(Ri)definire il giornalismo multimediale

| 10 settembre 2014 | Tag:, ,

Redefining1Nuovi modi di raccontare si sviluppano. “Snow Fall” era un progetto spartiacque, ma siamo già arrivati ben oltre.

 

In un ampio articolo su Medium, Mindy McAdams concentra la sua attenzione sull’ innovazione nel campo delle tecniche di narrazione nel multimediale.
 

Cercando di ridefinire, appunto, che cosa sia effettivamente il giornalismo multimediale.

 

 

(Re)defining multimedia journalism

 

di Mindy McAdams*

(Medium)

 

Non vi è accordo tra i giornalisti su cosa esattamente il termine multimedia significhi e perfino sul fatto che sia opportuno usarlo ancora.

 

Le capacità specifiche relative elencate in un annuncio di lavoro potrebbero attraversare una vasta gamma , dallo sviluppatore di siti web a video-grafico. Qualche annuncio pubblicitario di lavoro specifica “padronanza nei multimedia”, con nessuna ulteriore   spiegazione. Un annuncio di lavoro del 2013 è stato più preciso: “I vostri compiti fondamentali implicheranno la conoscenza di molteplici multimedia (audio, video, foto, informational graphic, motion graphic ) per sostenere la nostra attività giornalistica principale “.

 

“Uno dei bisogni più pressanti indicati dai giornalisti in svariati paesi è stata l’ acquisizione di nuove competenze specifiche relative al multimediale”, secondo i risultati di un recente studio realizzato attraverso un sondaggio di più di 29.000 giornalisti di tutto il mondo.

 

Nonostante il continuo uso del termine “multimedia”, comunque, non tutti i giornalisti ritengono che esso dovrebbe essere usato al giorno d’ oggi. Erich Maierson, un produttore di MediaStorm sin dal 2000, detesta la parola multimedia. Vi è un aspetto ironico in tutto questo perché, sino a poco tempo fa, MediaStorm si definiva come uno “studio di produzione multimediale”…Tuttavia, Maierson ha spiegato: “Io ritengo che ‘multimedia’ sia il termine che abbiamo imparato ad usare per descrivere i fotografi che fanno documentari” (attualmente, MediaStorm si definisce uno “Studio di design interattivo e di produzione film” e produce per lo più video documentari. I progetti passati includono Crisis Guide: Iran, un buon esempio di multimedialità pre- “Snow Fall”).

 

Come Maierson, Robyn Tomlin afferma che, al giorno d’oggi, non userebbe il termine multimedia: Tomlin è direttrice di “Thunderdome”, una divisione di “Digital First Media”, gruppo editoriale con base a New York. Thunderdome è (o meglio, era) lo hub della compagnia per la distribuzione dei contenuti digitali, nonché per la produzione e l’addestramento relativo a quel settore. “Invece di multimedia – ella afferma – io parlerei di video ed interattivi”. La Tomlin intende come “interattivi” il giornalismo dei dati, i programmi di archiviazione degli stessi ed altri programmi applicativi di informazione giornalistica “i quali aiutino il lettore a comprendere la storia che si sta tentando di raccontare” (da una intervita con l’autrice del settembre 2013).

 

 

Redefining2Un progetto di alto profilo che ha stimolato la discussione circa le possibilità del multimedia è un racconto digitale del New York Times, risalente al 2012, “Snow Fall” . E’ un ambizioso e molto lodato progetto che combinava video, grafica animata, mappe, audio e sequenze fotografiche…un servizio lungo 17.000 parole, che si dipanava in sei parti.

 

Nella sua realizzazione vediamo impiegate tecniche cinetiche di codifica web, spesso unificate tutte insieme sotto la definizione di “Parallax scrolling”, emerse nel 2012: sebbene non fosse stato il primo prodotto giornalistico ad impiegare queste tecniche, “Snow Fall” venne visto dai più come uno spartiacque nella narrazione online e multimedia, ed il fatto che esso abbia attratto quasi 3 milioni di visite nei primi dieci giorni di vita ne fa un importante punto di riferimento.

 

Non dobbiamo dimenticare che produrre contenuti multimedia non è tanto una questione di mentalità quanto di abilità specifiche; gli imitatori di “Snow Fall” potrebbero, sbagliando, aggiungere fiorellini e fiocchetti, ma questo sarà ben lungi dal migliorare la storia medesima.

 

La narrazione multimediale evolve a mano a mano che i giornalisti sperimentano usando le possibilità offerte dai nuovi strumenti digitali e dalle nuove tecniche.

 

Io raccomando tre esempi più recenti che spingono la forma del racconto multimediale verso nuove ed avvincenti direzioni.

 

 

Cosa possiamo trarre, cosa possiamo imparare, da queste tre, diverse, storie?

 

NON RIPETERE

Nella narrazione multimedia vengono impiegati mezzi di comunicazione (non solo video), che sono interconnessi: idealmente ognuno di essi   viene usato in un modo che estrinsechi il meglio della sua forza e potenzialità; i componenti della storia sono plasmati per completarsi vicendevolmente: la ridondanza viene eliminata dall’ esperienza: è così, diciamolo…, se degli aspetti del racconto vengono narrati in video e ripetuti nel testo, gli utenti potrebbero perdere presto interesse.

 

INTEGRARE LE TIPOLOGIE DI MEDIA.

Non commettere l’errore di marginalizzare i mezzi di comunicazione visivi: non privilegiare il testo; posizionare grafica informativa laddove occorra alla narrazione, non all’aspetto globale ed estetico della pagina.

 

Quando pianifica i racconti, il giornalista deve decidere che cosa davvero serva includere e cosa, viceversa, possa essere omesso: aggiungere troppo materiale, troppi spunti, può rendere una storia eccessivamente complicata e perfino “respingente” (troppo lunga e da non leggere)…Non vi è bisogno alcuno di migliaia di parole da leggere in un pezzo.

 

CATTURA L’ATTENZIONE DEL LETTORE VISIVAMENTE.

Una storia gradevole offre un aggancio, un invito all’ azione, immediatamente, appena si mette occhio alla lettura.

 

IL NON LINEARE NON HA NESSUN BISOGNO DI ESSERE ANCHE COMPLICATO.

I pacchetti multimediali solitamente offrono opzioni per la navigazione interna ed esterna alla storia: spesso le opzioni non sono lineari, diversamente dallo stampato e dal televisivo; possiamo saltare tutte le parti che vogliamo e farlo da una parte all’ altra.

 

Due diversi utenti potrebbero prendere percorsi completamente diversi od opposti, per attraversare il racconto (questo può sollevare il problema di quali informazioni e quale contesto gli utenti sentiranno la mancanza ed, ancora, sul fatto che, nella vita reale, eventi e situazioni sono sempre vissute differentemente dalle diverse persone in esse coinvolte). La narrazione multimediale offre ai giornalisti una opportunità di mostrare le svariate sfaccettature di una storia…in parallelo, a strati, giustapposte, ma senza che per questo ci sia bisogno di essere opprimenti.

 

LA BASSA INTERATTIVITA’ VA BENE.

Qualche racconto multimediale invita all’ interattività l’ utente (il lettore, lo spettatore), ma molti offrono una esperienza per lo più passiva: definire queste storie interattive non è accurato, in molti casi. Se un utente non ha scelta alcuna, a parte cliccare play, pausa o stop, quella storia non è interattiva affatto. Scorrere un sito web o strisciare su di un dispositivo mobile fornisce solo il più basso livello di interazione: gli ipertesti sono a malapena interattivi, dato che il cliccare su un link equivale a girare le pagine di un libro.

 

L’ IMMERSIONE PROFONDA CONTA ESPERIENZA TOTALIZZANTE DOMINA.

Portami dove non sono mai stato, mostrami qualcosa che non ho mai visto.

 

IL BUON SENSO GIORNALISTICO E’ ANCORA NECESSARIO.

Il giornalista fornisce organizzazione ed ordine, ma troppo di entrambi fa prevalere il suo punto di vista sulla realtà; aprire il racconto ad interpretazioni   più ampie   rappresenta una perdita di controllo che può disturbare qualche osservatore ( incluso qualche docente o qualche giornalista stesso). La decisione su ciò che va incluso e ciò che viene lasciato fuori appartiene sempre ai produttori del progetto.

 

Quindi, in conclusione, dobbiamo continuare ad usate il termine giornalismo multimediale?

 

Dobbiamo essere in grado di discutere sulla evoluzione delle forme di narrazione giornalistica e di criticarle, di valutare le meravigliose possibilità che ci vengono offerte dalle piattaforme digitali ed interattive. Narrazione multimediale appare un termine buono quanto un altro: non limitiamolo però mai a video o foto storie; abbracciamo tutti i tipi di media e di integrazione che abbiamo a disposizione e continuiamo ad imparare come usarli per aiutare la gente a comprendere il mondo in cui viviamo.                              

 

*Alcune parti di questo articolo provengono da un capitolo ( “Multimedia Journalism”) di Mindy McAdams del libro Ethics for Digital Journalists: Emerging Best Practices, edito da Lawrie Zion e David A. Craig, che verrà pubblicato in ottobre da Routledge.

 

(traduzione a cura di Maria Daniela Barbieri)

 

 

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