Per l’ editore di Harper’s ‘’internet produce cattivo giornalismo’’

| 21 agosto 2014 | Tag:, ,

internetUn intervento di John R. MacArthur sul New York Times ha scatenato un ampio dibattito negli Stati Uniti.. “Non ho niente contro le persone che hanno il loro blog e si sfogano su internet – ha detto l’ editore -. Se vogliono farlo, va bene. Ma tutto questo, a mio parere, non ha niente a che vedere con la scrittura e il giornalismo”.

Su Theweek.com un ampio articolo ricostruisce la vicenda e fa il punto sulla questione. Segnalando che, se l’ intervento ha raccolto soprattutto fischi, resta ‘’il forte sospetto che l’ editoria e la lettura digitali appiattiscano le voci di chi scrive, allo stesso modo con cui la radio e la televisione appiattiscono la diversità degli accenti’’.

 

 

John R. MacArthur, editore di Harper’s, pensa che il giornalismo on line non sia vero giornalismo. In un profilo sul New York Times, ha usato un bel po’ di note stonate, definendo l’ entusiasmo per il Web all’ interno della sua testata come frutto di “un pugno di coloro che non posso definire altro che come dei ‘giovani’ “.

 

MacArthur – sostiene Michael Brendan Dougherty su Theweek.com ha imboccato decisamente la via per essere preso a fischi:
 

“Non ho niente contro le persone che hanno il loro blog e si sfogano su internet – ha detto -. Se vogliono farlo, va bene. Ma tutto questo, a mio parere, non ha niente a che vedere con la scrittura e il giornalismo”. [The New York Times]

 
E i fischi sono arrivati – racconta Theweek -. Jonathan Chait, ad esempio, ha detto che le considerazioni di MacArthur tradivano una curiosa metafisica, a partire dalla questione del ‘’cosa rende il Web diverso?’’.

 

Ma Dougherty ha il sospetto che MacArthur volesse fare una ‘’sparata’’. La giornalista Ravi Somaiya riassume le opinioni di MacArthur in questo modo:

 

Il web è un male per coloro che scrivono – dice -, così esausti da un flusso infinito di notizie per poter scrivere in modo meditato e che vengono pagati noccioline per i pezzi che fanno. E’ un male per gli editori, che hanno perso gli introiti pubblicitari che vanno verso Google e Facebook e non potranno mai realizzare abbastanza da un modello gratuito per sostenere un grande giornalismo. Ed è un male per i lettori, che sui dspositivi mobili non possono assorbire bene le informazioni, che spettegolano, sfrecciano e in generale distraggono. [The New York Times]

 
I primi due punti posti da MacArthur sono correlati, osserva l’ articolo. Con un modello di business basato su tonnellate di contenuti a buon mercato, gli editori Web fanno troppo affidamento su una aggregazione in stile reflusso acido, in cui i giovani giornalisti distruggono il sapore di storie interessanti e un mondo interessante rigurgita costantemente notizie che sanno di bile.
 
BuzzFeed, uno degli esempi di successo editoriale sul Web, spesso non fa altro che riproporre i contenuti generati dagli utenti di Reddit e cattura un sacco di soldi mettendo dei testi scadenti sotto dei filmati virali. Quindi, in questo caso, il lamento di MacArthur – secondo Dougherty – è perfettamente legittimo.
 

Il terzo punto delle sue considerazioni è relativo alla gente. L’ editoria digitale produce un’ esperienza e una cultura diverse da quelle della carta. Pensate all’ esperienza del lettore. La gente si abbona ai giornali perché gradisce quei contenuti. L’ atto stesso di investire soldi in un abbonamento incoraggia i lettori a godere e a rispettare i contenuti che vengono offerti.

 
L’ editoria del web , invece – osserva Theweek – serve piatti su cui la gente si diverte a sputare. Invece della cultura della devozione e dell’ appartenenza favorita da riviste e giornali, il web promuove una cultura della lettura-dell’ odio.
 
Ne siamo tutti consapevoli. Nella stessa settimana in cui i giornalisti digitali ansimavano sui loro blog, LOLlando di tutto sulle loro tastiere di fronte alle affermazioni luddiste di MacArthur, tutti stavano condividendo una appassionata tirata contro i commenti sul web di Nicholas Jackson su Pacific Standard.
 

Ma i commenti sul web sono una delle innovazioni distintive del giornalismo web. Se i direttori facevano una selezione per la stampa delle lettere degli abbonati, ogni lettore sul Web può far scoppiare una vena o provocare le emorroidi dei giornalisti professionisti. Si tratta di una innovazione estremamente democratica, ed è un prodotto diretto della scrittura web. Siamo dei luddisti adesso? O siamo semplicemente esausti?
 

Il giornalista irlandese John Waters ha diagnosticato un altro problema con questa nuova economia della lettura-dell’ odio: “Poiché tutto quello che viene scritto appositamente per il consumo on-line è scritto immaginando che esso affronterà una comunità ostile, il processo di scrittura avrà dentro di sé, come prerequisito, un atteggiamento di difesa o di aperto antagonismo”.
 
L’ atteggiamento difensivo viene espresso come smarminess (nuovo termine che suona come ‘’ipocritamente untuoso, compiacente in maniera esagerata’’) e l’ antagonismo come snark (‘’sarcasmo, commento ostile’’). Tutto questo peggiora l’ attività dei giornalisti? E’ una questione aperta, secondo Dougherty. Bill Simmons, Drew Magary e Lindy West sembrano aver sviluppato delle meravigliose voci narrative nel Web.

 

Per quanto riguarda il resto di noi – dice Dougherty -, invece non ne sono così sicuro. Ho il forte sospetto che l’ editoria e la lettura digitali appiattiscano le voci di chi scrive allo stesso modo con cui la radio e la televisione appiattiscono la diversità degli accenti.
 
A rischio di sembrare prezioso, la cultura del leggi-e-rispondi, dell’ aggressione, del “fisking” (confutazione vivace di qualcosa scritto in un blog o sul web) e del “LOL” condivisa immediatamente sui social media è talmente diversa da quella che fece nascere e ha sostenuto The Nation, The Atlantic e Harper nel secolo scorso che possiamo perdonare a MacArthur di pensare a quelle testate come a esemplari di una specie di nobilità del tutto diversa.

 
MacArthur sta glorificando un po’ troppo la cultura della stampa? Naturalmente – dice Theweek -. L’ editore digitale Henry Blodget dice ai suoi dipendenti che una delle sfide per una testata giornalistica è che devi convincere la gente a leggerti. Il New York Times può lasciar cadere un milione di parole sulla vostra veranda, solo per farle passare dal soggiorno al cestino senza che esse vengano mai lette. Tutto il prestigio sta nell’ essere un abbonato al NYT, anche se poi nessuno sa se in realtà qualcuno lo leggerà. Sul Web, invece, gli editori sanno quello che stai leggendo.

 
Le nostre tecnologie – osserva ancora l’ articolo – plasmano le nostre abitudini, e il nostro lavoro è un prodotto di quelle abitudini. Edith Wharton scriveva delle lettere al suo amante Morton Fullerton e le spediva per posta. Penna, carta e il postino erano le tecnologie che hanno prodotto delle missive intense, emozionali, animate da una grande narrazione interna. Una volta ho scritto una lettera d’ amore alla mia futura moglie durante una vacanza estiva. Ma accadeva nel 1999, prima che arrivassero i cellulari. Possiamo mai avere dubbi sul fatto che lo smartphone abbia cambiato il modo di comunicare degli innamorati, e che questo crollo della distanza cambia i contenuti? Potremmo mai chiamare Wharton una luddista se si fosse rifiutata di considerare i nostri testi delle “lettere d’ amore”?

 
Sicuramente – conclude Dougherty – ci sarà qualcuno che sta digitando dei piccoli sonetti su iMessage, proprio come fanno BuzzFeed, Grantland e TheWeek.com producendo del giornalismo che assomiglia all’ ideale di MacArthur. Ma queste possono essere abitudini e idiosincrasie lasciateci da un’ altra epoca. Resta da vedere se verranno adottate dal Web nel lungo periodo.
 
 

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