90, hanno cominciato a proporre timidamente qualche selezione di articoli online. Nel maggio del 1995 Libération mette la sua sezione ‘multimédia’ su un server esterno, poi adotta un proprio nome di dominio alla fine del 1996.

 

Alla fine degli anni ’90 – racconta ancora Peccatte – cominciano ad apparire dei sistemi di pubblicazione multicanale, capaci di generare dei flussi editoriali indipendenti per la carta e il web.

 

A quell’ epoca tuttavia il web era concepito come un mediocre succedaneo della stampa. Le redazioni si preoccupavano prima di tutto di sapere dovesse essere la sua posizione gerarchica in rapporto alla carta. La pubblicazione sull’ online era una specie di vetrina e qualche anno più tardi è diventata una preoccupazione, un nemico che sottrae la manna pubblicitaria.  Questa prima epoca della presenza della stampa sul web è segnata essenzialmente dall’ incapacità di concepire un giornale che non fosse unicamente nella sua supposta forma nobile, quella su carta. Se si deve credere a Jean Quatremer, molti giornalisti a Libération sono ancora a questo stadio: « troppi giornalisti considerano ancora il web come un vino di seconda classe, molto meno nobile della carta, quando non ignorano addirittura quello sta succedendo ». (Jean Quatremer sulla sua pagina Facebook già citata).

 

Nel 2002, il Financial Times di Londra adottra un sistema editoriale della società EidosMedia per le sue edizioni stampa e web. Questa scelta – osserva lo studioso – ‘’segna una tappa importante per varie ragioni. Una testata prestigiosa mostrava che non esistevano ostacoli tecnici per la sostituzione della stampa col web, in pratica per la scomparsa totale del giornale nella sua forma su carta. Ma, soprattutto, che nel caso del web non esisteva più tutto l’ apparato del processo pre-stampa e stampa. La fabbricazione del giornale online poteva essere fatta integralmente da una redazione.

 

Da allora, anno dopo anno, è diventato evidente che la pubblicazione su carta andava verso la scomparsa. Il momento editoriale e quello della produzione non erano più scindibili, fusi in un solo  strumento unicamente elettronico, sviluppato da giornalisti sempre più informatici e da informatici sempre più giornalisti.

 

Ma, durante tutta questa prima epoca di presenza della stampa sul web la maggior parte degli attori (giornalisti o no) hanno continuato a pensare al giornale come a un flusso funzionalmente dicotomico, una tappa redazionale seguito da una tappa editoriale, che sostituiva l’ antico processo di pre-stampa e di stampa. Anchilosati dalla loro arroganza intellettuale e da un certo disprezzo della tecnica, i giornalisti non si sono mai fatti coinvolgere nel controllo degli aspetti industriali dei loro giornali’’.

 

Nel 2007 Libération lancia i suoi primi forum. Lo stesso anno un editore di programmi propone già all’ IFRA un sistema di rete sociale interamente dedicata alla stampa. Retrospettivamente, è proprio in quell’ epoca, quando Facebook cominciava la sua vertiginosa ascesa mentre Twitter era ancora balbuziente, che i giornali avrebbero dovuto investire risolutamente nelle reti sociali.

 

‘’In linea generale – conclude Peccatte – malgrado un maggiore interesse delle redazioni della carta per i processi di pubblicazione durante questo periodo, il loro debolissimo interesse per la tecnica ha loro impedito di pensare al futuro della stampa come a dei veri progetti industriali. La loro incapacità a pensare al futuro della stampa se non come a un giornale tradizionale si è tradotta nell’ insistenza su una idea di progetto editoriale sconnesso da qualsiasi progetto industriale’’.

 

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