Il buon giornalismo rimane ancora una cosa molto costosa

| 2 maggio 2014 | Tag:, , ,

giornalismo

I costi fissi per la produzione di un buon giornalismo sono molto alti: è facile mettere su un buon sito di informazione, ma fare contenuti giornalistici originali è ancora veramente costoso.

 

E’ questo lo scenario dell’ attuale sistema dell’ informazione delineato da Matthew Gentzkow, un economista americano di 38 anni che si occupa di media e a cui è stata assegnata la Clark Medal,  uno dei riconoscimenti accademici più prestigiosi che vengono assegnati negli Stati Uniti (fra i vincitori ci sono personaggi come Paul Krugman, Milton Friedman, Joseph Stiglitz, Steven Levitt, Larry Summers).

 

Insieme a Jesse Shapiro, Gentzkow ha cercato fra l’ altro di misurare parametri particolarmente complessi del mondo dell’ editoria giornalistica, come l’ incidenza di posizioni pregiudiziali nei media o la tendenza dei lettori a scegliere nicchie di informazione allineate al proprio modo di vedere.

 

GentzkowNiemanLab ha pubbicato una lunga intervista a Gentzkow (qui a destra), realizzata da Caroline O’Donovan, che offre molti spunti interessanti.

 

Uno di questi è relativo al fatto che, come spiega lo studioso, le differenze tra i vari media sul piano industriale sono meno rilevanti di quanto uno possa in genere immaginare.

 

Molti principi economici alla base del settore – spiega – sono gli stessi di quelli dei giornali su carta o della TV, e persino di quanto avveniva nel 19° secolo. Insomma, dice Gentzkow, le cose non cambiano così tanto come noi immaginiamo.

 

‘’La motivazione di uno dei progetti a cui ho lavorato con Jesse Shapiro, lo studio della cosiddetta  ‘segregazione’,  nasceva dal fatto che secondo qualcuno, pur essendoci tanta varietà di contenuti disponibili online, la gente finiva per auto-segregarsi: i conservatori guardano solo roba dei conservatori, i liberali guardano solo roba liberale, i neo -nazisti guardano solo roba neo – nazista e i vegetariani guardano solo roba vegetariana. Nessuno cerca informazioni che lo possano contraddire.

 

Lo scopo della ricerca è stata molto semplice: cerchiamo di trovare dei dati sul modo con cui le persone consumano concretamente le notizie online e vediamo fino a che punto questo è vero. Conclusione: non è così tanto vero come uno poteva pensare’’.
 
Come mai? La risposta – spiega Gentzkow – è che Internet non è poi così diverso da tutti gli altri media e che non produce maggiore ‘’segregazione’’ ideologica.  Il basso tasso di auto-segregazione online, inferiore a quello che uno si aspetterebbe, dipende dal fatto che la maggior parte delle persone ricava la maggior parte delle notizie da un numero molto limitato di siti: CNN.com o Yahoo.com, NYTimes.com, Fox News. Una enorme quota del consumo di notizie viene da un piccolo numero di grandi siti che sono al centro dello spettro in termini di audience.
 
Perché? Perché non accade quello che teoricamente uno si aspetta, una situazione più vicina a uno scenario in cui ognuno legge il proprio sito di nicchia e ci sono migliaia di nicchie diverse e ogni persona sta in una nicchia diversa? Perché i costi fissi di produzione di buon giornalismo sono ancora molto alti. E’ facile mettere su un sito web, ma per produrre contenuti giornalistici originali si spende ancora molto. La realizzazione di un sito web come CNN.com che copre tutto quello che succede e che le persone ritengono affidabile è molto costosa.
 
Così, come nei vari altri mercati dei media, finisce che un piccolo numero di imprese controllano una larga fetta del mercato. Quelle imprese che investono tutti quei soldi nella qualità non lo fanno per soddisfare il piccolissimo angolo del mercato dei vegetariani o dei neo-nazisti. Tendono a posizionarsi al centro perché si devono rivolgere ad un pubblico molto vasto.
 
I meccanismi economici che descriviamo in quella ricerca – dice ancora Gentzkow – sono gli stessi che spiegano perché vediamo quello che vediamo in TV e perché leggiamo quello che leggiamo sui giornali di carta. Alcuni dettagli sono diversi, la struttura dei costi è diversa, ma fondamentalmente la produzione di notizie non resta poi così diversa. Cosa che in gran parte determina i risultati che vediamo.

 

Internet ha radicalmente cambiato la tecnologia per fornire informazioni alle persone ed è anche cambiato drasticamente il livello di concorrenza e di filtraggio e interpretazione delle informazioni. Ma in realtà la produzione delle notizie non è cambiata più di tanto. Se vogliamo sapere ciò che sta accadendo in Afghanistan, di fatto qualcuno deve andare in Afghanistan e mettere la propria vita a rischio per scattare fotografie o intervistare persone.
 
Questo aspetto, certo, un po’ è cambiato: c’ è il crowdsourcing, le persone possono caricare dei video sui loro cellulari. E, certo, i giornalisti pigri possono semplicemente stare a casa e fare una ricerca su Google, invece di uscire e sedersi in un’ aula per seguire una riunione del consiglio comunale. Ma c’ è da dire che, rispetto ai cambiamenti in altre parti del settore, in fondo il modo di fare cronaca ha subito dei cambiamenti piccoli. Credo che la produzione di buon giornalismo rimanga qualcosa di molto costoso, richiede molta abilità, un sacco di talento. Che rimane poi la risorsa scarsa. Questo spiega perché Internet non è poi così diverso come si potrebbe pensare.

 

 

Leggi anche:

I commenti sono chiusi.