Redazioni come nuove scuole di giornalismo: Politico e Condé Nast allevano nuove leve

| 25 giugno 2014 | Tag:, , , ,

politicoPolitico e Condé Nast si mettono in affari nel ramo della formazione al giornalismo.

L’ecosistema dell’informazione sobbolle: un mondo immotoper lungo tempo, uguale e sé stesso per decenni, ora, all’improvviso, è luogo di grande trasformazione, non sempre indolore o tranquilla. Media tradizionali, testate cartacee e TV, in sofferenza  sin quasi fino all’ estinzione (quotidiani su carta) e nuovi media (il giornalismo elettronico) in lenta e al contempo tumultuosa, nel suo prender forma, ascesa.

Questo processo di trasformazione, teso alla sopravvivenza sotto altre forme, tocca anche la formazione dei nuovi talenti, come osserva Edirin Oputu sulla Columbia Journalism Review .

 

L’articolo si concentra su alcune testate Usa che vanno avventurandosi nel ruolo di enti di formazione: Politico e Condé Nast, nello specifico, oggi al centro della scena.

Il primo istituisce uno stage intensivo di dieci giorni, destinato a studenti laureati ed il secondo sta lavorando al fine di organizzare corsi accademici con il diretto coinvolgimento dei suoi periodici, come Gourmet e Wired. 

 

Sempre nell’ottica del cambiamento, le scuole di giornalismo, un tempo scollate da ogni riferimento “pratico”,  tentano attivamente di collegarsi alle redazioni al fine di ottenere che gli studenti si compenetrino nell’ ambiente giornalistico ed acquisiscano le capacità specifiche del giornalista di valore, comprese quelle che gli consentano di adattarsi e sopravvivere ad un sempre più proteiforme mercato del lavoro. Orbene, se, apparentemente, il fatto che le due ali opposte si muovano per rendere meno astratta la preparazione dei nuovi giornalisti è un dato molto positivo, è opportuno segnalare il pericolo insito nel vedere un giornalista preparato da quello che sarà il suo datore di lavoro, o che, comunque, fa parte di questa categoria: più forte nel caso di un giornalista che, una volta formato, rimanga a prestar opera nella stessa redazione che lo ha forgiato.

 

Le considerazioni che si possono fare pensando alle implicazioni intrinseche a scuole di giornalismo interne a testate giornalistiche o gruppi editoriali sono molteplici e non tutte negative: un paio tra queste?

 

La prima è banale: non sempre “privato” equivale a “positivo”: il privato tende al profitto, per propria natura…e se questo va bene quando si tratta di  apporre una targhetta con una menzione alla base di un monumento restaurato, non va viceversa bene in un campo in cui si dovrebbe essere imparziali, non asserviti, al sicuro da ricatti, indipendenti, ecc.

 

La seconda è che non tutto il male vien per nuocere: le scuole di giornalismo debbono liberarsi dalla polvere che si è depositata sopra di loro ; il giornalista deve non solo esser capace di scrivere bene…deve essere calato nella realtà, avvezzo al lavoro di redazione vero, capace di leggere dati, usarli, fare proprie le nuove tecnologie…deve, insomma, essere calato nella realtà lavorativa giornalistica.

 

Per farla breve: le scuole di giornalismo interne ai gruppi editoriali costituiscono un modo sbagliato di declinare un nuovo corso nella formazione giornalistica; più saggio e proficuo sarebbe il contrario, ovvero scuole di giornalismo che entrino nei media, ne traggano miglior modo di far didattica e mantengano saldo nelle proprie mani l’ allevamento dei giovani talenti.

 

(EmmeDiBi)

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